“Le lettere del mio nome”: ritratti di donne

Le lettere del mio nomeGiulio Gasperini
AOSTA – Le lettere del mio nome di Grazia Livi uscì nel 1991, per la casa editrice La Tartaruga. Fu un testo che riscosse un enorme apprezzamento, soprattutto per la particolarità di approccio critico utilizzato dalla giornalista per l’analisi di alcune tra le penne femminili più interessanti del Novecento. A distanza di tanti anni, è stata la stessa Livi a curare personalmente l’edizione di Iacobelli editore, edita nel 2015 a pochi mesi dalla sua morte. Ma ancora oggi la metodologia e lo stile della Livi stupiscono e meravigliano, lasciandoci sbalorditi di fronte alla capacità della giornalista di penetrare non soltanto nella poetica di queste scrittici ma anche nella loro femminilità, nel loro carattere e nella loro personalità.
Dieci sono le donne che Grazia Livi racconta, con il passo felpato di chi conosce e pratica il rispetto e lo sguardo attento di chi non vuole lasciarsi sfuggire nulla. Fil rouge, Simone de Beauvoir e la pubblicazione del suo Il sesso inutile, un’opera che è piuttosto un caposaldo nella nuova concezione e interpretazione (anche critica) femminile che comincia ad affermarsi, attirandosi i biasimi di un establishment culturale e sociale poco avvezzo e refrattario ai cedimenti. Alla luce della sua particolare avventura, descritta (e pare persino vissuta) così intensamente dalla Livi, emergono le altre donne con le loro peculiarità; principalmente scrittrici, ma non solo: da Colette a Virginia Woolf, da Gianna Manzini a Agnes Bojaxhiu, meglio nota come Madre Teresa.
La Livi ne tratteggia i ritratti partendo da brani critici, di cui cita testualmente l’autore, da scritti personali, da oggetti e libri che ne danno il loro correlativo oggettivo. Si cala magistralmente nell’interiorità delle donne, si muove con maestria nelle complessità, si nutre dei loro pensieri e della profondità del loro flusso di coscienza; torna così in superficie, offrendoci gli elementi più importanti e splendenti, depurati dal superfluo, lasciando il lettore, cullato dalla dolcezza della parola e dal loro accostamento, sbalordito nella consapevolezza di esser stato ammesso a un privilegio, a un raro beneficio. Alcune donne Grazia Livi le ha conosciute e ci ha parlato, descrivendole così nella loro quotidianità salottiera, come nel caso di Anna Banti; altre le ha lette e studiate, e ce ne offre una chiave di lettura che si smarca subito dalla tirannia dell’accademia e del saggio critico ma consegna ai loro profili ossigeno e vita, ombre e forme. I suoi racconti sono tessuti di poesie; e di schegge di poesie ne son piene le pagine, con lacerti e versi di Iolanda Insana, Maria Luisa Spaziani, Amelia Rosselli e altre: la miglior poesia italiana (e non solo) del Novecento. Sono come affondi, immersioni con un altro genere letterario che più e meglio perfora la superficie e penetra in profondità della narrativa.
Leggere questi ritratti ha ancora il sapore della scoperta. Come se queste donne, così idealizzate nella sola lettura e ammirazione delle loro opere, avessero perso la dimensione umana e femminile. Grazia Livi ce le restituisce, in questo modo, con altri meriti, ben più significativi: quelli della loro stessa esistenza.

Informazioni su Giulio Gasperini

Laureato in italianistica (e come potrebbe altrimenti), perdutamente amante dei libri, vive circondato da copertine e costole d’ogni forma, dimensione e colore (perché pensa, a ragione, che faccian anche arredamento!). Compratore compulsivo, raffinato segugio di remainders e bancarelle da ipersconti (per perenne carenza di fondi e per passione vintage), adora perdersi soprattutto nei romanzi e nei libri di viaggio: gli orizzonti e i limes gli son sempre andati stretti. Sorvola sui dati anagrafici, ma ci tiene a sottolinare come provenga dall’angolo di mondo più delizioso e straordiario: la Toscana, ovviamente. Per adesso vive tra i 2722 dello Zerbion, i 3486 del Ruitor e i vigneti più alti d’Europa.
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