Carmine Abate: “Il banchetto di nozze e altri sapori”, una terra “rapinosa” che produce sogni e prelibatezze

il-banchetto-di-nozze-e-altri-sapori_abate_chronicalibriDaniela Distefano
CATANIATardilet, krustulet, qenullilet, skallilet sono dolci tradizionali per il Natale, specialità della cucina arberesh; il loro profumo aleggia nell’ultimo libro di Carmine Abate, Il banchetto di nozze e altri sapori (Mondadori), un’autobiografia culinaria per far conoscere un angolo della Calabria che sprigiona “una magarìa rapinosa”. L’Arberìa è l’insieme di cinquanta comunità italo-albanesi presenti nel Sud Italia.

Nato nel 1954, emigrato da giovane ad Amburgo, Carmine Abate oggi vive in Trentino.
I suoi libri, vincitori di numerosi premi, sono tradotti in Francia, Stati Uniti, Germania, Olanda, Grecia, Portogallo, Albania, Kosovo, Giappone e in arabo.
Un successo letterario, il suo, frutto di una preparazione a fuoco lento, cucinata con l’amore per la propria terra, lingua, origine familiare.
L’autore si getta a capofitto nel ricordare le pietanze che hanno accompagnato gli eventi più significativi della sua esistenza. Durante uno sposalizio,
“dopo gli evviva alla felicità degli sposi, gli adulti si erano buttati a capofitto sugli antipasti e in un batter d’occhio erano spariti gli affettati di capicollo, prosciutto, salsiccia, soppressata con il contorno di funghi, melanzane, olive di tutti i tipi..
(..) Il cuoco d’Arberìa batté  le mani e fece comparire cinque donne che in grandi vassoi fumanti portavano shtrydhelat, una pasta fatta in casa e condita con fagioli bianchi, olio, aglio e peperoncino”.

Da grande Carmine voleva fare “L’emigrante”, così avrebbe potuto raggiungere il padre in Germania. Si mangiava, allora, in allegria, lentamente, senza nessuna fretta.
Il motivo di quella lentezza? Si voleva prolungare il più possibile i momenti di convivialità familiare, “l’inaspettata delizia che fluiva direttamente dal palato al cuore”.  
Ben presto Carmine   avrebbe toccato con mano cosa si prova a vivere lontani dalla propria terra. I primi racconti “ingenui”, “adolescenziali”, non li ha mai pubblicati e li ha fatti sparire; avevano però alla base un sentimento che non lo avrebbe mai abbandonato: l’urgenza della scrittura.
Un bisogno di raccontare e raccontarsi, un cementificare il legame con un luogo – Carfizzi, paese arberesh della Calabria – che lo avrebbe sentito suo andando via, cercando altrove la nostalgia del suo ricordo.
“Raccontai a mio figlio  che su quella spiaggia erano sbarcati i nostri antenati alla fine del Quattrocento.
Perché? Non volevano vivere sottomessi all’impero ottomano.
Meglio liberi in terra straniera che schiavi a casa propria”.

Un libro gustoso, scritto con impegno ma godibile e digeribilissimo, nel solco di uno stile che poi è il marchio di fabbrica letteraria di Carmine Abate.

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