Il buio che è dentro; Federica Magri per Volevamo solo ridere

“Il buco nero”
FEDERICA MAGRI – Nel silenzio notturno della mia stanza mi ritrovo seduta sul letto, qualche foglio bianco qua e là e una penna in mano. È una penna nera, come questa notte che non passa mai. Nera come questa notte che ascolta i miei pensieri e che sembra essere pronta ad accogliere le mie confessioni, le mie parole, le mie paure. Nera come il sangue arrabbiato che mi scorre nelle vene, a volte lento, altre veloce. E vorrei poter scrivere, qui, ora, adesso, tutto quello che quel maledetto sangue nasconde e porta con sé, tutto quello che porta in giro per il corpo e lo mescola ai globuli e piastrine.
Vorrei poter scrivere, velocemente, che tutto quello che c’è dentro di me è nero, è solo sangue nero, un misto di petrolio, chimica e poco altro. Ma non posso, non riesco, non ne sono in grado. Non sono abbastanza brava nemmeno per questo. Non sono abbastanza per niente e per nessuno; non lo sono per i miei genitori che dicono ‘non ti impegni abbastanza’ o per mia sorella che mi urla contro di non essere abbastanza grande per uscire con lei; non lo sono per i professori che ‘non sei abbastanza preparata per prendere un 6’ o per l’allenatore che non mi mette in gara perché ‘non sei abbastanza pronta’; non lo sono per Mattia quando mi ha scritto ‘non mi piaci abbastanza’ e non lo sono per loro che ‘non sei abbastanza nel giro …ciao bella!’
Ed è tutto sempre più nero: casa, scuola, vita. Cuore. Stomaco. Io.
Scrivo, scrivo infinite lettere a nessuno, per dirgli che non vedo più niente, non vedo più luce, che sento solo le loro risate, il loro ghigno, il loro sibilo quando cammino accanto a loro e non respiro per paura di disturbarle. Sento il fruscio dell’aria che loro spostano quando fanno qualche passo indietro mentre mi avvicino alla loro ‘zona’; sento le loro voci cattive e le loro parole al veleno, quelle che parlano di me. Sento tutto. Sento il mio cuore e il suo tonfo anomalo , ma non ho abbastanza coraggio per dargli voce e per raccontare questo suo ‘crack’ di rottura, per dire che non ce la sta facendo più nemmeno lui. Per dirlo a chi, poi? Per parlare con chi?
Sento lo stomaco protestare, arrabbiarsi, contorcersi per il nervoso e reclamare cibo. Non lo ascolto; copro il suo baccano masticando una gomma alla menta e ingoiando aria e cattiveria. Lui urla, grida, piange: lottando contro di lui sarò abbastanza forte e non cederò ai suoi ricatti. Che urli pure e si disperi; che voglia sostanza e cibo.
Non sono abbastanza interessata!
Non ho nulla a disposizione per mettere a tacere le loro parole; per cambiare i loro pensieri, per farmi invitare alla festa o per passeggiare in piazza; non posso nulla contro le loro risate per i miei mutismi davanti a tutta la classe o per l’unico 4 ricevuto dal professore di educazione fisica; non posso fermarmi davanti a loro e dire andate a farvi fottere! semplicemente perché dalla mia bocca non esce alcun suono.
Il cuore continua a battere e, talvolta, a rincorrere un ticchettio troppo veloce e violento; lo stomaco persevera nel suo grido lancinante e intollerabile; io persevero nel ‘non abbastanza’ e, su questo foglio, ora, in questa notte nera, scrivo delle mie ossa del bacino che sono sempre più ingombranti, scrivo delle mie scapole sempre più prominenti, scrivo di numeri che, sul display della bilancia, fanno a gara a chi offre di meno, scrivo tutto e non tralascio niente. Scrivo perché il buco nero nella mia pancia grida ancora: troppo forte da coprire le mie parole, troppo piano da celare quelle degli altri.

 

© Racconto di Federica Magri per “VOLEVAMO SOLO RIDERE”, iniziativa di ChronicaLibri.
Tutti i diritti riservati.
© Foto di Federica Valabrega

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