Volevamo solo ridere: “Ogni mattina”, racconto di una vita parziale

“Ogni mattina”
GIULIA SIENA – 5.30.
Ogni mattina.
Ogni mattina alla stessa ora, 5.30, l’ora di quando apro gli occhi e sono già umidi. Poi i rivoli caldi bagnano le gote, si aggiungono i singhiozzi e mia madre, che è corsa di sopra per mettermi fretta – devo essere veloce – fa un gesto stizzito, antico, dimenticato, nostalgico. Ora mi guarda come si guarda una bambina affranta, sull’orlo delle lacrime, anche lei.
5,55.
Ora, come ogni mattina, devo correre giù per la strada lasciandomi alle spalle l’odore tostato della moca, attraversare quella piazza che è stata a guardare i miei anni di assenza, ripararmi sotto la pensilina e aspettare. Pochi minuti. Salire, obliterare, chiudere gli occhi e non pensare. Scendere, aspettare, risalire e nascondersi dietro il brusio di quei pendolari assidui. Il mare a sinistra, la luce vera, forte e abbagliante di quando vieni al mondo in faccia, dall’altra parte.
Ogni mattina.

E anche oggi devo trovare la forza di solcare quei corridoi ed entrare in classe, lì dove non sarò ascoltata perché parlare sembra inutile e accorgersi di quello che succede è anche peggio. Che ci faccio in questo posto? – mi ripeto ogni mattina. Ogni mattina affermo che forse avevo altri progetti, io. io che odio ripetere le cose, io che non ho ancora imparato la pazienza, io che piango ogni mattina perché non voglio andare a scuola, io che devo attraversare la provincia e ingoiare chilometri su un autobus di linea; io che devo andare a cercare la mia strada su strade che avrei potuto dimenticare.

Entri in classe, sorridi, li osservi e cominci a chiamarli per nome; qualcuno dorme, altri ridono, un paio parlottano, qualcuno ti osserva ed è in quel momento che senti un tonfo. Il silenzio.

Nicola ha allungato solo un piede, ha calciato le gambe sulle quali si teneva in equilibrio la sedia di Daniele. Silenzio.
Non è niente dicono, fanno sempre così, dicono. Nicola oggi non è arrivato alle mani, non ha usato la sua prorompente aggressività. Quella di ogni mattina. Era seduto, dicono, ma Daniele non risponde, non rispondeva neanche prima quando Nicola insistente gli ordinava di passargli gli esercizi di matematica per la terza ora. Non risponde Daniele, è a terra e non risponde, come non ha mai risposto riguardo ai pugni che incassava negli spogliatoi della palestra della scuola. È in silenzio come Quando nei corridoi cercava di dissimulare il disagio che gli provocavano le Parole appuntite di Nicola, di Marta e di Paolo.
Non parla Daniele e a poco serve il Mio viso che Si avvicina al suo in cerca di risposte; la porta si apre, Luisa e gli altri bidelli corrono verso di noi. Si accasciano a terra.
Daniele non risponde.

 

© Racconto di Giulia Siena per “VOLEVAMO SOLO RIDERE”, iniziativa di ChronicaLibri.
Tutti i diritti riservati.
© Foto di LS

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