Giovane Holden Edizioni: “Le parole del silenzio” di Benito Apollo

Daniela Distefano
CATANIA – Robert è cresciuto nella periferia londinese di Tottenham Hale dove suo padre, Tristan Harel, un marinaio mercantile francese sindacalista dei marittimi legato all’ambiente anarchico, si è trasferito nascondendosi con la giovane sposa incinta, dopo essere stato accusato dell’omicidio di un gendarme durante gli scioperi e le occupazioni nel 1969 dei cantieri navali di Saint – Nazaire. Dopo poco tempo dall’arrivo in Inghilterra, Tristan è costretto a fuggire di nuovo, questa volta da solo, e Robert, che non è ancora nato, non lo conoscerà mai.
La giovanissima madre, Catherine Vrac, muore suicida e al diciassettenne Robert resta solo un vecchio diario del padre. Raggiunta una certa solidità economica, Robert matura l’idea di andare a Saint-Nazaire per conoscere i suoi parenti e rintracciare il padre. Al suo arrivo, però, scopre che nessuno si ricorda di suo padre. Chi era dunque Tristan Harel? Quali verità la madre gli ha taciuto?
Le parole del silenzio, Giovane Holden Edizioni, è il romanzo d’esordio dell’avvocato Benito Apollo, nato a Catanzaro nel 1975.
Un prima prova brillantemente superata. Si scava nella vita di un fantasma la cui realtà è affidata ad un diario.
Robert è figlio dell’Araba Fenice, tutto si sgretola al sua passaggio, rimane un passato vuoto da riempire come una casella mancata. Sul suo cammino appare una “Beatrice” (non proprio dantesca) fatta di carne e sentimento.
Lo aiuterà a contestualizzarsi, lo porterà per mano verso una verità che agisce come forbice, come agente divisore.
E Robert avrà dalla sua la benevolenza, il luccichio, la sottrazione dalle tentazioni, davanti ad occhi increduli e pagani. Occhi muti di parole.
“Dal potere rigenerato fiorisce il prezioso frutto della libertà, ma chi l’eredita e non conserva la memoria del suo prezzo, la riconsegnerà alla sua forma degenerata.
Così è stato così sarà. E’ vero, in passato mi sono illuso che le nostre lotte avrebbero cambiato in meglio il modo di pensare e di vivere delle persone: diritti e uguaglianza per tutti.
Per qualche tempo è stato così. Ma ora più le società si evolvono e più il tempo della memoria si accorcia.
Quando Polibio scriveva le sue “Storie” le società si trasformavano a distanza di centinaia di anni; dal medioevo in avanti abbiamo visto ridursi questi tempi in venti o trent’anni. Mentre oggi sotto il comune vessillo della democrazia si alternano gli oligarchi nel pieno consumismo delle idee e della memoria, ecco perché dobbiamo riprendere a lottare come una volta, altrimenti di tutto quello che abbiamo conquistato non resterà niente”.

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