La nave di Teseo: “Istantanee” di Claudio Magris

Daniela Distefano
CATANIA“Dalla terrazza si vede tutta la città, le sue luci nel nero vinoso della notte, dolci linee curve di cupole e colline nel grembo dell’oscurità”. (Dal racconto “Stare o andare con?”)
Istantanee di Claudio Magris (La nave di Teseo) è una raccolta di racconti fulminei nei quali lo scrittore triestino profonde la propria perizia linguistica e narrativa con garbo e acume.
Un distillato di osservazioni emesso nello scontrino del tempo, di uno spazio non circoscritto, di una vista da lontano e da vicino eccezionale, formidabile, geniale.
Un esempio è il racconto ironico “Nella galleria di Castelli”, nel quale si inscena un equivoco artistico: i quadri di una mostra vengono coperti con un panno in segno di protesta, ma una donna ignorando l’evento crede che sia una nuova tendenza artistica.
Le altre storie sono altrettanti modi di interpretare con distacco non arroccato la realtà e il variopinto mondo dei nostri simili.

Nei sotterranei della narrazione, scorre un fiumiciattolo di forte idiosincrasia nei confronti di tutto ciò che è futile, banale, bizzarro, rovesciato, non lineare con il nostro orizzonte finale.
Proprio come uno scatto fotografico, appare il “Ritratto di un gruppo con giurista addormentato”:
“Conosco bene il mio vicino addormentato, la sua storia, le sue idee, le sue passioni e le sue manie; so quali donne gli piacciono, cosa pensa di Dio e del diritto di sciopero.Ora non ritrovo nulla di tutto questo nel suo volto; il sonno lo ha cancellato, come un’acqua alta che scolora le scritte sui muri. Gli ha tolto l’identità, la coscienza, le fedi e le buone maniere; lo ha restituito ai sogni, all’inconscio.
Ma non mi sembra averlo liberato da una maschera di doveri, convenzioni, censure, imperativi, sovrastrutture che, come si è inclini a pensare, la coscienza o un super io imporrebbero e sovrapporrebbero alla selvaggia e libera verità del profondo, all’inconfondibile e irripetibile unicità dei desideri. Restituendolo all’inconscio, il sonno pare avergli tolto ciò che era più inconfondibilmente suo; gli ha lasciato una maschera quasi interscambiabile con quella di chiunque altro. La morte e il nulla sono il regno dell’uguaglianza, spengono le differenze; forse il nostro profondo assomiglia a quella opacità indistinta”.
Persino la fine della vita acquista, in queste pagine separate da un titolo e da un universo di corpi a se stanti, un tratto beffardo, istrionico, sardonico, malizioso, e ci conduce al portone dei dilemmi terrestri, come se Dio in verità ci accogliesse grazie a codici cifrati che solo le menti più raffinate hanno il dono di creare e svelare.
Uno specchio-cruciverba che riflette immagini luciferine, un campionario di nostrani vizi e non ingiallita eternità, ben sapendo che “vivere è comunque pericoloso, chi vive muore”.

Nato a Trieste nel 1939, scrittore, germanista e senatore italiano (nella XII Legislatura), Claudio Magris ha insegnato letteratura tedesca prima presso l’Università di Torino, poi presso quella di Trieste.
Impostosi giovanissimo all’attenzione della critica con Il mito Absburgico nella letteratura austriaca moderna (1963, elaborazione della tesi di laurea), è stato fra i primi a rivalutare il filone letterario di matrice ebraica all’interno della letteratura mitteleuropea con Lontano da dove, Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale (1971).
Danubio (1986) lo consacra come uno dei massimi scrittori italiani contemporanei. Con questo libro vince il Premio Bagutta nel 1986 e successivamente il Premio Strega nel 1997 con il romanzo Microcosmi e il Premio Principe delle Asturie nel 2004 nella sezione Letteratura e nel 1999 gli vengono assegnati il Premio Chiara alla carriera e il Premio letterario Giuseppe Acerbi, Premio speciale per la saggistica.
Scrive per il «Corriere della Sera». Nel 2016 a Praga ha ricevuto il Premio Kafka dalla commissione designata dalla Franz Kafka Society, dedicato agli autori tradotti in ceco che si distinguono per “alti meriti letterari” e per “capacità di coinvolgere il lettore”.

 

“In un bar di Stoccolma, verso sera. Fuori non è ancora buio: la luce indugia a lungo tersa e struggente, un’indefinibile nostalgia che sembra non voler dileguare”.  (Dal racconto “Sacro e profano”)

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