“Caterina” di Vincenzo Zonno: atmosfere oniriche e poesia nel circo degli orrori

Giorgia Sbuelz
ROMACaterina è il nome della protagonista e il titolo del romanzo di Vincenzo Zonno pubblicato da Watson Edizioni:
“Cat aveva una vita che mal le si cuciva addosso, ma la tratteneva a sé come fosse indispensabile. Una vita che la consumava invecchiandola più del dovuto. Tutto ciò era visibile sul suo corpo fresco e delicato da ragazzina, ma la sua anima era già stanca e sopraffatta. Bastava guardarle gli occhi per rendersene conto”.
Chi è Caterina? Non è solo un’adolescente vittima di abusi e di una vita troppo dura per chiunque. Caterina è tanto altro, è un mistero da celare sotto strati di cenci e un cappotto a scacchi grande due taglie la sua… è un fagotto. Del resto così la fanno sentire: un fagotto.
Orfana di madre e depositata da bambina in una struttura assistenziale, è stata prelevata a forza dal patrigno, il Bulgaro, il direttore di un circo da quattro soldi. Nello stesso circo aveva danzato anche sua madre, la bellissima Ninni, ma nessuno sembra conservarne il ricordo. A parte Cat.
Il circo per sua natura è costituito “di felicità e dolore. L’uno per l’altro” e di climi surreali come la vita di chi lo vive. Quale la realtà e quale la finzione? I ginnasti Boris e Ivan si attorcigliano in numeri acrobatici così come si attorcigliano nella vita. Tony lancia coltelli su un tavolaccio dove Vera, la moglie che non ama più, offre il suo corpo come sagoma da tratteggiare in punta di lama. Loris è il capomastro, allestisce e ripara quanto necessario per tenere in piedi il tendone. Tania ammaestra barboncini aggressivi che stipa, poi, in minuscole gabbiette e spera di farsi trovare ancora attraente dal Bulgaro, di cui è la compagna. Il Bulgaro anima marionette, ne tira i fili come fa con tutto il suo gruppo, lo fa con crudeltà e precisione, al punto da riuscire a mandare avanti una baracca sgangherata e uno spettacolo che diviene incanto agli occhi ignari degli spettatori.
E Cat? Danza per il pubblico nelle pause tra un’esibizione e l’altra, ma in segreto coltiva il sogno di fare la funambola, triste metafora della sua vita. Per il resto nessuno la tollera, nessuno la vuole. Non c’è una ragione particolare per tale accanimento, forse per la sola legge di selezione naturale di un circo di straccioni, dove il cibo scarseggia e le violenze fioccano sul più debole.
Un giorno la compagnia si accampa sul ciglio di una foresta. L’atmosfera è tetra, qualcuno sembra spiarli dal buio. Cat ode delle voci come richiami e vede schizzare tra gli sterpi delle figure inquietanti: sono dei bambini.
Si tratta di un sogno? E’ un’allucinazione, o la realtà? La differenza è sottile in questo romanzo che è un thriller psicologico.

La sintassi di Zonno ben si addice alla narrazione di questo tipo. Le parole sono cesellate a costituire un intarsio poetico che sbalza il lettore in una dimensione onirica. La lirica è di alto livello, la bellezza della scrittura trascina in un vortice di immagini che trascende la narrazione. Il significato simbolico è fuso a quello empirico, esempio lampante anche nella scelta della copertina dove due cigni neri scivolano su uno specchio d’acqua. Animali come persone, persone come animali. Vittima come carnefice, carnefice come vittima. Le dicotomie si sprecano in un mondo dove niente è come sembra, emblematica anche la scelta di far intravedere il romanzo di Edgar Allan Poe “Journal of Julius Rodman” su un comodino.
Liberatorio il finale, ma altri dubbi sono sollevati.
Quale la realtà e quale la finzione, o meglio a quale follia abbiamo assistito?

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