Premio Letterario La Quara: sabato 27 la grande finale per le cinque finaliste in gara. In giuria anche il direttore di ChronicaLibri

LA-QUARA-CHRONICALIBRIBORGO VAL DI TARO – Cinque finaliste per un premio che quest’anno celebra la musica. Si riassume così la terza edizione del Premio Letterario La Quara, il concorso per short stories che sabato 27 agosto premierà il miglior racconto durante una serata in piazza a Borgo Val di Taro (Parma). Questo territorio, che ha avuto l’onore di ospitare il grande compositore Giorgio Gaslini, oggi torna a parlare di musica grazie a un premio che fa della condivisione e della coralità della piazza il proprio fulcro. Continua

Anteprima: dal 28 aprile arriva “L’uomo isola”, il romanzo che riesce a stordire, il romanzo che mancava

Luomo Isola_AVAGLIANO_chronicalibriGiulia Siena
PARMA – Martina aveva riposto i suoi sogni; ora era una trentenne qualsiasi: lavoro precario, amici, sì, ma ognuno con le proprie vite, pochi uomini e tutti “parziali”, un piccolo monolocale in una grande città da cui non si aspettava più nulla. Annoiata e distratta aprì uno dei tanti annunci su una chat di incontri e si sorprese leggendo le parole di Lorenzo. Lorenzo, a chilometri di distanza, cercava “una farfalla, libera e creativa” che lo potesse seguire sulla sua isola. Sedotta da quell’idea di libertà, Martina tornò con la memoria a qualche anno prima, all’amore con Damiano, a quella sensazione di ali che si schiudono per poi scomparire. Martina rispose e, per quelle parole, divenne Alice.

Le prime pagine de L’uomo isola, il nuovo libro di Emanuele Ponturo in libreria dal 28 aprile per Avagliano Editore, Continua

Gaetano Gandolfi, l’innovatore silenzioso tra arte, letteratura e scienza. Una mostra

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Giulia Siena
PARMA – Un libro per veri bibliofili. Questo è I volti della scienza nella Pinacotheca Bassiana di Bologna, il volume che accompagna, spiega, arricchisce, e completa la collezione di opere di Gaetano Gandolfi, in mostra al Labirinto del Masone di Fontanellato fino al 25 marzo. Il volume, con i testi Donatella Biagi Maino – anche curatrice della mostra –  racchiude la ricchezza e l’unicità dell’opera Gaetano Gandolfi, innovatore del rapporto tra scienza e letteratura. Continua

Anteprima esclusiva: leggi con Chronicalibri le prime pagine di “Nati sotto il segno del cavolo”

natisottoilsegnodelcavolo_anteprima_chronicalibriROMANati sotto il segno del cavolo. Manuale di sopravvivenza per mamme che si sentono sbagliate (Novecento Editore) sarà in libreria da martedì 14 ottobre. In attesa di leggere le spassose avventure di Gnomo e Biscotto, i fantastici ed esilaranti “bimbi-merda” figli, rispettivamente, di Irene Vella e Roberta Giovinazzo, un po’ di quella energia, di quel divertimento e di quell’affetto che le autrici narrano lo potrete leggere nelle prime pagine del libro; oggi, qui, in esclusiva per i lettori di ChronicaLibri. 

 

 

Gnomo e Biscotto
The Terrible Two // Attenti a quei due
Intro

A volte il destino scrive la storia per te. E così capita che mentre pensi di avere sottomano quello che sarà il bestseller degli anni a venire, quello da cui sarà tratta una trilogia che manco Twilight e Harry Potter, facebook ti fa un regalo inaspettato.
Tramite amici ti viene segnalata (tipo soffiata alla polizia) una mamma “ganza” con bimbo cinico al seguito, soprannominato il Biscotto, che sembra lo Gnomo con solo un anno in meno, ma che è tutt’altro che discepolo o follower: certe caratteristiche sono innate. Bimbi merda si nasce e loro lo nacquero.
E così, dopo aver letto la sua bacheca, aver lurkato i suoi status e le uscite di suo figlio, mi sono convinta che sì, esisteva un altro gnomo, appartenente a mamma separata, e che aveva tutte le caratteristiche necessarie per entrare a far parte di questo libro.
La convinzione maxima mi è arrivata quando, dopo aver esposto l’idea a Roberta (la mia coautrice) e averle chiesto in poche parole di descrivere il suo rapporto con il figlio, mi ha mandato queste righe: “Lui mi ha insegnato che non devo mai abbassare la guardia, perché col suo delizioso cinismo infantile mi riporta sempre alla realtà. Come quando, tempo fa, partecipando a una manifestazione con la scuola, non vedeva l’ora di venir via per guardare una partita in tv.
Allora mamma, chiamami tra poco davanti a tutti dicendo che dobbiamo andare via in fretta, ok?
Sì amore, dico che c’è mio marito fuori ad aspettarci e dobbiamo far presto.
Silenzio.
Ehm… mamma… è meglio se dici che è morto qualcuno, perché in quell’altro modo pensano subito che è una balla.
Che carini i bambini, carini, carini, carini”.
Il mio, invece, guardando le mie tette una sera con invitati a cena ha detto: “Mamma ho scoperto che alle donne si ingrossano le tette quando devono avere dei bambini: forse non sei ingrassata, magari ne devi deporre qualcun’altro?”
E allora mi sono convinta che là fuori c’è un esercito di terrible child che aspetta solo di essere scoperto e, soprattutto, che la coppia (Gnomo e Biscotto, mi sembra non ci sia altro da aggiungere) rappresentava perfettamente la realtà.
Lo Gnomo, secondogenito infilato in una famiglia in cui la mamma ha ceduto in comodato d’uso un rene al babbo (solo per fare le vacanze in camper, sia chiaro), con sorella al seguito con cui si mena e si ama ogni tre per due. Biscotto, nato da una coppia (la cicogna non esiste bambini, sapevatelo tutti) che poi però è scoppiata; così Alessandro si è trovato a vivere un rapporto simbiotico con la mamma, ma ad alternare weekend e vacanze anche con il padre, e a stare talmente bene in questo ruolo da consigliare ai suoi compagni di scuola: “Datemi retta, fate separare anche i vostri genitori. È una figata: tutto doppio, non so se mi spiego”.
Insomma, per farla breve, Gabriele e Alessandro rappresentano le due facce della stessa medaglia (quella fatta come la pizza di fango del Camerum, citando la cara Cinzia Leone); così ogni bambino incompreso che leggerà il nostro libro, che di sicuro non verrà vietato ai minori, potrà identificarsi nello Gnomo o nel Biscotto, a seconda della famiglia di appartenenza. E scusate se è poco. Di questi tempi la par condicio in un libro ti assicura quanto meno un’ospitata sia nel salotto di Cristina Parodi (io la amo, guai a chi me la tocca), che in qualche plastico del dottor Vespa, magari rappresentante una delle scuole distrutte dai succitati. E così anche i media ce li siamo assicurati.
Poi a me e a Roberta ci manderanno gli assistenti sociali, ma questa è un’altra storia. Perché noi nel frattempo saremo emigrate a Bora Bora, dove finalmente potremo vivere una vita felice e ricca, dopo aver sputtanato i nostri figli (con il loro consenso però).
Ma questo sarà il seguito che scriveremo dopo: I Terrible Two. Gnomo e Biscotto, attenti a quei due, vanno a Bora Bora. E altro che Vacanze di Natale dei Vanzina; il botteghino straborderà. E il bottino sarà nostro. Dopotutto ogni bimbo merda ha la madre che si merita.

Anteprima esclusiva: leggi su ChrL il primo capitolo di Senza Pugni, il romanzo di Davide Mannelli

Senza-pugni_webPALERMO – Sarà in tutte le librerie dal prossimo 3 giugno, ma oggi, in anteprima esclusiva per i lettori di ChronicaLibri, ci apre le sue pagine e ci lascia assaporare l’avvincente trama . Stiamo parlando di Senza Pugni, l’esordio letterario di Davide Mannelli per Edizioni Leima. Il libro – con la prefazione del giornalista sportivo Roberto Gueli – racconta la difficile storia dell’aspirante pugile Marco Russo. La vicenda si muove su due piani paralleli: da una parte il giovane Marco, pieno di speranze, forza e determinazione; dall’altra il pugile disincantato e ostile alla vita. Con un ritmo serrato e un linguaggio veloce e spietato, per il suo esordio letterario Davide Mannelli ci porta sul ring, tra le disillusioni e la realtà.

Leggi con ChronicaLibri il primo capitolo di Senza Pugni, poi, non ti resta che aspettarne l’uscita!

 
Primo Capitolo
SIENA, 1987
Questa città è sempre più fredda. È una gioielleria. Corre via, davanti ai miei occhi, maleducata, spigolosa. Che ci faccio qui? Mi piacerebbe che qualcuno rispondesse a questa domanda, ma a chi la rivolgo? A Rocco?
“Vuole fermarsi a mangiare qualcosa?”.
“No, no… vai tranquillo”.
“C’è un ristorante qui vicino”.
“Muoviti, ho detto”.
“Come vuole”.
Lo guardo bene dal mio cunicolo riscaldato, questo scimmione con la patente: che delusione. All’inizio mi piaceva, sembrava adatto a me e alla mia macchina. Anche il nome mi rassicurava: Rocco. Forte e secco, con quell’odore un po’ arcaico e la patina solenne di certi nomi scartati dalla massa. Devo dire che non era male neanche l’aspetto: il mento schiacciato, il naso malinconico e duro, gli occhi che non avevano tanto da dire e che, proprio per questo, non mettevano mai in imbarazzo. Una bella faccia anonima e disgraziata, come quelle di cui mi piace circondarmi per sentirmi al sicuro.
Oggi queste certezze sembrano congelate, e io non oso metterci la mano dentro perché odio il freddo. Odio il freddo boia di questa città, per esempio, che mi punge fin dentro le mutande.
Non sono più sicuro di aver fatto una buona scelta con Rocco, perché oggi mi sta proprio antipatico.
“Accelera, va’!”.
“Siamo già a…”.
“Muoviti, ho detto!”.
Un’altra cosa che detesto sono gli autisti che parlano. Un devastante errore ontologico, un imperdonabile falso semantico.
Si chiamano autisti perché devono essere e rimanere un blocco unico con l’automobile, un prolungamento dei freni, del volante, dei fari. I fari non parlano.
“Portami al ristorante che dicevi”.
Scaravento quella frase maliziosa sperando di ottenere una reazione, mentre stendo le nocche gonfie e bruciate. Ma il tizio che mi sta davanti torna simpatico e non parla più, mento e lingua incassati dentro la strada. L’unica parola che tira fuori la scrive con l’occhio destro, che rimbalza dallo specchietto retrovisore e arriva dietro, fino al mio sedile. E stavolta sono io che non parlo, perché oggi mi sento stanco. Veramente stanco.
“Che musica è?”.
“È Vasco. Le dà fastidio?”.
“Sono le mie cassette, no?”.
“Certo”.
“E allora? Alza. Non troppo, però”.
E lui alza troppo.
“Che ti ho detto?”.
“Come?”.
“Como è vicino Milano”.
“Mi scusi. Abbasso”.
“Bravo. Non troppo. Quanto manca per fermarci?”.
“Poco. Dieci minuti, massimo quindici”.
“Va bene”.
Mi viene voglia di lanciargli un mezzo sorriso.
“Se vuoi alzare, alza. So che ti piace Vasco, l’ho capito”.
“Alzo solo un poco, allora”.
La cosa mi fa piacere, o forse no. Lui pareggia i conti e me ne passa uno suo, di sorriso. Mi fa piacere, perché ho bisogno di gente che mi sorrida, adesso che le mie mani oscillano. Non mi fa piacere, perché vuol dire che sto davvero invecchiando. Io, proprio io, l’ultimo uomo al mondo che dovrebbe concedersi il pigro lusso di incanutirsi dentro. Io, che mi sto arrendendo. I miei trentatré anni mi prendono davvero in giro, perché addosso me ne sento quarantacinque. Nelle ferite, nelle mani gonfie, nelle ginocchia ballerine, nei miei bicipiti stanchi e sconvolti anche loro da questo freddo boia.
“Cosa ti piace mangiare?”, chiedo per distrarmi da quell’idea.
“Prego?”.
“Non ti ho mai visto mangiare. Che mangi?”.
“A me piacciono tanto le olive”.
“Bei gusti di merda, complimenti”.
“E a lei?”.
Si prende confidenza, il tipo. Ha capito che in una serata come questa può farlo.
“Io mangio tutto. Sono cresciuto mangiando tutto quello che c’era e anche quello che non c’era”.
La frase, forse, l’ha intimidito. Rocco non parla.
Ho scoperto un fianco del mio passato e non sa, il poveraccio, come gestire la cosa. Lo aiuto io.
“Ma la cosa che mi piace di più sai cos’è?”.
“Cos’è?”.
“Cosa può piacere a un napoletano?”.
“Io non sono napoletano. I dolci?”.
“Sì, i dolci mi piacciono tanto, ma a me piacciono soprattutto le polpette”.
“Sono buone, le polpette”.
“Mia nonna me le faceva sempre. Sempre quattro. Sempre quattro, su quel piatto. E lo sai perché me ne dava solo quattro, di polpette?”.
“Perché?”.
“Perché non dovevo crescere viziato. Abbassa un po’ la musica, adesso, che ho mal di testa”.
Che cazzo mi esce dalla bocca? Io questo qui nemmeno lo conosco! Neanche fosse il mio analista. Ho capito che per oggi faccio meglio a rimanere zitto. Non mi va di parlare del mio passato e, anche se fra qualche ora dovrò guardarlo in faccia, alcune cose di quei tempi preferisco tenerle per me, o parlarne con le anime calde, nei boschi della Napoli sotterranea. O con i miei genitori, che sono vivi, ma è come se non appartenessero più al mondo, oramai. E intanto invecchio anch’io, e fra un po’ forse sarò come loro.
No. Mai.
Getto lo sguardo dal finestrino, ma neanche questa è una buona idea.
“Siamo arrivati”.
Guardo di nuovo questo pezzo di latta dal cuore umano. Rocco non mi sembra felice. Non mi sembra nemmeno una persona soddisfatta della sua vita.
Non mi sembra una persona. Non lo so. Ho paura di chiarirlo anche a me stesso.
Ma dopo che ho finito di bucarlo con gli occhi, passo a me. E dallo specchietto retrovisore, un giovane non più tanto giovane, un bell’uomo non più tanto bello, mi guarda severo. E le ragnatele invadono i miei muscoli. Questo mio corpo, che sento allontanarsi codardo, non vuole più faticare per me, né ringraziarmi per tutto quello che io avevo fatto per lui.
Guardo Rocco, e ancora, e di nuovo.
Sorrido, tiepido, mentre torno a sporcarmi gli occhi sul finestrino.
Forse avrei dovuto fare anch’io l’autista, nella vita.
Non c’era niente da perdere.

 

“Quante volte lo sport, come inclinazione naturale, ha aiutato i giovani a uscire da realtà difficili che li circondavano, creando loro una campana di vetro dentro cui stare, che non permettesse la contaminazione della loro nicchia, ma che non gli impedisse di “sentire” né “vedere” quello che gli avviene intorno”. (dalla Prefazione di Roberto Gueli)

Anteprima: Leggi su ChronicaLibri il secondo capitolo de “Il Rintocco”, il nuovo libro di Irene Vella

Irene-VellaROMA – Non ci lasciamo fermare dai problemi tecnici e, come promesso, ecco il secondo e attesissimo capitolo de “Il Rintocco”. In questo capitolo Emma, la giovane protagonista del nuovo libro di Irene Vella, è alle prese con i bagagli; dopo l’annuncio del padre di tornare nella vecchia villa in Italia, quella casa che le ricorda Lucrezia, la sua mamma scomparsa ormai da anni, dovrà prepararsi ad affrontare la realtà e le paure del passato.

 

 

Secondo Capitolo
Profumi

Emma aveva appena finito di preparare le valigie, si era guardata in giro, aveva annusato il profumo di paella che arrivava dall’osteria di fronte, e aveva cominciato a smanettare sul suo iphone, cercando di ricordarsi se aveva salutato tutti.
Faceva il ripasso degli amici, proprio come quando si fa la lista della spesa e poi si depennano gli oggetti acquistati, e così lei scorreva la lista dei contatti facendo mente locale per essere sicura se non di averli salutati di persona, quanto meno per sms, what’up, o chat.
Fu proprio mentre con il cellulare camminava avanti e indietro nella stanza che le cadde l’occhio sui biglietti aerei che facevano capolino dall’agenda di Andrea, così senza nemmeno pensarci un attimo li tirò fuori per controllare quale fosse la compagnia con cui avrebbero viaggiato.
Ma di certo quello che la colpì non fu vedere la scritta Iberia Airlines, ma la destinazione: Madrid/Venezia.
Suo padre in quei tre giorni di preparativi non aveva mai trovato il tempo (o forse il coraggio?) di parlarle, ma come recita il detto “il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”, e così Emma aveva scoperto da sola che sarebbero tornati a casa.
Di questo ne era certa, non era uno scalo intermedio, non c’erano altri biglietti aerei, perché li aveva cercati ovunque come una pazza furiosa, come aveva potuto nasconderle la verità?
Proprio mentre pensava ai vari modi per rimbalzare suo padre, Andrea entrò stranamente felice dall’ingresso principale, ma gli bastò un’occhiata per capire che sua figlia aveva scoperto tutto.
Iniziò la frase con un infelice: “non è come sembra (come nei peggiori film in cui la moglie scopre il tradimento del marito, e lui prova a negare anche l’evidenza), te lo avrei detto stamani…”
E. “ Ma dai davvero? E di preciso quando, dimmi? Mentre salivamo le scalette dell’aereo? Oppure una volta allacciate le cinture di sicurezza? Pensi di essere normale?”
A. “ E’ che non sapevo come affrontare l’argomento, avevo paura di quello che avresti potuto dire, provare….”
E. “ Sì..dire, fare, baciare, lettera e testamento. Babbo (le sue radici toscane uscivano sempre mentre discuteva e le guance si tingevano di rosso ) hai sbagliato, fai prima ad ammetterlo così almeno ne parliamo da persone adulte, dato che il problema penso sia proprio questo. Ho sedici anni, lo vuoi capire che non sono più una bambina?”
Andrea la guardava muoversi, agitarsi, quando si arrabbiava sembrava proprio sua madre, non riusciva a smettere di gesticolare, e contemporaneamente non riusciva a smettere di spalancare quegli occhioni verdi, che sembravano disegnati.
E. “ Babbo mi stai ascoltando?”
A. “ Sì scusami Emma, hai ragione ho sbagliato, ho preso tempo, ma forse ne ho preso troppo, se ti fermi un attimo ti spiego tutto.”
Non se lo fece ripetere due volte, non capitava spesso che suo padre la trattasse da adulta, era bene approfittarne, prima che ci ripensasse, così si mise seduta proprio per dimostrargli quanto fosse pronta ed impaziente di conoscere la realtà.
“ Mi ha chiamato l’agenzia immobiliare qualche giorno fa, dicendomi che ci sono dei probabili acquirenti per la nostra casa, ma che sono necessarie delle ristrutturazioni, e visto quanto è rimasto fermo il mercato degli immobili, è meglio approfittarne.
Solo che devo essere per forza presente visto che la villa è sottoposta alla tutela dei beni culturali, quindi per fare qualunque tipo di variazione, o anche semplicemente dare una rinfrescata, c’è bisogno della mia firma per le richieste, e della loro approvazione per procedere.
Così ho pensato di tornare a casa, per passarci la nostra ultima estate, prima di venderla.
Lo so te ne avrei dovuto parlare, ma avevo paura di un tuo rifiuto, e senza di te non sarei riuscito a rimettere piede nelle nostre stanze”
E. “ Ecco ora dimmi, ci voleva tanto? Sono adulta queste cose le capisco, solo una
cosa non riesco a capire: perché vuoi disfarti di Villa Maria? Non ci sono solo i brutti ricordi là dentro, io conservo i sei anni passati con la mamma a raccogliere le nocciole nel giardino, a buttare le monetine nel pozzo per esprimere i desideri.
Là dentro c’è tanta della nostra felicità, sei pronto a rinunciarci?”
A. “ questo è un discorso che non vorrei affrontare adesso, ho bisogno di rimettere piede là dove tutto è accaduto, là dove in un attimo tutto ha smesso di avere un senso, là dove i miei sogni che portavano il nome di tua madre sono morti.
Sento che è arrivato il momento di fermarmi, me lo devo, e soprattutto forse lo devo a te”.
E d’improvviso quel sorriso che Emma aveva visto accendersi sulla porta d’ingresso si spense per fare spazio a quell’alone di malinconia che da dieci anni a questa parte lo aveva reso l’allenatore più ricercato e ambito dalle donne di mezza Europa.
Era lo special one dei maestri di tennis, ma quello che gli altri chiamavano fascino, per lui aveva un unico nome: dolore.
A volte il suo alone di mistero lo precedeva, i maligni lo additavano come “borioso”, le fan come “bello e impossibile”.
Quante quelle che avevano negli anni cercato di prendere il posto Lucrezia, di prendere il “suo” armadio, che avevano respirato il “suo” odore pensando che fosse quello di Andrea, ma erano durate il tempo di un set, per usare termini “tennistici”, il tempo di una foto insieme, e poi il nulla.
L’unica donna della sua vita, dopo Lucrezia, era stata Emma.
Il taxi era sotto che li stava aspettando, erano in ritardo, come sempre, l’aereo decollava tra un’ora, un’ultima spazzolata ai capelli ribelli, un po’ di lucido sulle labbra ed ecco la figlia/bambina trasformarsi in teenager dannatamente e inconsapevolmente femmina.
A. “ Ma cosa ti sei messa in testa?”
E. “ è una fascia, come lo chiami tu?foulard va meglio?”
A. “Mi sembra che non c’entri nulla con tutto il resto…”

E. “Mamma mia, ora mi sei diventato pure esperto di moda, oltre che di tennis. Vogliamo parlare della tua polo? Ma tipo una t-schirt normale mai?”
A. “ Va bene via io mi tengo la polo, tu ti tieni questa fascia e siamo tutti felici.”
Scesero correndo dal taxi, Emma con i suoi trolley rosa, Andrea con le sue valigie blu e le sue insostituibili racchette Fisher.
Entrambi provavano un insieme di sensazioni, felicità, paura, curiosità, ma ormai il momento della verità era arrivato.
Padre e figlia tornavano a casa.

 

Leggi QUI il primo capitolo

 

Il terzo capitolo sarà pubblicato lunedì prossimo. Il resto de Il Rintocco sarà presto in tutte le librerie.

Anteprima: Leggi su ChronicaLibri i primi capitoli de “Il Rintocco”, il nuovo libro di Irene Vella

Irene VellaROMAIrene Vella, scrittrice e giornalista vulcanica, sorprendente e coraggiosa dopo il grande successo di Credevo fosse un’amica e invece era una stronza torna con un nuovissimo libro, Il Rintocco. Tolling death.

Emma è un’adolescente di sedici anni che vive con il padre, maestro internazionale di tennis, attraversando l’Europa in lungo e in largo, porta sempre con sé uno dei suoi manga , sogna di diventare una disegnatrice di fumetti e di trasferirsi in Giappone. Ma, un giorno, tutto si ferma; arriva una lettera da Venezia di un’agenzia immobiliare che comunica di aver finalmente trovato il compratore per la villa dove lei ha passato l’infanzia prima della tragedia.
Aveva solo sei anni quando sua madre scomparve, nel nulla. La cercarono per ore, giorni, mesi, poi alla fine il padre non reggendo lo strazio, decise di scappare da quella casa che sembrava aver inghiottito la moglie e con lei tutta la sua felicità.
La lettera arriva come un uragano nella vita di Emma costringendola a fare i conti con il passato, con un dolore mai sopito, con domande che mai hanno avuto risposta.
Sarà proprio quando tornerà in quella villa che i pezzi del puzzle cominceranno ad incastrarsi.

 

In esclusiva per i lettori di ChronicaLibri i primi tre capitoli di questo attesissimo libro che riesce a coniugare la freschezza del genere young adult con il coinvolgimento emotivo di un grande romanzo e il fascino dei luoghi descritti (una villa veneta del 1637 – nella foto – è la stessa nella quale vive l’autrice), il tutto condito dall’astuta penna di Irene Vella.
Primo Capitolo

Emma

Lunghi capelli castani ad incorniciare un viso dai tratti latini, carnagione olivastra, occhi verdi, un filo di eye liner e un po’ di mascara, unico vezzo da “femmina”, due piccole trecce che le incorniciavamo i lineamenti, infagottata nei suoi jeans e nei suoi maglioni extralarge, Emma da lontano poteva sembrare una teenager come tante.
Ma bastava guardarla un po’ più a lungo per capire che ogni suo gesto, ogni suo sguardo, tradiva una profondità che non rispecchiava i suoi anni.
Era il dolore che parlava per lei, la sofferenza di una bambina cresciuta senza madre, ma di cui sembrava la copia esatta.
Dieci anni, erano passati dieci anni da quel terribile 21 giugno 2003, giorno in cui sua madre scomparve nel nulla, inghiottita dalla stessa casa dove abitavano, in paese dicevano fosse scappata volontariamente, ma solo Emma e suo padre sapevano che mai Lucrezia si sarebbe allontanata sua sponte.
Le era successo qualcosa, e quell’incertezza, quel non sapere, avevano fatto fuggire Andrea da quel posto che le aveva rubato la sua donna, il suo amore, la madre di sua figlia, condannato a vivere nel dubbio, aveva accettato il primo posto all’estero, che il suo procuratore e amico di vecchia data, Vincenzo gli aveva proposto.
Due anni in Francia come maestro internazionale di tennis, con possibilità di rinnovo, avrebbe affidato la prestigiosa scuola che dirigeva al suo socio e amico fraterno Francesco, così nulla in quel luogo lo avrebbe potuto trattenere.
In fondo era quello che voleva: scappare lontano dai ricordi e “sopravvivere” anche se ogni anno che passava, Emma si trasformava in una piccola Lucrezia, ed entrambi sapevano che nessun’altra avrebbe preso il posto nel suo cuore.
Poi era venuta l’Inghilterra, la Spagna, e dopo dieci anni l’occasione di rientrare in Italia, come allenatore personale di Igor Draga, promessa del tennis, e non sapeva come dirlo ad Emma, aveva paura di un suo rifiuto.
Era appena rientrata da scuola, sedici anni portati con garbo, nonostante la bellezza “sfacciata” ben distante dalle sue coetanee, sembrava appartenere ad un’altra epoca, suonava il flauto traverso come se non avesse mai fatto nient’altro nella vita, ma tirava di boxe come una professionista, in lei coesistevano due anime, e nessuna delle due poteva fare a meno dell’altra.
A. “Emma devo dirti una cosa, vieni qua.”
E. “ Aspetta un attimo, sono al telefono con Pilar” e via di spagnolo.
Gli spostamenti frequenti avevano portato anche dei benefici, la ragazzina parlava correntemente oltre l’italiano, l’inglese, il francese e lo spagnolo, il padre se l’era cavata con le frasi base e tecniche che servivano per insegnare tennis, ma di sicuro non aveva la padronanza linguistica della figlia.
E. “ Eccomi che succede?”
A. “ Mi ha telefonato Vincenzo, c’è un incarico di prestigio, mi ha proposto di allenare Igor Draga, di tornare in Italia.”
E. “ No dico stai scherzando vero babbo? Quel bamboccio “sonofigosonobello” che pensa di essere chissà chi, antipatico come la morte? ”
A. “ Frena la lingua bambolina, punto primo Igor ha la tua età, quindi ti sei data della bamboccia, punto secondo quando si tratta di lavoro non hai le competenze per giudicare, punto terzo lo conosci solo attraverso le parole dei giornali, e dei sentito dire. Sai anche tu come spesso nel mondo dello sport, e non solo, si cerchi di costruire un personaggio intorno ad una persona, in ogni caso questa volta potrai scoprirlo da sola, lunedì abbiamo l’aereo prenotato.”
E. “ Ecco come al solito il mio parere non conta nulla..”
A. “ Certo che conta, però quando si tratta di lavoro sai che non abbiamo scelta, e tu sei ancora troppo piccola per prendere decisioni che ti riguardino in autonomia. Quando sarai maggiorenne, potrai decidere cosa fare, per adesso ti tocca seguire il tuo vecchio babbo.”
E. “ Ecco tanto per cambiare, mi ero appena ambientata, mi ero fatta degli amici nuovi, ma tu hai idea di cosa significhi stravolgere la mia vita ogni due/tre anni (se va bene)?
A. “dai vedila in modo positivo: quando sarai più grande potrai viaggiare a scrocco facendoti ospitare da tutti gli amici sparsi per il mondo, come diresti tu: non è una figata?
E. “Non mi fai ridere per niente, e smettila di utilizzare un linguaggio che non ti appartiene, sei ridicolo.”
A. “Emma adesso sono serio, prepara la valigia che tra due giorni partiamo, quando saremo sul posto sceglieremo anche la scuola dove iscriverti.”
E. “ Ti devo anche ringraziare visto che parli al plurale quando dici di scegliere la scuola? Come sei umano. Bel modo di iniziare le vacanze estive. ”.
E concluse il discorso sbattendosi la porta della camera alle spalle, come faceva sempre quando sapeva che tanto non sarebbe servito a nulla parlare, la decisione era stata presa, il dado tratto: sarebbe tornata in Italia.
Si buttò sul letto si mise le cuffie e accese il suo ipod a tutto volume, cercando di stordirsi per non pensare, ma come sempre appena chiudeva gli occhi vedeva il viso di sua mamma sorriderle e venirle incontro a braccia aperte, con la sua risata cristallina e quella massa di capelli color rame ad incorniciarle l’ovale perfetto.
Iniziò a piangere in silenzio, quelle immagini sembravano così vere che a volte aveva persino sperato di addormentarsi per sempre solo per poterla riabbracciare, per sentire di nuovo il suo profumo, per ascoltare ancora una volta la sua voce.
La ferita rimaneva sempre aperta nonostante il passare degli anni, ma la cosa che le provocava più dolore era non poterne parlare proprio con suo padre, l’unico che avrebbe dovuto (e potuto) capirla.
Andrea pensava che non parlarne aiutasse Emma a dimenticare, non sapendo che sua figlia custodiva gelosamente i ricordi di sua madre, e che desiderava solo poterli condividere con lui.

Villa Maria_VellaMa la parte più difficile doveva ancora arrivare, insieme al nuovo incarico, era
arrivata una mail dell’agenzia immobiliare che comunicava di avere trovato degli acquirenti per Villa Maria.
La verità era che il lavoro era stata una diretta conseguenza della mail, e della successiva telefonata con Nicoletta, la mediatrice immobiliare, che aveva chiaramente fatto capire ad Andrea che la villa necessitava di ristrutturazioni, ergo la sua presenza diventava indispensabile ai fini della vendita.
Prima di decidere sul da farsi, si era dovuto consultare con Vincenzo, vagliare proposte lavorative in Italia, e quando nell’arco di ventiquattro ore era arrivata la possibilità di allenare Igor (Draga) lo aveva preso come un segnale del destino.
Andrea in fondo era sempre stato molto fatalista, non credeva nelle coincidenze, credeva nel destino, ed era profondamente convinto che le cose accadessero per un motivo ben preciso, e che quest’ultimo presto o tardi si sarebbe palesato.
Il ragazzo prodigio abitava a Mirano, a due passi da Dolo, proprio sulla Riviera del Brenta, dove si trovava villa Maria, troppe cose si stavano incastrando alla perfezione, sembrava che ci fosse un burattinaio che stesse organizzando il loro rientro.
Qualche anno prima si sarebbe opposto con tutte le sue forze, ma adesso forse era arrivato il momento di smettere di combattere ed assecondare questo strano fato che a distanza di un decennio lo riportava dove tutto era cominciato.
Tornava da Lucrezia.

 

 

I prossimi due capitoli saranno pubblicati nei prossimi due lunedì. Il resto de Il Rintocco sarà presto in tutte le librerie.

“I tre giorni della famiglia Cardillo”, il nuovo libro di Flavio Pagano in anteprima esclusiva

I tre giorni della famiglia Cardillo_chronicalibri_anteprimaGiulia Siena
ROMA
– Sarà in libreria la prossima estate per Piemme ma qui, in anteprima esclusiva per coloro che amano l’ottima letteratura, si svela un po’. È “I tre giorni della famiglia Cardillo”, il nuovo libro di Flavio Pagano (nella foto in basso), l’autore che, dopo il successo di “Perdutamente” (Giunti, 2013), cambia completamente genere. Nasce, così, un libro che è una commedia nera, pulp ed esilarante, che promette di fare scalpore per il ritratto graffiante che fa della società italiana e del suo rapporto con i media, e per l’originalità della vicenda, che tocca senza pudori il tema del rapporto tra mafia e potere.

 

I Cardillos, una famiglia italoamericana che vive a Detroit, tornano in Italia per partecipare al faraonico matrimonio della figlia di un grande boss. Nonostante siano nostalgici del Belpaese, i Cardillos sono pieni di stereotipi: pensano che le musiche di Gigi d’Alessio le abbia scritte Giuseppe Verdi, pensano che Michelangelo siano due persone Michele e Angelo e credono che in Italia tutto sia piccolo, comprese le montagne e i criminali; ma su questo punto si sbagliano di grosso, mentre attraversano il Cilento, luogo di fascino e mistero, si perdono e finiscono nelle mani di un serial killer, uno che fa sul serio. Quella che dovrebbe essere la vittima predestinata non è affatto inerme: al contrario è un killer di professione, un uomo abituato a lottare e a uccidere, e la situazione darà luogo a un travolgente susseguirsi di colpi di scena. Intanto, simultaneamente, sia i Carabinieri che la mafia stessa indagano sull’accaduto.

Flavio Pagano_chronicalibri_anteprimaLa storia si arricchisce, così, di una sfumatura thriller che aggiunge ritmo alla magistrale scrittura di Flavio Pagano. Una scrittura ironica – come sempre nei libri di Pagano, l’attenzione allo stile di scrittura e ai registri letterari è grande – (da non confondersi con la banale e sorpassata satira sul mondo mafioso)  che rende «I tre giorni della famiglia Cardillo» un romanzo vivido e che non fa sconti: il suo realismo è per certi versi agghiacciante. I mafiosi di questa commedia nera sono divertenti, ma non c’è buonismo. La loro convinzione che la violenza possa risolvere tutto, trova sconcertanti conferme; i suoi protagonisti, poi, sono mafiosi veri, spietati e pronti a tutto. E, soprattutto, sono efficienti.

 

Thriller d’azione e giallo all’italiana si fondono in questa storia ad alto ritmo, calata profondamente nella realtà della provincia italiana. Emblematico, quasi, lo scalpore che viene raccontato nel libro  – come in tanti amari casi della cronaca vera – quando giornalisti da tutta Italia accorrono nel paesino cilentano di Petina (un luogo incantevole nel cuore del Parco nazionale del Cilento) a caccia di scoop. Ma questa è solo un’anteprima; per assaporare “I tre giorni della famiglia Cardillo”, le sue citazioni tratte da “Il padrino” o “Pulp fiction” (in cui Tony Cardillo crede che Ezechiele Ventisette non sia un nome biblico seguito dall’incarnazione dei versetti, ma semplicemente il nome e cognome dell’autore) e l’esplosiva vitalità dei personaggi, non vi resta che aspettare l’uscita di questa bellissima «mafiàba». Cos’è la «mafiàba»? La «Mafiàba», azzeccatissimo neologismo di Pagano, è una favola mafiosa, dove tutto è alla rovescia. Soprattutto la morale….

Anteprime: leggi in esclusiva "Brivido eterno", romanzo sensuale e peccaminoso

ROMA – Grazie alla collaborazione con Leggereditore puoi leggere su ChronicaLibri l’esclusiva anteprima di “Brivido eterno”, l’ultimo libro di Larissa Ione in tutte le librerie dal 31 marzo. Il romanzo è il primo volume di una saga intrisa di sensualità, avventura e azione, solo per un pubblico adulto.

1.
Il demone è un principe dell’aria e può assumere diverse forme, ingannare i nostri sensi per un certo periodo di tempo; ma il suo potere è limitato,può terrorizzarci ma non farci del male.
Robert Burton, Anatomia della malinconiaSe non fossero stati in ospedale, Eidolon avrebbe ucciso il
tizio che implorava per la propria vita.

Ma visto che le cose stavano così, avrebbe dovuto salvare
il bastardo.Il paziente rispose con un gemito. «Derc.»
«Ascoltami bene, Derc. Curerò questa brutta ferita, ma farà
male. Parecchio. Cerca di non muoverti. E non gridare come
un diavoletto spaventato.»
«Dammi qualcosa per il dolore, pezzo di merda di un parassita.»
«Dottor parassita.» Eidolon fece un cenno al vassoio degli
strumenti e Paige, una delle poche infermiere umane, gli passò le pinze vascolari.
«Derc, amico, hai mangiato uno dei figli di quell’Umber prima che ti scoprisse?»
L’odio defluì dal corpo di Shade quando Derc scosse il capo,
mostrando i denti affilati, mentre gli occhi brillavano arancioni.
«Allora oggi non è proprio la tua giornata fortunata. Non
hai fatto uno spuntino e non avrai nemmeno qualcosa per il dolore.»
Concedendosi un ghigno sinistro, Eidolon clampò l’arteria
danneggiata in due punti mentre Derc gridava ignobili imprecazioni
e lottava contro le cinghie di contenzione che lo tenevano fermo sul tavolo metallico.
«Bisturi.»
Paige gli passò lo strumento e Eidolon incise sapientemente
tra le due clamp. Shade si chinò per osservarlo mentre tagliava
il tessuto arterioso a brandelli per poi ricongiungere i
due capi nuovamente intatti. Un brivido caldo gli percorse il
braccio destro lungo i segni che aveva sulla pelle fino alle punte
delle dita guantate, e l’arteria si fuse. Il mangiatore di bambini
non avrebbe più dovuto preoccuparsi dell’emorragia.
Dall’espressione di Shade, però, avrebbe dovuto preoccuparsi
di sopravvivere non appena avesse messo piede fuori dall’ospedale.
Non sarebbe stata la prima volta che Eidolon salvava la vita a
un paziente per poi vederlo morire subito dopo la dimissione.

sul monitor accanto al letto. «Potrebbe collassare.»
«C’è un’altra perdita di sangue da qualche parte. Stabilizza la pressione.»
Riluttante, Shade mise il palmo della mano sulla cresta ossea
della fronte di Derc. Le cifre sul monitor scesero improvvisamente,
poi si alzarono ancora e infine si stabilizzarono,
ma il cambiamento sarebbe stato temporaneo. I poteri di Shade
non potevano sostenere una vita che non c’era, e se Eidolon
non avesse trovato il problema, l’intervento di Shade non
sarebbe servito a nulla.
Una rapida valutazione delle altre ferite non rivelò nulla
che potesse spiegare il calo delle funzioni vitali. Poi, proprio
sotto la dodicesima costola, trovò una cicatrice fresca. Sotto
il taglio netto qualcosa gorgogliava.
«Shade.»
«Per le fiamme dell’inferno» disse Shade in un sospiro. I
suoi occhi si mossero in modo frenetico mentre si passava le
dita fra i capelli quasi corvini che, arrivandogli alle spalle, erano
più lunghi ma dello stesso colore di quelli di Eidolon. «Potrebbe
non essere niente. Non è detto che siano stati i ghoul.»
Ghoul. Non si trattava dei mostri che secondo il folklore
umano si nutrivano di cadaveri. Così venivano chiamati coloro
che facevano a pezzi i demoni per vendere le loro parti al
mercato nero degli inferi.
Sperando che il fratello avesse ragione, ma di certo non così
ingenuo, Eidolon premette delicatamente sulla cicatrice.
«Derc, che è successo qui?»
«Mi sono tagliato.»
«Questa è una cicatrice chirurgica.»
L’
la chirurgia sulla loro specie e Derc non era mai stato ricoverato
prima d’allora.
Eidolon percepì il puzzo pungente della paura. «No. È sta-
«La pressione sta scendendo.» Lo sguardo di Shade era concentratoUG era l’unica struttura sanitaria al mondo che praticasse10to un incidente.» Derc strinse i pugni, gli occhi privi di palpebre
erano disperati. «Devi credermi.»
«Derc, calmati. Derc?»
Le spie del monitor cominciarono a suonare e al divoratore
di bambini vennero le convulsioni.
«Paige, prendi il carrello delle emergenze. Shade, alza le funzioni vitali.»
Un misterioso lamento sembrò fuoriuscire da ogni poro
della pelle di Derc e un fetore di bacon andato a male e liquirizia
riempì lo spazio angusto. Paige vomitò la colazione nel
bidone dell’immondizia. Il tracciato dell’elettrocardiogramma era piatto. Shade tolse
la mano dalla fronte del paziente.
«Odio quando fanno così.» Chiedendosi cosa avesse spaventato
Derc a tal punto da fargli decidere di fermare da solo
le proprie funzioni vitali, Eidolon aprì la cicatrice con un
colpo deciso del bisturi, sapendo cos’avrebbe trovato, ma col
bisogno di esserne assolutamente certo.
Shade infilò la mano nella tasca della divisa e tirò fuori l’immancabile
gomma da masticare. «Cosa manca?»
«Il sacco di Pan Tai. Raccoglie i materiali di rifiuto e li reintegra
nell’organismo, così la sua specie non deve mai urinare o defecare.»
«Che praticità» mormorò Shade. «E uno cosa se ne farebbe?»
Paige si tamponò la bocca con una spugna chirurgica, aveva
un colorito ancora verdognolo, anche se il puzzo della morte
del paziente si era prevalentemente dissolto. «Il contenuto
viene usato durante alcuni riti vudu che colpiscono i movimenti intestinali.»
Shade scosse la testa e diede all’infermiera un pacchetto di
gomme. «Non c’è più niente di sacro?» Si voltò verso Eidolon.
«Perché non l’hanno ucciso? Hanno ucciso gli altri.»
«Valeva di più da vivo. La sua specie riesce a farsi ricrescere
un organo nel giro di qualche settimana.»
«Cosa da cui avrebbero tratto profitto.» Shade si lasciò sfuggire
una sfilza di imprecazioni, incluse alcune che Eidolon
non aveva mai sentito nonostante i suoi cento anni d’età. «Deve
trattarsi dell’Aegis. Morbosi bastardi.»
Chiunque fossero i bastardi in questione, erano stati piuttosto
occupati. I paramedici avevano portato in ospedale dodici
corpi mutilati nelle ultime due settimane e la violenza era
andata crescendo. Alcuni segni sui corpi delle vittime indicavano
che erano state squartate mentre erano ancora vive… e coscienti.
Peggio ancora: alla maggior parte dei demoni non importava
nulla, e quelli a cui importava non avrebbero cooperato con
i Consigli delle altre specie per aprire un’indagine. AEidolon
importava, non solo perché era implicato qualcuno con conoscenze
mediche, ma perché era solo una questione di tempo
prima che i macellai acciuffassero qualcuno che conosceva.
«Paige, informa l’obitorio perché vengano a prendere il
corpo e comunica loro che voglio una copia del risultato dell’autopsia.
Ho intenzione di scoprire chi sono questi stronzi.»
«Dottor E.» Eidolon non aveva fatto più di dieci passi
quando Nancy, una vampira che faceva l’infermiera da prima
di essere trasformata, lo chiamò dalla postazione dietro al
banco dell’accettazione. «Ha chiamato Skulk, ha detto che sta
portando qui un Cruentus. Arrivo stimato fra due minuti.»
Eidolon si lasciò quasi sfuggire un gemito. I Cruenti vivevano
per uccidere, il loro desiderio di carneficina era così incontrollabile
che persino durante l’accoppiamento a volte si
facevano a pezzi a vicenda. L’ultimo Cruentus che avevano
avuto come paziente si era liberato delle cinghie di contenzione
e aveva distrutto mezzo ospedale prima che riuscissero a sedarlo.
«Prepara la sala emergenza 2 con le cinghie rinforzate in
oro e chiama il dottor Yuri. Alui piacciono i Cruenti.»
«Ha detto anche che porta un paziente a sorpresa.»
Questa volta Eidolon gemette sul serio. L’ultima sorpresa
di Skulk si era rivelata un cane investito da un’auto. Un cane
che lui poi si era dovuto portare a casa perché lasciarlo uscire
dal pronto soccorso avrebbe significato offrire un bel pasto
a un certo numero di membri dello staff. Adesso quel piccolo
bastardo maledetto si era già mangiato tre paia di scarpe e
aveva preso il controllo del suo appartamento.
Shade sembrava combattuto tra dar sfogo all’irritazione
con Skulk, la sua sorella Umber, e flirtare con Nancy, con cui
era già stato a letto due volte per quel che ne sapeva Eidolon.
«La uccido.» Chiaramente, alla fine aveva vinto l’irritabilità.
«Non se la becco prima io.»
«Lei è off limits per te.»
«Non hai mai detto che non posso ucciderla» puntualizzò
Eidolon. «Hai solo detto che non posso andare a letto con lei.»
«Vero.» Shade si strinse nelle spalle. «Uccidila tu, allora.
Mia madre non mi perdonerebbe mai.»
Shade aveva ragione su questo. Sebbene Eidolon, Wraith e
Shade fossero demoni di pura razza Seminus figli dello stesso
padre ormai defunto, le loro madri erano tutte di specie
differenti e tra loro quella di Shade era la più materna e protettiva.
I segnalatori alogeni rossi ruotarono sui montanti attaccati
al soffitto, per segnalare l’arrivo dell’ambulanza. La luce cremisi
inondò la stanza, portando in evidenza le scritte sulle
pareti grigie. Quella tonalità non era stata la prima scelta di
Eidolon, ma tratteneva gli incantesimi meglio di qualsiasi altro
colore, e in un ospedale in cui tutti erano il nemico mortale
di qualcuno, ogni vantaggio era decisivo. Per questo i simboli
e gli incantesimi erano stati modificati per aumentare i
loro poteri protettivi.
13Invece della pittura, erano scritti col sangue.
L’ambulanza penetrò nei recessi della struttura sotterranea
e l’adrenalina iniziò a scorrere con violenza nelle vene di
Eidolon. Amava questo lavoro. Amava gestire quell’angolino
d’inferno personale, per lui era quanto di più vicino al paradiso
avesse mai trovato.
L’ospedale, situato sotto le strade affollate di New York e
nascosto con la magia proprio sotto al naso degli umani, era
la sua creatura. Ma era anche la sua promessa al genere demoniaco,
che vivesse nei meandri della terra o in superficie insieme
agli umani: sarebbe stato curato senza discriminazioni, la
sua razza non era abbandonata da tutti.
Le porte scorrevoli del pronto soccorso si aprirono con un
sibilo e il paramedico che faceva coppia con Skulk, un lupo
mannaro che odiava tutto e tutti, spinse dentro una barella cui
era stato legato per sicurezza un Cruentus sanguinante. Eidolon
e Shade si misero al passo con Luc: sebbene fossero entrambi
sul metro e novanta, i dieci centimetri in più e la corporatura
imponente del licantropo li faceva sentire dei nani.
«Cruentus» ringhiò Luc, perché non produceva mai altro
suono quando era in forma umana, come in quel momento.
«Trovato privo di coscienza. Frattura esposta di tibia e perone
alla gamba destra. Ferita lacerocontusa alla base della nuca inferta
da un colpo. Entrambe le lesioni si sono rimarginate. Profonde
lacerazioni non rimarginate all’addome e alla gola.»
Eidolon sollevò un sopracciglio. Solo l’oro o armi perfezionate
con la magia avrebbero potuto causare ferite del genere.
Tutte le altre lesioni si richiudevano da sole mentre il Cruentus si rigenerava.
«Chi ha chiamato aiuto?»
«Li ha trovati un vampiro. Il Cruentus e…» indicò con l’unghia
lunga del pollice l’ambulanza alle proprie spalle, dove
Skulk aveva tirato fuori la seconda barella «quella
Eidolon si fermò di colpo, e Shade con lui. Per un istante,

Uno dei medici le aveva tagliato i vestiti di pelle rossa che giacevano
sotto di lei come se fosse stata scuoiata. Adesso aveva
addosso solo le cinghie, reggiseno e mutandine neri e una vasto
assortimento di fodere per armi legate alle caviglie e agli avambracci.
Un brivido gli percorse la spina dorsale a doppia articolazione:
cazzo, no, questo non doveva succedere. «Hai portato
una cacciatrice dell’Aegis nel mio ospedale? Che diavolo ti è saltato in mente?»
Skulk sbottò esasperata, lo fulminò con i penetranti occhi
grigi che si accordavano con la pelle e i capelli cinerei. «Che
altro avrei dovuto farne? La sua partner è finita in pasto ai topi.»
«Il Cruentus ha neutralizzato una cacciatrice?» chiese Shade,
e quando la sorella annuì percorse con lo sguardo l’umana
ferita. I comuni esseri umani costituivano una minaccia insignificante
per i demoni, ma quelli che appartenevano all’Aegis,
un’associazione guerriera volta a sterminarli, non avevano
nulla di comune. «Non avrei mai pensato di ringraziare un
Cruentus. Avresti dovuto lasciare pure questa ai topi.»
«Le sue lesioni potrebbero risparmiarci un po’ di lavoro.»
Skulk snocciolò la lista delle ferite, tutte serie, ma la peggiore
– il polmone perforato – poteva anche accelerare il decesso.
Skulk le aveva praticato una decompressione con un ago e per
il momento la cacciatrice era stabile, il colorito era buono. «E
poi» aggiunse «la sua aura è debole, sottile. Non sta bene da molto tempo.»
Paige si avvicinò a loro, nei suoi occhi nocciola brillava
qualcosa di simile alla soggezione. «Mai vista una Buffy prima
d’ora. Non una viva, comunque.»
«Io sì. Diverse.» La voce roca di Wraith arrivò da qualche
parte alle spalle di Eidolon. «Ma non sono rimaste vive a lungo.
» Wraith, praticamente identico ai fratelli tranne che per
entrambi fissarono la femmina umanoide priva di coscienza.
alle spalle, prese il controllo della barella. «La porto fuori
e la faccio sparire.»
Farla sparire.
che l’Aegis aveva fatto a loro fratello, Roag. Una perdita
che Eidolon ancora sentiva come una crepa nell’anima. «No»
disse, digrignando i denti per quella decisione. «Aspetta.»
Per quanto lo allettasse l’idea di lasciare che Wraith facesse
a modo suo, solo tre tipi di creature potevano essere respinte
dall’
macellai dell’Aegis non erano tra queste. Una svista cui aveva
intenzione di rimediare. Certo, in qualità di quello che era
l’equivalente del capo dello staff medico in un ospedale umano,
lui aveva l’ultima parola: poteva lasciar morire la donna,
ma era stata concessa loro una rara opportunità. I suoi sentimenti
nei confronti dei cacciatori dovevano essere messi da parte.
«Portala in sala emergenza 1.»
«Ascolta,» disse Shade abbassando il tono per la disapprovazione
«averla catturata per poi lasciarla andare non mi
sembra una buona idea in questo caso. E se è una trappola?
E se ha addosso un dispositivo di localizzazione?»
Wraith si guardò attorno come se si aspettasse di vedere i
cacciatori dell’Aegis – loro si facevano chiamare Guardiani – comparire dal nulla.
«C’è l’incantesimo di Protezione.»
«Solo se ci attaccano dall’interno. Se ci trovano, potrebbero
cercare di far saltare l’edificio.»
«Occupiamoci di lei e dopo penseremo al resto.» Eidolon
spinse la barella nella sala predisposta, i fratelli paranoici e
Paige subito dietro di lui. «Abbiamo l’opportunità di imparare
qualcosa su di loro. La conoscenza che potremmo acquisire
supera di gran lunga gli eventuali pericoli.»
Allentò le cinghie e le sollevò la mano sinistra. L’anello argento
e nero che portava al mignolo aveva un’aria piuttosto
innocua, ma quando lo sfilò lo stemma dell’Aegis inciso al suo
interno confermò l’identità della donna e gli provocò un brivido.
Se le dicerie erano vere, qualsiasi gioiello che recasse inciso
quello scudo era imbevuto di poteri che conferivano ai cacciatori
la visione notturna, la protezione da certi incantesimi,
l’abilità di vedere attraverso i mantelli dell’invisibilità… e solo
gli dèi sapevano chissà che altro.
«Sarà meglio che tu sappia quello che fai, Eidolon.» Wraith
chiuse la tenda con uno strattone per lasciare fuori il personale sbalordito.
A giudicare dal numero degli astanti, probabilmente la
voce aveva cominciato a circolare. Venite a vedere Buffy, l’incubo«Non fai così tanta paura adesso, vero, piccola assassina?»
mormorò Eidolon infilandosi i guanti.
Il labbro superiore della donna si arricciò, come se lo avesse
sentito, e lui d’un tratto ebbe la certezza che non avrebbe
perso la paziente. La morte disdegnava forza e cocciutaggine,
qualità che si sprigionavano da lei a ondate. Incerto se la
sua sopravvivenza fosse una cosa positiva o negativa, le tagliò
il reggiseno per controllare le lacerazioni al torace. Shade,
che era rimasto in giro a ciondolare in attesa che iniziasse
il suo turno, stabilizzò le funzioni vitali, attenuando i suoi respiri faticosi e gorgoglianti.
«Paige, determina il gruppo sanguigno e portami una sacca
di gruppo 0 umano mentre aspettiamo.»
L’infermiera si mise al lavoro e Eidolon allargò la ferita più
grave della cacciatrice con il bisturi. Sangue e aria gorgogliarono
attraverso il polmone danneggiato e le pareti del torace
mentre inseriva le dita e univa i lembi lacerati per la fusione.
Wraith incrociò le braccia sul petto, i bicipiti si contraevano
come se volessero partire alla carica e uccidere la cacciatrice

Leggereditore tutti i diritti riservati.
appostato nei nostri armadi e pronto all’agguato.
Era la cosa giusta da fare. Dopotutto, era quellogli occhi azzurri e i capelli biondi – quasi bianchi – lunghi finoUG, in base allo statuto che lui stesso aveva redatto, e i.

«Avolte essere un medico è uno schifo» borbottò, e trafisse
il demone in abiti umani con una siringa piena di enoxacina.
Il paziente urlò quando l’ago penetrò nel tessuto lacerato
della coscia, iniettando nella ferita il medicinale per prevenire
eventuali infezioni.
«Non lo hai sedato prima?»
Eidolon ridacchiò per le parole del fratello minore. «L’incantesimo
di Protezione mi impedisce di ucciderlo. Non mi
trattiene dal dispensare un po’di giustizia durante la terapia.»
«Non riesci a lasciarti il vecchio lavoro alle spalle, eh?» Shade
aprì completamente la tendina che separava due dei tre
cubicoli del pronto soccorso e si avvicinò. «Questo figlio di
puttana mangia i neonati. Lascia che lo accompagni fuori io
in sedia a rotelle, poi gli spaccherò quel culo sciancato.»
«Si è già offerto di farlo Wraith.»
«Se fosse per lui, Wraith liquiderebbe tutti i pazienti.»
Eidolon borbottò. «Probabilmente è un bene che il nostro
fratellino non abbia intrapreso la strada della medicina.»
«Non l’ho fatto nemmeno io.»
«Tu avevi altri motivi.»
Shade non aveva voluto passare troppo tempo sui libri, soprattutto
perché il suo potere di guarigione si addiceva di più
al mestiere che aveva scelto, il paramedico. Tutto quello che
faceva era togliere i pazienti dalla strada e tenerli in vita finché
lo staff dell’Underworld General non li avesse sistemati.
Il sangue gocciolò sul pavimento di ossidiana mentre Eidolon
esplorava con lo specillo la ferita più grave del paziente.
Una femmina di demone Umber – la stessa specie della
madre di Shade – aveva sorpreso il paziente dopo che si era
intrufolato nella camera dei bambini e in qualche modo era
riuscita a trafiggerlo diverse volte con lo scopettino del water.
D’altra parte, i demoni Umber erano straordinariamente
forti nonostante la corporatura minuta. Soprattutto le femmine.
In diverse occasioni Eidolon aveva tratto piacere dall’impiego
di quella forza sotto le lenzuola. In effetti, quando non
sarebbe più riuscito a resistere al ciclo di maturazione finale
in cui era entrato il suo corpo, pensava di scegliere una femmina
Umber come sua prima infadre. Le Umber erano ottime
madri e raramente uccidevano la progenie indesiderata di un demone Seminus.
Mettendo da parte i pensieri che lo affliggevano sempre
più spesso con l’avvicinarsi del Cambiamento, Eidolon diede
un’occhiata al viso del paziente. La pelle, che sarebbe dovuta
essere di un intenso color ruggine, ora era pallida per il
dolore e la perdita di sangue. «Come ti chiami?»

Anteprima: leggi un estratto de "Il letto di rose", il nuovo romanzo di Nora Roberts (Leggereditore)

ROMA – In anteprima su ChronicaLibri un estratto del nuovissimo romanzo scritto da Nora Roberts e pubblicato da Leggere Editore. “Il letto di rose” è il secondo episodio della serie Il quartetto della sposa, che ha già conquistato il cuore di centinaia di migliaia di lettrici nel mondo.
1
I dettagli le affollavano la mente, molti in modo confuso,
Emma controllò l’agenda degli appuntamenti mentre prendeva
la prima tazza di caffè. Le consulenze consecutive le davano
la stessa carica della forte miscela zuccherata. Assaporandola, si appoggiò allo schienale della sedia nel comodo ufficio per leggere le annotazioni che aveva aggiunto a margine dei dati di ogni cliente.

Nella sua esperienza, la personalità della coppia – o spesso, più precisamente, della sposa – la aiutava a determinare il tono della consulenza, la direzione che avrebbero seguito.
Secondo la concezione di Emma, i fiori erano il cuore del matrimonio.
Che fossero eleganti o divertenti, ricercati o semplici, i fiori rappresentavano il romanticismo.
Il suo lavoro era dare ai clienti tutto il cuore e il romanticismo che desideravano.
Sospirò, si stiracchiò, poi sorrise al vaso di roselline sulla
scrivania. La primavera, pensò, era il meglio. La stagione dei
matrimoni entrava nel vivo… Il che significava giornate indaffarate
e lunghe notti a progettare, disporre, creare, non solo
per i matrimoni di questa primavera, ma anche per la successiva.
Amava la continuità quanto il lavoro stesso.
Ecco quel che Promesse aveva dato a lei e alle sue tre migliori
amiche. Continuità, un lavoro gratificante e quel senso
di realizzazione personale. E lei era finita a giocare con i fiori,
a vivere con i fiori, praticamente a immergersi tra i fiori ogni giorno.
Pensierosa, si osservò le mani, esaminando i piccoli graffi
e i tagli minuscoli. In certi giorni li considerava cicatrici fatte
sul campo di battaglia, in altri medaglie al valore. Quella mattina
desiderò soltanto di essersi ricordata di prenotare una manicure.
Diede uno sguardo all’ora, fece due calcoli. Di nuovo carica,
balzò in piedi. Facendo una deviazione in camera, prese
una felpa scarlatta col cappuccio e la infilò sopra il pigiama.
C’era abbastanza tempo per passare dall’edificio principale
prima di vestirsi e prepararsi per la giornata. Lì la signora Grady
avrebbe preparato la colazione, così Emma non avrebbe
dovuto frugare in tutta casa per cucinarsi qualcosa da sola.
La sua vita, pensò mentre scendeva le scale saltellando, era piena di squisiti privilegi.
Attraversò il soggiorno che utilizzava come reception e sala
di consulenza e si guardò rapidamente attorno mentre si
dirigeva alla porta. Avrebbe cambiato l’acqua ai fiori in esposizione
in tempo per il primo appuntamento della giornata,
ma oh, quei Lilium orientalis non si erano aperti meravigliosamente?
Uscì da quello che era stato l’alloggio per gli ospiti di villa
Brown e che ora era la sua casa e la base operativa di Bouquet,
la sezione di Promesse gestita da lei.
Respirò a fondo l’aria primaverile. E tremò.
Accidenti, perché non poteva fare un po’ più caldo? Era
aprile, per l’amor di dio. Era il tempo delle giunchiglie. Com’erano
allegre le viole del pensiero che aveva piantato nei
vasi. Si rifiutava di permettere a una giornata gelida – e, okay, a dirla tutta stava cominciando anche a piovigginare – di rovinarle l’umore.
Si strinse nella felpa, infilò la mano che non reggeva la tazza
di caffè in tasca e cominciò a camminare in direzione dell’edificio principale.
Le cose stavano tornando a prendere vita intorno a lei, ricordò a sé stessa. Se si guardava attentamente, si riusciva a scorgere la promessa del verde sugli alberi, l’indizio della delicata
fioritura del corniolo e del ciliegio. Quelle giunchiglie
volevano sbocciare, e i fiori di zafferano selvatico lo avevano
già fatto. Forse ci sarebbe stata un’altra nevicata primaverile,
ma il peggio era passato.
Presto sarebbe giunto il momento di sporcarsi le mani, di
portare alcune delle sue meraviglie fuori dalla serra e metterle
in mostra. Lei si occupava di bouquet, festoni e ghirlande,
ma niente superava madre natura nel fornire il più struggente
scenario per un matrimonio.
E niente, secondo lei, batteva villa Brown nel valorizzare tale scenario.

I giardini, il pezzo forte persino adesso, presto sarebbero
esplosi di colori, boccioli, profumi, invitando le persone a gironzolare
per i sentieri sinuosi e a sedersi su una panchina, a
rilassarsi al sole o all’ombra. Parker aveva incaricato lei – così
come dava incarichi a chiunque altro – di occuparsene,
quindi ogni anno si trovava a giocare, a piantare qualcosa di
nuovo, o a supervisionare la squadra di tecnici del paesaggio.
Le terrazze e i patii creavano dei deliziosi spazi utili all’aperto,
perfetti per matrimoni ed eventi… ricevimenti in piscina,
ricevimenti in terrazza, cerimonie nel roseto o sotto il
pergolato, o magari vicino al laghetto all’ombra di un salice.
Abbiamo ogni possibilità, pensò.
E la casa? C’era qualcosa di più elegante, di più bello? Il
meraviglioso blu tenue, quei caldi tocchi di giallo e crema,
tutti i vari profili del tetto, le finestre ad arco, le balconate in ferro battuto contribuivano a creare quel fascino raffinato. E poi il portico d’entrata sembrava fatto apposta per essere affollato
da vegetazione lussureggiante o da tessuti e colori complessi.
Da bambina aveva sempre pensato a quel posto come al
regno delle fate, con tanto di castello.
Ora era casa sua.
Girò in direzione della dépendance accanto alla piscina dove
la sua socia Mac viveva e gestiva il proprio studio fotografico.
Proprio mentre stava per afferrare la maniglia, la porta si
aprì. Emma sorrise, fece un cenno all’uomo allampanato con
i capelli spettinati e la giacca di tweed che stava uscendo.
«Buongiorno, Carter!»
«Ciao, Emma.»
La famiglia di Carter e la sua si frequentavano da che aveva
memoria. Ora Carter Maguire, ex docente di Yale e insegnate
di letteratura inglese nel liceo che avevano frequentato
da ragazzi, era fidanzato con una delle migliori amiche che avesse al mondo.
La vita non era semplicemente bella, pensò Emma. Era un dannato letto di rose.
Con quel pensiero in mente, non poté far altro che raggiungere
Carter a passo di danza, tirarlo per i risvolti della giacca
mentre si alzava in punta di piedi per dargli un sonoro bacio.
«Wow» disse lui, arrossendo leggermente.
«Ehi.» Mackensie, gli occhi assonnati, la massa di capelli
rossi luminosi nell’oscurità, si appoggiò allo stipite della porta.
«Ci stai provando con il mio ragazzo?»
«Magari. Te lo ruberei, ma tu l’hai sedotto e ammaliato.»
«Hai assolutamente ragione.»
«Bene.» Carter offrì a entrambe un sorriso confuso. «Questo
è davvero un ottimo inizio per la mia giornata. La riunione
dei docenti cui devo partecipare non sarà divertente nemmeno la metà di così.»
«Datti malato.» Mac abbassò il tono della voce con fare seduttivo.
«Ti darò io qualcosa di divertente.»
«Ah. Bene. Comunque… ciao.»
Emma sorrise guardandolo precipitarsi verso la macchina.
«È così carino
«Proprio così.»
«Ma guardati, Ragazza Felice.»
«Fidanzata Felice. Vuoi vedere di nuovo il mio anello?»
«Oooh» fece d’obbligo Emma mentre Mac sventolava le dita. «Aaah.»
«Stai andando a fare colazione?»
«Questo è il mio piano.»
«Aspetta.» Mac entrò un attimo, prese una giacca, poi si
chiuse la porta alle spalle. «Non ho nient’altro di pronto a parte il caffè, quindi…» Mentre scendevano insieme i gradini,
Mac aggrottò la fronte. «Quella è la mia tazza.»
«La vuoi indietro adesso?»
«Io lo so perché sono felice in questa merdosa mattina, ed
è la stessa ragione per cui non ho avuto tempo di fare colazione.
Si chiama ‘facciamo la doccia insieme’.»
«Ragazza Felice e anche Stronza Fanfarona.»
«E ne sono orgogliosa. Perché sei così allegra? Hai un uomo in casa?»
«Purtroppo no. Ma ho cinque consulenze questa mattina.
Il che è un modo grandioso di iniziare la settimana, e segue la scia della deliziosa conclusione della settimana scorsa, con il tè della cerimonia di ieri.»
«La nostra coppia di sessantenni che si è scambiata le promesse e ha festeggiato circondata dai figli di lui, quelli di lei e i nipotini. Non è stato solo dolce, ma rassicurante. Era la seconda
volta per entrambi, eppure eccoli lì, pronti a farlo di nuovo, spinti dal desiderio di condivisione e unione. Ho fatto degli scatti davvero belli. Comunque, credo che quei pazzerelli
ce la faranno.»
«Aproposito di pazzerelli, dobbiamo davvero cominciare
a parlare dei fiori per te. Dicembre sarà anche lontano,» disse rabbrividendo «ma arriverà in un baleno, come ben sai.»
«Non ho nemmeno deciso il tono della foto di fidanzamento.
Né dato un’occhiata ai vestiti, o scelto i colori.»
«Io sono fantastica nei toni delle pietre preziose» disse Emma con uno sfarfallio delle ciglia.
«Tu sei fantastica anche con addosso un sacco. Aproposito
di stronze fanfarone.» Mac aprì la porta che dava nello spogliatoio
e, poiché la signora Grady era tornata dalla sua vacanza invernale, ricordò di pulirsi i piedi. «Non appena troverò il vestito, discuteremo di tutto il resto.»
«Sei la prima tra noi a sposarsi. E a celebrare il matrimonio qui.»
«Già. Sarà interessante vedere come faremo a occuparci
del matrimonio e a parteciparvi allo stesso tempo.»
«Sai che puoi contare su Parker per la logistica. Se c’è qualcuno
che può far andare tutto liscio, quella è Parker.»
Entrarono in cucina, e nel bel mezzo del caos.
Mentre la sempre equilibrata Maureen Grady lavorava ai
fornelli, con movimenti efficienti e viso sereno, Parker e Laurel
si affrontavano da una parte all’altra della stanza.
«Bisogna fare così» insisté Parker.
«Stronzate, stronzate, stronzate.»
«Laurel, questi sono affari. Negli affari bisogna servire i clienti.»
«Lascia che ti dica cosa vorrei servire alla cliente.»
«Adesso smettila.» Parker, i folti capelli castani raccolti in
una coda, indossava già un completo blu notte in previsione
dell’incontro con i clienti. «Ascolta, ho già compilato una lista
con le sue scelte, il numero degli invitati, i suoi colori, le selezioni
floreali. Non dovrai neanche parlarle. Farò io da intermediario.»
«Adesso lascia che ti dica cosa puoi farci con la tua lista.»
«La sposa…»
«La sposa è una testa di cazzo. La sposa è un’idiota, una
stronzetta piagnucolosa che ha fatto ben presente quasi un
anno fa che non avrebbe avuto né il bisogno né il desiderio di
servirsi dei miei particolari servigi. La sposa può baciarmi le
chiappe, che saranno tutto ciò che di mio avvicinerà alla bocca,
perché non mangerà niente preparato da me ora che si è
resa conto della propria stupidità.»
Con addosso pantaloni di cotone e canottiera che usava
per dormire, i capelli ancora spettinati, Laurel si lasciò cadere
su una sedia nell’angolo della colazione.
«Devi calmarti adesso.» Parker si chinò per prendere una
cartellina. Probabilmente gettata a terra da Laurel, pensò Emma.
«Tutto quello che ti serve è qui.» Parker posò la cartellina
sul tavolo. «Ho già assicurato alla sposa che esaudiremo le
sue richieste, quindi…»
«Quindi disegnerai e preparerai una torta di nozze di quattro
strati tra adesso e sabato, e una torta dello sposo, e una selezione
di dessert. Per duecento persone. E lo farai senza esserti
preparata in precedenza e con tre eventi nel week-end e
un evento serale nel giro di tre giorni.»
Con il viso mutato in un’espressione ribelle, Laurel prese la
cartellina e la fece scivolare deliberatamente sul pavimento.
«Adesso ti stai comportando come una bambina.»
«Bene. Sono una bambina.»
«Ragazze, le vostre amichette sono venute a giocare» cantilenò
la signora Grady, in tono eccessivamente dolce, gli occhi che ridevano.
«Oh, sento la mamma che mi chiama» disse Emma e fece per uscire dalla stanza.
«No, non ci provare!» Laurel scattò in piedi. «Senti questa.
Il matrimonio Folk-Harrigan. Sabato, evento serale. Ricorderai,
ne sono certa, come la sposa abbia storto il naso al solo
pensiero che Delizie di Promesse provvedesse alla torta o a
uno qualsiasi dei dessert. Come ha schernito me e i miei suggerimenti e ha ribadito che sua cugina, chef pasticcere a New York che ha studiato a Parigi e ha disegnato torte per occasioni
importanti
«Ti ricordi cosa mi ha detto?»
«Ah.» Emma si spostò leggermente perché il dito di Laurel
puntava dritto al suo cuore. «Non le parole esatte.»
«Be’, io sì. Ha detto che era sicura – e lo ha detto con quel
tono di scherno – che era sicura che potessi occuparmi discretamente
della maggior parte delle occasioni, ma che lei voleva
il meglio per il proprio matrimonio. Me lo ha detto in faccia.»
«Scortese da parte sua, senza dubbio» cominciò Parker.
«Non ho finito» disse Laurel a denti stretti. «Ora, all’ultimo
momento, sembra che la geniale cugina sia scappata con
uno dei propri clienti. Scandalo, scandalo, visto che il suddetto
cliente le aveva commissionato la torta per il suo fidanzamento.
Adesso questi due sono spariti e la sposa vuole che
subentri io e salvi il suo grande giorno.»
«Il che è quello che faremo. Laurel…»
«Non lo sto chiedendo a te.» Le dita puntate su Parker si spostarono
a indicare Mac ed Emma. «Lo sto chiedendo a loro.»
«Che? Hai detto qualcosa?» Mac offrì un sorriso tutto denti.
«Scusa, dev’essermi rimasta dell’acqua nelle orecchie dopo la doccia. Non ho sentito una parola.»
«Vigliacca. Em?»
«Colazione!» La signora Grady girò un dito per aria. «Tutte a tavola. Omelette di chiare d’uovo su pane di segale tostato. Sedete, su. Mangiate.»
«Non mangerò finché…»
«Sediamoci.» Interrompendo l’ennesima filippica di Laurel,
Emma cercò un tono conciliante. «Dammi un minuto per pensare. Sediamoci tutte quante e… oh, signora G, sembra favoloso.» Afferrò due piatti, usandoli come scudi si diresse di
corsa verso l’angolo della colazione. «Ricordiamoci che siamo una squadra» esordì.
«Non sei tu quella insultata e sommersa di lavoro.»
«In realtà, sì. O almeno lo sono stata. Whitney Folk è il primo
esemplare certificato di Spozilla della storia. Potrei riferirvi
gli incubi personali che ho avuto con lei. Ma questa è una storia per un altro giorno.»
«Ne ho qualcuna anch’io» si inserì Mac.
«Così hai riacquistato l’udito» borbottò Laurel.
«È scortese, pretenziosa, viziata, difficile e sgradevole»
continuò Emma. «Di solito quando pianifichiamo un evento,
persino con i problemi che possono insorgere e le comuni
stranezze di certe coppie, mi piace pensare che li stiamo aiutando
a delineare un giorno che darà inizio al loro ‘per sempre
felici e contenti’. Con questa qui? Mi sorprenderei se durasse
due anni. È stata scortese con te, e non credo si trattasse
di scherno, ma di compiacimento. Non mi piace.»
Ovviamente inorgoglita dal sostegno ricevuto, Laurel mostrò
la propria soddisfazione a Parker, poi cominciò a mangiare.
«Detto questo, siamo una squadra. E i clienti, anche le stronzette
compiaciute, devono essere serviti. Questi sono buoni
motivi per farlo» disse Emma mentre Laurel le metteva il broncio.
«Ma ce n’è uno più importante. Farai vedere a quel suo culo
piatto, secco, scortese e compiaciuto cosa può fare uno chef
pasticcere davvero geniale, e per di più sotto pressione.»
«Questa l’ha già usata Parker.»
«Oh.» Emma tagliò una fettina sottile della propria omelette.
«Be’, è la verità.»
«Potrei cuocermi al forno anche quella mangiauomini di sua cugina.»
«Senza dubbio. Personalmente, credo che dovrebbe strisciare, almeno un po’.»
«Se strisciasse mi andrebbe bene» considerò Laurel. «E anche se implorasse.»
«Dovrei essere in grado di fornire un po’di entrambe le cose.» Parker sollevò il proprio caffè. «Inoltre l’ho informata che per soddisfarla con così poco preavviso dovremmo applicare
una penale. Le ho aggiunto il venticinque percento. Ha accettato
come se si trattasse di un’ancora di salvezza, e in realtà ha pianto di gratitudine.»
Una nuova luce balenò negli occhi viola di Laurel. «Ha pianto?»
Parker piegò il capo e alzò un sopracciglio rivolta a Laurel.
«Allora?»
«Anche se la storia del pianto mi scalda il cuore, dovrà comunque
accettare quello che le darò e farselo piacere.»
«Assolutamente.»
«Devi solo informarmi di cosa decidi o quando lo decidi»
le disse Emma. «Preparerò i fiori e le decorazioni per la tavola.»
Diede un’occhiata comprensiva a Parker. «Ache ora ti ha chiamato per dirti tutto questo?»
«Stanotte alle tre e venti.»

Laurel diede un buffetto sulla mano di Parker. «Scusami.»
«Questa è la parte di lavoro che spetta a me. Ce la faremo. Ce la facciamo sempre.»
Ce la facevano sempre, pensò Emma mentre cambiava
l’acqua ai fiori nel soggiorno. Era certa che sarebbe sempre
stato così. Diede uno sguardo alla foto che conservava in una
semplice cornice bianca, e che ritraeva tre bambine che giocavano
a ‘Matrimonio’ in un giardino d’estate. Quel giorno aveva fatto la sposa e aveva tenuto il bouquet di erbacce e fiori selvatici, aveva indossato il velo di pizzo. Ed era stata incantata
e deliziata quanto le amiche quando la farfalla blu si
era posata sul dente di leone del suo bouquet.
Anche Mac era lì, naturalmente. Dietro la macchina fotografica,
a immortalare quel momento. Considerava un miracolo
non da poco che avessero trasformato il fantasioso gioco
della loro infanzia in una florida società.
Niente più denti di leone adesso, pensò mentre sprimacciava
i cuscini. Ma quante volte aveva visto lo stesso sguardo
deliziato e incantato sul viso di una sposa quando le offriva
un bouquet studiato appositamente per lei. Solo per lei.
Sperò che l’incontro che stava per iniziare alla fine si risolvesse
la primavera successiva con lo stesso sguardo incantato
sul volto della sposa.
Sistemò le sue cartelline, i suoi album, i suoi libri, poi si diresse
allo specchio per controllare capelli, trucco e la linea del
completo pantalone che aveva indossato.
La presentazione, pensò, è una priorità per Promesse.
Si allontanò dallo specchio per rispondere al telefono:
«Bouquet di Promesse. Sì, ciao, Roseanne, certo che mi ricordo
di te. Matrimonio in ottobre, giusto? No, non è troppo presto per prendere queste decisioni.»
Mentre parlava, Emma prese l’agenda dalla scrivania e la
aprì. «Possiamo organizzare una consulenza la prossima settimana,
se per te va bene. Puoi portare una foto del vestito?
Grandioso. E hai già scelto gli abiti per le damigelle, o i loro colori?
Mmh-mmh. Ti aiuterò io per ogni cosa. Che ne dici di lunedì alle due?»
Segnò l’appuntamento, poi guardò sopra la propria spalla quando sentì l’auto avvicinarsi.
Una cliente al telefono, un’altra alla porta.
Quanto amava la primavera!
Emma mostrò all’ultima cliente della giornata l’area di
esposizione in cui teneva composizioni con la seta e bouquet,
insieme ad altri modelli sui tavoli e sugli scaffali.
«Questo l’ho preparato quando mi hai mandato l’email
con la foto del tuo abito e l’idea base dei tuoi colori e fiori preferiti.
So che mi avevi detto che preferivi un grande bouquet a cascata, ma…»
Emma prese dallo scaffale il bouquet di rose e lilium legato con un nastro di seta bianco tempestato di perle. «Volevo soltanto che vedessi questo prima di prendere una decisione
definitiva.»
«È bellissimo, e in più sono i miei fiori preferiti. Ma non sembra, non so, grande abbastanza.»
«Con la foggia del tuo vestito, la linea della gonna e la
splendida decorazione di perline del corpetto, il bouquet più
contemporaneo potrebbe stridere un po’. Voglio che tu abbia
esattamente ciò che desideri, Miranda. Questo modello è più
vicino a quello che avevi in mente.»
Emma prese un bouquet a cascata dallo scaffale.
«Oh, è come un giardino!»
«Sì, è vero. Lascia che ti mostri un paio di foto.» Aprì il raccoglitore
sul bancone, ne tirò fuori due.
«È il mio vestito! Con i due bouquet.»
«La mia socia, Mac, fa magie con Photoshop. Queste ti
danno un’idea piuttosto precisa di come ogni stile risulti con
il tuo abito. Non c’è una scelta sbagliata. È il tuo giorno, e ogni
dettaglio deve essere esattamente come desideri.»
«Però hai ragione tu, vero?» Miranda studiò entrambe le
foto. «Quello grande in un certo senso, be’, mette in ombra il
vestito. Ma l’altro, sembra proprio fatto apposta. È raffinato,
ma pur sempre romantico. È romantico, no?»
«Direi di sì. I lilium, con quel tocco di rosa, contrastano con
le rose bianche e il pizzico di verde chiaro. La trama del nastro
bianco, il bagliore delle perle. Ho pensato, se la cosa ti piace,
che potremmo usare solo i lilium per le tue damigelle, forse
con il nastro rosa.»
«Credo…» Miranda portò il modello di bouquet davanti allo
specchio orientabile vecchio stile posizionato nell’angolo
della stanza. Il sorriso le sbocciò come un fiore sul viso mentre
studiava la propria immagine. «Credo che sembri fatto da
una fata davvero molto creativa. E lo adoro.»
Emma ne prese nota sul suo taccuino. «Ne sono lieta. Lavoreremo a partire dai bouquet. Metterò dei vasi trasparenti sul tavolo principale, così i bouquet non solo resteranno freschi,
ma serviranno anche come elemento decorativo durante
il ricevimento. Ora, per il lancio del bouquet stavo pensando
alle sole rose bianche, in formato più piccolo di questo.»
Emma prese un altro modello. «Legate con nastri bianchi e rosa.»
«Sarebbe perfetto. Si sta rivelando tutto più semplice di
quanto pensassi.»
Compiaciuta, Emma prese un altro appunto. «I fiori sono
importanti, ma devono anche essere divertenti. Non ci sono
scelte sbagliate, ricordalo. Da tutto quello che mi hai detto, vedo
‘romantico moderno’come stile del matrimonio.»
«Sì, è esattamente quello che cerco.»
«La tua nipotina, la prima damigella, ha cinque anni, giusto?»
«Li ha compiuti proprio il mese scorso. È davvero eccitata
al pensiero di spargere i petali di rosa lungo la navata.»
«Ci scommetto.» Emma cancellò dalla propria lista mentale
l’idea di un pomander. «Potremmo usare questo cesto stilizzato,
rivestito di satin bianco, decorato con roselline, circondato
anch’esso di nastri rosa e bianchi. Potremmo farle
un’aureola, sempre di roselline bianche e rosa. Dipende dal
vestitino, e da quello che ti piace, possiamo mantenerlo sul
semplice oppure potremmo far scendere dei nastri lungo la schiena.»
«I nastri, assolutamente. È proprio civettuola. Sarà elettrizzata
all’idea.» Miranda prese l’aureola che Emma le stava porgendo.
«Oh, Emma. Sembra una coroncina! Da principessa.»
«Esattamente.» Quando Miranda la sollevò per metterla
sulla propria testa, Emma rise. «Una bambina di cinque anni
sarà in estasi. E tu sarai per sempre la sua zia preferita.»
«Sarà un amore. Sì, sì, a tutto. Cesto, aureola, nastri, rose, colori.»
«Grandioso. Mi stai rendendo facile il lavoro. Ora pensiamo alle madri e alle nonne. Potremmo fare dei corsage, al polso o appuntati su una spalla, usando rose o lilium o entrambi. Ma…»
Sorridendo, Miranda posò di nuovo l’aureola. «Ogni volta
che dici ‘ma’si tratta di un’idea fantastica. Quindi, ma?»
«Pensavo che potremmo rispolverare il classico tussymussy.»
«Non ho idea di cosa sia.»
«È un piccolo bouquet, come questo, inserito in un piccolo
contenitore per mantenere i fiori freschi. Potremmo sistemare
dei sostegni ai loro tavoli, sempre a scopo decorativo,
solo un po’ più degli altri. Potremmo usare lilium e rose, in
miniatura, ma forse invertendo i colori. Rose rosa, lilium
bianchi, il solito tocco verde chiaro. Oppure, se non si accompagnano
ai loro vestiti, tutto bianco. Piccoli, non troppo delicati.
Io userei qualcosa come questo in argento, niente di troppo
elaborato. Poi potremmo farli incidere con la data delle
nozze, o i vostri nomi, i loro nomi.»
«È come se avessero i loro bouquet. Come se fossero una
miniatura del mio. Mia madre…»
Quando gli occhi di Miranda si inumidirono, Emma si
sporse per prendere la scatola di fazzolettini che teneva a portata
di mano.
«Grazie. Li voglio. Devo pensare ai monogrammi. Mi piacerebbe
discuterne con Brian.»
«Abbiamo tutto il tempo.»
«Ma li voglio. Il contrario del mio, credo, perché così sono
più personali. Resterò seduta qui per un minuto.»
Emma andò a sedersi con lei, mise i fazzoletti in un punto
accessibile per Miranda. «Sarà bellissimo.»
«Lo so. Lo vedo. Riesco già a vederlo, e non abbiamo ancora
cominciato con le decorazioni e i centrotavola e, oh, tutto
il resto. Ma riesco a vederlo. Devo dirti una cosa.»
«Certamente.»
«Mia sorella, la mia… damigella d’onore? Mi ha davvero
fatto pressione perché ci affidassimo a Felfoot. È sempre stato
il
«È favoloso, e fanno sempre un ottimo lavoro.»
«Ma Brian e io ci siamo innamorati di questo posto. L’aspetto,
l’atmosfera, il modo in cui voi quattro lavorate insieme. Ci
è sembrato adatto a noi. Ogni volta che vengo qui, o che incontro
una di voi, so che avevamo ragione. Avremo il più
splendido dei matrimoni. Mi dispiace» disse, asciugandosi di
nuovo gli occhi.
«Non devi.» Emma prese un fazzolettino per sé. «Sono lusingata,
e niente mi rende più felice dell’avere una sposa seduta
qui a piangere lacrime di gioia. Che ne dici di un bicchiere
di champagne per alleggerire un po’ le cose prima di
cominciare con le boutonnière?»
«Davvero? Emmaline, se non fossi innamorata pazza di
Brian, chiederei a te di sposarmi.»
Con una risata, Emma si alzò. «Torno subito.»
Più tardi, Emma salutò l’eccitatissima sposa e, moderatamente
esausta, si sistemò nel proprio ufficio con un bricco di
caffè. Miranda aveva ragione, pensò mentre registrava tutti i
dettagli. Avrebbe avuto il più splendido dei matrimoni. Una
marea di fiori, un’atmosfera contemporanea con tocchi di romanticismo.
Candele e lo splendore, e il luccichio di nastri e
velo. Rosa e bianco con una punta di blu e verde a fare da contrasto.
Argento brillante e vetro trasparente per dare risalto.
Linee lunghe e la stravaganza delle luci.
Mentre preparava un contratto particolareggiato, si congratulò
con sé stessa per la giornata molto produttiva. E poiché
avrebbe trascorso la maggior parte di quella successiva
lavorando ai preparativi del loro evento serale di metà settimana,
considerò l’idea di andare a letto presto.
Avrebbe resistito alla tentazione di andare a vedere cos’aveva cucinato per cena la signora G, si sarebbe preparata un’insalata, magari un po’di pasta. Si sarebbe accoccolata sul
divano con un film o una pila di riviste, avrebbe chiamato sua
madre. Sarebbe riuscita a fare tutto, a trascorrere una serata
rilassante e a essere a letto per le undici.
Mentre correggeva la bozza del contratto, il telefono emise
i due squilli ravvicinati che segnalavano la sua linea personale.
Controllò il display, sorrise.
«Ciao, Sam.»
«Ciao, bellissima. Che ci fai a casa quando dovresti essere
fuori con me?»
«Sto lavorando.»
«Sono le sei passate. Molla tutto, tesoro. Adam e Vicki danno
una festa. Potremmo mangiare qualcosa insieme prima.
Ti passo a prendere tra un’ora.»
«Ehi, calma. Ho detto a Vicki che questa sera proprio non
mi andava bene. Ho avuto una giornata piena oggi, e ne avrò
ancora per un’ora prima di…»
«Dovrai pur mangiare, no? E se hai lavorato tutto il giorno,
meriti un po’di svago. Vieni a divertirti con me.»
«È carino da parte tua, ma…»
«Non farmi andare alla festa da solo. Facciamo un salto lì,
beviamo qualcosa, un paio di risate, ce ne andiamo quando
ci pare. Non spezzarmi il cuore, Emma.»
Gettò uno sguardo al soffitto e vide il suo piano per una serata
di relax andare in fumo. «Non ce la faccio per cena, ma
possiamo vederci lì per le otto.»
«Ti passo a prendere alle otto.»
E poi farai di tutto per entrare quando mi riaccompagnerai
a casa, pensò. E questo non succederà. «Ci vediamo là. Così
se io me ne devo andare e tu vuoi restare a divertirti, puoi
farlo.»
«Se questo è il massimo che riesco a ottenere, ci sto. Ci vediamo là.»
posto a Greenwich, lo sai, ed è bellissimo.»
, si sarebbe occupata di tutti i dolci.