Bompiani: “Le stelle fredde” di Guido Piovene

Daniela Distefano
CATANIA“Anch’io non ero sceso in quella conca a ricordare, ma a togliermi ogni illusione di poterlo fare, perché ogni ricordo era morto, com’ero quasi morto anch’io, eccettuata un’irrequietezza spettrale senza il vigore della vita. L’obbligazione che mi ero proposto forse era proprio quella di veder morire con me tutti i residui del passato”.

Premio Strega 1970, il romanzo Le stelle fredde (Bompiani) di Guido Piovene racconta la catarsi mancata di un uomo che perdendo l’amore della propria donna, precipita nell’astrattezza delle emozioni, e finisce col voltare pagina troppo bruscamente. Dopo aver lasciato la città per trasferirsi nella casa avita in campagna, il protagonista viene sospettato dell’omicidio di una persona che nutriva per lui antichi rancori. Ha inizio così una fuga da sé e un ritiro dal mondo durante il quale incontrerà un amico nella persona di Sergio e un redivivo Fedor Dostoevskij che si chiede: “il mondo si ricorda ancora di me?” “Che domanda!” rispose Sergio. “Sappia allora, se le fa piacere, che la sua gloria cresce sempre. Si studia Dostoevskij, lo si ristudia, lo si imita, si subisce la sua influenza, i personaggi dei suoi libri sono familiari a tutti; senza Dostoevskij insomma questo bel mondo non sarebbe quello che è”. Continua

Intervista a Giancarla Dapporto

Matteo Dottorini
ROMA
– ChronicaLibri intervista Giancarla Dapporto, autrice de “La ribellione di Antigone”

Perché ha deciso di raccontare la storia di Antigone? Dopotutto nei tragici è possibile trovare personaggi meno noti, meno rivisitati e sotto certi punti di vista più complessi.
La tragedia di Sofocle viene continuamente rappresentata, studiata, riscritta ancora oggi, dopo duemilaquattrocento anni, perché affronta i famosi conflitti fondamentali che ancora oggi rimangono i nodi irrisolti di ogni società: conflitto fra diritti umani e leggi politiche, conflitto fra individuo e società, conflitto fra generazioni, fra uomo e donna, fra vivi e morti.
E Antigone, la principessa tebana che va incontro alla morte per sostenere il diritto alla pietà, continua a commuoverci, ma anche ad affascinarci, a causa della misteriosa potenza del suo gesto. “Ade…” dice Antigone “…brama il rito funebre e non distingue tra buoni e cattivi.”
Ogni interpretazione di questa tragedia dà ad Antigone un nuovo volto, una diversa voce ed anche una diversa anima. Da Hegel ad Anouilh, a Brecht, alla Yourcenar, sono innumerevoli gli autori di ieri e di oggi che se ne sono innamorati. Più si legge intorno all’Antigone, più il mistero della sua bellezza e vitalità s’infittisce, come quando, puntando il telescopio nel blu della notte, il tondo della lente si riempie di miliardi di stelle. Antigone è una galassia. La bellezza intramontabile di Antigone sta anche negli aspetti della sua personalità, che confluiscono in straordinaria forza di carattere e purezza di sentimenti, uniti a una lucidità intellettuale rara e poco compresa e alla consapevolezza del dolore.
Qualche anno fa ho ritrovato le parole di Antigone nei versi sublimi della tragedia omonima:“Non son d’ieri né d’oggi, ma da sempre vivono e nessuno sa quando apparvero.” Si tratta delle grandi leggi eterne che sono a fondamento della civiltà. Una commozione improvvisa ha fatto riaffiorare il ricordo della mia tesi sulla Fenomenologia dello spirito, dove Hegel definisce Antigone radiosa figura etica, un’essenza etica pura.
A volte, in un periodo storico così sovraffollato di linguaggi contradditori e mistificanti, è necessario sospendere il giudizio per chiedersi:“Come far aderire il significato delle parole alla verità che devono esprimere?” Bisognerebbe tornare alla lingua dei classici greci, al mito.

Perché affidare il racconto alla sorella Ismene?
La voce narrante di Ismene riporta in prima persona e, per così dire, in presa diretta sia gli avvenimenti più lontani che i più vicini. Ismene inizia a interrogarsi sulle cause che hanno provocato la morte della sorella e in questa ricerca, passo dopo passo, ci conduce nell’azione viva della tragedia.
Antigone si rivolge a Ismene chiamandola sorella nel sangue comune, che vuol dire più che sorella di sangue, quasi fossero tessute insieme da un rapporto osmotico. Le correnti osmotiche possono, a volte, annullare la personalità individuale, dissolvere la persona e “permettere agli esseri umani di fluire gli uni negli altri” (Keats). Dunque, quasi uno sdoppiamento del personaggio di Antigone.
Ho avuto qualche riluttanza ad assumere il personaggio di Ismene in positivo, tanto ero affascinata dall’eroina Antigone. Poi, mossa da compassione verso noi mortali comuni, ho preso in considerazione la povera derelitta Ismene, simbolo della femminilità vituperata, che nessuno ama, che ognuno dimentica, destinata a rimanere fuori dalla storia.
Ho immaginato fosse la minore dei fratelli. Mi ha affascinato la visione del mondo di una ragazzetta da poco uscita dall’adolescenza, davanti a fatti gravi come l’incesto dei genitori, immersa nella solitudine a cui era stata costretta dopo la morte della madre e la partenza di Edipo per l’esilio insieme ad Antigone.
Ismene assiste a ogni azione, soffre, interviene, cerca di aiutare la sorella, la ammira ma sa di essere diversa, sa di non voler rinunciare alla vita, alle seduzioni di Eros, che inizia a serpeggiare nel suo giovane corpo. Ci sono molti dialoghi fra le due sorelle, che si snodano durante il loro viaggio di ritorno a Tebe mentre infuria la battaglia sotto le sue mura della città. C’è una relazione fra colpa e destino? E quale fu la colpa che ricade sulle loro teste innocenti?
Quando Antigone viene condannata a morte, Ismene vacilla e in un impeto di generosa disperazione si auto-accusa di averla aiutata a seppellire Polinice. Ma Antigone interviene a scagionarla, salva Ismene perché sarà lei a raccontare tutta la storia. Ismene è la donna che ha scelto di vivere, anche sotto il giogo dell’oppressione.
Vuole dimenticare le colpe dei padri, non vuole essere vittima del destino. Riuscirà a fuggire, ma non potrà dimenticare e diventerà l’erede delle idee della sorella, colei che racconterà al mondo, scrivendo sui fogli di papiro, importati da Cadmo, la storia di Antigone.


Perché proprio questa storia meritava di essere messa in prosa?
Ho sentito la necessità di condividere la passione per Antigone con gli altri; questa storia è un tale tesoro di sapienze e di emozioni che dovrebbe essere oggetto di studio nelle scuole superiori, perché, se le ragazze e i ragazzi la conoscessero, avrebbero gli insegnamenti morali e razionali per comprendere le dinamiche della società odierna. Perciò conscia di affrontare un sacro mostro, ho sentito l’impulso di riscrivere questa materia incandescente in forma divulgativa per tutti.
L’Antigone di Sofocle è un testo per il teatro e non tutti hanno la possibilità di vederlo rappresentato. La lettura del testo di Sofocle non può supplire alla mancanza dell’ambientazione, delle voci, dei costumi, delle danze del coro, che creano la suspance, insomma della drammaturgia cui è destinato. Inoltre anche assistendo alla rappresentazione teatrale, il testo è difficile da penetrare, da approfondire, per cogliere la complessità dei rapporti familiari che legano i personaggi nel rapporto fra colpa e destino. Al tempo di Sofocle i personaggi mitici erano di dominio comune. Tutti sapevano la storia di Edipo- ricorrono parecchie iscrizioni e immagini nell’arte vascolare dell’ antica Grecia- ed è in questo senso che ho cercato di ricostruire l’intero mito di Tebe, per facilitare al lettore la comprensione dei destini fatali che coinvolgono tutti i personaggi, immaginando le azioni ambientate nei paesaggi dell’antica Grecia.
Antigone è un testo anche filosofico. Partendo dal mito di Tebe, dal connubio e dallo scontro fra dei e uomini, nella discendenza da Cadmo e Armonia e dai Seminati, figli del serpente, si potrebbero individuare le origini del genere umano e la duplicità della sua identità, divina e terrena. Così, quando il maestro dell’accademia tesse le lodi dell’uomo, insegna agli allievi la differenza fra legge e diritto e sostiene che il vero male è la superbia. Una sorta di cecità che infrange l’equilibrio fra natura e cultura e porta tutti alla catastrofe. L’Antigone è di un’attualità insospettabile.


Chi sono i Creonti e le Antigoni di oggi? Dove li ritrova e come dovrebbero agire?
A mio avviso i Creonti oggi sono molti, purtroppo. Si potrebbero ravvisare in coloro che, insuperbiti dal potere, perdono di vista la realtà e il dovere che sono chiamati a compiere, in quanto rappresentanti dei cittadini, e provocano danni alle persone e alla natura.
Sono ravvisabili nelle istituzioni che tentano di sopraffare i bisogni e le idee delle persone, opponendo alle leggi democratiche principi religiosi, ostacolando la libertà del singolo di espletare il proprio culto o seguire la propria scelta laica. Mettere in contrasto queste istanze, che dovrebbero rimanere parallele, è un errore di superbia perché, come dice Sofocle, entrambe appartengono ai mortali.
Le Antigoni sono coloro che in tutto il mondo difendono strenuamente i diritti umani contro le barbarie e le inciviltà, si oppongono alle leggi sia laiche che religiose che infrangono i diritti inalienabili della persona. Certo il conflitto esiste, è ineliminabile. Tutti siamo responsabili e chiamati a eleggere degni governanti, ma anche a diffondere e scambiare le idee, a controllare costantemente gli eventi della politica. Siamo noi a creare i dittatori, con la nostra indifferenza.
Ma oggi credo che si debba intendere l’azione di Antigone come ribellione all’imposizione del potere di decidere della vita dei singoli. Se il suo amato fratello Polinice si trovasse in coma profondo e fosse tenuto in vita forzatamente, a causa di un obbligo legislativo, Antigone potrebbe compiere lo stesso gesto di pietà: lasciare scivolare il suo corpo amato nell’atro talamo che tutti ci accomuna, poi dargli sepoltura. Non farebbe altro che seguire una legge sacra antichissima, che sta a fondamento delle prime civiltà.
Nei conflitti armati che oggi opprimono alcuni paesi vediamo come, dopo la distruzione di una città, i parenti dei combattenti caduti richiedano la restituzione del cadavere per dargli la dovuta sepoltura rituale. E, purtroppo, a volte, veniamo a sapere con dolore che dai vincitori viene impedita la restituzione e che i cadaveri vengono lasciati come carcasse allo scempio dei rapaci e degli elementi naturali, per sottolineare che non appartenevano alla comunità degli uomini. Oltre alle perdite della guerra, anche l’ ultimo oltraggio viene inflitto ai vinti.


Possiamo attenderci da lei altre storie ispirate o riprese dalla classicità e dai miti greci?
Sto studiando testi della Grecia classica e ho molte idee, ma non posso ancora rivelare l’argomento.

La tragedia secondo Ismene

Matteo Dottorini
ROMA
– Che cos’è “La ribellione di Antigone”… di certo un libro, l’ultimo lavoro di Giancarla Dapporto, edito da Portaparole che ripercorre alcuni stralci della tragedia di Sofocle, ma è anche altro, molto altro.
E’ un testamento, che Antigone, figlia di Edipo, lascia ai posteri per mano della sorella minore Ismene. E’ Ismene infatti che la Dapporto, andando controcorrente rispetto alla tradizione, ingaggia come narratore di questa tragedia. Antigone, di ritorno dal lungo esilio durante il quale ha assistito il padre Edipo, è testimone dello scontro tra i fratelli maggiori che, per questioni dinastiche, si tolgono la vita l’un l’altro sotto le mura di Tebe. Lo zio Creonte, successore al trono, nega la sepoltura a Polinice, tra i due defunti il fratello reo di aver guidato un esercito straniero contro la città. Antigone, allora, dopo aver fatto appello alle leggi eterne degli dei e reclamato una degna sepoltura per il fratello traditore, vistasi negare la richiesta dall’irremovibile zio, si toglie la vita come sacrificio, mettendo fine all’intera dinastia reale.
“La ribellione di Antigone”, però, è anche un buon compendio del ciclo tebano. La giovane Ismene narra gli epici natali della sua famiglia, genìa divina, ma vittima della maledizione degli dei che porterà lei, la più giovane e meno coraggiosa tra i discendenti di Cadmo e Armonia, a rimanere l’unica sopravvissuta e, allo stesso tempo, testimone di un ciclo glorioso e ancor più tragico.
Ma “La ribellione di Antigone” è soprattutto il racconto dell’eterna lotta tra due passioni: in questo caso la tracotanza, la Hybris, del sovrano, e la Pietas di Antigone.
La Dapporto, attraverso Ismene, racconta e, nel farlo, mostra. Mostra delle immagini, un flusso di immagini usando uno stile asciutto, senza orpelli. I ragionamenti e il filo dei pensieri della voce narrante sono funzionali allo svolgimento, filologicamente ineccepibile, delle vicende. La prosa e i dialoghi, sempre essenziali, conservano il pathos della teatralità originaria.
Rimane intatta la dimensione religiosa, perduta in altri adattamenti moderni della tragedia. Gli dei,ossia le forze e le passioni che i greci riconoscevano e umanizzavano, tornano ad essere il motore della tragedia. La negazione del loro ascendente, individuabile nella tracotanza del sovrano, torna nell’opera della Dapporto il punto centrale degli eventi da cui scaturiscono la ribellione di Antigone, il suo suicidio e, nella catarsi finale, la resa di Creonte che, finalmente, apre gli occhi di fronte alla sua stoltezza. Elemento non da poco, che mette luce sulla profonda conoscenza e il grande rispetto per il pensiero greco da parte dell’autrice.
Giancarla Dapporto, con uno stile semplice e comprensibile a tutti, come lo stesso Sofocle, narra una storia epica e inossidabile, adattando il linguaggio della sua prosa agli archetipi che essa racconta, sempre attuali e che non necessitano di alcuna vera modernizzazione. Non è mai semplice riscrivere i classici, la tentazione di adattarli ai tempi per renderli commercialmente accattivanti e fruibili al largo pubblico, o quella di attualizzali, mettendoli in sintonia con la corrente sociologica sposata dall’autore di turno, presta spesso il fianco all’emergere di stereotipi dal sapore scolastico, quando non scade in stucchevoli adattamenti postmoderni. Il pericolo è sempre lo stesso: individuare un buono e un cattivo, pratica che, inesorabilmente, pone un velo sulla saggezza antica che, da ogni classico, letteralmente trabocca nelle nostre mani. Una saggezza smarrita eppure pronta all’uso, così preziosa e utile per la costruzione di una coscienza personale, sociale, civica e che, in questo frangente storico, andrebbe più che mai recuperata. La Dapporto, nel suo breve libro, mantiene pulsante questa saggezza e ha, tra l’altro, il merito di non trasformare Antigone in quel modello di proto-femminista , nichilista o ribelle, tanto caro a certi ambienti giornalistici, letterari e soprattutto politici novecenteschi.
E’ tutto questo che rende “La ribellione di Antigone” un romanzo di formazione, un testo da possedere, adatto a chiunque: a chi ama i tragici e a chi ha fruito anche dei loro svariati adattamenti,a chi ama le storie di eroine che non passano con la moda del momento, a chi mastica Calasso e a chi cerca un ottimo libro per far conoscere alcuni personaggi, per la prima volta, ai propri figli.

“Prendila con filosofia!”

Stefano Billi
ROMA – Che cos’è la filosofia? Cosa vuol dire “amore per il sapere”?

Per la maggior parte delle persone la filosofia si manifesta come una materia di studi liceali, che per tre anni si è costretti ad imparare: nozioni, concetti, sforzi mentali – anche ardui – per una disciplina che i più fortunati (o sfortunati, a seconda della prospettiva del lettore!) dovranno approfondire solo per poco tempo della loro carriera scolastica. Dunque, uno sforzo limitato nel tempo, ecco il significato ultimo che taluni potrebbero dare alla filosofia, relegandola ad una sorta di “naya” del pensiero.

Fortunatamente, la filosofia non è affatto questo.

A testimoniarlo, tra gli innumerevoli testi che l’umanità ha conosciuto, c’è l’interessantissimo libello “Prendila con filosofia!”, edito da Il Melangolo, che racchiude al suo interno una serie di massime di pensiero di alcuni tra i più imponenti filosofi greci dell’antichità, tant’è che l’opera riporta – come autori – la dicitura “Socrate & C.”.

L’opera si suddivide in una settantina di tematiche di vita quotidiana – come l’amore, la morte, la virtù, l’odio, la libertà, il tempo – affrontate attraverso il contributo di quel manipolo di pensatori ellenici succitati, come se si chiedesse ad uno di essi la propria risposta in merito alle grandi questioni dell’esistenza.

Così, in poche righe, si conosceranno massime d’esperienza che aiutano a riflettere sul senso profondo delle cose e su come i problemi che ci affliggono spesso possano essere risolti facendo ricorso alla filosofia, che diviene dunque un modus vivendi da coltivare quotidianamente.

Tant’è che le origini della filosofia la tratteggiano, più che come una scienza o un lusso speculativo, piuttosto come una riflessione collegata fortemente alla realtà quotidiana, praticata per le strade, nelle piazze, a riprova della sua “utilità pratica”.

Il libro, perciò, lungi dal voler rappresentare un trattato filosofico o una dissertazione sui massimi sistemi, ha il pregio invece di manifestarsi come una serie di esercizi di pensiero sui temi importanti per la vita di ognuno. Praticando costantemente la filosofia e lasciandosi aiutare dall’imprescindibile contributo di quei filosofi che hanno determinato l’evoluzione culturale dell’umanità, il lettore può davvero plasmare la propria coscienza per arrivare così ad una vera salute dell’animo, indispensabile quanto la salute corporea.

Per dirla alla maniera dei curatori dell’opera, “prendila con filosofia significa dunque: sforzati di prenderti cura della tua vita attraverso gli esercizi filosofici“, col vigoroso incitamento proveniente dai quei maestri greci ad allenare la propria esistenza, per diventare concretamente libero!

Allora cosa aspetti?

“Prendila con filosofia!”

A cavallo di diverse identità, leggendo "Il fu Mattia Pascal"

Stefano Billi
Roma – Talvolta, nella vita di ognuno, capita di trovarsi di fronte a quei momenti difficili in cui verrebbe voglia di lasciare la propria esistenza per costruirsene una nuova.
Dare un taglio netto a ciò che si è per dar luce ad un nuovo io, che si caratterizzi per non avere problemi né preoccupazioni di alcun genere. Ed ecco allora che si ricorre a viaggi con un solo biglietto di andata per mete tropicali, meglio ancora se atolli sconosciuti, dove una misera somma che qui in Italia servirebbe solo a sopravvivere, là può costituire un vero e proprio patrimonio.
In realtà, l’ideale di rifarsi una vita accantonando la propria identità precedente, specie se sommersa da innumerevoli fastidi terreni, non è poi così invitante come sembra.
A ricordarcelo è “Il fu Mattia Pascal”, un appassionante romanzo di Luigi Pirandello pubblicato per la prima volta nel 1904 a puntate sulla rivista “Nuova Antologia” che, sebbene risalga alla prima decade dello scorso secolo, rivela una modernità sorprendente.
La trama del racconto può agevolmente riassumersi nel tentativo del protagonista, Mattia Pascal, di fuggire dalla propria esistenza problematica e irta di difficoltà.
Oppresso da un matrimonio ormai fallimentare, da debiti che incombono sul suo capo come una spada di Damocle, il Pascal scappa dalla sua terra, la Sicilia, sino ad arrivare a Montecarlo: il grimaldello all’evasione da un mondo che gli offre solo asfittiche prospettive sarà una lauta vincita al gioco d’azzardo, che, apparentemente, gli avrebbe permesso di risolvere tutti i suoi guai. Tuttavia, un destino beffardo lo porta a scoprire che, durante la sua assenza, egli è stato creduto morto, e perciò tale condizione di defunto lo porta a doversi ricostruire una nuova vita. Prende forma così Adriano Meis, un homo novus che nasce per sostituire lo sciagurato Mattia Pascal, ma che in realtà si dimostra essere una fragile maschera di cartapesta.
Adriano Meis, infatti, sebbene costituisca la chance per Mattia Pascal di riscattarsi dalla sua esistenza, sarà sempre una finzione, e come tale perciò non troverà corrispondenza alcuna nel mondo reale. Meis non esiste, se non nella dimensione inventata dal Pascal. Allora, a poco a poco, il protagonista comprende come questa sua invenzione debba addivenire ad una conclusione, e perciò anche l’identità – questa sì, irreale – del Meis viene abbandonata, per ritornare nei panni di Mattia Pascal.
Purtroppo però questa nuova immedesimazione nella propria vita originaria non può ristabilire lo status quo precedente alla fuga monegasca, e così il personaggio chiave della vicenda si trova costretto a far ritorno in una terra dove ormai, per gli altri abitanti, lui è solo un defunto.
L’opera pirandelliana è tutta protesa alla divulgazione del messaggio inerente la struttura ontologica dell’uomo, la cui identità consiste nell’attribuzione di un ruolo, che ad ognuno viene assegnato dal contesto sociale in cui ci si trova a vivere.
Ognuno è un figurante, in scena quotidianamente sul proprio palcoscenico: oltre il sipario, lontano dai riflettori e dalla propria parte da recitare, c’è la perdita di se stessi e l’allontanamento irreversibile dal proprio io.
“Il fu Mattia Pascal” è un libro irrinunciabile proprio perché ci dimostra che occorre essere ciò che si è chiamati ad essere, non soltanto ciò che si vorrebbe apparire.

"Il conte di Montecristo": un classico senza tempo

Stefano Billi
ROMA – Sovente, parlando dei “classici”, cioè di quei libri che rappresentano la storia della letteratura, la mente associa questa categoria all’immagine del “mattone”: un testo che si compone di centinaia e centinaia di pagine in cui si avviluppa una trama sicuramente complicata (per non dire addirittura contorta), dai contorni noiosi e difficili da seguire.

Insomma, spesso si è portati a pensare che questi libri abbiano, come unico compito, quello di riempire le biblioteche, e oltretutto non quelle domestiche – riservate ai romanzi di ben più bassa levatura – ma quelle, ad esempio, comunali o universitarie.
Invece, è giunto il tempo di riappropriarsi di un patrimonio dell’umanità che, anziché essere lasciato alla mercé di topi e tarme della carta, merita di essere assaporato dalla prima all’ultima pagina.
Perché sono questi capolavori, elaborati dai grandi scrittori di tutte le epoche storiche, che possono permettere alla società di progredire.
Uno di questi libri, che nutre la mente come pochissimi altri racconti sanno fare, è proprio “Il conte di Montecristo”, scritto da Alexandre Dumas (padre) nel 1844.

La trama di questo meraviglioso pilastro della letteratura mondiale è tutta incentrata sulla figura di Edmond Dantès, giovane marinaio che dovrà combattere contro un destino spietato, frutto dell’invidia amorosa di un miserabile invaghitosi della dolce metà del protagonista: tuttavia il fato si rivela, infine, anche sorprendente e difatti l’inaspettata conoscenza dell’abate Faria sconvolge la vita di Edmond, un dono provvidenziale che il Dantès saprà abilmente cogliere.
Pur nelle sue millecinquecento pagine circa, la lettura de “Il conte di Montecristo” è scorrevolissima: lo stile di Alexandre Dumas è affascinante per la sua linearità e semplicità, aspetti che entrambi dimostrano al contempo l’eleganza della penna dello scrittore, che in quest’opera tocca il suo apice narrativo.
Inoltre, va assolutamente rilevata la maestria, impareggiabile, dello scrittore nel costruire un’impalcatura degli eventi che porta il lettore a non voler mai smettere di leggere, quasi che il romanzo fosse stregato; in realtà, non si tratta di un’opera magica, ma piuttosto di una creazione davvero perfetta, come se la sua origine, più che umana, fosse divina.
All’interno del libro l’autore sa mirabilmente descrivere ogni sentimento dell’uomo, dalla rabbia all’ammirazione, dal desiderio di vendetta al perdono.
Ogni parola illumina gli animi dei protagonisti e permette così di svelarne la vera identità.
Dumas sembra dunque assumere le vesti di un ottocentesco Virgilio che disvela a chi legge le reali fattezze emozionali di ogni persona.
“Il conte di Montecristo” è un romanzo che merita di essere letto per la sua infinita bellezza, perché racchiude una storia magnifica che penetra irreversibilmente nell’animo del lettore, ma soprattutto perché permette di innalzare il proprio pensiero e sfiorare le imponenti vette artistiche della letteratura senza tempo.
Una volta letto il libro, però, si rimane pervasi anzitutto da una sensazione di sconforto, non solo perché il testo è giunto al termine, ma anche perché si resta consapevoli di come soltanto pochissime altre opere letterarie siano così stupefacenti come questa creata dal Dumas.

Allora, l’unico antidoto possibile contro questo profondo senso di amarezza sta nel rileggere ancora e ancora “Il conte di Montecristo”, un romanzo che davvero cambia la nostra vita.