Odoya: Sebastiani compone la più completa guida all’opera di Evangelisti

Giulia Siena
PARMA
– “Per quanto Evangelisti sia stato definito l’apripista di una nuova stagione della fantascienza italiana, delimitare l’appartenenza del Ciclo di Eymerich a un genere specifico è impresa inutile. Siamo nel territorio dell’ibridazione, nella cosiddetta “paraletteratura”, termine da sempre utilizzato con valenza spregiativa ma non dall’autore bolognese”.
Alberto Sebastiani porta in libreria per Odoya Nicolas Eymerich. Il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti, la più completa guida all’opera del più celebre autore italiano di fantascienza.

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Una Fiaba per ASROO: “La casa di Nora” tra i partecipanti al Concorso Letterario Nazionale “IL DONO”

ROSARIA MARCANTONIO
La casa di Nora – C’era una volta Nora e la sua casa. Nora era una vecchina buona e la sua casa, la Casa dei Cuori. Chiunque fosse privo di cuore, poteva andare da Nora e chiederne uno. E Nora con grande gioia sceglieva il cuore più adatto a ogni avventore. Del resto si sa, non tutti i cuori sono uguali. Ognuno ha bisogno del cuore giusto. Del suo cuore. Non di un altro. A una mamma ad esempio serve un cuore grande, a un papà un cuore forte, a un medico un cuore generoso, a un giudice un cuore giusto, a una maestra un cuore paziente e così via dicendo. A ognuno il proprio. E Nora non sbagliava mai. Mai aveva assegnato per errore un cuore duro a una sposa novella oppure un cuore allegro a un vecchio avaro. Quando arrivavano alla sua porta in cerca di un cuore, le bastava guardarli negli occhi per intuire quale fosse quello giusto. Soltanto una volta aveva esitato: si trattava di sua figlia Lisette. Si sa che il giudizio di una mamma è obbiettivo fino a un certo punto: una mamma sa, conosce i propri figli, ma a volte si impone di guardare altrove. Il petto di Lisette non poteva ospitare un cuore gentile eppure Nora, non volendo dare a sua figlia il cuore malvagio che meritava, le diede un cuore gentile. Il risultato fu terribile. Lisette, la cui indole malvagia non tollerava tanta profusione di gentilezza, impazzì. Continua

Una Fiaba per ASROO: “Il mostro di Allegropoli” vince la sezione Ragazzi del Concorso Letterario Nazionale “IL DONO”

LUIGI PUZZOLANTE
Il mostro di Allegropoli – C’era una volta una città, Allegropoli, dove tutti erano gioiosi: adulti e bambini sorridevano sempre, anche se venivano licenziati o prendevano brutti voti. Ma viveva nel bosco di Tristezia, in una grotta, un mostro a due teste, quattro braccia e sette gambe; era tutto nero e si chiamava Tristgull. Era sempre preso in giro dagli abitanti di Allegropoli; ma con il tempo il mostro di questo si stancò. Un giorno, preso dalla rabbia, rubò l’allegria a tutte le persone della città.

Quello stesso giorno, a teatro, si stava esibendo un famoso comico che si chiamava Ridolin, ma quando iniziò a parlare sentì che dalla bocca gli uscivano solo offese e pettegolezzi di cattivo gusto. Continua

La sapienza più giusta è proprio quella de "I bambini".

Giulio Gasperini
ROMA –
Sono senza dubbio anomali “I bambini” che Fausta Cialente getta, discreta e devota come sempre, sul palcoscenico narrativo di questi brevi ma sapidi racconti, pubblicati la prima volta nel 1976, da Editori Riuniti. La loro stesura è remota, è quasi contemporanea alla composizione del capolavoro, quel “Cortile a Cleopatra” che riteniamo uno dei maggiori romanzi italiani del Novecento. Tutti i racconti riportano la data in calce, e capiamo che non son stati più rivisti dalla scrittrice errante; tutti tranne uno, il primo, quella “Canzonetta” che dal titolo pare, invece, anticipare le tematiche dell’altro grande romanzo egiziano, “Ballata levantina”.

I temi, infatti, nella scrittura della Cialente, si ripetono con una certezza disarmante. Ma, contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, la sapienza narrativa della scrittrice, la sua perizia immaginifica sono tali che pur essendo gli stessi i temi non si ripropongono secondo le solite declinazioni, ma si diversificano, si significano sempre nuovamente. Tutto questo depone, chiaramente, a favore della maestria e dell’abilità della scrittrice, che insieme a Elsa Morante può vantare un discreto plotone di racconti d’alto livello (ed è noto come sia molto più difficile scrivere un racconto che un romanzo di vera qualità).
I bambini della Cialente edificano dei mondi fantastici, mondi nei quali l’onirico penetra discreto ma prepotente: dove le statue prendono vita e accompagnano alla fine delle sofferenze, dove le donne fragili si lasciano soffocare dalla vita opponendo, come unica resistenza, il loro genuino (ma insufficiente) sorriso, dove si creano alleanze e si organizzano ribellioni, dove ogni piccolo tradimento è valutato come la fine d’ogni legame. Sono storie, quelle della Cialente, dove le stagioni scandiscono la crescita e dove, inevitabilmente, ogni bambino finisce per maturare un’assennatezza, una saggezza di vita, che proprio per la sua spontanea fioritura finisce per confermarsi più autentica di quella nata e nutrita dall’accumulo polveroso degli anni.
Il punto di vista è spietato: è soltanto quello dei bambini. E la Cialente ce lo presenta senza la pretesa che noi lo consideriamo quello più importante; ma suggerendoci che, in realtà, potrebbe essere, per molti aspetti, il migliore. Ed ecco che una vedova diventa quasi una fata, che assume il significato della vita, della freschezza, della ribellione a un destino inglorioso. Ed ecco che, al momento della sua scomparsa, i bambini rifiutan tutto il resto, tutto quello che si vorrebbe loro imporre. Loro soli, infatti, sanno quel che è vero e quello che non lo è. O, se non lo sanno, se lo immaginano, senza sottostare ai condizionamenti.
I bambini, si sa, credono prima di tutto alle loro creazioni. E separarsi da queste, per loro, è sempre una violenza.