“That’s (im)possible”: il numero impossibile di Cristò che vi farà perdere la testa

Giorgia Sbuelz
ROMA – Provate a pensare un numero intero qualsiasi, da uno a infinito. Il più alto che riusciate a immaginare. Scrivetelo su un foglio, potrebbe servirvi un intero quaderno.
Fatto? Ora, imbustatelo, affrancatelo e speditelo alla redazione del programma televisivo che ha cambiato per sempre le leggi della comunicazione del pianeta.
Il conduttore dell’edizione italiana, Luigi Conte, sbucherà fuori da una scenografia grigia, quasi da tivù in bianco e nero e, tra decorazioni da fantascienza anni Cinquanta, comunicherà il numero vincente della settimana. Il metodo di estrazione è un mistero che conosce solo l’ideatore, ma il legale dice che giocando si accettano le regole.
Poniamo che la trasmissione si chiami, per l’appunto, That’s (im)possibile.
Una follia, senza dubbio. Ma perché non provare? Del resto, qual è il costo di un sogno? Non vale una piccola puntata? Certo che sì. In questo modo avrete contribuito alla diffusione di quel germe che ha contaminato il globo da Oriente a Occidente, quella smania tutta umana di sfidare l’impossibile, o di confrontarsi con l’infinito, perché i limiti esistono solo laddove il pensiero si arresta. Continua

Intermezzi: “Al buio” di Carlotta Borasio e Andrea Malabaila

Daniela Distefano
CATANIA – Cosa succede se Lui e Lei, sposati da due anni e insieme da quasi otto si tuffano nel pozzo della fantasia? Risalgono in superficie insieme o prima uno poi l’altra?
Al buio (Intermezzi) di Carlotta Borasio e Andrea Malabaila è la verbalizzazione del loro accordo, una storia scritta a quattro mani che nasce come un gioco: facciamo finta che. Facciamo finta che Andrea e Carlotta siano andati ad una festa di fine estate nel paese di Pignasco, che ci sia stato un blackout e che durante il blackout ci sia stata una vittima. L’articolo di giornale che riporta la notizia è stato scritto insieme. Poi via libera all’immaginazione. Cosa avrebbe fatto Carlotta in una situazione simile? Cosa avrebbe fatto invece Andrea? E’ in atto una simulazione. Le due storie sono state scritte “al buio” senza che uno sapesse cosa stava scrivendo l’altra. L’oggettività non esiste e tutta le storie – anche quelle più fedeli alla verità dei fatti – sono storie di pura invenzione. Il racconto si biforca: “Dalla parte di Carlotta” e “Dalla parte di Andrea”. Continua

Intermezzi, “L’ avvocato G”: storia non ordinaria di un ordinario tradimento

Giorgia Sbuelz
ROMA – L’ avvocato G. è uno di quegli uomini che pensa di non esser capace di tradire la moglie.
Non per onestà, ma perché quelli come lui “hanno perso la sintassi della seduzione e credono di non riuscire più a ritrovarla neanche se si concentrano bene o comperano il manuale più aggiornato e se lo studiano come dio comanda.”
Un giorno entra nel suo studio la signora M., una donna all’antica, aveva pensato lui. Lei, di rimando, aveva constatato che quell’uomo le faceva voglia proprio per il fatto che aveva l’ aria di quello che non avrebbe mai tradito la moglie, e in più la trattava con aria di sufficienza, atteggiamento questo davvero irresistibile! Continua

Intermezzi: Gianluca Morozzi e “Come ho incontrato vostra madre”, sguardi che cambiano la vita

come ho incontrato vostra madre_Morozzi_intermezzi_CHRONICALIBRIGiulia Siena
PARMA – Un piccolo appartamento a Bologna, a due passi da via Paolo Fabbri, una “tana creativa” piccola e anche un po’ angusta nella quale, ora, riecheggia il silenzio della mancanza di parole da scrivere. Larry è uno scrittore, sì, ma in questo momento, appena abbandonati dal ventesimo secolo, le sue mani sono aride sulla tastiera. Non ha più niente da dire. La pagina rimane bianca, candida, muta. Qualcuno, però, suona alla porta e lo sguardo di Larry si sposta dal monitor del pc vuoto per appoggiarsi, disilluso, sulla figura dell’Orrido. Continua

“Il Signor Bovary” di Paolo Zardi: quando Bovary non è più Madame.

Il_signor_bovary_ZardiGiorgia Sbuelz
ROMA – In un’Italia all’inseguimento della chimera del benessere, ecco spuntare l’uomo che sembra avercela fatta: ottimo impiego, bifamiliare nella prima periferia con tanto di barbecue e due posti auto, una moglie solida e ineccepibile che ha conosciuto a venticinque anni, una figlia e un pargolo in arrivo… cosa chiedere di più? Forse una crepa nel noioso intonaco bianco della propria vita stabile come una cattedrale? Forse un fulmine a ciel sereno, una variabile tanto trasgressiva, quanto banale, come un’amante? Ebbene sì.

E pensare che non l’aveva nemmeno cercata. Lui non era come i suoi colleghi che si iscrivevano appositamente ai social network in cerca di anestetizzanti evasioni pilotate a non contaminare i sentimenti e il matrimonio, lui si era ritrovato quella donna fra capo e collo, quasi senza possibilità di scelta.

Accade così, assecondando un’umana debolezza, che l’intera impalcatura delle certezze costruite cominci a vacillare, ed il sogno di una vita invidiabile possa frantumarsi per ogni mossa mal calcolata, proprio come in un duello: una partita a scacchi contro se stessi, contro i propri limiti, dove un errore di tattica è un affondo al proprio ego, sempre più inesistente, sospeso tra i piaceri della carne con l’illusione di risollevarsi dal piattume di una vita preconfezionata, ma che prima o poi, il Signor Bovary lo intuisce già, si finirà per rimpiangere.

Il Signor Bovary di Paolo Zardi è soprattutto un uomo, comune nel suo essere medio-borghese, comune nei suoi processi mentali, ingenuo e subdolo contemporaneamente, miseramente compatibile, come la sua drammatica – eppur tanto comune – amante: non bella, non ricca, non fortunata… tutti i cliché della mediocrità vengono sondati, con un linguaggio secco e causticamente ironico che trascina nel vortice di una storia che sembrerebbe ovvia, nella parabola erotica interpretata dai due amanti, i quali, nel rispetto del loro standard, non mancheranno nemmeno di interrogarsi sul senso dell’amore e della famiglia, ma solo dopo aver dato sfogo alle rispettive perverse fantasie consumandole allo sfinimento nelle stanze dei motel scelti di volta in volta.

Un repentino colpo di scena si abbatte come una scure sulle sorti del protagonista, la musica cambia, e ci si ritrova spediti dritti dritti nell’occhio di quel ciclone avvistato fin dal principio.
Riaffiorano i ricordi, ai quali l’uomo si aggancia come ad un’ancora, così da restituirsi un’identità smarrita nella marea dei turbinosi avvenimenti: “ L’odore del brodo all’asilo, la gonna grigia della sua maestra, la cucina spoglia del suo migliore amico, la sigla del dolce Remì, piccolo come sei, le foto di Carmen Russo su un vecchio numero di Panorama… Un sacchetto di foglie gialle che aveva raccolto per sua madre”. Un guizzo ancora e, balenante, la presa di coscienza: “Gli venne in mente anche il barometro a casa dei suoi nonni. Aveva la stessa forma di quello appeso accanto alla porta della cucina di casa Bovary. Madame Bovary era lui”.

Ottantamila battute in una manciata di capitoli, scanditi da una voce narrante la cui natura si svelerà solo nel finale, per questa avvincente storia di Intermezzi Editore, disponibile in formato eBook. Ottantamila battute che schizzano via spedite come un treno; un racconto lungo che è lo spazio adeguato per sfoderare le doti narrative di Paolo Zardi, capace come pochi di impigliare il lettore alle parole e alle considerazioni, riversate così in un formato ideale per un viaggio in apnea che ti cattura dalla prima riga e ti molla solo all’ultima parola dell’ultimo capitolo.

“Nessuna esperienza richiesta”: felici e precari

Marianna Abbate
ROMA  Ho conosciuto un tale di quarant’anni con il posto fisso statale e più di cinquemila euro (!) di stipendio che amava definirsi “precario della vita” (sic!). A nulla è valsa la mia faccia disgustata e il mio tentativo di spiegare che “precariato” non è una condizione dovuta alle scelte personali, all’inettitudine e alla pigrizia, ma uno stato di disagio sociale strutturale. Il precario non si arrende, il precario rema controcorrente, insiste. Se si fosse arreso, quel contratto a breve scadenza non l’avrebbe mai trovato, o sarebbe già scaduto. I precari non sono dei falliti: è il sistema ad essere fallimentare.

Descentio, il protagonista di “Nessuna esperienza richiesta“, edito da Intermezzi, non è un fallito. Nonostante ci si senta fortemente.

Gianluca Comuniello ci ritrae con la tecnica del cubismo pittorico, tutti gli aspetti della sua personalità, tutti gli aspetti della sua vita, senza mai svelarlo completamente. Cambi repentini di narratore aiutano a mostrare quel senso di instabilità, di insoddisfazione e sempre più tangibile disagio che accompagnano Descentio in tutta la sua storia.

Perché Gianluca si sente un po’ Descentio, e forse l’unica cosa che non li accomuna è questo nome parlante, che sembra segnare disgraziatamente il destino dell’uomo di carta. Un nome volutamente altisonante, che invoca una gloria passata in opposizione all’attuale ineluttabile discesa.

Uno stato che non affligge solo il protagonista, ma un po’ tutti i suoi conoscenti, dall’amica sfortunata, all’esule calabrese. Tutti tranne una: Greta, la ex che non sbaglia un colpo. quella che quando dice cosa ha studiato, nessuno le fa le condoglianze.

Bhè io le farei le condoglianze ad uno che ha studiato agraria, non per amore della terra ma per mero calcolo. Ma che ne posso sapere io, che faccio l’impiegata contabile, dopo la mia bellissima e commovente laurea in lettere.

L’ultima nota va all’editore: Intermezzi si conferma un unicum nel panorama editoriale italiano. La capacità di scegliere libri complessi, innovativi anche nella forma e la scelta di scommettere sul “vero” nuovo, dà una piacevole ventata di freschezza e porta la speranza che giovani scrittori capaci esistono. Forse servirebbe un pelino in più di editing.

 

“Trambusto”, ultima chiamata per il futuro

Silvia Notarangelo
ROMATrambusto è una particolare prigione, un luogo sospeso tra passato e futuro da cui si può uscire redenti o definitivamente dannati. È l’ultima chance, il bivio per decidere che cosa fare della propria vita. Peccato, però, che non bastino insegnanti, laboratori, regole e vigilanza per superare il vero trambusto, il più difficile da affrontare, quello che ognuno si porta dentro, frutto di scelte, di esperienze, di sofferenza. È un ritratto lucido e disincantato quello che Luca Gallo delinea nel suo secondo romanzo “Prossima fermata Trambusto”, pubblicato da Intermezzi. Una storia tormentata e, al tempo stesso, di speranza, perché se è vero che a dominare sono spesso prepotenza e arroganza, è altrettanto vero che il giorno in cui scegliere da che parte stare arriva per tutti. Paradiso o inferno: è il momento di decidere anche per i tre giovani protagonisti del libro.

Tarek, abbandonato dalla madre, vive con lo zio da quando il padre di origine tunisina non c’è più. Lavora in un’agenzia di servizi per cani e gatti anche se non ha mai abbandonato il suo sogno di studiare. Chioma proviene da una famiglia agiata, crescendo ha scelto di ribellarsi ad una vita ovattata e ora ha un chiodo fisso nella testa: battere Orso, il suo rivale nelle consegne, per diventare il più veloce tra i facchini. Lama ha deciso di dire addio ad un passato turbolento e tornare ad essere Christian, un lavoratore serio ed affidabile, segretamente appassionato di arte.
Apparentemente i tre ragazzi non hanno nulla in comune, fatta eccezione per quell’intento, non nascosto, di provare a raddrizzare un’esistenza che non sembra finora essere stata particolarmente generosa. Talvolta, però, le buone intenzioni non sono sufficienti. Si infrangono o, più semplicemente, devono fare i conti con i tanti imprevisti della vita. Ed ecco, allora, che basta davvero poco per essere risucchiati in situazioni che non forniscono vie d’uscita se non quella di rassegnarsi a pagare un prezzo non dovuto.
Trambusto”, è qui che i tre accidentalmente si ritrovano. Un carcere a cielo aperto, un progetto destinato ad accogliere, su tram trasformati in piccoli appartamenti, tutti coloro che si sono resi autori di reati non gravi.
Durante la sua breve esistenza, nonostante schegge impazzite e tentativi di affondarlo, Trambusto si rivelerà molto di più di una semplice e inconsueta prigione. Sarà un’occasione per riflettere, per mettersi a nudo, per ricordare ciò che a volte si dimentica o si finge di dimenticare ma, soprattutto, sarà il momento giusto per fermarsi e capire che direzione stia prendendo la propria vita, se proceda nel verso desiderato o occorra dare una sterzata e ripartire da zero.
Tarek, Chioma e Lama torneranno alla “normalità” con desideri e propositi diversi, ma uniti da una stessa consapevolezza: Trambusto è stato solo un punto di partenza, l’ultima fermata prima del futuro.

“Caterina fu gettata”. Vi è mai capitato di differenziare la vostra fidanzata?

Marianna Abbate
ROMA – Siamo nell’epoca della raccolta differenziata, del rispetto dell’ambiente e dei romanzi fatti con lo stampino: tutti uguali e tutti già letti. Viviamo in un mondo in cui tutto è già stato fatto e detto, comprese queste mie banalissime parole.

E allora “Caterina fu gettata” diventa un simpatico momento di astrazione. Ho letto che in internet qualcuno ha definito questo romanzo breve di Carlo Sperduti, edito da Intermezzi, come urban fantasy. Non dico che sia una definizione completamente sbagliata, ma potrebbe risultare deviante per un lettore che non sa di cosa stiamo parlando e si immagina fatine volanti e draghi sputafuoco. Si tratta di un romanzo nonsense, una narrazione sperimentale, che tanto ricorda quella corrente anni ’70 che ha visto come protagonista assoluto Calvino.

Nel mondo di Caterina si muore mille volte, ma questo non influenza in nulla la vita dei protagonisti, che continuano imperterritamente a risorgere in un trionfo di virgole e punti esclamativi, da sconvolgere Manzoni. La sperimentazione non si trova solo nella trama, assurda e decisamente astrusa, ma anche nello schema linguistico, nell’utilizzo della parola come significante, spesso privata del significato.

Un esperimento linguistico e letterario, ma nel contempo narrativo. La costruzione dei personaggi avviene attraverso le loro azioni, e non attraverso la caratterizzazione aprioristica dello scrittore, che influenza al minimo lo svolgimento degli eventi. A volte sembra di trovarsi nella casa di una coppia qualunque, dove la fidanzata sciorina nel sonno tutte le cose che odia del proprio compagno. Ma subito dopo ci ritroviamo nell’incredibile mondo astratto, dove si può buttare in un secchio gatto e fidanzata.

Un losco individuo condisce gli avvenimenti con una delicata suspense che ci fa temere chissà perché, quella morte che nel testo è un avvenimento quotidiano e abitudinario.

Devo riconoscere che la mia fantasia non è riuscita a prevedere gli eventi di questo libricino, che mi ha fatto sorridere e scuotere la testa con allegria.

 

Bellino, proprio bellino.

Stefano Sgambati ci racconta "Il Paese Bello" e la necessità di una letteratura senza marche

Giulia Siena 26/08/2010 – ore 11.00
ROMA –  Intervista all’autore de “Il Paese Bello” (Intermezzi), Stefano Sgambati:

Sette racconti dai temi “difficili” per la narrativa italiana. Come nasce “Il Paese Bello”?  
“Il Paese bello” nasce più o meno per caso. Sono sette racconti che mi sono divertito a scrivere, per varie ragioni (pubblicazioni su riviste letterarie e antologie, amena perdita di tempo, sanissimo cazzeggio, alternativa alla criminalità), negli ultimi due anni o giù di lì. Alla fine, quando ce li ho avuti tutti sotto gli occhi, tali racconti, m’è sembrato che ciascuno recasse in sé una piccola goccia di Italia e ho provato a infilarli insieme e a proporli a questa straordinaria casa editrice – Intermezzi – di cui avevo sentito parlare molto bene al tempo.
La “confezione” è venuta da sé, il titolo, invece, prende spunto dall’ultimo racconto omonimo che è un “what if” abbastanza astruso del tipo: cosa sarebbe successo all’Italia se Eluana Englaro invece di morire fosse sopravvissuta, si fosse svegliata nel proprio letto d’ospedale e avesse domandato una coscia di pollo? Il risultato è, per l’appunto, l’ultimo assurdo (ma non troppo, mi dicono…) racconto, che oltre che una precisa accusa alla ridicola classe politica che ci siamo ritrovati in quei tristi giorni e ci ritroviamo tuttora, è anche un omaggio ad alcuni miei “padri” letterari: dagli anticlimax di Woody Allen, a Stefano Benni, finendo, naturalmente, con José Saramago, il quale – poverino – ha avuto l’ardire di morire solo pochi giorni prima di Pietro Taricone, che in un Paese come il nostro equivale a non morire proprio, paradossalmente.
Secondo te qual è il prototipo di lettore de “Il Paese Bello”?
Il prototipo di lettore de “Il Paese bello” è un lettore intelligente, critico, consapevole, attivo, non suddito e curioso: più o meno lo 0.001% della popolazione italiana. Come si può ben intuire, non ho alcuna possibilità di arricchirmi grazie alla scrittura (che è poi la cosa che più divertirebbe fare).
Nel tuo libro parli in modo claustrofobico del matrimonio e della famiglia come il luogo in cui non vengono riconosciuti i bisogni dell’individuo. Sono legami-trappola?
I legami sono una trappola di per sé stessi. L’amore, come il sesso, i soldi, il potere e la felicità, è una schiavitù. In linea teorica e provocatoria, sarebbe molto meglio non amare mai, ma purtroppo questa è una lezione che non si riesce ad imparare. Io stesso fallisco e almeno una volta ogni due o tre anni mi capita tragicamente di innamorarmi, con conseguenze devastanti quali solipsismo, ansia diffusa, sensazione di pre-morte, abuso di droghe, insicurezza atavica, varie tipologie di asme. Nel libro ci sono almeno tre racconti che parlano di amore: in uno un tizio aiuta una tizia a cercare un orecchino di perla caduto in terra durante una festa alla fine degli anni Sessanta e alla fine si accorge che di sposare la donna che deve sposare non gliene importa nulla (ciononostante, io credo, lo farà lo stesso); in un altro due tizi sposati da anni vanno a un pranzo di Pasqua in un clima a dir poco tragicomico. Lei soffre orribilmente il fatto di essere una sfacciata grassona e lui ne beve uno di troppo. Alla fine non si salverà nessuno; il terzo racconto che, più o meno, parla d’amore è il monologo di un tizio violento che non si rende conto di essere violento. Ce ne accorgiamo noi lettori (o almeno spero…) leggendo, ma lui proprio non ne vuole sapere di ammetterlo, anche se in effetti è proprio per questo che non ha più la donna che amava. Quindi direi che l’amore raccontato nel mio libro soffre di questa visione solo leggermente pessimistica e fatalista che io ho dei legami in quanto tali. Come diceva Seneca: “L’amore è un’amicizia impazzita”. Ecco, nulla contro la pazzia, davvero, ma è già talmente difficile trovare parcheggio il venerdì sera…
 Amore e omosessualità, donne e maschilismo, religione e politica: il 2010 non è così moderno come sembra. Vero?
Il 2010 è talmente poco moderno che se io adesso svelo che in un racconto contenuto nella mia antologia c’è una ragazza che fa un pompino a Dio al fine di corromperlo ed essere rimandata sulla terra, probabilmente tu mi dirai che non potete pubblicare l’intervista. Il problema, comunque, è l’Italia e gli italiani, non il 2010: il 2010 va benissimo così, a patto di essere un cittadino del North Dakota e di non possedere la televisione.
Indiscrezioni sul tuo prossimo libro?
Il mio prossimo libro uscirà più o meno ad ottobre per i “tipi” della Castelvecchi Editore. Sarà un lungo viaggio antropologico e letterario attraverso la mia città, che è Roma. La cosa (spero) curiosa e (spero) originale è che ho deciso di raccontare la Capitale d’Italia attraverso un elemento (spero) nuovo: i bar. Di zona in zona, di via in via, di quartiere in quartiere, tra personaggi mitologici e molto letterari, curiosità, aneddoti, racconti, favole, degustazioni e quant’altro: Roma narrata dal fondo di un bicchiere. Con buona pace del mio fegato. Per il resto io non mi rendo mai conto che sto scrivendo un libro. Non è che mi metta lì a dire: ok, ora scriverò un libro. Ho delle cose in mente e le sviscero, anche perché non è che abbia molta altra scelta. Scrivere mi è inevitabile e questo è quanto: se poi continuerò a trovare qualcuno così illuminato dal pagarmi per farlo, tanto meglio. Altrimenti mi aprirò una bella copisteria e buonanotte ai suonatori. Il sogno è il romanzo: mi ci sto divertendo, ho una storia che mi sta appassionando scrivere ma, al momento, molto francamente, non mi reputo così bravo. Se proprio dovete spendere 15 euro per un romanzo, compratevi qualcosa che non abbia scritto io (ma, possibilmente, neanche Fabio Volo).
Puoi aggiungere ciò che vuoi per chiudere l’intervista!
Una cosa, in effetti, vorrei aggiungerla ed è questa: comprate, ogni tanto, se vi capita, se avete voglia, coraggio e disponibilità economica, comprate libri di case editrici non “main stream”. Ci sono autori strabilianti, novità succose e idee geniali sommerse nelle librerie-vetrina che propongono solo e sempre letteratura di massa, quella dei soliti noti, delle solite “marche”, dei soliti giri. Interessatevi, ecco, usate Facebook non soltanto per condividere la vostra preoccupazione a proposito dei cani abbandonati: cercate i gruppi delle case editrici medie e piccole, informatevi degli autori che propongono, su cui investono soldi LORO e risorse e tempo e se anche solo uno di questi libri dovesse piacervi, diffondetelo, parlatene, regalatelo. Internet, in tal senso, è la nuova Bibbia di Gutenberg (non a caso ce lo vogliono limitare…). Sputate sui libri pubblicati a pagamento, ignorate i volumi-spazzatura di autori-monnezza, retaggio di trasmissioni televisive fallite o di reality show impossibili. Abbiate il coraggio di credere che non tutto quello che è “griffato” è buono, soprattutto in letteratura. Le idee non hanno marca. La diffusione della parola letteraria, come dice Roberto Saviano, è anche responsabilità nostra, dei lettori. Uno spirito critico più raffinato può salvare questo paese di merda. Possiamo ancora fare qualcosa.

Leggi anche la recensione de “Il Paese Bello”:
Recensione “Il Paese Bello”

"Il Paese Bello" di Stefano Sgambati

Giulia Siena
ROMA “Da tutte le parti del mondo vennero giornalisti e televisioni per raccontare del Paese Perfetto che era diventato l’Italia: il New York Times, in un editoriale destinato a passare alla storia del giornalismo moderno, scrisse che il Bel Paese era diventato il Paese Bello”. Sette racconti come sette tasselli che formano un’immagine a colori vivaci di una nazione socialmente ed eticamente da rifare. Questo è “Il Paese Bello”, il primo libro di Stefano Sgambati, pubblicato dalla Intermezzi Editore.

Un libro che sviscera con ironia e disillusione le debolezze di uomini e donne che si intrappolano in una pazzìa chiamata amore, di individui che rimandano le scelte o che arrivano a compromessi con Dio pur di ottenere una seconda possibilità. La penna di Stefano Sgambati non risparmia neppure le false ideologie di una classe politica che sta trascinando l’Italia in un baratro di ipocrisia senza precedenti. Tutto questo l’autore lo fa con intelligenza di espressione (sia nei racconti che negli intermezzi “personali”) e uno stile di “scrittura quotidiana” che incontra la genialità nella caratterizzazione dei personaggi.“Da tutte le parti del mondo vennero giornalisti e televisioni per raccontare del Paese Perfetto che era diventato l’Italia: il New York Times, in un editoriale destinato a passare alla storia del giornalismo moderno, scrisse che il Bel Paese era diventato il Paese Bello”. Sette racconti come sette tasselli che formano un’immagine a colori vivaci di una nazione socialmente ed eticamente da rifare. Questo è “Il Paese Bello”, il primo libro di Stefano Sgambati, pubblicato dalla Intermezzi Editore. Un libro che sviscera con ironia e disillusione le debolezze di uomini e donne che si intrappolano in una pazzìa chiamata amore, di individui che rimandano le scelte o che arrivano a compromessi con Dio pur di ottenere una seconda possibilità. La penna di Stefano Sgambati non risparmia neppure le false ideologie di una classe politica che sta trascinando l’Italia in un baratro di ipocrisia senza precedenti. Tutto questo l’autore lo fa con intelligenza di espressione (sia nei racconti che negli intermezzi “personali”) e uno stile di “scrittura quotidiana” che incontra la genialità nella caratterizzazione dei personaggi.

Leggi anche l’intervista a Stefano Sgambati:
intervista a STEFANO SGAMBATI