"Come eliminare i giornalisti (senza finire in prima pagina)", provateci!

Giulia Siena
ROMA – “Questo è un manuale di autodifesa. E non sorprenda il fatto che a scriverlo sia un giornalista. In oltre trent’anni d’attività ho conosciuto molti colleghi e di ognuno ho cercato di mettere a fuoco pregi e difetti.” Per essere solo all’introduzione, il libro del giornalista salernitano Gabriele Bojano, “Come eliminare i giornalisti (senza finire in prima pagina)”, promette svariate sorprese. Pubblicato il mese scorso da Mursia, il dissacrante libro o il “divertente pamphlet”- come lo ha definito Maurizio Costanzo nella prefazione – racconta la figura del giornalista attraverso 50 prototipi ben definiti di professionisti del settore. Bojano suddivide il libro in nove parti e, in ognuna di esse, descrive giornalisti caratterizzati da pessimi comportamenti professionali, sociali e umani.
Così, il mestiere più difficile del mondo (difficile più degli altri poiché spesso se non sei raccomandato non lavori, invece quando il giornalista lavora non viene riconosciuto come tale, quindi, non viene retribuito o sottopagato) è in mano a gente strana che si comporta in modo strano e ha pretese strane. Dal “giornalista hulk”- facile agli isterismi – al “giornalista glocale” – totalmente dedito agli scoop casalinghi del suo piccolo paese da non accorgersi del resto del mondo – passando per il “giornalista dinasty” – designato dagli dei come continuatore della stirpe giornalistica – fino al “giornalista oh happy day”- per il quale c’è sempre un motivo per festeggiare. Ognuno di loro presenta diversi motivi per irritare conoscenti e colloghi che di solito incontra sulla sua strada, ma un modo per eliminarli c’è: Bojano ne suggerisce uno per ogni tipologia di giornalista. Provare per credere!

Intervista a Minervino, dalla mostrificazione alle bellezze mozzafiato di una Calabria ancora carica di ardori e di nuove speranze

Alessia Sità
ROMA – Alcuni libri necessitano di un approfondimento, di una lente di ingrandimento puntata tra le righe del romanzo, per questo ChronicaLibri oggi propone l’intervista al professor Mauro Francesco Minervino, autore di “Statale 18” pubblicato da Fandango.
Che ruolo ha per lei la scrittura nell’esprimere un disagio?
Non credo che la scrittura (che può anche essere una buona cura per l’anima) debba curare il ‘disagio’ di chi scrive letteratura. Io non ho mai scritto un rigo per dare sfogo a un disagio personale, a qualcosa che appartiene alla mia psicologia individuale. Io scrivo per raccontare. Per provare a capire. Non da solo, ma insieme a chi legge. Parto sempre da un’esperienza, da un’urgenza di testimonianza e di confronto con ciò che vedo, con ciò che accade nella realtà. Anche se non escludo mai un mio punto di vista personale, non mi interessa limitare ciò che scrivo ad aspetti personali. Scrivere è sempre un atto di responsabilità che implica il rapporto di un sé con un altro, una forma congiuntiva, un incontro che unisce l’autore alla realtà, a persone diverse, alla verità del mondo. Scrivere è pur sempre tentare di dare una forma al caos, il tentativo di portare a ragione quello che la ragione rifiuta o nasconde. Per me raccontare persone e luoghi difficili, e tuttavia amati, di una Calabria che qualcuno già considera un pezzo d’Italia perduta, equivale a un rifiuto delle generalizzazioni e delle ovvietà mediatiche. Scrivo contro i pregiudizi che da lontano avvolgono la realtà del sud; il mio è un tentativo di fare chiarezza senza mai nascondere le nostre responsabilità collettive nei confronti di ciò che accade.
Cosa l’ha spinta a scrivere “Statale 18”?
I miei viaggi da pendolare su questa strada. Il fatto di vivere in un luogo così. L’idea che raccontare la strada oggi equivale a raccontare il sud nella sua parte più vera e problematica, meno letteraria. Su una strada come la Statale 18 vedi tutte le contraddizioni, la vita reale, che sempre di più è legata al movimento, a una mobilità esasperata e spaesante, a un’economia legata a forme di abuso e di violenza strisciante, sempre meno ancorata alla tradizione e a certe facili consolazioni del passato. Mi ha guidato l’idea che raccontando una strada che tutti conoscono il mio libro potesse aprire a una forma di ribellione, estetica, sentimentale e morale prima ancora che ‘politica’. Quello che vedevo, e che vedono tutti sulla Statale 18, mi colpisce ogni volta che questa strada mi accade di percorrerla. Qualcosa che offende e mortifica lo spirito e impoverisce la vita, la mia e quella di tutti. Un consumo folle di bellezze e di spazio. Il disprezzo per la cultura. Lo sfregio inarrestabile della natura e della storia. Tutto oggi si dispone sulla strada. Nessuno sembra accorgersene. Il fatto è che se cambia l’ambiente e il paesaggio, se cambia la qualità della terra e del mare, se viene avanti il brutto e il cemento conquista ogni spazio libero, diventiamo tutti più brutti e incivili, più poveri, più infelici, più mafiosi, anche se apparentemente questo si chiama ‘sviluppo’. Ma lo sviluppo non coincide con le case costruite, con le automobili che circolano, con la violenza che si insinua nei nostri rapporti sociali, con gli oggetti che compriamo negli ipermercati, con la corsa ai consumi di cui tutti siamo vittime.
Lei racconta e descrive apertamente ed in modo piuttosto chiaro i mali che affliggono la Calabria dalla Calabria, da uomo e da antropologo. La sua è una scelta coraggiosa. Ha mai incontrato difficoltà per questo?
Sì, pago un prezzo personale per essere un autore scomodo. Scomodo per il potere politico e per quello mediatico. Scomodo per quello che scrivo e per ‘come’ lo scrivo. Per i miei libri ho ricevuto importanti premi e riconoscimenti, anche internazionali, ma in Calabria sono stato oggetto di feroci campagne stampa, di diffamazione e di esclusioni (inconfessabili) che danneggiano la mia professione intellettuale e il ruolo che svolgo nel mio ambiente, che è quello dell’università, della cultura e dei giornali. Ma la mia scrittura, la mia libertà non la metto a disposizione di nessuno. Vado per la mia strada, ma resto qui. In questi anni, dopo che un maestro civile di quella che lui stesso chiamava “letteratura delle cose”, Enzo Siciliano, che per primo mi spinse a raccontare queste storie su Nuovi Argomenti, per il mio impegno di scrittore e di intellettuale ho avuto sostegno di personalità come Luigi De Magistris e Angela Napoli, di intellettuali come Gianni Vattimo e Gian Antonio Stella, fino a Roberto Saviano, che di Statale 18 in una recensione su “Tuttolibri” de “La Stampa”, ha scritto cose molto belle di cui lo ringrazio. I partiti, la politica, i calabresi che “contano”, i giornalisti, i colleghi? Ostracismo e una malcelata ostilità, invidie, mugugni e silenzi. Ma ci sono gli studenti, la gente che incontro, quelli che leggono i miei libri e li amano, e molti sono calabresi fuori dalla Calabria.
La “mostrificazione” di cui parla, c’è sempre stata o ha un’origine ben precisa?
Inizia nel dopoguerra con la ricostruzione, un periodo infinito di modificazioni ambientali e sociali, anche positive; penso alle infrastrutture necessarie, alle scuole, agli ospedali, ma anche all’origine di scempi, di facili distruzioni e di speculazioni spacciate per indispensabili opere di sviluppo. Una fase di espansione che da allora non si è più arrestata. Degenerazioni che hanno portato alla mostrificazione attuale del paesaggio che lo specchio di una metamorfosi antropologica che riguarda gli individui e la società, in Calabria e nel Sud. Ma ormai il discorso vale per tutta l’Italia.
Il pregiudizio che si ha del Sud, secondo lei, ha contribuito ad alimentare lo scempio e il degrado non solo paesaggistico, ma anche umano?
Certo, il sud, e i calabresi in particolare, vivono una specie di schizofrenia: per secoli sono stati gli altri a raccontarci e a giudicarci. Col tempo abbiamo assunto e interiorizzato punti di vista che sono sempre mediati dall’esterno. Perciò siamo facilmente inclini agli estremismi, siamo apocalittici o integrati, conformisti o ribellisti. Siamo ossessionati dal problema dell’identità. Oscilliamo tra il disprezzo per noi stessi e la difesa integralistica di tratti regressivi, con l’esaltazione acritica di ogni cosa che ci riguardi. Così abbiamo smesso di osservarci, di descriverci, di tracciare le nostre rappresentazioni e i nostri racconti. E anche di prenderci cura del paesaggio, della natura, della terra, del mare, delle case. La Calabria è una terra di sconfitte silenziose e di violenze eclatanti, di ribelli e di ipocriti, di gente in fuga o rassegnata al peggio. Oggi è da questa dittatura degli opposti che si deve smarcare se vogliamo pensarci moderni e davvero “diversi”: riprendiamo i nostri racconti, ribaltiamoli sul mondo; critiche e autocritiche non lasciamole più agli altri. Amare i luoghi e farne nuovamente ‘dimora’ prendendosene cura, ritornare a essere comunità, non c’è alternativa. La Calabria e i calabresi devono misurarsi con l’autocritica, devono smarcarsi dall’ossessione della ‘calabresità’, da un blocco culturale che è un limite e un regalo fatto a tutti quelli che vogliono mantenere le cose come stanno.
La descrizione che lei fa della sua lezione di antropologia tenuta a Catanzaro è molto eloquente. Ma perché i giovani di oggi, nati e cresciuti in Calabria, continuano a sentirsi estranei? Perché “sembrano essere tutti di passaggio in Calabria”?
Credo che molte responsabilità ricadano sulle generazioni precedenti. Ma oggi spetta ai giovani impegnarsi per il cambiamento. In Calabria dobbiamo tutti ripartire da una serena consapevolezza che il legame con la propria terra non è un atto di fede acritico ma un passaggio necessario verso la consapevolezza. Non è fuggendo che si diventa adulti. E la dimensione del “lontano” ormai nel nostro mondo globale è solo illusoria, fatta apposta per restare ‘provinciali’. Non c’è un altro mondo migliore fuori dalla Calabria. Siamo già nel mondo, e sta a noi invece creare qui le condizioni migliori che cerchiamo altrove, con un nuovo senso civico e nuovi patti di comunità. Il compito della scrittura civile deve essere anche quello di risvegliare i giovani e le coscienze assopite.
Nonostante il suo splendido panorama sul mare, la Statale 18 porta in sé una sorta di inquietudine. Secondo lei è un’inquietudine che solo chi ha vissuto quei luoghi può capire?
No credo che il successo del libro, come anche quello del mio precedente “La Calabria brucia”, dipenda dal fatto che attraverso le narrazioni che riguardano la mia regione io riesca a raccontare come antropologo e scrittore, una condizione che travalica confini e luoghi specifici e che appartiene a una dimensione umana e civile della nostra vita contemporanea. Il degrado è la cifra che unifica tutta l’Italia di adesso. La Calabria è in fondo il laboratorio avanzato di un’Italia che assomiglia sempre più a queste coste sfrangiate, a quest’onda di cemento che in Calabria sembra infinita e travolge e consuma ogni cosa. Paesaggio, cultura, legalità, umanità. E’ così che stiamo diventando tutti più moderni. Il corrispettivo della Statale 18 oggi lo trovi ovunque in Italia; sull’asse del cosiddetto “bilanciere veneto”, sulle coste turistizzate della Sicilia come sulla riviera Ligure da Rapallo in poi, ovunque dove viene meno il senso della civiltà e della bellezza. C’è un senso di smarrimento e di inquietudine sempre più esportabile e universale, in Italia e nel mondo occidentale.
Perché in Calabria “i desideri fanno in fretta a passare e diventano ricordi”?
E’ uno dei paradossi poetici, ma anche il sintomo di una condizione reale, che ho inserito nella prosa narrativa di “Statale 18”. E’ un invito a resistere, a prolungare gli sforzi che ogni desiderio deve compiere per diventare atto. In Calabria c’è chi ristagna nella nostalgia per il passato, nell’immobilità rassegnata. Io credo invece che la nostalgia debba essere trasformata in una forma di passione attiva, qualcosa che serva come il sogno per dare battaglia nel presente. In fondo come diceva Walter Benjamin “solo il fare è un mezzo per sognare, mentre il contemplare è solo un mezzo per rimanere desti”. La letteratura e la poesia illuminano sempre un piano di realtà utopiche ma possibili. Un altro straniero George Gissing, lo scrittore vittoriano, il viaggiatore trasognato e solitario che scrisse della Calabria della fine dell’Ottocento, povera, umile ma ancora carica di ardori e di nuove speranze, piena di grazia popolare e di bellezze mozzafiato, scrisse che “qui è più bello vivere”. Non dovremmo dimenticare mai parole come queste qui al Sud e in Calabria.
Per completare il quadro della situazione, pensa di scrivere qualcosa anche sulla Statale 106 Jonica, un altro tratto di strada tristemente noto per la situazione di precarietà in cui versa da troppo tempo?
No, lo farà qualcun altro se ne ha voglia. La strada è un tema interessante, ma non ho scelto di ‘specializzarmi’. Io scrivo solo i libri che un certo tipo di ricordi, di percezioni e di esperienze mi impongono di scrivere. E il prossimo libro sarà un romanzo sugli anni ’90, il decennio cruciale della mia vita d’uomo e un periodo che rappresenta la fine di certi tempi di attese, di passioni e di grandi speranze per una generazione come la mia. L’inizio di una presa d’atto della realtà e della vita così com’è, ma per cui vale ancora la pena di battersi, per quanto dura e ostile sia la realtà di oggi.
Tre parole per definire il suo libro
Doloroso, sincero, bello. Parole che quando si ama sono indispensabili per dire la verità.

Bompiani: Federica De Paolis,”Ti ascolto” chiudere gli occhi e vivere con le storie degli altri

Giulia Siena
Roma E’ strano leggere le movenze, i pensieri e gli atteggiamenti di un uomo dalla penna di una donna: le sensazione che percepisci sono aspre, dirette, proprio come le racconterebbe un uomo, ma si intersecano a descrizioni sentimentali e precise proprio come quando è la donna a raccontare. Questo è il terzo libro di Federica De Paolis, “Ti ascolto” edito da Bompiani.

Diego, il protagonista, peregrino perenne in fuga da qualcosa, deve fermarsi nella casa di famiglia senza nessuno che si prenda cura di lui. La monotonia del silenzio in cui è costretto viene spezzata dallo squillo del telefono: non c’è bisogno che le sue parole precipitino sulla cornetta, è il ricevitore che invoca ascolto. Il filo del telefono collega inaspettatamente Diego con i delicati intrecci di vite degli altri. Amicizie, storie, amori e sofferenze entrano nella cornetta del telefono per farsi ascoltare senza un nome e vivere senza un volto.

 

Così, le vite degli inquilini del suo stesso palazzo diventano anche la storia di Diego. Lui vuole vivere attraverso l’ascolto, celandosi dietro la sua buffa mascherina con la quale si aiuta a schermire la luce. Le storie degli altri lo coinvolgono, lo rinnovano, lo spronano a mettersi in gioco e a entrare nelle altre vite come un bisogno. I tasselli si riuniranno e il romanzo non smetterà di sorprendervi fino alle ultime righe dell’ultima pagina.
Fermarsi e chiudere gli occhi porta all’ascolto, regala quiete e riflessione: da qui alla decodificazione in parola è stato un passo semplice per una narratrice attenta come Federica De Paolis. La sua scrittura è compatta nello stile e agile nel gestire il congegno narrativo; in questo modo il lettore ha il posto da spettatore d’onore.

L’Italia del "Vicolo dell’Acciaio"

Marianna Abbate
ROMA Che l’Italia abbia mille volti lo sapevamo già. Certo è che per l’italiano medio l’operaio ha sempre il volto di un dipendente Mirafiori, che campeggia sulle prime pagine dei giornali. Quello che Cosimo Argentina ci mostra nel suo libro, edito da Fandango, è il “Vicolo dell’Acciaio” un distretto industriale di Taranto, che al massimo potremmo aver visto nella quinta pagina di cronaca, quando si è trovato al centro di un Referendum.
Forse perché gli operai siderurgici non sono altrettanto fotogenici quanto i dipendenti Fiat, o forse perché il loro lavoro mostra effettivamente delle problematiche economico-sanitarie ben diverse da quelle delle fabbriche di automobili. Certo è che nel libro di Argentina, si respira un’aria pesante, tossica. Una nube grigia di fumi e odori acri che chi ha sentito una volta non potrà più dimenticare. 
Poi ci sono i personaggi, i protagonisti di questo ritratto dell’ Italia industriale: combattono le loro battaglie quotidiane e cercano di sopravvivere in mezzo a quel male di vivere e a tutto quel fumo. Sono coraggiosi, forti come il Generale, o indefiniti, indecisi, ma pur sempre arrabbiati, come il figlio Mino. Non cambiano. Rimangono così, statici e un po’ tristi, fino all’ultima pagina del romanzo; almeno i sopravvissuti. 
Cosimo Argentina è agitato e commosso. Si vede dalle sue frasi, brevi e concise, ma non per questo semplici. Spesso il linguaggio è ermetico, autoreferenziale e complicato. Per chi non conosce il dialetto la lettura risulta poco scorrevole, nonostante si tratti comunque di una scrittura rapida e discorsiva. 
La tematica ricorda un po’ Zola e un po’ Verga, ma lo stile è completamente diverso.
L’autore è troppo coinvolto per risultare oggettivo, il suo è un romanzo sentito e sofferto. Un alone di depressione si posa anche sulle considerazioni finali, come se la speranza avesse evitato di proposito questo libro. O perlomeno il quartiere industriale di Taranto.



5PERCHE’, la nuova rivista per bambini di scuola primaria

ROMA – Nasce 5PERCHE’ (5XK), una originale rivista dal taglio multilingue e multiculturale per bambini di scuola primaria. 52 pagine coloratissime, di formato quadrotto pratico, è un progetto editoriale che si distingue anche per il taglio “narrativo” che hanno le sue pagine: dalla filastrocca alla leggenda, dalla poesia al proverbio, dal breve racconto alla fiaba. La rivista bimestrale si presta ad un uso ludico e didattico non indifferente. Peculiarità principale è la fiaba (inserto staccabile) in due lingue illustrata non da uno ma da numerosi giovani professionisti che frequentano i corsi della famosa Scuola Internazionale dell’illustrazione di Sarmede (TV).
5PERCHE’ (5XK) è un “piccolo libro” che usa le parole di più lingue e le immagini di più mani, che permette al piccolo lettore di interagire con la multiculturalità delle varie etnie che vivono oggi in Italia e la multicreatività di giovani talenti.
Un progetto destinato soprattutto ai bambini delle scuole, ma utile anche agli insegnanti, ai mediatori culturali, ai bibliotecari.
Gli insegnanti troveranno un sussidio per l’uso didattico della rivista, con idee, giochi, bibliografia, filmografia.
Questo progetto editoriale partecipa al mondo dei ragazzi di oggi in un’Italia multiculturale, sulla traccia dell’educazione alla lettura, obiettivo costante e primario dell’ associazione di promozione sociale Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile, ideatrice del progetto.
Il Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile (GSLG) taglia il traguardo di 35 anni di ininterrotta attività e ha deciso di varare nel 2011 questo progetto che li suggella nel segno della dinamicità e della creatività.
La rivista 5PERCHE’ (5XK) è stata presentata ufficialmente alla IX edizione della Fiera della piccola e media editoria Piùlibripiùliberi di Roma il 6 dicembre 2010, e ha incontrato il plauso del numeroso pubblico intervenuto al convegno del GSLG: “Dove vai principe azzurro? Fiabe di ieri e di oggi”.

Arianna Chieli e nadiolinda unite per "Obiettivo: maschio!", il primo manuale per cacciatrici metropolitane

Giulia Siena
ROMA “L’uomo è come il seno: va curato e sostenuto; altrimenti… crolla”, questa è la regola numero uno dell’indispensabile decalogo della cacciatrice metropolitana. “Obiettivo: maschio!”, pubblicato da B. C. Dalai editore, è il manuale scritto a quattro mani da Arianna Chieli e nadiolinda, le quali, per l’occasione, hanno indossato i panni ultrafashion di love coach. Il loro allenamento, fatto di regole, consigli, ordini, dritte di stile e osservazioni relazionali condurrà tutte le single sulla via dell’accoppiamento amoroso. Infatti, per innamorarsi bastano pochi secondi, otto secondo la scienza e bisogna sfruttarli alla perfezione per sedurre l’uomo individuato nella giungla metropolitana.
Ed è proprio qui, nella città moderna, che si muovono le 25 categorie di uomini: l’intellettuale represso e il single macrobiotico, il mammone negazionista e l’amico delle donne, poi il feticista, il maschio di cantiere, l’uomo di potere e tanti altri fino a quello più comune nella giungla, l’etero-perplesso. Attreverso questa divisione in categoria le donne sapranno individuare il loro tipo e comportarsi di conseguenza: come curare il proprio look per colpire l’uomo desiderato, quale icona di stile seguire, i libri da leggere, quali film vedere e cosa evitare.


“A voi, cacciatrici metropolitane.
Sexy, tenaci, orgogliose femmine urbane.
Affamate di carni, vogliose di pelle, in cerca di amore.
In amore, prima dei sentimenti, occorre avere stile.”


“Obiettivo: maschio! Il primo manuale per cacciatrici metropolitane” , Arianna Chieli e nadiolinda, Milano, B. C. Dalai Editore, 175 pp, 16 euro.

"Statale 18": una strada su cui oggi si gioca la partita finale tra conservazione e ricostruzione

Alessia Sità
ROMA‘In mezzo alla statale 18, insomma, corre un mondo e una vita che fermenta come il mosto di una cattiva vendemmia. Qui c’è tutto quello che sta a sud di Gomorra.’
Così scrive il professore di Antropologia Culturale ed Etnologia, Mauro Francesco Minervino, nel suo libro “Statale 18” pubblicato nel 2010 da Fandango Libri.
La Salerno – Reggio Calabria non è semplicemente una strada statale, ma è una chiara testimonianza di un degrado che ormai consuma, logora e affligge sempre di più l’Italia. Questa striscia di asfalto, lunga 600 chilometri, è la traccia di una ‘gestione scriteriata delle coste cementificate’, dell’abusivismo, delle contraddizioni di una terra che deturpa la bellezza mozzafiato dei suoi panorami senza alcuna pietà.

‘Una strada su cui oggi si gioca la partita finale tra conservazione e ricostruzione, paese legale e paese nascosto, cosche e istituzioni, nella continua dialettica di un sud che va ricapitolato con impegno civile e narrato con autentica passione’.
L’intento dell’autore non è tanto quello di fare un semplice elenco delle macerie e del degrado, piuttosto si intuisce il desiderio – molto forte per chi ha amato e continua ad amare i propri luoghi – di capire da dove è possibile partire per ricostruire e conservare una terra che ha ancora tanto da offrire, ma che con desolazione molti abbandonano per l’incapacità di combattere contro la ‘mostrificazione’. Solo la natura riesce a ribellarsi a questo orrore e solo ‘se si incazzano i santi’ qualcuno inizia a pensare che bisogna agire per fermare lo scempio, che ha quasi del tutto soffocato una terra dove ‘i desideri fanno in fretta a passare e diventano ricordi’.
Minervino riesce a raccontare, in modo poetico, e nostalgico al punto giusto, una profonda ferita del meridione, ma allo stesso tempo sembra voler dare una nuova speranza per chi sogna un futuro diverso per la Calabria.
“Statale 18” di Mauro Francesco Minervino, Roma, Fandango, 15 euro

Novità Editoriali, tutti i libri di marzo

ROMA – Marzo: tante le novità per questo nuovo mese e siamo pronti per segnalarvene alcune davvero interessanti. Da domani su tutti gli scaffali per Bompiani troverete “La Rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba” di Tahar Bell Jelloun. Marsilio porta in libreria “Ciao, sono tua figlia. Storia di un padre ritrovato” di Vania Colasanti, il romanzo che sarà presentato ufficialmente giovedi 12 marzo ore 18.30 presso il Fandango Incontro (Roma, via dei Prefetti 22). Le ultime pubblicazioni Mursia sono “Gli angeli di Lucifero” di Fabrizio Carcano, “Anime in carpione” di Paolo Ferrero, “All’ombra del gatto nero” di Marina Alberghini e “Il volto del Terzo Reich. Profilo degli uomini chiave della Germania nazista” di Joachim C. Fest.
Fermento pubblica “Maionese impazzita. La ricetta dell’amore nel XXI secolo” di Giorgia Colli. Avagliano Editore festeggia l’Unità d’Italia con “Antonietta e i Borboni” di Emilia Bernardini e “E’ tornato Garibaldi” di Giovanni Russo. Le fotografie di Laura Salvinelli in “Hospital life in Afghanistan” pubblicate dalle Edizioni Postcart. O barra O manda alle stampe “L’apocalisse nell’Islam” di Jean Pierre Filiu. Le Edizioni Ambiente (Milano) presentano nella collana VerdeNero Noir “E’ tutto apposto” di Deborah Gambetta. Per i lettori più piccoli le novità sono portate dalla Sinnos con “Pioggia sporca” di Fabrizio Casa (presentazione venerdi 4 ore 18.30 presso la Libreria Amore e Psiche – via Santa Caterina da Siena 61 Roma) e dalle Nuove Edizioni Romane che pubblicano “Vamos” di Ferdinando Albertazzi e “Il segreto del quarto dono” di Pina Varriale nella collana I nuovi gialli.

Arkadia Editore, amore e libertà nei libri

Giulia Siena
ROMA “Per noi il libro è un atto d’amore, un luogo di libertà, il punto finale di differenti professionalità che concorrono alla creazione di un contesto cartaceo che deve rispondere a precisi requisiti: bellezza, armonia, profondità, capacità di penetrazione nel mercato.  L’Arkadia Editore, giovane casa editrice sarda dalle forti basi professionali, guarda alla pubblicazione di un libro come al risultato a cui si arriva dopo tanto lavoro ma, allo stesso tempo, sa che è il punto dal quale si parte per arrivare al pubblico. Per conoscere meglio la proposta editoriale “Arkadia”, i loro libri e il loro pubblico, abbiamo intervistato l’editore, Riccardo Mostallino Murgia.

Qual è la proposta editoriale di Arkadia Editore?
Arkadia Editore cerca di proporre al pubblico un’ampia gamma di prodotti editoriali. Andiamo quindi dalla narrativa classica al libro per ragazzi, dalla saggistica storica a quella di inchiesta, passando per i pamphlet politici, i saggi di carattere etnico-antropologico, i libri di cinema e quelli turistici. Essendo una realtà nata solo nel 2009 ovviamente abbiamo cercato di selezionare il più possibile le nostre scelte, umane ed editoriali, seguendo il nostro fiuto – i professionisti di Arkadia lavorano a vario titolo nel mondo dei libri da parecchio – ma anche il nostro gusto. Al momento, con circa 50 titoli editi, Arkadia cerca di affermarsi non solo a livello locale ma, attraverso le librerie fiduciarie e i distributori regionali, anche in realtà differenti dalla propria. Non ci nascondiamo che l’impresa è tutt’altro che facile, ma siamo convinti di poter proporre “prodotti” di qualità che alla lunga daranno i loro frutti. Inoltre non siamo editori a pagamento e questo per noi è un vanto. Sarà anche per questo che in redazione, ogni giorno, arrivano decine e decine di proposte di pubblicazione!


Romanzi,saggi e libri per bambini: una casa editrice per tutti i gusti letterari?
Come dicevo la nostra forza sta forse proprio nella varietà di interessi che cerchiamo di soddisfare. Siamo partiti con l’intenzione di produrre libri di narrativa, spaziando nei diversi generi, per poi ritagliarci anche una fetta di mercato con libri turistici e per ragazzi. Ma senza strafare. Sappiamo di non essere colossi e che i passi vanno affrontati uno dopo l’altro. Siamo però contenti che una collana come Eclypse, di narrativa, sia già arrivata a undici titoli editi, tra i quali alcuni veramente molto belli a nostro avviso, come ad esempio Buenos Aires troppo tardi, di Paolo Maccioni, o Dalla scura terra, di Antonello Pellegrino. Certo, siamo affezionati anche ad altri “fanciulli” del nostro catalogo, ma questi ultimi due sono, diciamo un evoluzione del nostro modo di pensare la letteratura, più aperta verso certe tematiche. Ed infatti, la scelta dei titoli, avviene anche in base a sensazioni, a “pulsioni” che ci permettono di riflettere meglio su quella che è l’evoluzione della società. Libri come Diversamente come te o Boati di solitudine, ambientati nel mondo degli handicap o dei giovani disadattati, sono stati non solo forieri di un giusto riconoscimento da parte del pubblico, ma anche occasione per l’apertura di dibattiti, di conferenze, di momenti in cui riflettere.

Come mai la scelta di investire sugli autori emergenti?

Scommettere sugli autori emergenti è una sfida. Un po’ però lo impone anche il mercato. Stretti come siamo, noi piccoli editori, tra i grandi gruppi, trovare scrittori affermati che abbiano voglia di rimettersi in gioco è un’impresa abbastanza difficile. Mi sono sempre chiesto anche quale fosse la differenza tra uno scrittore noto e uno meno noto a parità di bravura. E la risposta è stata solo questa: il pubblico più numeroso. Per un piccolo editore investire nella comunicazione, farsi conoscere dai lettori, incentivare le vendite proponendo libri apprezzabili, è sempre più difficile. La grande firma non ti garantisce un successo di vendite. Né la qualità del prodotto, che comunque deve essere sempre sotto la responsabilità dell’editore. Tutti gli autori che fino ad oggi abbiamo pubblicato però, tranne rari casi, non erano proprio inediti nel vero senso della parola. Parliamo comunque di scrittori che si sono fatti le ossa “in provincia” e che sono capaci ad ogni modo di dire la loro. Asquer, Pellegrino, Aschieri, Maccioni, possono anche risultare poco conosciuti al grande pubblico, ma con la dedizione e la costanza, siamo sicuri che prima o poi riusciranno ad emergere. Il nostro compito è accompagnarli. Certo poi, quando ti capita di pubblicare Michela Murgia (premio Campiello) o Sandrone Dazieri o Buonanno o Abate (mi riferisco all’antologia di racconti Nyx), allora la visibilità aumenta… ma questa è una conseguenza del lavoro precedente. Crediamo infatti che non esistano figli (leggi autori affermati) di serie A e figli (leggi scrittori emergenti) di serie B. Sono tutti sullo stesso piano, capaci di esprimere emozioni, di caricarci l’anima con le loro parole… questo poi, alla fine dei conti, è il bello di questo mestiere. Una parentesi di fantasia tra un evento e l’altro della quotidianità.

Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: Arkadia Editore come vive questa continua “lotta”?
Questo è vero. Ed aggiungerei: forse meno lettori. Intendiamoci, lo zoccolo duro c’è e resiste… ma occorre anche salvaguardarlo. Fare in modo, prima di tutto, che i libri siano più accessibili e meno costosi. Non credo molto – forse perché ex libraio – all’ebook, anche se prima o poi sfonderà. Amo il piacere delle pagine che scorrono fra le dita e il loro profumo, però mi rendo conto che nel 2000 un libro di media grandezza costava 17.000 lire, ora un libricino di 100 pagine costa 12 euro (24,000 lire), una follia. Ma non è solo colpa degli editori. Diciamo che nel gioco rientrano tutti quei costi accessori che, purtroppo fanno levitare i prezzi: costi di stampa, di distribuzione, costi fissi etc. Tornando alla domanda però è vero anche che le case editrici sono tante. Però mi chiedo, quelle vere, quante sono? Quante sono quelle che fanno vera editoria, vera ricerca, vero editing, vero pressing letterario? Se parliamo dei piccoli ci sono tante belle realtà già affermate, altre che diligentemente si collocano nel loro mercato. I furbi invece. fortunatamente, prima o poi vengono smascherati e i loro cataloghi si riempiono di opere a pagamento che nessuno compra (tranne i parenti degli autori). Vede, io non sono a priori contro l’editoria finanziata, ma ci deve essere un limite. Se un libro è brutto, tale resta, anche se lo pubblica Mondadori o Feltrinelli (e recentemente se ne sono visti parecchi in giro, non necessariamente editi dai due colossi citati poc’anzi). Quindi diciamo che se il mercato non fosse drogato da questi pseudo editori, sicuramente avverrebbe una scrematura naturale. Perché alla fine dei conti è il mercato (ovvero il pubblico) che decreta il tuo successo. Resta il fatto che i piccoli approdano raramente alla grande ribalta… insomma pochi se li filano. Arkadia, ad esempio, ha pagato e in parte paga questo handicap. I nostri libri non vengono recensiti quasi mai nelle grandi testate giornalistiche nazionali… e le nostre pubblicazioni non sono ovunque. Ma questo è sì un cruccio, ma non un problema. Il tempo è galantuomo e riuscirà, ne sono sicuro, a dare il giusto valore ai nostri sforzi. D’altronde le critiche che riceviamo per i nostri libri sono sempre molto positive. Quindi siamo oltremodo fiduciosi di poter dire, molto presto, la nostra anche in ambiti più ampi.
 

Novità Editoriali

ROMA“Leggere nuoce gravemente all’ignoranza.” Con questo monito vi esortiamo a leggere le tante invitanti novità di queste ultime settimane. In libreria per Bompiani da domani, mercoledì 9 febbraio, l’unico libro che, dopo secoli di censura, racconta gli usi e costumi della civilità precolombiana: i “Commentari reali degli Inca” di Garcilaso de la Vega. Lo stesso editore propone “Satori” di Don Winslow una nuova avvincente spy story in cui si mescolano storia, seduzione e paura e un classico dello spionaggio, “Shibumi, Il ritorno delle gru” di Trevianan. O Barra O Edizioni (Milano) presenta “Garam Masala”, l’ultimo libro di Bulbul Sharma. Ci spostiamo nella narrativa italiana per segnalare l’uscita tra qualche settimana de “La solitudine degli anni dispari” di Luca Pisanu per Fermento (Roma). Tra le novità delle Edizioni Pendragon (Bologna) c’è il romanzo “Il momento perfetto” di Lorenzo Minoli, il saggio “Un matematico un po’ speciale. Vito Volterra e le sue allieve” di Sandra Linguerri e “Sbagliare umano. Ma la sinistra è diabolica. Breviario per non perdere le elezioni” di Marco Bettini. Nonostante sia ancora un po’ presto per parlare di vacanze e tuffi in mare, l’Editrice La Mandragora (Imola) vi prepara per la prossima stagione marittima portando in libreria il “Manuale di Diritto Pratico per l’Istruttore Subacqueo” di Aldo Cimino e Martina Feltrin e “Raimondo Bucher La vita di un pioniere degli abissi nella cronaca del suo tempo” a cura di Luciana Civico Bucher e Fabio Vitale. Logos Edizioni (Modena) porta in libreria “1000 soluzioni grafiche: graffiti e street art”, “1000 idee per progettare un giardino”, “Loft da abitare” e la guida “Per il fotografo in viaggio”.
Sinnos (Roma) regala ai lettori più giovani “Pioggia Sporca” di Fabrizio Casa e “La casa con le ruote” (italiano e sinti) di Annibale Niemen, due racconti coinvolgenti con al centro il mondo Rom. Visto il clima di festa non poteva mancare la “lettura in maschera”: “Martina al Carnevale di Venezia” di Gilbert Delahaye pubblicato da Gallucci Editore che propone anche  “Il Pinguino e la Gallina” di Giuseppe Lisciani.