“Qualche lontano amore”, l’appassionante romanzo di Carla De Bernardi

Alessia Sità
ROMA –Si era accorta presto di non essere sola. Due persone la abitavano lottando furiosamente”.

E’ un vero dissidio interiore quello vissuto da Clara, protagonista di “Qualche lontano amore”, l’appassionante romanzo di Carla De Bernardi edito da Ugo Mursia.
Con straordinaria leggerezza, l’autrice ci conduce in un vortice di emozioni che investono e travolgono impetuosamente tutti i protagonisti. Clara è una donna di quarant’anni con due matrimoni alle spalle e due figli ormai diventati grandi. Sin dalla sua infanzia ha sempre agito per non deludere gli altri, ma dopo aver conosciuto un uomo sposato, Juan, che le ha fatto scoprire l’amore – quello che fa gioire e soffrire crudelmente allo stesso tempo – Clara giunge finalmente alla piena consapevolezza che la sua vita non può “più essere una continua richiesta di approvazione”.
Durante una vacanza in Costa Azzurra, la donna si ritrova a fare un bilancio della propria esistenza e a ricostruire, attraverso numerosi flashback, quest’amore esploso improvvisamente durante un’estate rovente. Fra un ricordo e l’altro, Clara rivive la sua turbolenta e irrequieta vita: dalle amicizie ai primi amori adolescenziali; dalle prime esperienze sessuali a quelle da donna adulta e matura; dalla vita matrimoniale a quella furtiva vissuta da amante. Fra ricordi, canzoni, volti e scenari mozzafiato, pagina dopo pagina, Clara mette a nudo la propria anima, sondando anche i meandri più oscuri che la abitano. “Qualche lontano amore” è un vero viaggio interiore intrapreso non solo dalla protagonista, ma anche dal lettore, che soffre e ama disperatamente insieme a Clara.
Con grande capacità introspettiva, Carla De Bernardi ci regala un vero romanzo di formazione, dove a compiere un processo di crescita e consapevolezza è una donna coraggiosa, che non teme di vivere pienamente i propri sentimenti, di qualsiasi natura essi siano.

 

“Cronache da un mondo (im)possibile”, la costruzione di una coscienza di vita

recensione chronicalibri cronache da un mondo (im)possibile_frank solitarioGiulia Siena
ROMA “Sta di fatto che molti capolavori della Letteratura, ma anche dei libri insignificanti o addirittura disgustosi, cominciano così – Tac! – senza nemmeno un preavviso.” Lui è Frank Solitario ma non chiedetegli il suo vero nome. Lui è l’autore di “Cronache da un mondo (im)possibile“, il volume che tra qualche giorno sarà in libreria pubblicato dalle Edizioni Il Foglio Letterario.

Dopo la raccolta di racconti “Storie ai minimi termini”, Frank Solitario torna sulla scena letteraria italiana con “Cronache da un mondo (im)possibile”, racconti che si intrecciano a formare un romanzo. Per questo lavoro Frank ha voluto accanto Veruska Armonioso, editor e scrittrice che ha curato – da cultrice della parola – la revisione del libro.
I protagonisti sono tanti e dalle caratteristiche più disparate; essi si dispongono in una immaginaria palazzina fatta di venti stanze divise per piani. L’ultimo piano è quello della solitudine: c’è uno scrittore che non riesce a esprimersi con verbi al presente o al futuro, il barbone, l’anziano principe, dei manichini, il ladro, lo scrittore poi qualcuno, un altro e nessuno. Tutti però – in momenti diversi della vita – si accorgono della propria esistenza come svegliandosi da un momentaneo assopimento. Si scoprono stanchi, distratti, innamorati o delusi, si ritrovano vecchi senza aver vissuto alcuna giovinezza. Il mondo (im)possibile disegnato da Frank Solitario ha le fondamenta nella realtà e le mura costituite dai mattoni delle scelte di ognuno, semplici o esagerate fino all’eccesso. La scrittura visiva e attenta dell’autore completa e cementifica la costruzione di un mondo (im)possibile.

“Non riesce a compiacersene del tutto. Ma la battaglia è vinta. Ancora. Il sole aveva attraversato, per un tempo ingiustificato o solo per pochi secondi, tutte quelle venti stanze.”

“C’era una svolta”, un’attuale e sarcastica ironia

Silvia Notarangelo
ROMA – A San Quentin, in California, il condannato a morte Tonino Buttalamare, giunto al patibolo, chiede, come ultimo desiderio, di poter raccontare una storiella del suo paese. Inizia così “C’era una svolta”, il nuovo lavoro di Martino Ferro pubblicato da Verde Nero. Se amate Calvino e le sue fiabe, questa loro rielaborazione, perfettamente calata in un’attualità da censurare e dotata di una sagace ironia, non vi lascerà delusi.
Nei cinque minuti a sua disposizione Tonino Buttalamare è un fiume in piena. Esordisce con le vicende, non proprio felici, di Giampietro, Gianfranco e Giancarlino, tre fratelli alle prese con odiati call center, paghe da fame e nessuna prospettiva per il futuro. Unica possibilità rivolgersi a San Precario e ascoltare bene i suoi consigli, perché un insperato posto da direttore è proprio lì, a portata di mano, basta saper usare un po’ di astuzia.
Ed è sempre grazie alla furbizia, e a una sana dose di incoscienza, che Giovannina smaschera il temuto orco Cicci, un orco dotato della singolare capacità di fare tutto al contrario, compreso conficcarsi un bisturi in bocca al posto dell’immancabile sigaretta. Una fine drammatica, come quella involontariamente architettata da una first lady infelice che, con la complicità della cameriera, riesce a sbarazzarsi di un marito “nanetto” che non ha mai voluto e che, solo per puro caso, si è ritrovato nel posto giusto al momento giusto. La sorte non è stata, invece, così benevola con Giufà, un giovane che vive alla giornata e che, in un modo o in un altro, riesce sempre a cavarsela, sia quando inconsapevolmente libera i tanti negozianti sottoposti al pizzo di Don Ciccio Potenza, sia quando, altrettanto ingenuamente, consegna una partita di droga alla mamma convinto che si tratti di farina. Ma a volte l’onestà non basta e il destino che lo attende non è certo dei migliori.

Eroina tra “Eroine”: Claude Cahun

Silvia Notarangelo
ROMAClaude Cahun è artista complessa ed eclettica, ma anche indomita contestatrice, pronta ad impegnarsi attivamente prima nel movimento surrealista, più tardi, nella Resistenza.
Sono la storia e il mito a suggerirle la scelta delle sue “Eroine”, una singolare raccolta di ritratti femminili pubblicata da :duepunti edizioni.
Fuori dagli schemi e capaci di ribaltare qualsiasi aspettativa, le donne che ci restituisce la Cahun sono estreme, impetuose, votate alla ribellione e incuranti del dolore. La libertà da ogni forma di condizionamento e di morale è, per loro, condizione imprescindibile. Così, il piegarsi ad amori assoluti e, spesso, controversi, le umiliazioni e le prevaricazioni subite, diventano strumenti per affermare se stesse e la propria forza.
Tra le protagoniste c’è Elena, una giovane sposa che sa di essere brutta ma prova a dimenticarlo. Non si tira mai indietro, persino quando si tratta di allenarsi con esercizi di seduzione per accontentare il suo Menelao. Tutto però ha un limite e, con il tempo, Elena decide di dire basta per vivere finalmente come desidera. Una Cenerentola sottomessa e gelosa del suo vestito da sguattera, si rassegna, invece, a sposare un principe che la vuole dominatrice, altezzosa e con tacchi a spillo. Ma è proprio dall’andare contro il proprio istinto, dal violentare la propria natura, che la principessa trae un’inaspettata felicità. Una felicità che sembra non conoscere Salomè, sprezzante verso la vita e verso tutti quelli artisti che si sforzano di riprodurla fedelmente. Non c’è nessuna differenza, per lei, tra l’arte e la vita, una vale l’altra. E niente, neppure la testa decapitata di Giovanni Battista, riesce a turbare la sua “carne insensibile”.
Vite immaginarie di donne forti e consapevoli, talvolta risolute, talvolta stravaganti, ma incredibilmente vere.

La pace nel fiume

sidStefano Billi

ROMA – Alcuni sono convinti che esistano libri belli e libri brutti. O meglio, che alcuni libri siano più belli di altri. Come dar loro torto?

E’ innegabile che ci siano dei testi che sanno emozionare ogni uomo nel suo io più profondo, e che inoltre sappiano far aprire gli occhi al lettore. Perché l’individuo del nostro tempo spesso non vede, o vede male. E anche se osserva il mondo, spesso non lo capisce.

Ecco che allora la letteratura – quella che eleva lo spirito – diviene il faro che rischiarai giorni bui, il grimaldello che scardina la volgarità culturale che accompagna questo tempo di crisi di valori.

All’interno di quella letteratura, fulgido esempio è “Siddharta”, insostituibile romanzo di Herman Hesse, edito in Italia da Adelphi.

A voler dare una descrizione sommaria del libro, si potrebbe riassumerlo nella storia di un giovane indiano che fatica a trovare il senso della propria esistenza. Ma questa sarebbe davvero una descrizione sommaria, e sicuramente riduttiva.

“Siddharta” è qualcosa di più: è la narrazione dei profondi travagli interiori di un uomo, che scopre la fragilità della sua purezza giovanile, che sperimenta il dolore provocato dalla perdizione morale.

Adolescente in cerca del sapere profondo, il protagonista della vicenda – il cui nome rispecchia il titolo del racconto – lascia la casa del padre per diventare adulto, ma al passare degli anni non corrisponde una simultanea crescita della coscienza, e così Siddharta assaggia il sapore amarissimo del fallimento, della mancata realizzazione di quello che si sarebbe voluti essere.

Ma proprio sull’orlo del declino, il protagonista ritroverà se stesso, segno che il cammino verso la saggezza è lungo ma raggiungibile, al volenteroso che lo intraprende.

Herman Hesse crea così un romanzo indimenticabile, la cui lettura riesce a forgiare soprattutto gli animi dei giovani. Difatti, attraverso le pagine immortali di “Siddharta”, proprio i ragazzi possono capire tutto il disagio di chi ha smarrito se stesso, in cerca di un’emancipazione che poi si è rivelata soltanto un abbandono della propria purezza. E così “Siddharta” può educare il lettore a comprendere se stesso, ascoltando il rumore del fiume e del mondo, che poi è il senso della rinnovata meditazione del protagonista della storia. Allora davvero si fa chiaro come anche un barcaiolo, un umile personaggio fluviale, possa diventare un maestro che spinge alla profonda meditazione sul senso della vita.

Asciutto nei dettagli, ma chiarissimo nella sua scrittura, questo libro merita comunque di essere letto, a qualunque età, perché ha il grande merito di lasciare una sensazione di appagante serenità. Quella stessa letizia che è cardine delle filosofie orientali e in particolar modo della religione buddista, sottofondo di tutta la vita del protagonista.

“Siddharta” è uno di quei bei libri che andrebbero assolutamente letti, ed auspicabilmente riletti, come una tappa fondamentale nella vita di ogni uomo. Perché non ci si improvvisa adulti, né tantomeno si cresce solo dal punto di vista anagrafico. Proprio per questo Herman Hesse ha regalato all’umanità una storia di crescita interiore. Proprio per questo, tra le tante cianfrusaglie che circondano i vasi degli alberi di Natale, “Siddharta” può rappresentare il dono più straordinario che si possa ricevere.

“Gli occhi dell’amore”: storie drammaticamente vere

Alessia Sità
ROMA Si intitolaGli occhi dell’amore” l’ultimo libro di Nadia Turriziani pubblicato qualche mese fa da Sangel Edizioni.
Diciotto racconti drammaticamente veri incentrati sull’amore e sulle sue diverse sfaccettature: dall’amore familiare a quello per gli amici; dall’amore romantico a quello sessuale e talvolta anche platonico.
Tante storie per parlare di un unico sentimento che non solo nutre e scalda il cuore, ma spesso tormenta e logora l’anima, trascinandola talora in bilico fra la vita e la morte.
Con uno stile schietto e diretto e con una nota di comicità opportuna, Nadia Turriziani affronta delicate questioni sociali che quotidianamente campeggiano su giornali e in televisione: dall’anoressia all’omosessualità, dal pregiudizio alla violenza, dalla vita alla morte.

L’autrice ci regala pagine di vera intimità affrontando tematiche che molto spesso nascondono dei veri tabù.

Ne “Gli occhi dell’amore” il quotidiano prende sempre più forma, fra turbamenti e sensazioni totalizzanti, il lettore è travolto in una costante riflessione con se stesso e con tutto ciò che lo circonda; inevitabilmente ci si ritrova ad immedesimarsi sempre di più nelle complicate vicende di ogni protagonista.
Nei suoi racconti, alcuni dei quali arrivati finalisti in vari concorsi letterari nazionali, Nadia Turriziani dà soprattutto voce alle donne: a quelle violentate e mortificate nella propria femminilità, a quelle trascurate e ignorate.

"Del vizio e della virtù". Antologia di racconti del XXI secolo

Agnese Cerroni
Roma– Al più giovane editore italiano (quando fondò la sua casa editrice), Simone Di Matteo, creatore della Diamond, nei mesi scorsi è venuta l’idea di indire un concorso per un racconto su uno dei vizi o una delle virtù; ne sono arrivati davvero tanti in redazione e la scelta non è stata facile, tutti meritevoli ma, come dice Rino Caputo nella sua postfazione, “la selezione dei racconti è avvenuta misteriosamente e felicemente…senza possibilità d’appello per gli esclusi o di recessione per gli inclusi…(quest’antologia) è, come ogni antologia una scelta di fiori, profumati e freschi, che dovranno resistere al tempo e nello spazio dell’anima e dell’intelligenza dei lettori di questo XXI secolo in cui tutti siamo piombati quasi senza accorgercene”.


Quindici autori, sette per i vizi, sette per le virtù più un omaggio della grande scrittrice Dacia Maraini il cui racconto, donato con cortese generosità, costituisce il centro topico, intellettuale e letterario di quest’antologia ed è stato per questo posto, simbolicamente, al centro tra il primo gruppo di racconti e il secondo. Oltre che per la qualità della scrittura, le sperimentazioni linguistiche ed estetiche, l’antologia si segnala per il gusto e la raffinatezza dei racconti, che vanno a scandagliare e sondare la nascita, la persistenza, il consolidarsi e protrarsi tanto del vizio (i sette vizi capitali), quanto della virtù (le 3 virtù teologali unite alle 4 cardinali), attraverso la sintesi concettuale e letteraria che soltanto la forma del racconto concede sia per l’analisi psicologica delle manifestazioni umane, sia per il riconoscimento del fatto che non c’è bene o male assoluti, ma che la varietà dei comportamenti umani conduce alle sfumature più delicate.
Bellissime le illustrazioni in bianco e nero di ogni vizio e virtù create da Giampaolo Carosi che è anche l’autore della copertina a colori; i racconti sono davvero belli anche se gli autori non portano nomi celebri come quello della Maraini, molti di loro meriterebbero maggiore risonanza: alcuni di loro affascinano, attraggono, coinvolgono, commuovono più degli altri.

"La rosa", la grande scrittura di Petruševskaja entra in un albo illustrato

Giulia Siena
ROMA “Un uomo di punto in bianco cominciò a profumare come una rosa. E non c’era niente da fare. Bastava che entrasse in un negozio, e in un batter d’occhio tutti si fermavano, cominciavano ad annusare l’aria e dicevano: “C’è odore di rose. Sembra proprio di stare in un roseto”. Sembra un po’ bizzarro, dalle sfumature divertenti, ma questo non è che solo l’inizio de “La rosa”, il racconto di Ljudmila Petruševkaja che ha i toni di una favola triste. Illustrato magistralmente da Claudia Palmarucci, “La rosa” è una delle ultime uscite firmate Orecchio Acerbo.
 Tutto comincia quando un uomo comincia a profumare come una rosa: i suoi vestiti, la sua pelle, i suoi movimenti emanano un odore che si addice a un fiore. Così, quando quest’uomo senza nome accede in un luogo o entra in qualsiasi stanza, la gente si aggira perplessa annusando il buon odore. Presto, però, questo odore si fa quasi insopportabile, sinonimo di un’oscura punizione. La fresca fragranza che all’improvviso ha segnato il cammino del protagonista diventa il suo capo d’accusa: diviene una cavia, un esperimento da portare avanti quasi seguendo le istruzioni di un manuale di giardinaggio.


In “La rosa” Ljudmila Petruševkaja fa confluire la sua attenta osservazione della situazione umana di fronte alla disgregazione sociale: disagio, emarginazione e solitudine, argomenti che attraverso una grande penna e ottime immagini possono essere spiegati anche ai lettori più piccoli.

"Le felicità consumate": la forza e la passione della vita

Agnese Cerroni

ROMA– Da luglio sugli scaffali delle librerie il nuovo romanzo dell’autrice partenopea Patrizia Rinaldi, “Le felicità consumate” (Edizioni Cento Autori), un’interessante antologia di racconti brevissimi legati tra loro dalla strenua tensione dei personaggi alla ricerca della felicità. Felicità sognata ed esperita ad ogni età, attraverso un caleidoscopio di passioni vissute con forza e pienezza. Ecco il fil rouge che unisce idealmente la stravagante zia Anna “i capelli tinti di un biondo pallido che va nel rosa”, Andreina Mosc’ è stagn la musicista”con la sua tromba cattiva che non vuole insegnare e cantare per niente e nessuno”, Marinella-chérie e sua nonna Gugù e Lorenzo il calciatore in erba che gioca le sue partite con quel Super Santos un po’ sgonfio: amore.
Che sia per un uomo o perla squadra del cuore non fa differenza. Solo amore disvela il senso profondo della vita.
Sullo sfondo, l’ ultimo personaggio della Rinaldi: Napoli. Napoli e la periferia di Fuorigrotta. Napoli crudele e caotica. Napoli che si trasforma sotto gli occhi di ogni personaggio.Una Napoli di piccoli segreti e infinite risorse.

La fucina delle nebbie

Silvia Notarangelo
Roma – Una chiara idea di racconto. Si tratta di “frammenti nati nel crogiuolo rovente di un’emozione forte, di un impulso irrefrenabile, di un’urgenza di esprimere”. Ed è proprio a queste molteplici esigenze che Guido Marcelli sembra voler rispondere con la raccolta, appena pubblicata da Diamond, “La fucina delle nebbie”.
Con la sua capacità di alterare le percezioni, di trasfigurare le cose, di creare atmosfere dense di significati, è la nebbia il filo conduttore degli undici racconti. Le realtà descritte sono indefinite, lasciate volutamente nell’ambiguità, nella convinzione che l’indeterminatezza possa essere un potente strumento di comunicazione.

E se, in alcuni casi, è la quotidianità ad offrire uno spunto per raccontare situazioni paradossali, in altri è la fantasia a prevaricare, accompagnata, spesso, da una buona dose di ironia. I protagonisti delle vicende sono diversi, eppure c’è sempre un qualcosa che li accumuna: sensazioni di smarrimento e di inquietudine, desiderio di spingersi oltre, di avventurarsi in percorsi inusuali che assumono, di volta in volta, particolari sembianze. Può essere una guardiamarina alle prese con il fascino di una sagoma femminile, un militare disorientato al rientro a casa o l’esperto sciatore Valdes, assalito da uno “strano coso nero” che non gli lascia scampo.
Cambiano le situazioni, ma il modo di pensare o di agire è simile e, talvolta, imprevedibile. Non mancano, così, colpi di scena né incredibili metamorfosi. I soldati di un’invincibile armata sono impegnati in una singolare impresa non priva di risvolti, mentre il buon Padre Francesco incarna le vesti di vittima e artefice di una storia degna delle cronache locali.
Il tutto avvolto da quell’alone di mistero che solo la nebbia può conferire e che riesce a fondersi, abilmente, con le suggestioni esercitate dall’ignoto, con la curiosità e con quel gusto della scoperta che accompagnano ogni racconto.