L’Italia del "Vicolo dell’Acciaio"

Marianna Abbate
ROMA Che l’Italia abbia mille volti lo sapevamo già. Certo è che per l’italiano medio l’operaio ha sempre il volto di un dipendente Mirafiori, che campeggia sulle prime pagine dei giornali. Quello che Cosimo Argentina ci mostra nel suo libro, edito da Fandango, è il “Vicolo dell’Acciaio” un distretto industriale di Taranto, che al massimo potremmo aver visto nella quinta pagina di cronaca, quando si è trovato al centro di un Referendum.
Forse perché gli operai siderurgici non sono altrettanto fotogenici quanto i dipendenti Fiat, o forse perché il loro lavoro mostra effettivamente delle problematiche economico-sanitarie ben diverse da quelle delle fabbriche di automobili. Certo è che nel libro di Argentina, si respira un’aria pesante, tossica. Una nube grigia di fumi e odori acri che chi ha sentito una volta non potrà più dimenticare. 
Poi ci sono i personaggi, i protagonisti di questo ritratto dell’ Italia industriale: combattono le loro battaglie quotidiane e cercano di sopravvivere in mezzo a quel male di vivere e a tutto quel fumo. Sono coraggiosi, forti come il Generale, o indefiniti, indecisi, ma pur sempre arrabbiati, come il figlio Mino. Non cambiano. Rimangono così, statici e un po’ tristi, fino all’ultima pagina del romanzo; almeno i sopravvissuti. 
Cosimo Argentina è agitato e commosso. Si vede dalle sue frasi, brevi e concise, ma non per questo semplici. Spesso il linguaggio è ermetico, autoreferenziale e complicato. Per chi non conosce il dialetto la lettura risulta poco scorrevole, nonostante si tratti comunque di una scrittura rapida e discorsiva. 
La tematica ricorda un po’ Zola e un po’ Verga, ma lo stile è completamente diverso.
L’autore è troppo coinvolto per risultare oggettivo, il suo è un romanzo sentito e sofferto. Un alone di depressione si posa anche sulle considerazioni finali, come se la speranza avesse evitato di proposito questo libro. O perlomeno il quartiere industriale di Taranto.



"La sola idea di te", da Neri Pozza il primo romanzo di Rosie Alison

Silvia Notarangelo

Roma – “Esistono molti modi di consumare una passione, a questo mondo…una lettera, una conversazione o persino un semplice sguardo”. Potrebbe riassumersi con queste parole “La sola idea di te”, il romanzo di debutto della scrittrice inglese Rosie Alison, pubblicato da Neri Pozza Editore.

Anna, la protagonista, ha otto anni, vive a Londra e la sua sembra un’infanzia felice.
Una data, però, il primo settembre 1939, segnerà per sempre la sua vita. Lo scoppio della guerra costringe Roberta, sua madre, a una dolorosa quanto inevitabile decisione: aderire al programma di evacuazione e lasciar partire la figlia nella speranza di sottrarla al macabro spettacolo dei bombardamenti. Ha inizio, così, la particolarissima avventura di Anna nell’incontaminato Ashton Park, una dimora privata temporaneamente allestita come collegio per accogliere un nutrito gruppo di bambini.

È lei l’inconsapevole testimone che svela, a poco a poco, i segreti dei proprietari, gli Ashton, una coppia apparentemente impeccabile e affiatata. Elizabeth, bellissima e misteriosa, è, in realtà, terribilmente infelice e conduce, da tempo, una doppia vita, nel disperato tentativo di riuscire ad avere quel figlio che tanto desidera. Anche Thomas, il marito, gentile e premuroso, nonostante una malattia lo costringa su una sedia a rotelle, nasconde un sentimento forte e inconfessabile, per Ruth, una giovane insegnante appena conosciuta, che ricambia, tacitamente, il suo affetto. Sarà proprio la scoperta del legame tra i due a innescare una serie di imprevedibili e drammatiche conseguenze.
Parallelamente, continua, a Londra, la vita di Roberta, un’esistenza che prende una piega del tutto inaspettata, complice un nuovo lavoro e una ritrovata libertà personale. Tuttavia, anche nel suo caso, la spensieratezza di quei giorni, così stridente rispetto all’atmosfera della città, sarà breve e, purtroppo, preludio di una fine straziante.
Passano gli anni e, nel 1943, Anna può finalmente tornare a casa: alla gioia nel rivedere il padre fa, però, da contraltare l’immensa nostalgia che la assale nel doversi separare dal signor Thomas, il suo vero e unico punto di riferimento.
Un vuoto che neppure il tempo saprà colmare e che le susciterà, per sempre, un senso di smarrimento unito ad una profonda insoddisfazione. Soltanto alla fine della sua vita, Anna, ormai settantacinquenne, riuscirà a fare ritorno ad Ashton Park, dove potrà, serenamente, lasciarsi andare accanto a “quel faggio purpureo” che era stato compagno dei suoi giochi.

"D’amore e ombra", un classico di Isabel Allende

Alessia Sità
ROMA – Pensando alla Lettura vintage di questa settimana, ho riscoperto la bellezza di uno dei romanzi di Isabel Allende: “D’amore e ombra”, edito da Feltrinelli, nella collana Universale economica. La scrittrice cilena compose l’opera nel 1984, durante il suo esilio in Venezuela. Fra finzione e realtà, l’Allende ci racconta un’epoca che lei stessa definisce ‘di somma ingiustizia’.
Sullo sfondo di un Cile devastato dalla dittatura, portata nel 1973 da un Golpe militare guidato dal generale Pinochet, si snoda la vicenda dei tre protagonisti. Tre storie diverse accomunate da uno stesso destino.

La vita di Irene, una giornalista di buona famiglia, cambia subito dopo l’incontro con Francisco, un giovane appassionato di fotografia. I due lavorano su un’inchiesta giornalistica incentrata su Evangelina, una ragazzina dotata di poteri soprannaturali, scomparsa misteriosamente dopo aver messo in ridicolo un ufficiale. L’indagine condotta coraggiosamente dai due giovani porterà ad un terribile scandalo, le cui conseguenze saranno particolarmente dolorose.
Ancora una volta Isabel Allende riesce a coinvolgere il lettore in una narrazione ricca di particolari, di avvenimenti e di personaggi.
La vicenda – probabilmente frutto di una reale esperienza vissuta da alcuni amici della scrittrice – commuove, indigna, ma allo stesso tempo fa anche sperare.
“D’amore e ombra” è una splendida storia d’amore che non risulta mai banale o leziosa, ma soprattutto è un racconto che tiene col fiato sospeso fino alla fine.

"Senza tacchi", ma neanche in punta di piedi

Marianna Abbate
ROMA – Fare la modella è il sogno di migliaia di ragazzine. Sfilare con quegli abiti meravigliosi e fluttuanti, occupare tutti i manifesti della città, sorridere ai fotografi e firmare autografi. Inutile ripetere che questa è solo una faccia della medaglia e che dall’altra parte ci sono umiliazioni, sofferenze diete interminabili e malsana competizione. Ce lo racconta da vicino Francesca Lancini, supermodella, nel suo esordio letterario “Senza tacchi” edito da Bompiani.

Sono stata attirata alla lettura di questo libro dal nostro direttore, che conosce bene la mia debolezza per i romanzi rosa, consumati in quantità industriale a qualunque ora del giorno e della notte. Ebbene , cara direttrice, questo non è un romanzo rosa, come potrebbero indurci erroneamente queste lunghe gambe nude in copertina. Questo romanzo è più simile a un horror psicologico, a una storia di guerra oppure, se proprio vogliamo a una commedia nera all’inglese. Perchè il mondo che vediamo, e che impariamo a conoscere dalle pagine del libro, fa paura. Inquieta e terrorizza, delude e rattrista. Un libro consigliabile a tutte le mamme che spingono le loro figlie a cominciare queste improbabili carriere, sostenendole con impegno in diete massacranti, pagando interventi estetici inutili se non dannosi. Perchè sono proprio così i genitori del libro: assenti e assenteisti, confidano nel denaro più che nell’Amore e nel successo più che nella Felicità.
La consolazione sta nel fatto che la protagonista, una ragazza abbastanza sveglia, riesce a liberarsi da questo vortice di autodistruzione, grazie ad una visione lucida di quanto la circonda. Non saprei definire quanto di autobiografico l’autrice abbia voluto condividere con i lettori; ma se pensiamo che da una carriera di successo, che l’ha portata come valletta a Sanremo nel 2006, si è dedicata alla scrittura possiamo immaginare che la realtà si distingua ben poco dalla fantasia. Le faccio i miei migliori auguri per questo cambiamento.

Solcate l’avventura tra le pagine straordinarie di "Moby Dick"

Stefano Billi

Roma – La terraferma per l’uomo è essenziale, quasi quanto l’aria: tuttavia, anche l’acqua è un elemento indispensabile per l’essere umano, così come è indispensabile leggere, rileggere e leggere ancora “Moby Dick”, il più bel romanzo di Herman Melville.
Di sicuro, questo è uno dei libri più affascinanti che l’umanità abbia mai conosciuto; la sua bellezza si dipana anche attraverso la preziosa, attenta e poetica traduzione del testo realizzata da Cesare Pavese e pubblicata da Adelphi nel 1941.
Tra le pagine di quest’opera non si scandagliano solo le acque più profonde degli oceani, ma anche le emozioni più recondite dell’animo umano; ecco, nella navigazione ardua della vita serve proprio una “carta” per orientarsi tra tutte quelle sensazioni che scuotono l’Io di ogni individuo e così “Moby Dick” rappresenta – in maniera sublime – una stella polare per quel lettore intento a scoprire (come canta un eccentrico artista italiano) “come è profondo il mare”.
Ciò che tuttavia rende questo romanzo una pietra miliare della letteratura mondiale è la mirabile caratterizzazione dei personaggi.
Ad esempio, “Peep”, descritto come un pazzo tra i pazzi, si rivela piuttosto in talune occasioni un profeta tra gli stolti, perché quel suo distacco dalla realtà gli rende forse più nitida, rispetto agli altri, la trama oscura e terribile del destino che attende i marinai del Pecoq (ovvero il vascello adibito alla caccia della balena).
Poi c’è “Acab”, il capitano maledetto di questa storia, che cerca di riprendersi un orgoglio inghiottito da un cetaceo quasi sovrannaturale dotato di un perfido raziocinio che lo porterebbe, a detta dello stesso capitano, a pianificare meticolosamente gli attacchi all’equipaggio, quasi si trattasse di un’entità demoniaca.
Infine, tra tutte le figure generate dal genio di Melville, c’è Ismaele: avventuriero al contempo in cerca e in fuga da se stesso, imbarcato in un bastimento che, ahimè, è guidato da uno scellerato ed iracondo capitano la cui unica ragione di vita è la sete di vendetta, non solo verso la balena, ma anche nei confronti della natura.
In sottofondo all’opera, l’autore lascia lo spazio necessario a interessanti descrizioni sull’ambiente marinaresco dell’epoca o sui luoghi solcati dal Pecoq, ma soprattutto egli intesse profonde e sensibili considerazioni sulla condizione umana di fronte alla sconfitta, al dolore e alla perdita.
Tutto questo è poi certamente impreziosito dall’aura mistica di cui sono pervase le pagine, quasi non si stesse leggendo un romanzo d’avventura bensì un trattato religioso.
Naufragate nel dolce mare di questa lettura: sentirete soffiare un’indimenticabile brezza di passione tra le pieghe dell’anima.

"Gli anni della speranza", il racconto della difficile emigrazione da una terra ostile

Giulia Siena
ROMA “Si strinsero uno con l’altro, come un blocco, come una vera famiglia. Erano sul suolo francese e sapevano che per loro cominciavano gli anni della speranza.” Finisce con un augurio di speranza il romanzo di Anna Tolu Pouget che ripercorre gli anni difficili del Fascismo. “Gli anni della speranza”, pubblicato da Arkadia Editore, è il racconto intenso di personaggi diversi tra loro, ma simili per condizione sociale: due ragazzi e una bambina che in diversi momenti, nello stesso paese di un’isola arida, si sono scontrati con la durezza del tempo. Strade tortuose e parallele che negli anni si sono incrociate per proseguire insieme verso “gli anni della speranza”; dopo che l’austerità delle madri aveva scosso le loro piccole sensibilità, dopo che l’asprezza della guerra aveva messo alla prova la loro forza, dopo che il dolore si era preso gioco dei loro sorrisi.
Così, Francesco e Margherita sono cresciuti a pochi metri di distanza in una Sardegna “devota” al Fascismo e impaurita dalla Guerra; entrambi proclamavano entusiasti “Viva il Re! Viva il Duce!” con la sommessa speranza che il futuro sarebbe stato più ricco di cibo e amore. Entrambi volevano fuggire da quell’entroterra polveroso, avaro di soddisfazioni e affetto per approdare lontano, dove la cattiveria dei loro avi non poteva raggiungerli.

Anna Tolu Pouget in poco più di centocinquanta pagine costruisce un romanzo familiare dalla solida struttura narrativa: i riferimenti geografici sono calibrati con successo alle vicende storiche e il tutto sapientemente arricchito da sfumate venature sentimentali.

Non si può vivere senza "Acqua"

Marianna Abbate
ROMA Nell’introduzione al suo libro Vincenzo Marchionne Mattei ci spiega che nell’estate del 2010 le Nazioni Unite hanno definito l’acqua un “bene pubblico fondamentale per la vita e la salute” e la considera un elemento fondamentale per la realizzazione di tutti gli altri diritti dell’uomo.
E’ proprio da qui che parte il romanzo “Acqua” pubblicato da AltroMondo Editore. Se l’acqua è un bene pubblico, allora non se ne dovrebbe trarre guadagno.
Un problema annoso, che sa di marcio. Perché è innegabile che l‘acqua sia una ricchezza immensa, specialmente in luoghi aridi o desertici. E che chi la possiede vorrebbe sfruttare al meglio la propria risorsa. Un tema caro alla cinematografia, se pensiamo a Chinatown o all’ultimo Bond. 
E’ questo il filone che segue l’autore, quello di un giallo internazionale, complesso e ben costruito. Una trama che si dipana “tra la grigia Bruxelles, l’Africa equatoriale e la placida Roma” in un articolato susseguirsi di eventi e giochi psicologici.
All’inizio del libro troviamo l’elenco dei personaggi, come in tutti i gialli che si rispettino, per poterci orientare meglio negli sviluppi dell’intrigo, perché di un intrigo si tratta. 
La lettura risulta piacevole e a tratti avvincente. L’autore ci dimostra sensibilità e conoscenze, anche quando descrive la triste storia dell’infibulazione di una dei protagonisti. 
Vincenzo Marchionne Mattei ha lavorato per l’Unione Europea e collaborato come esperto d’Industria presso il Ministero degli Esteri. Da ingegnere, ricercatore e storico è riuscito a dedicarsi con successo alla passione della scrittura e questo è il suo secondo romanzo.

"Tapinambour", vite che si incrociano

Alessia Sità
ROMA – Eventi, persone e pensieri. Sono questi gli elementi fondamentali attorno a cui ruota “Tapinambour”, il romanzo di Ezio Dadone edito da Altromondo nella Collana Iride.
Sullo sfondo di una Torino dalle mille sfaccettature si fondono tre realtà che solo in apparenza non hanno nulla in comune.
L’esistenza di Marcella Montefiorini, giovane ingegnere edile impiegata presso l’ufficio del Comune, si intreccia casualmente con quella di Giacomo Nicolosi, un metalmeccanico dal profondo orgoglio personale. Ben presto nella loro vita si insinua una realtà misteriosa e allo stesso tempo affascinante, un mondo al quale ognuno gurada con occhi diversi, quello Rom.

Nonostante la diversità e la distanza che separa il mondo di Marcella da quello di Giacomo, il lettore riesce comunque ad affezionarsi a entrambi esattamente allo stesso modo.
In “Tapinambour”, non è semplice cogliere il fil rouge che unisce i personaggi e le loro diverse vicende, che da individuali lentamente diventano fatti globali, anzi storici.
Con uno stile elaborato, denso di metafore e attento a ogni sfumatura, Ezio Dadone affronta una tematica delicata e molto attuale, quella del popolo Rom.
“Tapinambour” è un romanzo che smuove le coscienze e che ci offre molti spunti di riflessione su una questione molto dibattuta e talvolta poco approfondita.

Abbasso Cenerentola!

Alessia Sità
ROMA – Se avete amato follemente Rebecca Bloomwood, la bizzarra protagonista di “I love Shopping”, o la lunatica e goffa Bridget Jones, non potete fare a meno di provare la stessa simpatia anche per Giulia Caputi, la protagonista di “Abbasso Cenerentola”, il romanzo di Lucia Resta pubblicato da Boopen LED.
Pagina dopo pagina, le divertenti e tragicomiche avventure di questa giovane giornalista, precaria, distratta e pasticciona, riusciranno a conquistare tutti gli amanti del genere chick lit.
Dopo mille peripezie e incontri di ogni tipo, nel disperato tentativo di trovare il fantomatico Principe Azzurro, Giulia decide di dire basta, una volta per tutte alle favole e di pensare esclusivamente alla carriera. Il suo nuovo motto diventa: “Abbasso Cenerentola!” E certa di questa sua nuova convinzione, tenta di far guarire dalla “cenerentolite” anche le sue amiche. 

L’incontro con nuovi personaggi e in particolar modo con lo smadrappo Gino, daranno una svolta inaspettata alla vita della nostra simpatica eroina che, suo malgrado, continuerà a cacciarsi in una serie interminabile di guai.
Quello scritto da Lucia Resta è un romanzo dedicato alle cenerentole moderne, che fra un impegno e l’altro, continuano a sperare di trovare il Principe azzurro, ma senza rinunciare necessariamente alla propria indipendenza.
“Abbasso Cenerentola” è una piacevole lettura che, fra humour e sentimento, offre anche qualche spunto di riflessione sui giovani di oggi e sulla loro visione dell’amore.