"Il Grande libro della Costituzione Italiana", dodici lingue per una legge uguale per tutti

Giulia Siena
Roma“Democrazia. Casa di tutti: una grande casa, la nostra casa, non soltanto la mia, dove ciascuno sta, ma non da solo, dove si vive in buona compagnia. Non una reggia dove il re comanda, o una caverna senza una ragione: ma una casa di gente che sceglie tra le cose cattive e quelle buone. Una gran casa dove ci si parla, aperta a nuove idee e a nuovi amici, dove si impara a diventare liberi, dove si prova a essere felici.” I valori della Costutizione italiana vengono raccontati ai bambini della penisola e non attraverso le parole di Roberto Piumini e le illustrazioni di Emanuele Luzzati ne “Il Grande libro della Costituzione Italiana” pubblicato da Sonda.

Con l’introduzione di Carlo Azeglio Ciampi, il patrocinio della Presidenza della Corte costituzionale e quello della Presidenza del Consiglio dei Ministri, questo libro individua delle parole chiave – dalla democrazia alla pace, dal lavoro all’ambiente, uguaglianza, diritti umani, accoglienza dello straniero fino al dialogo tra le religioni – per spiegare ai bambini come la Costituzione può essere vicina ai cittadini di qualsiasi provenienza. Perché, come scrive Carlo Azeglio Ciampi nell’introduzione all’opera, “Ogni giorno di più impariamo quanto i principi di concordia e fratellanza, posti a fondamento della nostra Costituzione, siano essenziali per poter garantire convivenza e pace duratura fra i popoli.”
La prima parte del libro è dedicata alla spiegazione degli articoli della carta costituzionale in dodici lingue (italiano, albanese, arabo, cinese, ebraico, francese, inglese, portoghese, rumeno, russo, spagnolo e tedesco) con immagini che richiamano le tematiche e rendono colorato il modo di apprendere. Oltre che da tavole illustrate, le tematiche del libro sono divise da “citazioni” che ripropongono i temi basilari sui quali si fonda la nostra Nazione. Un modo divertente, intelligente e coinvolgente per sdoganare la Costituzione dai palazzi del potere e renderla interattiva (nell’ultima parte del libro viene dato ampio spazio a giochi, approfondimenti e suggerimenti didattici).

"La banda della rosa", la Costituzione per piccoli lettori

Giulia Siena
ROMA “La banda della rosa” di Teresa Buongiorno, pubblicato da Piemme Junior nella collana Il battello a vapore,  ci porta a Roma nei primi anni del Dopoguerra.  Isotta è una ragazzina vivace e attenta al fermento sociale che la circonda, per questo motivo, assieme alle sue amiche, dà vita ad un gruppo per rivendicare i diritti delle ragazze. Così nasce la Rosa, una sigla che per le ragazze rappresenta la forza delle novità che vogliono apportare e la grinta che mettono in tutti i loro incontri. Durante le loro chiacchierate e le loro riunioni spesso si chiedono cos’è tutta l’agitazione che vedono nelle loro famiglie e nella Roma che cambia, si domandano se la caduta del Regime abbia portato tali novità. Nel frattempo, la vera rivoluzione italiana è la Costituzione…mentre le donne finalmente prendono parte alle decisioni, Isotta cresce e deve scegliere la sua strada, forte dell’esperienza della sua Rosa. Questo libro ripercorre la storia, fa conoscere ai giovani lettori gli anni cruciali della democrazia, senza tralasciare le piccole cose che hanno fatto crescere i ragazzi dell’epoca. In appendice un interessante excursus storico a cura di Luciano Tas.
L’Italia è a una svolta: infatti, il cinema, la moda, la scuola, tutto sta cambiando così come la protagonista fa notare alle sue amiche.

"Risorgimento… Da tante italie a una Italia", 150 anni di storia per bambini

ROMA “Risorgimento… Da tante italie a una Italia” pubblicato da Talmus-Art, è il libro di Vincenza Musardo Talò rivolto a tutti i ragazzi. Abbiamo scelto questa lettura per ricordare i 150 anni dell’Unità d’Italia nella nostra rubrica Leggendo Crescendo. Questo agile volume – che si impianta su quaranta minitemi di storia dell’Unità – offre un panorama ampio e diversificato di quel che è stato il Risorgimento, senza dover seguire un percorso obbligato di lettura. Ogni pagina può essere la prima o l’ultima da leggere, ogni pagina è un pezzo accattivante di Storia che si apre e si chiude, con una raffigurazione a colori, opera unica di artisti contemporanei, che hanno ideato quasi una storia per immagini.


È così che gli ideali e i valori, i protagonisti e gli eventi dell’Unità, accompagnano il lettore nel fascinoso e suggestivo viaggio nel tempo, partendo dal Congresso di Vienna, per giungere alla proclamazione di Roma, capitale d’Italia. Questo lavoro è un dono a ogni italiano, per accostarsi alla conoscenza delle più belle testimonianze del Risorgimento, il cui fine ultimo fu quello di far nascere, in noi italiani, la coscienza nazionale e il nobile sentimento della italianità.

"Sincopato tricolore": come i ritmi afroamericani riuscirono a conquistare il paese del melodramma.

Alessia Sità

ROMA – Anche questa settimana ChronicaLibri dedica una lettura per ricordare i ‘150 anni dell’Unità d’Italia’ e lo fa con Sincopato tricolore. C’era una volta il jazz italiano 1900-1960’ di Guido Michelone, edito da Effequ, nella collana Saggi pop.
In poco più di cento pagine è condensata la storia della musica e del costume italiano; in modo particolare, ci si sofferma sull’arrivo del Jazz, che da New Orleans giunge anche in Italia, e sulle novità da esso portate gradualmente in tutta Europa.
L’autore sonda gli anni pionieristici del cosiddetto ‘ritmo sincopato’, quando inizialmente venne accolto con molto stupore dal pubblico borghese, poi esaltato dalle avanguardie futuriste, in seguito censurato e additato come ‘selvaggio e negroide’ dal regime fascista e, infine, portato alle stelle con la Liberazione. Il tutto arricchito dalle interviste inedite a tre musicisti, che hanno lasciato un segno indelebile sulla scena jazzistica: Lino Patruno, Franco Cerri e Giorgio Gaslini.

‘Insomma, ciò che potrebbe definirsi sincopato tricolore simboleggia via via la pruriginosa curiosità della belle époque verso i suoni esotici (…)’.
Guido Michelone ci regala un piacevole documento che racconta gli anni del miracolo economico, attraverso la storia della musica, dei gruppi, delle orchestre, dei solisti e dei locali più chic dell’epoca.
Sincopato tricolore’ è un manuale essenziale che ci racconta, attraverso una bibliografia e una discografia dettagliata, come i ritmi afroamericani riuscirono a conquistare anche il paese dei melodrammi.

"Deviazione": la donna fascista che non credeva alla banalità del male.

Giulio Gasperini
ROMA –
Molto è stato scritto sui lager nazisti, e molto è stato letto. Forse, però, poco è stato capito. Troppi processi di rimozione, di auto-assoluzioni, aggiunti al desiderio di non assumersi nessuna responsabilità (soprattutto quella morale) hanno condizionato la ricezione delle immagini, l’accettazione e la comprensione delle testimonianze. Luce d’Eramo fu spettatrice; anzi, fu attrice. E scrisse un diario, la cui gestazione durò trent’anni, completato e pubblicato soltanto nel 1979, presso Mondadori: “Deviazione”.


Di certo furon poche le persone che scelsero volontariamente la condanna dei lager. Luce d’Eramo (all’epoca ancora Lucette Mangione) fu una di queste: lei, una fascista convinta che non credeva alla banalità del male e volle verificare, di persona – come San Tommaso affondare il dito nella ferita d’un abbrutimento umano che non conosceva fine; né speranza. Fu una Freiarbeiter, una lavoratrice volontaria, in quell’inferno che furono i lager tedeschi. Andava più d’accordo coi russi che coi francesi e gli italiani, perché questi ultimi la consideravan una privilegiata: a lei, figlia di un gerarca della Repubblica di Salò, eran affidati i compiti più leggeri, quelli meno faticosi, quelli meno feroci. E nonostante anche lei si trovasse nel lager, era come se fosse tutelata e protetta dagli stessi tedeschi.
Il diario è, senza dubbio, un feroce resoconto di spietato autobiografismo, in cui l’io narrante (e l’io vivente) si beano d’un morboso egotismo. Deviazione s’edifica monumento hardcore a un io ipertrofico, che non conosce distrazioni né disattenzioni. In alcuni punti persino irrispettoso nei confronti di coloro che, non certo volontari, furono condannati alle stesse violenze, allo stesso massacrante lavoro, al feroce destino. La volontarietà alla sofferenza va studiata, ma con la dovuta attenzione, senza dimenticarsi che il dolore è cosa seria, che deve conoscere il rispetto di tutti, la deferenza necessaria affinché assuma il valore catartico per il quale è utile e necessario.
C’è però un sospetto, un dubbio quasi fastidioso: che il tutto si sublimi in un tentativo di innalzare la propria pulita coscienza, dimenticando di assumersi le inevitabili responsabilità. Come se, scrivendo e rivivendo quest’avventura anomala si sublimi il proprio livello di evoluzione, e ci si dimentichi che, in realtà, codesto destino fu, appunto, volontario, e sempre protetto dal nome borghese, dal giogo (da cui lei tentò, invano, di “deviare”) della famiglia e dalla sicurezza che, in qualsiasi momento, si sarebbe potuto interrompere; con l’indiscussa e assoluta certezza (che tanti e tanti altri non avevano) del ritorno.

"All’ombra di Caravaggio", un’ipotesi non fa la storia. Ma la umanizza.

Giulio Gasperini

ROMA – Perché no?!? Tutto sommato, degli ultimi giorni del divin pittore non sappiamo granché; quasi nulla, anzi. Adesso, finanche per la scienza, Michelangelo Merisi da Caravaggio, pittore più acclamato in Europa ma più braccato nella penisola italica, morì e fu sepolto a Port’Ercole, deliziosa piega di costa del Monte Argentario, nella Maremma toscana. La verità non è che un’ipotesi, più o meno romanzata, più o meno fantasiosa: ma pur sempre un’ipotesi. Perché i documenti tacciono, gli archivi han sottratto, la memoria si è persa. Ed ecco dove arriva in aiuto la letteratura. Susanna Cantore giustifica la sua “ipotesi narrativa sugli ultimi giorni di Michelangelo Merisi” con le seduzioni che, in tempi di gioventù, una statua eretta a memento nella pineta della Feniglia esercitava su di lei. , libricino pubblicato nel 2010 dalla effequ – casa editrice con sede, appunto, a Orbetello – è un tentativo fantasioso e tutt’altro che banale di dar voce alla storia che storia non è, perché senza prove, ma leggenda e fantasia. A parlare è una donna, in un mondo (e in una storia) dove di uomini ce ne sono in abbondanza (tra papi, cardinali, sicari e protettori) ma le donne son confinate al ruolo di sbadate ombre, di evanescenti profili.
“All’ombra di Caravaggio”
Le donne, in realtà, son due: una monaca dalla vocazione fragile, dall’istinto pittorico, che accoglie l’ospite febbricitante e delirante, sfregiato nel volto e nell’animo; e un’altra, più immateriale, presente soltanto in una manciata di versi che accompagna il racconto, che sostiene la personalità della monaca e che strappa un sorriso amaro al morente: Vittoria Colonna, raro esempio di poesia al femminile mai rinnegata dalla letteratura italiana accademica. La monaca ci scorta in questo percorso all’assoluzione del Caravaggio, mèta ultima forse (a dir la verità) troppo accelerata e scontata: sia perché concessa e riservata soltanto a lei (e non all’ufficialità), sia perché quasi estorta da quel comune sentimento umano dell’angoscia in articulo mortis. Però s’è detto che, delle ore che precedettero la morte del pittore, niente se ne sa e tutto si può immaginare, sicché si può persino perdonare questa scantonata moraleggiante verso un pentimento che non è necessario, né doveroso, ci sia stato (e, in più, finanche la monaca, definitivamente spezzatasi la sua vocazione dopo lo scontro con Caravaggio, sarà condannata per eresia).
“All’ombra del Caravaggio” ci sorprende: perché ha il coraggio di giocare con la storia, d’immaginarla estendersi verso altri confini, verso nuove prospettive, dando carne e fiato anche a personaggi collaterali, creati ma verosimili; ma ha il coraggio di mantenere chiaro ed evidente che la fantasia, in questo caso, è una suggestione infantile, e che la storia dovrebbe essere piuttosto certezza dell’evento.