Amori complessi ed eros diversi, tra versi e prose.

Giulio Gasperini
AOSTA – L’universo delle fictions letterarie è denso di rapporti erotici, nel senso ampio di “eros”. Ma le vite stesse degli artisti e delle artiste, dei poeti e delle poete, sono pieni di esperienze erotiche reali, di relazioni e storia d’amore che hanno avuto un ruolo fondante e fondamentale nella stessa esperienza letteraria. Marialaura Simeone, in un volume edito da Franco Cesati Editore, ci racconta proprio alcuni di questi Amori letterari. Quando gli scrittori fanno coppia, immergendoci in un mondo che non è solo gossip ma anche analisi testuale e critica.
L’amore, come scrisse Giorgio Manganelli (e come viene riportato all’inizio del volume della Simeone) “è un eccellente combustibile per alimentare il malessere che può condurre alla letteratura. L’amore è la più importante matrice di menzogna, e la menzogna è la più importante matrice di mondi”. Continua

Amore e gli altri guai che sono di tutti.

L'amore e altri guaiGiulio Gasperini
AOSTA – L’amore appartiene a tutti. E persino i guai, gli impicci, gli accidenti, le difficoltà che ne sono il corollario. Rivendicarsi l’unicità della condizione di innamorati è da ipocriti (o, forse, ancora di più, da folli). Questo pare essere il messaggio del romanzo di Prisca Turazzi, L’amore e altri guai, edito da Milena Edizioni (2013). Assumendo di volta in volta il punto di vista e la voce narrativa di Filippo e di Francesco, in un procedimento narrativo a tratti spiazzante ma motivante, la Turazzi racconta la storia di una personalità già definita e di una in via di definizione, che si misura principalmente nella diffidenza (e nella resistenza) a sé stesso.

 
Un pomeriggio fuori dall’ordinario trasforma la vita di entrambi i ragazzi, in un continuo rincorrersi, afferrarsi e abbandonarsi che è paradigmatico del rapporto amoroso quando comporta un’accettazione difficile del sé. Interessante, dunque, diventa proprio lo scandaglio e l’analisi a cui Filippo si sottopone per poter capire di chi e di che cosa ha veramente bisogno, al di là delle imposizioni e delle definizioni nelle quali si vorrebbe agevolmente vivere, senza dover faticare per starne al di fuori. E come sfondo, un’umanità chiassosa e divertente, che affolla una Milano universitaria e ruggente, popolata di sogni giovani e di sentimenti genuini.
Quello di Filippo e Francesco, più che un viaggio, è una discesa ad altissima velocità in cambiamenti radicali che possono persino rivelarsi drammatici, sofferti. Sono pagine che raccontano di un quotidiano, di un’esperienza così diretta, che in molti potrebbero riconoscersi, in quegli anni complessi del cambiamento che quasi sempre si sovrappongono agli anni universitari e alle prime illusioni di indipendenza, anche familiari. La famiglia è stranamente assente da questo romanzo, che indaga soprattutto una presa di consapevolezza e una rinascita interiore, che passa attraverso volontari fraintendimenti e tremende negazioni. L’amore è un gioco di azioni e reazioni, un rischioso turbinare di atteggiamenti e portamenti, di cose dette e pensate, di taciute e svelate, di battiti e respiri: perché l’amore è una globalità che non conosce esitazioni, una totalità che mai più essere frammentata né accolta in forme parcellizzate.
Spesso nella letteratura LGBT si rischia di incorrere in una serie stereotipata di argomenti e cliché, anche in chi invece si intende aderente alla causa; se questo rischia di capitare alcune volte anche in L’amore e altri guai, la freschezza del narrato e l’evidente coinvolgimento autoriale ne scongiurano la frana.

“Il signore è servito”: storia di un ménage-à-cinq.

Il signore è servitoGiulio Gasperini
AOSTA – È la storia di un ménage-à-cinq, questo “Il signore è servito” di Barbara Alberti, edito nel 1983 da Arnoldo Mondadori Editore. Un ménage-à-cinq, in realtà, più complesso di quanto la definizione non faccia intendere. Perché oltre alla sfera sessuale, piuttosto sublimata, presunta, comunque descritta in sottrazione, ci sono masochismo e sadismo, violenza e sottomissione, sublimazione e affascinazione, malia e magia.
A raccontare la vicenda è il “servitore”, alla maniera di un Leporello contemporaneo che tiene aggiornato il catalogo delle conquiste del suo padrone. Un servo fedele, che solo in vecchiaia decide di dedicarsi alla stesura dei suoi ricordi, per non farli finire nell’oblio e rassegnarli alla dimenticanza. Il servo, in realtà, è da sempre innamorato del padrone, del grande attore Ruggeri; ma non ottiene nulla da lui, se non la possibilità di rimanergli vicino occupandosi dei suoi affari. Assistenza che ben presto diventa morbosa curiosità, quella un po’ tipica di tutti i maggiordomi. Grazie alle sue capacità di voyeur, il servo riesce a non farsi scappare (quasi) nulla di quello che accade nella villa. E (quasi) nulla della complessa storia di amore-persecuzione che tra quelle mura si squaderna prepotente.
Il signore è omosessuale, con una predilezione per i giovani ragazzi. Che arrivano in grande quantità, nelle sue stanze. Ruolo di primo piano lo avrà il ragazzino Tom, che tiranneggia il signore e lo piega a tutti i suoi progetti. Ma poi entra in scena “la russa”, che ha un marito tiranno e geloso. Lei si innamora di Tom, ma Tom si diverte a non amarla, soltanto per tenerla in ostaggio con l’idea di un amore che sia solo tensione attrattiva ma mai compimento dell’atto. E, sullo sfondo, si muove Enrico, il nuovo “passatempo” del signore, che tutti considerano una nullità ma che sarà il più potente tra tutti. Perché amerà tutti, dell’amore più crudele, che è quello che si utilizza per usare gli altri. E poi c’è il servitore, sempre di sottofondo, che si concede le sue scappatelle, le sue imboscate d’amore, ma che segretamente è attratto da tutti, e ne fa pensieri impuri. Ma non c’è nulla di impuro, in questa storia. È un percorso di nobilitazione e sublimazione degli impulsi più primitivi e primordiali, che nella maggior parte dei casi gli uomini reprimono e finiscono per ammalarsene.
Barbara Alberti è scrittrice che ama raccontare l’amore nelle sue sfaccettature più recondite, anche più spaventose. Non la fenomenologia più diretta ma quella più abissale, più ripida, più oscura. Converte le atmosfere più prevedibili in mosaici non disordinati ma inusuali, creando nel lettore uno straniamento che infierisce, crudelmente, sul buonismo della pianificazione preconcettuale. Un gioco semplice, che lei riesce a portare avanti con estrema perizia e abilità, e con uno sguardo divertito, con un sorriso ironico sulle labbra, come a dire al lettore “guarda un po’ cosa ti combino adesso!”. Ed è questo, senza dubbio, il motivo che ce la fa amare.

“Altro ed altrove”, ma pur sempre lo stesso amore.

0724358139723Giulio Gasperini
AOSTA – Angelo Branduardi ha sempre avuto un occhio di riguardo per la poesia. Cantautore colto e raffinato, ha da sempre perseguito una ricerca musicale attenta e puntuale sugli antichi strumenti, le antiche partiture, le note remote di cui ci si serviva anni fa. Silenziosa, ad affiancarlo nel lavoro di scrittura dei testi, la moglie, Luisa Zappa, spesso mai accreditata ma sempre presente. Sue sono le traduzioni e gli adattamenti delle quattordici poesie d’amore, provenienti da tutto il mondo e dalle più distanti culture, presentante in “Altro ed altrove” (2003).
L’intento è esplicitato dallo stesso musicista, con un intenso messaggio presente nel booklet: un “viaggio, tra sogno e curiosità, immagini di terre lontane, visioni di uomini e donne che, sotto altri cieli, ardono delle stesse passioni”. Come a dire, evidentemente, che se tutti noi crediamo soprattutto all’amore non hanno molto senso divisioni e ripartizioni. Il cielo è unico, l’amore ancora di più, al di là di tutte le declinazioni che può assumere.
Si inizia con “Laila, Laila”, deliziosa ballata nepalese per una donna che ha in sé la dolcezza dello Shiraz e il veleno del cobra di Birmania; poi si va negli States, con un dolce “Notturno indiano”, frutto di una cultura, quella dei “Pellerossa”, in perfetta armonia con la Natura e le Stelle bambine; dall’Afghanistan del 1600, più più precisamente da un componimento del poeta di etnia Pashtun, Mirza Khan Ansari, deriva il testo de “La candela e la falena”, che narra di una amore impossibile, destinato al sacrificio estremo; da un anonimo dei Kabili d’Africa la storia di un Casanova nero, innamorato di tante donne e della sua vita, che innalza una preghiera a Dio, in “Se Dio vorrà”; “Io canto la ragazza dalla pelle scura” proviene invece dalla tradizione dell’Arabia, in cui viene evidenziata l’apparente fragilità di una donna, mentre “il suo braccio è una spada sguainata”; una folk song tradizionale della Scozia canta invece de “La Signora dai capelli neri e il Cacciatore”, la favola di una dark lady, nella scia della rottura poetica shakespeariana; in originale latino, invece, il testo della poesia di Catullo, “Ille mi par esse deo videtur”, celebre rielaborazione del poeta di Sirmione di un componimento di Saffo; straziante, invece, “L’ambasciata a Shiragi”, poesia Nara giapponese del 736, che racconta della separazione tra un marinaio e la sua donna; l’esaltazione della vera bellezza, della giovinezza sempiterna, è il tema di “Giovane per sempre”, adattamento di uno dei più bei sonetti di Shakespeare; ancora dagli Indiani d’America, questa volta dalla zona del New Mexico, una dolcissima ballata di sensualità estrema, in “Ch’io sia la fascia”; “Lo straniero” ci canta la libertà delle donne beduine libiche che, a differenza delle altre ragazze arabe, godevano di una notevole libertà anche amorosa; dal poeta cinese Li Po, del 700 circa, viene la struggente “Ballata del Fiume Blu”, augurio di una vita che trascenda il presente e i suoi limiti sensoriali; il testo de “Il bacio”, canzone emblematica, proviene da un componimento di Rudaki, il “Re dei poeti”, alla corte dei principi Semanidi, in Persia, intorno al X secolo; il viaggio si conclude in Irlanda, con un’antica lirica del secolo IX, in cui il dio Midir invita la “Donna di luce” a seguirlo nella Terra della Giovinezza, dove “nessuno muore prima di essere ormai vecchio”.
Ogni canzone, accompagnata da una pregevole illustrazione di Silvio Monti, per un viaggio più completo tra tutti i sensi e tutte le emozioni ricollegabili al testo poetico e alle suggestioni del più profondo sentimento dell’amore.

Una promessa.

Un uomoDalila Sansone
AREZZO – Come si scrive una storia d’amore? Si può veramente scrivere? Si può distinguere dentro l’amore e capirlo, interpretarlo, tradurlo in carta stampata? La verità è che fuori dagli stereotipi il tema sfugge, si espande, dilania, perde i connotati mielosi e diventa realtà. Ecco, “Un Uomo” (Rizzoli, 1979) può essere anche questo! Nell’essere una lettura maledettamente stratificata di sensi, può parlare soprattutto o anche di questo. Di sicuro non può prescindergli. Ma bisogna fare attenzione perché Oriana Fallaci consegna al mondo un pezzo della sua vita privata, i tre anni di legame con Alekos Panagulis, e non lo fa per una sorta di narcisismo letterario autobiografico. Lo fa per amore dell’amore di lui, amore per la libertà, per la coerenza. La coerenza delle estreme conseguenze che distrugge l’esistenza, la propria e spesso di quelli che scelgono di camminarti affianco. Lo scriverai quando sarò morto, PROMETTIMELO. “Un uomo” ha la stessa valenza degli anelli scambiati festosamente e privatamente un giorno qualunque e riscambiati, in un freddo obitorio, nel retroscena di una giornata campale, quanto ipocrita. Era il 5 Maggio del 1976, ad Atene il popolo si stringe intorno alla bara di vetro del suo eroe dimenticato, urlando “la grande menzogna”: zi, zi, zi (vive, vive, vive). E’ l’incipit, potente e tetro, secco come la pressione sul tasto d’avvio di una telecamera che riprende tutto dall’alto e ti proietta lì in mezzo, lì dentro, col bisogno di capire, di sapere. Poi il racconto, chi era quell’uomo, le ragioni di raccontarne la storia, la consapevolezza di essere stata lo strumento di quel destino, fino all’amaro presentimento che in qualche modo l’amore, il legame, non siano stati altro che il compiersi di un disegno per arrivare a quelle righe, per strappare all’oblio la storia di uno, perché rimanga traccia di quella dei tanti, di cui nessuno ha scritto. I testi della storiografia ufficiale non avranno mai lo stesso potere e l’autrice, dall’alto del suo mestiere, del suo essersi mescolata alle troppe sfaccettature della realtà, lo sapeva fin troppo bene.
Di questo libro non è solo il valore di testimonianza a decretarne il peso, quanto la percezione di come, seppur nell’eccezionalità delle circostanze e dei personaggi, i sentimenti privati rappresentino un collante di schegge impazzite di vita, con le quali è impossibile identificarsi ma che si nutrono di quello stesso substrato, comune invece. E’ difficile descrivere una personalità storica/politica come un’ entità in carne ed ossa, ideali e apparenti contraddizioni, e farla stare dentro l’appellativo di Uomo proprio per questo. La retorica è vizio facile a contrarre, soprattutto quando non si è neutrali. A renderlo possibile è l’aver imparato a leggere la natura umana e poi scoperto di aver amato, seppur inconsapevolmente, nell’unico modo possibile: senza condizioni! La più potente delle armi di cui si dispone per essere assolutamente coerenti con sé stessi, con le proprie idee, i propri sentimenti, la propria scelta di vita e che rende Uomini in mezzo a tanta disumanità o umanità diluita e inconsistente.
Questo libro, tra le definizioni possibili, più che “romanzo” d’amore appare un atto d’amore per un solo uomo e in maniera indissolubile da lui, per una certa idea di essere uomini. Che esiste, può esistere, perché è sempre esistita, nell’ombra e troppo spesso vilipesa.

La “Felicità perduta”, ogni volta ritrovata.

felicita-perduta-hopGiulio Gasperini
AOSTA – Accade sovente nella vita di sentire il bisogno di dare una brusca sterzata alla vita che si vive. Soprattutto quando si capisce che la felicità non potrà mai trovarsi lì. Il romanzo di Anne Percin, “Felicità perduta” edito dalla Hop! Edizioni nel 2013, ci fa immedesimare in Pierre, un giovane modello (per sbaglio) che abbandona la sua lussuosa vita parigina e si ritira, quasi moderno asceta, in un paesino della Provenza. Come a perdersi anche su una carta geografica. E qui vive, come in una sorta di contrappasso dantesco, raccogliendo oggetti scartati da altri, restaurandoli e vendendoli nei mercatini. Nel frattempo tenta di scrivere la biografia di una pittrice francese altrettanto dimenticata e maltrattata dei suoi improbabili tesori; una pittrice sfortunata già dal nome: Rosa Bonheur, famosa nell’800 pei suoi quadri che in gran parte ritraevano animali da campagna ma ancora di più nota per la sua beata relazione con una donna.
Il romanzo è una sorta di viaggio, un percorso attraverso la mente e la coscienza di questo ragazzo, che conduce a esplorare ogni singola piega, a gettare luce su ogni ruga, a stirare ogni increspatura più recondita. In realtà, è lui stesso che ci fa penetrare nel suo intimo più profondo con una calma e una capacità orchestrativa notevole, non concedendo mai più del minimo necessario. Per comprendersi, per giustificarsi, per significare la sua vita, il giovane Pierre ha bisogno di scandagliare i più variati aspetti della sua vita, a cominciare da un disturbato rapporto col cibo e da una svalutazione di sé stesso, un bellissimo ragazzo che non si pensa né si crede tale. I passi che ci conducono in quest’anima sono leggeri e soffici, come camminare sulla neve. Non c’è rumore che dia fastidio, non c’è intrusione, non c’è assedio. Le atmosfere sono calde, ovattate, come se l’ambiente si ripiegasse su sé stesso e il protagonista, a volerlo proteggere dalla sua stessa (presunta) fragilità.
Filo conduttore della ricerca, il nervo spesso che continua a dolere, il coltello operistico che continua ad aprire ferite e a infliggere sofferenze è il rapporto con R., che soltanto alla fine sarà battezzato col suo nome per intero, Rafaël, come se il processo di purificazione sia arrivato a compimento. La loro non è una storia canonica, ma un rapporto costellato di abbandoni, di lunghi silenzi, di smarrimenti, di luoghi ignorati. È un rapporto sempre al limite, che prosegue su un bordo affilato e sgretolato. Ma alla fine la felicità che si credeva perduta risorge, rinasce, risboccia potente. E di fronte a questo regalo immenso, percepito quasi immeritato, c’è la paura, il terrore di godersela subito per poi rimanerne privi, senza più la minima traccia: “La felicità, quando arriva all’improvviso, non bisogna divorarla troppo in fretta, bisogna farne piccole provviste, per i giorni che verranno. Perché arriveranno poi giorni interi, completamente neri”.


Copertina Heartcake ©Sylvia K

“Siamo ponti senza saperlo”: come le vite s’intrecciano.

Etica di un amore impuroMichael Dialley
AOSTA – Le vite degli uomini creano reti invisibili che collegano le esistenze e intrecciano i sentimenti e le emozioni. Questo avviene anche a distanza di anni, decenni: vite apparentemente lontane, anche geograficamente, che si incontrano grazie ad altre esistenze. “Etica di un amore impuro”, di Alessandro Savona, edito da Edizioni Leima nel 2013, racconta proprio l’intreccio delle vite di uomini e donne, separate da molti anni, ma che si ricongiungono grazie a questa “corrispondenza di amorosi sensi” che è stata edificata.
Un amore fittizio che ha dato alla luce un bambino abbandonato alla madre e, ben presto, lasciato orfano; un amore forte, che resiste agli anni, alle difficoltà, alla “vita di strada”, ma che veniva (e purtroppo ancora oggi) considerato un “amore impuro”; legami di amicizia, progetti, idee che diventano ponte a collegare tutti questi diversi amori.
Un libro breve, che si legge con leggera scorrevolezza, ma che è davvero intenso e vissuto: molti rimandi geografici, paesaggi e scorci reali, dipinti con le parole cosicché per il lettore è spontaneo vedere nella propria mente le scene che avvengono a Parigi; sentimenti veri, sinceri, potenti che si possono toccare con mano, sentirne la consistenza e il peso.
Perno delle vicende è la figura di Roland Barthes: saggista e semiologo francese che ha vissuto la Parigi di metà Novecento; un uomo che ha avuto moltissimi incarichi e, grazie a questi, ha potuto viaggiare molto; e viaggiando sperimentando e conoscendo.
Savona permette in questo modo al lettore di apprendere e approfondire la consapevolezza di un importante letterato francese, analizzato nel romanzo sotto una luce diversa, nella dimensione più privata e personale della sua vita.
Alla conclusione della lettura, capiamo come le parole siano fondamentali: ma quali sono più giuste per raccontare un amore? Si può esporre con parole perfette l’armonia dell’imperfezione? Sono un po’ le riflessioni suggerite al lettore attento e che legge il romanzo non solo con gli occhi, ma anche con la mente e il cuore.

I sopravvissuti “Canti d’amore dell’antico Egitto”.

Giulio Gasperini
ROMA – Alla parola “Egiziani” non sono le poesie d’amore le prime immagini che si presentano alla mente. Subito compaiono piramidi, sfingi, monumentali tombe e raffigurazioni di un oltretomba tanto certo quanto misterico. Ma dell’epoca di Ramesse II, il periodo di maggior fioritura dell’Egitto antico, ci rimangono alcune testimonianze scritte di notevole valore e importanza, che la Salerno Editrice ha pubblicato nel 2005, con la cura di Emanuele M. Ciampini: i “Canti d’amore dell’antico Egitto” costituiscono una miniera sorprendente di parole e immagini che riguardano l’amore. È sorprendente stupirsi di fronte ai toni coi quali in Egitto si poetava di questo sentimento, perché è facile ritrovare topoi e immagini concordi con quelle di altre popolazioni del tempo, soprattutto nell’ambito sapienziale (“egli allora magnificherà il mio nome”), a conferma di come il serbatoio poetico e la memoria collettiva sia comune al di là delle etnie e degli orizzonti che si occupavano. Risultano ancora più sorprendenti queste testimonianze vista l’estrema frammentarietà a cui è stata condannata la scrittura egiziana, codificata su supporti troppo fragili per potersi conservare massicciamente e a lungo: “Oh, possa tu venire in fretta da (tua) sorella / come una gazzella che corre per il deserto”.
Questi componimenti paiono sorprendere soprattutto per un aspetto: dopo la parentesi amarniana, con la riforma religiosa e sociale di Akhenaton, il predecessore di Tutankhaton/Tutankhamon, la coscienza egiziana si rende più “umanistica”, più focalizzata sull’interiorità e su un rapporto esclusivo tra uomo e mondo: in questo modo si potenzia il sentire, anche poetico, dell’individuo e la poesia può effettivamente librarsi al di là degli orpelli e dei limiti retorici e celebrativi: “Il tuo amore si è fuso col mio corpo / come [vino] con l’acqua / come una medicina alla quale si mischia della resina”. La nuova e maturanda coscienza di sé porta anche a un cambiamento epocale nella società egiziana: la sempre maggior presa di coscienza del ceto medio-alto egiziano, che comincia a conquistarsi spazi e prospettive all’interno della rigida società piramidale: “Fratello, mio amato, il mio cuore segue il tuo amore, / e tutto ciò che è stato creato per te io te lo racconterò”.
I temi delle poesie son quelli affrontati, classicamente, nei componimenti dall’origine della poeticità: l’amore visto come dolore, come sofferenza, ma anche, all’opposto, un amore concepito come sentimento universale, come potenza sovra-umana che sa conquistare l’uomo e persino cambiarlo (“La mia salute dipende dal suo arrivo / perché al solo vederla io sto bene”). È un amore che anche la Natura appoggia, che soddisfa e sostiene, e nella quale l’amante si ritrova, trasformato e sublimato: “Il melograno ha aperto la sua bocca / […] e rimango verde in ogni stagione / […] e comincio a dispiegare la mia fioritura”. È un amore inesauribile, che non smette mai di ricercare situazione di incontro, convergenze e tangenze: “È un giorno felice quando posso contemplarti. / Fratello, è un canto grandioso vederti!”. È un amore fortemente erotico, nella sollecitazione di tutti i sensi, accesi e stimolati al suo adempimento: “Tu potrai inebriare i loro sensi, / e li soddisferai nella sua notte. / E allora lei dirà: – prendimi tra le tue braccia / e al sorgere del sole noi staremo ancora così”. Spesso l’amore è osteggiato, spesso gli amanti sono costretti a separarsi, divisi dal destino e dagli antagonisti, ma spesso la loro riconquista reciproca sancisce la fine della sofferenza e il ristabilimento di una situazione che viene perseguito come il compimento più perfetto della vita di ognuno: “Oh notte, tu mi apparterrai in eterno, / da quando la signora è venuta da me!”.