Il buio che è dentro; Federica Magri per Volevamo solo ridere

“Il buco nero”
FEDERICA MAGRI – Nel silenzio notturno della mia stanza mi ritrovo seduta sul letto, qualche foglio bianco qua e là e una penna in mano. È una penna nera, come questa notte che non passa mai. Nera come questa notte che ascolta i miei pensieri e che sembra essere pronta ad accogliere le mie confessioni, le mie parole, le mie paure. Nera come il sangue arrabbiato che mi scorre nelle vene, a volte lento, altre veloce. E vorrei poter scrivere, qui, ora, adesso, tutto quello che quel maledetto sangue nasconde e porta con sé, tutto quello che porta in giro per il corpo e lo mescola ai globuli e piastrine.
Vorrei poter scrivere, velocemente, che tutto quello che c’è dentro di me è nero, è solo sangue nero, un misto di petrolio, chimica e poco altro. Continua

“Un lavoro nuovo di zecca”: Cristiano Bacchieri per Volevamo solo ridere, Racconti d’Estate

“Un lavoro nuovo di zecca”
CRISTIANO BACCHIERI – Ripensando alla mia fugace carriera di bambino, mi tornano alla mente pochi episodi salienti, ma molte sensazioni. Ricordo chiaramente che il desiderio più grande e ricorrente era uno solo: essere “grande”. Perché gli adulti si divertivano molto di più: potevano andare dove volevano, dire ciò che volevano e mangiare gli spinaci solo se volevano. Che conquista!
Il modo migliore per sublimare quell’ardente desiderio, io e i miei due cuginetti lo trovavamo giocando “ai mestieri”. Mia cugina, che ha la mia stessa età, solitamente gestiva un bar o un ufficio postale (o, spesso, entrambi). Mio cugino, di un anno più piccolo, era generalmente percepito come presenza non gradita. Infatti non ricordo nemmeno che mestiere facesse. Qualcosa di manuale, comunque. Continua

“Sempre sì”, anche di fronte alla violenza. Il racconto di Daniela Distefano per Volevamo solo ridere

“Sempre sì”
DANIELA DI STEFANO – E’ guardando una vetrina che ti ho scoperto.
Non avevi che due occhi, un naso diritto, capelli stampigliati, un alone di tenerezza, poi ti sei presentato.
Dicevi di essere questo, di fare quell’altro, di occuparti di alcune cose, di partecipare ad altre, mi hai conquistata. Ero stata promossa in Amore. E San Valentino era dietro l’angolo.
Perfetta armonia tempistica.
Otto anni sono tanti o pochi, per me sono diminuiti, volevo crescere professionalmente, tu eri una compensazione placida.
Dolci alla frutta, torte montagnose, crostate elaborate… Sei un po’ ingrassato, ti sta bene la pancetta, ma io coltivo altre passioni. Mi piace correre, allenarmi in palestra, ho un corpo modellato, tonico, scalpitante. Sembriamo goffi insieme, mi dici.
Io sorrido, e ti bacio mentre ci scattiamo un selfie. E’ ora di viaggiare. E’ estate, è tempo di mettere a mollo le idee, di scaricare i nostri malesseri di coppia.
Tu dici di sì, tu dici sempre sì. Qualunque cosa io chieda mi stai appiccicato con la tua bocca gonfiabile, con i tuoi occhi oramai spenti.
Non ti specchi più nel mio riflesso, siamo diversi. Da qualche anno ancora di più.
Allora è deciso, cioè io ho deciso che si va al mare, a trovare Rosa e Paolo, alloggeremo in un Bed and breakfast, mi insegnerai a tuffarmi, non ne sono mai stata capace.
Mi dirai sì, sempre sì. Poi ti volterai, e camminerai a testa in giù perché è il tuo carattere, perché è il tuo ruolo, perché non ti riesce proprio essere come me che sono dinamica, fast, curiosa, ginnica, esuberante, diversa.
Arriviamo a sera inoltrata, Rosa e Paolo ci accolgono nella loro casa a due passi dalla spiaggia.
E’ una serata stellare, e tu mi stai incollato per non sprofondare nel menu a base di pesce fresco.
Domani andremo al largo col gommone, mi dimentico di appartenerti perché ti sento addosso come fossi tua madre. E infatti fai la parte del figlio ribelle, non mi aiuti mai quando ci sono da svolgere mansioni casalinghe.
Mentre torniamo al nostro alloggio, ti prendo la mano e camminiamo così per due, tre metri, sei stanco. Io accelero l’andatura, tu hai il fiatone.
Oltrepassiamo la nicchia di una Madonna col Bambino, ti guardo, mi chiedo se un giorno avrò figli, se dovrò averli con te, se lo vorrò.
Eri dolce la prima volta che ti ho visto, eri un altro la seconda volta.
E’ notte, e prego, non mi capita mai, non so perché. E perché oggi lo faccio. Tu sei già nel mondo onirico, sembri in letargo, ma domani ti sveglierai e ricomincerà la nostra azione teatrale, mentre la vita di tutti è viva, io mi sento fuori posto.
Io sono altrove, sono in giro per il globo, vedo gente di ogni razza, lingua, aspetto, sono come un temporale che arriva e scaccia l’arsura estiva, mi butto l’occhio su uno specchio che spaccia felicità, sono sana, sono entusiasta.
E noi due insieme sembriamo una metà.
Cosa devo fare, cosa pensare, come agire. Non si può andare avanti così, però oggi c’è il gommone, ci sono Rosa e Paolo che sono felici di vederci come una coppia solida.
E’ mattina, è ora di preparare panini per il pranzo a sacco, tu sei di buonumore, sto eseguendo io tutto il lavoro di routine logistica.
Vabbé, ti aiuto, dici. Era ora, faccio io. Prendi i panini, li dividi a metà, prendi prosciutto, formaggio, e li disponi a casaccio. Poi fai cadere le briciole sul tavolo, sul pavimento.
Ti guardo di spalle, hai un rivolo di sudore che ti attraversa la schiena, mi disgusta questa immagine mattutina. Ti rimbecco, guarda cos’hai fatto, tutte queste briciole ora chi li raccoglie.
Sei sempre il solito, ti comporti come un bambino menefreghista. Mi ascolti, mi senti adesso, adesso, adesso.
Tu mi fai sempre pena quando ti sgrido, non oggi, non in questo momento, non so perché hai preso quel coltello se non ti serve più per tagliare i panini.
Non ho mai saputo prima d’ora quant’è facile morire, quant’è mostruoso se avviene per delle briciole di pane.
© Racconto di Daniela Distefano per “VOLEVAMO SOLO RIDERE”, iniziativa di ChronicaLibri.
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“I sogni di Clara” e le speranze vane nel racconto di Giovanni Mistrulli per Volevamo solo ridere

“I sogni di Clara”
GIOVANNI MISTRULLI – Attendono che Clara esca da scuola, la sorprendono sempre in quella stradina stretta. La deridono, la spintonano, e prima di andarsene dicono quelle parole, che fanno più male degli spintoni e degli schiaffi. Tornatene al tuo paese, sporca negra.
Ma loro non sanno che Clara un paese non ce l’ha più, o forse non ce l’ha mai avuto. Lei e sua madre sono arrivate su uno di quei barconi che si vedono in televisione, uno di quelli carichi di quelle facce stravolte e di quegli occhi terrorizzati. Continua

“Un insolito ritorno”, il racconto a tema libero di Alessandra Guenci per Volevamo solo ridere

“Un insolito ritorno”
ALESSANDRA GUENCI – Non ci sono dubbi che il paesino non sia niente di che. È semplice, curato, ma a questo tipo di bellezza, a questa natura pressoché inviolata, non siamo più abituati.
Lo abbiamo girato in lungo e largo, osservandolo prima dal punto panoramico in cima al castello, con le cime innevate dell’Appennino sullo sfondo. Poi camminando lungo il corso del paese, dove fra una macelleria, una tabaccheria e un bar, si snoda il centro. Cambiato il punto di vista, non abbiamo colto sensazionali novità. Anzi il centro è quasi commovente, nella sua povera e autentica semplicità.
Il “rudere” come lo chiamano a casa, è in fondo a una piccola strada in discesa che parte dal corso. Continua

“Il mio ragazzo”, il racconto di Ermanno Tamburrano per Volevamo solo ridere

“Il mio ragazzo”
ERMANNO TAMBURRANO – I tempi a cavallo tra la scuola elementare e le medie mi sono rimasti impressi, cuciti addosso, stampati nella memoria. I motivi credo siano riconducibili ai ricordi che mi appaiono, nitidi, oggi più di ieri, come le figure che mi rilassavo a disegnare quando il maestro ci lasciava la libertà di immaginare. Ed io mi divertivo tanto. Alcuni miei compagni si annoiavano, pensando a chissà cosa, li vedevo strani, distanti. Ricordo il sole, e mentre cambiavo i colori fra le mani guardavo spesso fuori. Cercavo sempre di avere un banco che desse sul cortile, una finestra che mi permettesse di sognare, perché dopo un po’, lo devo ammettere, ascoltare la lezione mi stancava. Continua

“Perché non l’hai capito, mamma?”: la richiesta di aiuto di una ragazza. Il racconto di Daniela Sapone per Volevamo solo ridere

“Perché non l’hai capito, mamma?”
DANIELA SAPONE – Possibile che non ti sei accorta di niente? Sono due mesi, ormai, che mi tormentano. Due mesi di incubo, due mesi che non ce la faccio più. E tu niente, non sei capace di dire niente, non mi guardi negli occhi, non capisci, non mi capisci. Ma sì, sarà l’età, dici con sufficienza alle tue amiche; meno male che almeno studia, Ornella, continui a dire con orgoglio a loro. Ma guardami mamma, guardami almeno una volta. Smettila di uscire tutte le sere con ‘sto cazzo di burraco. Mi saluti che sei già sulla porta, ciao amore, mi raccomando non studiare troppo che ti si rovinano gli occhi. Già, gli occhi. No mamma, non ho più voglia di studiare, la tua figlia modello non esiste più. Continua

“Ogni maledetta notte”, le parole di Vincenzo Zonno per Volevamo solo Ridere

“Ogni maledetta notte”
VINCENZO ZONNO – La notte non porta nulla con sé. È fastidiosa e stupida, e induce la nausea. Qualcuno vomita negli angoli. Ha bevuto senza sfogare l’alcol e il caldo li ha fiaccati fino a farli stremare in terra. Le pietre nere, lungo i marciapiedi, bollono. Smollano le tante ore di sole dell’intera giornata. Restituiscono la tortura al mittente e chi stramazzato cerca un attimo di conforto a sofferenze ampiamente volute, nell’intera nottata, sente questo bollore trapassargli il corpo. Umiliargli il viso appiccicoso di lacrime e sudore e chissà quale altro liquido rivoltante. Tu li vedi, sono tuoi amici, sono giganti. Hanno stesse vite, interessi, sogni disillusi. Tutti allo stesso modo studiano sperando in un futuro frizzante. Continua

“La migliore approssimazione al paradiso”, Andrea Siviero tra i narratori di Volevamo solo ridere

“La migliore approssimazione al paradiso”
ANDREA SIVIERO – Mentre percorri la banchina del binario sette, pensi alla faccia di tua madre quando saprà che anche questa mattina sei entrato in ritardo a scuola. La decima volta in due mesi.
Anche questa volta non avrai il coraggio di dirle che i tuoi compagni ti hanno visto arrivare a scuola in orario. Non dirai a tua madre che ti hanno visto tutti quando Monti e Iorio ti hanno spinto in un angolo e ti hanno costretto a seguirli con il solito ricatto. Quando Monti e Iorio ti hanno rinchiuso in uno dei bagni più isolati del piano seminterrato non hai neppure protestato. Questa volta non hai provato a liberarti dalla prigione prendendo a pugni e graffiando la porta come la settimana scorsa, quando ti hanno chiuso in un armadio dell’aula di Arte deserta. Questa volta ti sei rassegnato, hai aspettato con l’orecchio appoggiato alla porta e hai risparmiato le energie. Continua

“Le mani sull’anima”, Raffaella Mammone interpreta Volevamo solo Ridere

“Le mani sull’anima” 
RAFFAELLA MAMMONE“Pronto un cazzo! Brutta stronza, sei ancora viva?” – urlò la voce maschile all’altro capo del filo. Federica interruppe immediatamente la telefonata. Tremava, in preda ad un’agitazione che le arrestava il respiro, mentre annaspava tra emozioni che si accavallavano più velocemente di quanto lei stessa riuscisse a generarne. Era letteralmente sopraffatta da una valanga di pensieri che lentamente si trasformavano in paure, in sentimenti che si muovevano frenetici dentro lo scrigno di ricordi che credeva riposti per sempre ma che invece vivevano come milioni di formiche in piena attività, a sua totale insaputa. La mente percorse spazi immensi in pochi attimi cercando di mettere a fuoco quel che accadeva mentre il “numero privato” continuava a richiamare ininterrottamente, scagliandosi con furia verso di lei che aveva scelto di rispondere col silenzio. Continua