Bompiani: “Lunedì o martedì. Tutti i racconti” di Virginia Woolf

Daniela Distefano
CATANIAVirginia Woolf è stata molto più che una lungimirante scrittrice: ha rappresentato il varco tra il mondo visto dagli uomini e per gli uomini e la nuova entità femminile in cerca di una comprensione di sé meno evanescente e succube. In che rapporto stanno, i racconti di Virginia Woolf, con i suoi romanzi più celebri? Con Mrs Dalloway, con Gita al faro, con Le onde?
L’impressione è che, lungi dall’essere “little things”, molti di questi racconti – confluiti nella raccolta Lunedì o martedì edita da Bompiani – raffigurino altrettanti punti nevralgici della migliore produzione della scrittrice inglese. Sono snodi, intuizioni, idee concentrate, ipnotiche che non hanno a volte neanche una trama in senso classico (si legga per esempio il racconto La macchia sul muro). Si avverte un nuovo approccio alla narrazione. Continua

Bompiani: “Si dubita sempre delle cose più belle”, ovvero il carteggio tra Federico De Roberto ed Ernesta Valle.

Bompiani_ChronicalibriDaniela Distefano
CATANIA – In ben 2088 pagine, Sarah Zappulla Muscarà, ordinario di Letteratura Italiana nell’ Università di Catania, ed Enzo Zappulla, Presidente dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano, hanno raccolto in un unico volume pubblicato da Bompiani, Si dubita sempre delle cose più belle, le lettere d’amore di Federico De Roberto ed Ernesta Valle, cioè il noto autore dei “Vicerè” e la giovane gentildonna milanese di cui si innamorò.
I due si incontrano per la prima volta il 29 maggio 1897 nel corso di una festa in casa Borromeo. Un amore fiorito all’improvviso, due anime si riconoscono e capiscono di appartenersi. Continua

È il tempo della congiura, “Quando Marte è in Capricorno”.

Quando Marte è in CapricornoGiulio Gasperini
AOSTA – “Quando Marte è in Capricorno” è il tempo della congiura. Come quella di cui narra Silvana La Spina nel romanzo edito da Bompiani nel 1994. Ai danni di Federico II di Svevia. La congiura si fa spazio subdolamente nei rapporti tra persone, percorre fredde stanze, valica improbabili e fragili confini e si semina distrattamente per dare grossi frutti. E con la congiura accade un passaggio, una transizione da epoca a epoca che condiziona una società e ne modifica alla base i meccanismi e i rapporti.
Il punto di vista del romanzo è quello di un vecchissimo Jacopo da Lentini, l’inventore del sonetto, la cui vocazione poetica è da lui stesso considerata timidamente come una pausa rispetto alla sua attività (modesta) di notaro. Rinchiuso, quasi in fuga dal mondo, in un’abbazia benedettina della Sicilia, trascorre il proprio tempo nell’affannoso compito di sistemare la sua attività poetica, il suo splendido “Canzoniere”. Alla notizia della morte di Pier delle Vigne, il consigliere più amato da Federico, accusato di alto tradimento, si spalanca la memoria del notaro e l’imperativo più impellente, quello a cui non ci si può sottrarre, è la stesura di una storia, da lasciare in eredità al figlio, su come sia andata effettivamente la storia; tanto pressante da dimenticarsi delle proprie poesie.
Silvana La Spina edifica una narrazione che travalica la storia, creando una realtà più concreta dei semplici fatti storici, dei semplici avvenimenti da calendario. Solo ipotesi, quelle elaborate da Silvana, ma che assumono la potenza di una verità incontestabile, perché animate da una forza narrativa destabilizzante, tellurica. I legami umani, quelli di amore e di amicizia, sono l’origine di un complesso tessuto, di una rappresentazione che richiama quelle del “pittore di battaglie” di Arturo Pérez-Reverte: un affresco unico, un ciclo continuo di vicende e accadimenti che si rincorrono e nessuno è casuale né vano, ma tutti incatenati e incastrati armonicamente per la realizzazione di un disegno superiore. Ma l’importanza della storica fa un passo indietro di fronte alla monumentale narrazione dell’interiorità di quelle stesse persone che, in altri libri, paiono persino svuotate della loro umanità, per diventare eminentemente pedine di uno schema politico e militare.
In “Quando Marte è in Capricorno” Silvana La Spina non avanza pretese di nessun tipo. Soltanto, si concede il beneficio del dubbio di avere più ragione di chi la storia la teorizza e basta. Utilizzando uno strumento ulteriore, quello dell’italiano. Nel romanzo, la lingua è raffinata poesie: un’attenzione puntuale ma non ostentata verso il lessico. Una scelta preziosa di parole e suoni, di significati e significanti, rendono la lettura di queste pagine un piacere anche musicale ed emotivo.

Novità: “L’Ammezzato” arriva alla Milanesiana

bompianiMILANO – Arriva in occasione della Milanesiana – l’ormai storica rassegna in programma a Milano con 40 appuntamenti fino al 9 luglio – “L’Ammezzato” di Nicholson Baker. Pubblicato da Bompiani,  il romanzo parla di Howie, un impiegato alquanto ordinario.

Dopo l’intervallo per il pranzo – un biscotto, un bicchiere di latte – il giovane Howie, torna al lavoro: attraversa l’atrio, sale, diretto al suo ufficio nell’ammezzato, sulla scala mobile… Tutto pare ovvio, consueto – ma oggi, forse, non è un giorno come tutti gli altri. Oggi, prima di rientrare, Howie ha dovuto fare un acquisto: un paio di lacci da scarpe, per sostituire quelli che gli si sono rotti – una stringa ieri, una l’altroieri. Un caso strano, in verità… a partire da questo spunto, la brevissima ascesa del protagonista – una manciata di secondi – si trasforma, per libera associazione, o dissociazione, di idee, in un eccentrico, divertente e insieme spietato itinerario del pensiero e della memoria. Mentre si chiede quando ha imparato a legarsi le stringhe da solo; quali altri tappe hanno segnato la sua crescita; come si usurano le stringhe (nel legarsele o nel camminare? e in modo simmetrico o no?), il quotidiano, il banale, i tic propri e altrui vengono catalogati, spiati, commentati, chiosati con lucido sarcasmo, in una sorta di delirante volontà di dare ordine al caos.

Le favole e poi l’ultimo viaggio di Antoine de Saint-Exupéry

Dalila Sansone
AREZZO – “Ma se mi va di dimenticare il suo dimenticare e di inventarmi un sogno?”. Già, se a volte volessimo dimenticare e immaginare una realtà diversa? Non per illusione, solo per smettere di non credere più e non correre il rischio di pensare che di qualcosa non sia valsa la pena? Vale sempre la pena, anche solo per inventarsi un sogno.
Non mi sono mai chiesta che fine avesse fatto il Piccolo Principe, se se ne fosse tornato dalla sua rosa o fosse invece rimasto, per sempre bambino, a stupirsi delle illogicità di presunti adulti. Faccio l’errore di molti e lascio i “personaggi” tra la lettera maiuscola della prima pagina e il punto dell’ultima, nel loro eterno presente senza trascorsi e destini con cui riempire pagine non scritte.
Antoine de Saint-Exupéry quel suo Piccolo Principe se lo portava dietro, ché in fondo era un po’ lui, era la parte invisibile di lui; così, quando prima di partire per l’ultima missione (Algeri 1943), la incontra in Algeria, su di un treno un giorno qualunque e agli schizzi di un piccolo principe biondo che lascia raccontare, parlare, chiedere, spesso non capire. Le “Lettere a una sconosciuta” (Bompiani, 2009) sono una bella raccolta degli ultimi fogli sparsi dell’autore del libro più venduto al mondo, acquerelli e righe scarabocchiate. Sulle pagine scorrono qualche frase o lettere per una donna, sposata, algerina che smette di rispondere al telefono e non avvisa se decide di non presentarsi ad un appuntamento. Non c’è nessun filo che collega il bambino che sulla carta parla per l’uomo al libro che li ha resi entrambi liberi dallo scorrere del tempo e dalla dimensione materiale dell’esistenza. Si, perché tra quei pochi pezzi di carta, invece, ci sono proprio il tempo e l’essere esistiti, lì in quel momento. Ci sono emozioni semplici che parlano delle illusioni, di quando le illusioni pretendono che si guardi alla realtà con la logica dei fatti e delle conseguenze.
“Le favole sono fatte così. Una mattina ti svegli e dici: ‘Era solo una favola…’. Sorridi di te. Ma nel profondo non sorridi affatto. Sai bene che le favole sono l’unica realtà della vita.” Sentire riesce quasi sempre a vivere la disillusione e a trovarci dentro la ragione profonda del sentimento, che è fatto di una natura diversa dalla logica; sopravvive a sé stesso come sensazione ed è quella la realtà: la sensazione che non si spiega, non si descrive, capace com’è solo di restare. A volte il piccolo principe continua a non capire, arriva persino a rinunciare, a farlo credendo che sia inutile, distraendosi di amarezza. Ma poi succede anche a lui di rendersi conto che l’essenziale non è invisibile agli occhi, l’essenziale è semplicemente parte di te. Esiste. È inutile credere che si possa restare per sempre bambini, illudersi che l’ingenuità di cui si nutre l’immediatezza delle emozioni sia duratura… però è così stupidamente adulto non custodirne gelosamente la tenerezza!

Novità: “Piangi pure”, ama e continua a vivere

Giulia Siena
ROMA 
“Io non mi pento mai di niente. Il pentimento si porta dietro il rimpianto e il rimpianto è uno dei due sentimenti che non posso assolutamente permettermi. L’altro è l’amore”.

Ha quasi ottant’anni Iris De Santis. E ottant’anni sono troppi per amare. A quell’età bisogna guardare le vite degli altri e non essere così egocentrici da pensare alla propria vita; figuriamoci all’amore! L’amore tra anziani, poi, è una cosa così grottesca, un’ostinazione che la società non accetta. E Iris ha già dato scandalo nella sua vita, da giovane, quando negli anni Sessanta ha abbandonato il marito e una figlia che non la perdonerà mai per correre dietro a un capriccio, all’amore. Ha fatto di più: negli stessi ha lasciato che lo scandalo familiare fosse sotto gli occhi di tutti, ne ha fatto un libro di discreto successo. Ora non ha più legami e potrebbe abbandonarsi alla simpatia per C., lasciarsi trasportare da una personalità così bella che potrebbe risvegliarla dal torpore degli anni.

Iris, protagonista di “Piangi pure”, l’ultimo romanzo di Lidia Ravera in libreria per Bompiani, si era rassegnata alla vecchiaia. Aveva fatto della sua casa romana ai Parioli, quella che aveva comprato con i soldi guadagnati dal suo libro sullo scandalo, la tana dove ritirarsi. Ma qualcosa in lei è cambiato, non solo ha venduto il suo appartamento come nuda proprietà ma ha un motivo per vivere. Vedere ogni giorno C. per il caffè e, alle volte, per l’aperitivo, ha risvegliato in lei qualcosa. Chi è C.? C. come Carlo, lo psicoterapeuta del terzo piano, l’affascinante professore ultrasettantenne che le ha consigliato di tenere un diario e scrivere per non abbandonarsi, per non lasciarsi ingoiare da una morte precoce. Nasce così uno scritto che è un esercizio quotidiano in cui Iris parla in prima persona dei suoi non-progetti e del rapporto difficile con sua figlia Alice e con sua nipote Melina, del riscatto e della sorpresa nel ritrovarsi viva. Lo scritto, nella seconda parte del libro, lascia il posto alla terza persona e diventa romanzo.

 

“Piangi pure” è una liberazione, è la scoperta di una vita che continua oltre le convenzioni sociali; è una felicità che non ha limiti di età, è l’eros che va oltre le apparenze, è la voglia di vivere nonostante la malattia. In “Piangi pure”, oltre che protagonisti, Iris e Carlo sono i veri personaggi. Il resto, Alice, Melina e gli altri vengono descritti seguendo dei cliché, gli stessi cliché che usano i “più giovani” nella realtà per descrivere gli anziani.

“A cuore aperto”: la confessione di un uomo tradito da sé stesso.

Giulio Gasperini
AOSTA – Ci sono delle volte in cui è il tuo stesso corpo a tradirti; come se si ribellasse al tuo volere; come se non avesse nessuna remora, nessun pudore di colpirti a tradimento, quando di situazioni ne hai affrontate di ben più gravi e pericolose. E ti senti forse anche più indifeso, in pericolo. Perché oltre alla vita rimetti in gioco la fedeltà a te stesso. Questo “A cuore aperto”, edito da Bompiani nella collana Grandi PasSaggi, è la storia di un uomo che scopre la paura di morire. E si sorprende. La storia di Elie Wiesel è nota: deportato ad Auschwitz e a Buchenwald, autore dello straordinario “La notte”, premiato con il Nobel per la pace nel 1986. Dopo una vita così, si potrebbe anche pretendere di sentirsi al sicuro, oramai, dai colpi della sorte e dalle coincidenze del caso. E invece no, perché a compromettere la sicurezza e la pace questa volta è una parte del proprio corpo: il cuore cede. Quasi d’improvviso; o comunque in maniera sorprendente. I guai si cercano altrove, in altri organi, e invece è la pompa che non funziona bene e che danneggia tutto il resto.
Sicché il ricovero in ospedale, un’operazione che tutti prospettano con una sicurezza chirurgica ma che si sa quanti rischi comporta (e dalla quale qualcheduno non si è mai più risvegliato), la dolorosa convalescenza sono i pretesti per rimettere tutto in discussione, come se i bilanci non fossero mai definitivi e ci fosse sempre qualcosa su cui riformulare il giudizio e ricalibrare il significato. Elie Wiesel passa così in rassegna tutti gli aspetti della sua vita, tutte le declinazioni del suo impegno, della sua ostilità all’indolenza e all’accidia, con la consapevolezza che “se Auschwitz non ha saputo guarire l’uomo dal razzismo, che cosa potrebbe riuscirci?”: l’insegnamento, che tanto ama e che deve lasciare interrotto; il suo impegno “contro la banalizzazione di Auschwitz”; la rassegna delle sue opere, da “L’oblio” a “Ani Maamin”; il tema della Bufera, chiamata così in montaliana memoria; il rapporto con Dio (“Troverò l’audacia di rimproverarGli il suo incomprensibile silenzio?”); il legame di profondo amore con la moglie e con il figlio che lo assistono indefessi al capezzale.
Elie Wiesel depone l’orgoglio, il pudore virile e affronta quest’ennesima avventura svelando tutte le sue debolezze, i suoi tremori, le sue angosce di avere a che fare con un nemico che lo spaventa, perché non dà certezze; ma soprattutto che disarma proprio perché nemico che proviene dall’interno del sé: “Ritenevo che la morte non mi spaventasse. Non ero vissuto con essa, e anche in essa? Perché temerla adesso?”. Non teme neppure di scadere nel patetico e nello sdolcinato, di virare verso una presunta saggezza strappalacrime. Perché Elie Wiesel è solo un uomo e questa volta deve combattere contro il suo stesso corpo.

“112 motti che portano alla fine del mondo”

Michael Dialley
AOSTA – “Durante l’ultima persecuzione che subirà la Santa Chiesa Romana, regnerà Pietro il Romano. Egli pascerà le pecore fra molte tribolazioni. Passate queste, la città dei sette colli sarà distrutta, e il Giudice tremendo giudicherà il popolo”: questo dovrebbe essere ciò che spetterà all’uomo e, in particolare, alla Chiesa cattolica a breve, dopo l’elezione del successore di Benedetto XVI. Nello specifico è il 112° motto in latino che chiude la profezia di Malachia, così come racconta il saggio “I segreti della profezia di San Malachia” di Jean-Luc Maxence, edito da Bompiani nel 2000: il lettore viene accompagnato nella comprensione di questa profezia, a lungo studiata e che, così come ogni questione legata in qualche modo al soprannaturale, crea ipotesi e congetture.
Sono motti che identificano ciascun papato, partendo dal 1143 fino all’ultimo, collocato genericamente tra il 2000 e il 2031/2032; tale profezia in realtà è stata resa pubblica solo nel 1595 e non si conosce la vera natura di questi oracoli, tant’è che nel saggio non si analizzano quelli che sono precedenti al 1595, proprio perché potrebbero essere stati scritti postumi ai pontificati.
È straordinario pensare a come qualcuno abbia potuto scrivere questi incisi, spesso di poche parole, che raccontano un intero papato, ma è ancora più stupefacente quanto, anche dopo 400 anni dalla pubblicazione della profezia, questi motti possano coincidere effettivamente con il pontefice al quale si riferiscono: ovviamente si tende a pensare al pontefice in quanto singolo, ma Maxence ci aiuta a comprendere quanto in realtà ci si riferisca al papato e, talvolta, al periodo che coincide con un determinato governo pontificio. È un viaggio attraverso i secoli, attraverso tutti i successori di Pietro che rende il lettore partecipe della vita del Vaticano, affascinante e misteriosa: l’autore cerca di contestualizzare i motti analizzando il papato e la personalità del pontefice in questione e ne emerge per ciascuno un ottimo ritratto, nonché un’analisi sintetica ma efficace delle varie fasi della storia della Chiesa cattolica nei secoli. Durante ogni conclave ecco rievocata la profezia; addirittura nei secoli precedenti (e sicuramente per l’elezione di Clemente VIII, negli anni di pubblicazione della profezia) si utilizzavano questi motti per condizionare il risultato dell’elezione, mentre poi dal Settecento si è guardato a questi come una linea guida da mantenere durante il pontificio regno.
Oggi, nel 2013, ecco che viene ancora tirata in ballo la profezia di questa figura misteriosa, vaga, di San Malachia (importante personalità del XII irlandese), proprio in occasione dell’imminente conclave che ha due aspetti piuttosto inconsueti e nuovi: il primo l’elezione di un nuovo pontefice in seguito alle dimissioni, e non alla morte, del precedente; il secondo legato alla profezia stessa, in quanto questo sarà l’ultimo papa della storia della Chiesa cattolica.
Può affascinare, o far sorridere: l’autore ne dà un’interpretazione il più possibile legata a fatti storici concreti; nulla è dato all’immaginazione e alla pura congettura; ognuno ne tragga ciò che crede, riconoscendo, però, l’aspetto suggestivo che questa profezia porta con sé da 418 anni.

La forza di raccontare

Giulia Siena
ROMA
– “Se non puoi aggiungere giorni alla vita prova ad aggiungere vita ai giorni.” Questo è quello che si ripete Anne-Dauphine da quando il primo marzo, nel giorno del secondo compleanno di Thais, scopre che sua figlia è malata. Thais, la sua bambina, presto sarà portata via da una malattia. Il tiranno tanto temuto si chiama Leucodistrofica metacromatica. Il nome le fa paura, ma forse, a farle più paura sono quei piccoli ed esitanti passi sulla sabbia bagnata lasciati da Thais sulle spiagge della Bretagana. Comincia così la storia di una madre che racconta con amore e minuzia la malattia genetica di sua figlia.
“Due piccoli passi sulla sabbia bagnata” è il primo libro di Anne-Dauphine Julliand, giornalista e scrittrice francese, che nel romanzo di Bompiani racconta due anni della propria vita: sfide, dolori e scommesse.

Il giorno del secondo compleanno di sua figlia, Anne-Dauphine scopre che la bambina, con il passare del tempo, non potrà più correre, sorridere e parlare. Con il tempo i movimenti di Thais diventeranno più lenti, sempre più lenti, fino a spegnersi. L’allegria e la curiosità della bambina saranno annientati da questo mostro oscuro, da questa lenta e inesorabile coltre che offuscherà le giornate della sua famiglia. E cosa ne sarà del bambino che ora porta in grembo Anne-Dauphine? La nuova gravidanza, quel piccolo germoglio che sta crescendo nel suo grembo, è minato dal mostro che ha catturato ora Thais? Domande, dubbi e perplessità accompagneranno i protagonisti di questa storia per due anni di vita, un periodo in cui la caparbia e l’amore hanno combattuto con forza il dolore.

“Due piccoli passi sulla sabbia bagnata” è il resoconto di come la vita possa essere riscritta al presente; vivendola ogni giorno, nonostante tutto.

Paulo Coehlo- siete pronti ad emozionarvi ancora?

ROMA – E’ in libreria il nuovo libro di Paulo Coehlo:”Il manoscritto ritrovato ad Accra” edito da Bompiani.

14 luglio 1099. Mentre Gerusalemme si prepara ali invasione dei crociati, un uomo greco, conosciuto come II Copto, raccoglie tutti gli abitanti della città, giovani e vecchi, donne e bambini, nella piazza dove Pilato aveva consegnato Gesù alla sua fine. La folla è formata da cristiani, ebrei e mussulmani, e tutti si radunano in attesa di un discorso che li prepari per la battaglia imminente, ma non è di questo che parla loro il Copto: il vecchio saggio, infatti, li invita a rivolgere la loro attenzione agli insegnamenti che provengono dalla vita di tutti i giorni, dalle sfide e dalle difficoltà che si devono affrontare. Secondo il Copto, la vera saggezza viene dall’amore, dalle perdite sofferte, dai momenti di crisi come da quelli di gloria, e dalla coesistenza quotidiana con l’ineluttabilità della morte. “Il manoscritto ritrovato ad Accra” è un invito a riflettere sui nostri princìpi e sulla nostra umanità; è un inno alla vita, al cogliere l’attimo presente contro la morte dell’anima.

Paulo Coelho è nato a Rio de Janeiro nel 1947. È considerato uno degli autori più importanti della letteratura mondiale. Le sue opere, pubblicate in più di centosettanta paesi, sono tradotte in settantadue lingue. Tra i premi ricevuti dall’autore, il “Crystal Award 1999”, conferitogli dal World Economic Forum, il prestigioso titolo di Chevalier de l’Ordre National de la Légion d’Honneur, attribuitogli dal governo francese, e la Medalla de Oro de Galicia. Dall’ottobre del 2002 è membro della Academia Brasileira de Letras. Dal settembre 2007 è stato nominato Messaggero di Pace delle Nazioni Unite. Bompiani ha pubblicatoL’Alchimista (1995), Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto (1996), Manuale del guerriero della luce (1997), Monte Cinque (1998),Veronika decide di morire (1999), Il Diavolo e la Signorina Prym (2000), Il Cammino di Santiago(2001), Undici minuti (2003), lo Zahir (2005),Sono come il fiume che scorre (2006), La strega di Portobello (2007), Henry Drummond Il dono supremo (2007), Brida (2008), Il vincitore è solo(2009) e Le Valchirie (2010).