Edizioni e/o: “L’incantesimo delle civette” e la storia di un film che ha cambiato la realtà

incantesimo-delle-civette_eo_chronicalibriDaniela Distefano
CATANIA– È estate piena, la caldissima estate del 1967, siamo a Partinico, centro siculo di strade che stropicciano i raggi solari. Un ragazzino di quattordici anni, Luca, butta in aria libri e disciplina scolastica e si avventura nel mare dei sogni della sua età. Il calcio, il flipper, la banda di monelli come lui a caccia di prove di forza fisica e resistenza alla noia. Quello che doveva rivelarsi un cameratesco trascorrere dei giorni, delle settimane, prima del ritorno allo studio odiato, alla vita che ci passa addosso, è invece l’inizio della vera vita, la consapevolezza che si cresce anche senza saperlo. La città, infatti, viene assediata dallo stupore di un evento, un film sarà girato proprio in questa zona: “Il giorno della civetta”, pellicola tratta dal romanzo di Leonardo Sciascia. Il regista Damiano Damiani assolda Franco Nero e Claudia Cardinale come protagonisti in mezzo ad un cast di fior fiori di attori. Continua

Anteprima ChronicaLibri: arriva “Ma già prima di giugno”, intrecci di memorie e verità nel racconto di una figlia

primagiugnoGiulia Isaia
ROMA – “Due rette parallele che si incontrano”. Questo sono Ena e Maria Antonia, protagoniste di Ma già prima di giugno, il nuovo romanzo di Patrizia Rinaldi pubblicato da Edizioni E/O e in libreria dal prossimo 13 maggio.
Una figlia, Ena, giunta alla fine della sua vita e impegnata a trovare ordine nei ricordi, reminiscenze di un passato che ricostruisce, a tratti con fatica, complici le sofferenze che non l’hanno lasciata immune. Una madre, Maria Antonia, raccontata da giovane fino al momento della nascita della sua terzogenita, Ena.  Continua

“Svaniti nel nulla”. L’assurdo di Tom Perrotta per raccontare l’uomo, o quel che ne rimane

svaniti nel nullaGiulia Isaia
ROMA – Il 14 ottobre è una data che la popolazione del mondo non può più dimenticare. Difficile afferrare cosa sia realmente accaduto, più semplice – e unica via perseguibile – cercare di ricostruire i pezzi attraverso le vite dei Sopravvissuti. Questa la premessa di Svaniti nel nulla, dello scrittore statunitense Tom Perrotta (Edizioni e/o), conosciuto da chi ha avuto il piacere di scoprirlo con il titolo originale “The Leftovers”, dalla serie tv in onda lo scorso luglio sui canali Sky.

Migliaia di persone svaniscono nel nulla in un istante: colossali tamponamenti a catena, disastri ferroviari, elicotteri e aeroplani precipitati. Un cataclisma a cui nessuno riesce a dare una spiegazione, che viene narrato dalla cronaca dei media senza neanche un’immagine visiva che riassuma il Rapimento. Non ci sono cattivi con cui prendersela: un dramma che si amplifica e muove la disperazione. “Svaniti nel nulla” racconta una comunità, quella di Mapleton, che combatte contro il vuoto lasciato dall’improvvisa dipartita dei propri cari; ci sono madri senza figli, mariti senza mogli, uomini di fede che si sforzano di spiegare l’avvenimento con i dogmi di una religione in cui nessuno vuole più credere. Poi c’è Kevin Garvey, sindaco di Mapleton e padre di Tom e Jill.

Sua moglie Laurie, donna assennata e dedita alla famiglia, lascia il tetto coniugale per entrare nella setta dei Colpevoli Sopravvissuti: un voto di silenzio e di lenta uccisione del proprio «io». La storia si svolge nel disperato tentativo di tornare alla normalità attraverso un processo di rimozione quotidiana, di questo Garvey si fa paladino cercando di animare la cittadina di cui è guida e di relegare al passato un evento che per alcuni – molti – aveva segnato la storia umana annunciando una fine, ormai vicina.

Partendo da un’idea senza dubbio geniale, Tom Perrotta delinea i destini dei suoi personaggi con uno stile essenziale. L’ambientazione irreale porta il lettore non tanto a chiedersi il come o il perché, quanto piuttosto a percepire l’angoscia causata dall’interruzione improvvisa dei ritmi quotidiani e la necessità di tirare avanti, nonostante tutto sembri inutile, persino amare.

Edizioni e/o: Patrizia Rinaldi torna con “Rosso caldo”, tutte le sfumature del giallo

rosso-caldoGiorgia Sbuelz
ROMARosso caldo non è solo un colore, ma un indizio da seguire nel nuovo romanzo di Patrizia Rinaldi (pubblicato dalle Edizioni e/o), in cui tutta la squadra del commissariato di Pozzuoli è chiamata in causa a risolvere un duplice omicidio che farà riemergere antichi fantasmi e nuovi rompicapi. Nell’indagine è coinvolta anche la sovrintendente Blanca Occhiuzzi, già protagonista dei due precedenti lavori dell’autrice, Blanca e Tre, numero imperfetto. Ipovedente dall’età di tredici anni, Blanca ha sviluppato un intuito eccezionale che la fa destreggiare abilmente anche nei casi più intricati, riuscendo ad identificare quel dettaglio sfuggente o quell’odore particolare, in grado di guidarla sicura verso il bandolo della matassa.

 

Lo scenario dei crimini è una Napoli grigia bagnata dalla pioggia primaverile. Dagli scantinati di Palazzo de Pignatta, l’anziana Alina ode da anni rumori di spiriti che agitano ferraglie e si lamentano, spiriti femmina, dice lei, che emettono mugolii come se una mano coprisse loro la bocca. Nemmeno la sua convivente, Mariarca, vuole darle credito, finché proprio nei sotterranei del Palazzo viene rinvenuto il corpo di Geronimo Sellitto, un impiegato delle poste con un’ossessione morbosa per l’arte. La scia che segue Blanca è fatta di odore di essenza di mandorlo di cui il cadavere è impregnato, scia che ricollega l’episodio ad un altro ritrovamento effettuato dall’ispettore Liguori alle Terme di Baia: un sacco ricavato da un velo da sposa contenete ossa umane e trattenuto da un fiocco rosso, rosso come il sangue. Il macabro cadeau emana un profumo cattivo di orzata e scarti di macelleria. Quando un secondo impiegato dello stesso ufficio postale, Oreste Bonomo, viene ucciso con tre colpi di pistola, appare chiaro che il caso nasconde molto più di quanto si possa ipotizzare.
Le indagini s’intrecciano alle vicende personali dei protagonisti; la relazione fra Blanca e Liguori entra in crisi mentre la vita di Ninì, figlia adottiva di Blanca, viene messa a repentaglio. Il padre della ragazzina infatti, un pregiudicato, vuole mettersi in contatto con lei per usarla e portare a termine un infido proposito.
Il commissario Martusciello comincia ad accusare vuoti di memoria, mentre la noia lo assale nei momenti meno opportuni; l’agente scelto Carità è trincerato come non mai dietro la barriera del suo mutismo. I personaggi sono così intrappolati nella rete delle proprie inquietudini, rompendone le maglie solo al raggiungimento del parossismo creato dal ferimento di Martusciello. Nello squarcio sul fianco del commissario, Liguori rivede “un geyser di rosso e di caldo”. Ancora rosso, un rosso che risveglia le menti dei protagonisti, restituendo loro la forza e lo scatto per risolvere un’inchiesta che ribalterà lo status della Napoli dei signorotti, dei segreti di famiglia, dei voyeurs e dei fanatici dell’Azionismo Viennese, col sangue che diventa pittura e traccia da inseguire per far emergere scomode verità.

 

Rosso caldo è un giallo dalle venature noir, la cui solidità fa perno su un’attenta costruzione dei protagonisti che, colti in quella nella fase in cui ogni dubbio interviene a dissestare l’ordine pregresso delle cose, riconquistano se stessi tuffandosi in un’indagine atta a far saltare ogni coperchio, presente e passato, proprio e altrui. Le distanze fra lettore e personaggio vengono accorciate dalla scelta di intervallare la narrazione con passaggi in prima persona: Blanca e gli altri sono personaggi veri a cui potersi affezionare e su cui fare affidamento per calarsi nella profondità di una Napoli tanto misteriosa quanto pericolosa, dove ogni pista ne apre un’altra.

“La giostra del piacere” e il gioco delle vite. Un grande romanzo

La-giostra-del-piacere-recensione_chrLGiulia Siena
ROMA
“Più si frequentava place d’Arezzo, più ci si convinceva di aver a che fare con un mistero. Il nome stesso della piazza aveva dell’incredibile, perché era dedicata al monaco benedettino Guido d’Arezzo, inventore del sistema di notazione musicale che aveva messo fine alla confusione della trasmissione orale, ‘Chi esegue senza capire è un animale’ diceva. In musica, Guido d’Arezzo è stato un uccisore di pappagalli”. Come uno strano scherzo del destino, pappagalli e cocorite sono arrivate fino al centro di Bruxelles, trasformando questa piazza dedicata al monaco musicista nel loro nuovo habitat. Tra le fronde degli alberi i pappagalli – protagonisti e spettatori inconsapevoli di un gioco di sguardi – parlano nella propria lingua, mentre nelle stanze dei palazzi che si affacciano su quel maestoso nido belga, si consumano vite, passioni, lotte e amori. Infatti, i misteriosi pappagalli giunti fino a li grazie a un console brasiliano, non sono i soli privilegiati abitanti di questo prestigioso angolo di città, con loro, a parlare un’altra lingua e con diverse movenze e provenienze, ci sono gli abitanti di Place d’Arezzo. Gli abitanti, facoltosi, annoiati, istrionici, problematici ed enigmatici borghesi, vengono interrotti, sorpresi, spaventati e attratti da una lettera gialla, un biglietto che ricevono molti di loro. “Questo biglietto solo per dirti che ti amo. Firmato: tu sai chi”. Comincia così  La giostra del piacere (Edizioni e/o), il nuovo, grande lavoro narrativo di Eric – Emmanuel Schmitt. Da questo messaggio d’amore si scatena una storia in cui vivono tante storie: c’è Baptiste Monier, famoso scrittore di best seller – quasi alter ego dell’autore – sua moglie Joséphine e la loro nuova amica Isabelle; c’è la controversa Faustina; il potente Zachary Bidermann e sua moglie Rose; il banchiere de Couvigny; i giovani Albane e Quentin; il gallerista snob Wim; la fioraia Xavière che tradisce suo marito  con la docile  Séverin; ci sono i tormentati e curiosi Tom e Nathan, entrambi attratti dal giardiniere Hippolyte, padre di Isis e innamorato di Patricia.

In questa giostra di personaggi, il piacere è un sentimento estremo, cercato, rifiutato, mal gestito perché ogni storia, ogni legame tra i personaggi  ha dietro più storie, più sentimenti, più vicende. E in questa fitto ricamo di psicologie, azioni e reazioni, il piacere è solo uno dei sentimenti. Mano mano che il libro va avanti, che i personaggi si lasciano conoscere, emergono nuove sensazioni, nuovi stati d’animo; emerge, così, la magistralità di Schmitt nel delineare sensibiltà e stati d’animo. Emerge, così, che dietro a personaggi forti, scaltri, potenti e allo stesso tempo indecisi, c’è una felice ingenuità che in disparte, silenziosamente, tesse una trama avvincente fino all’ultimo pagina. Ed è qui che torna lo scrittore di “Oscar e la dama in rosa” (2002); qui riaffiora la grande capacità narrativa di Eric-Emmanuel Schmitt, lo scrittore che mette i propri personaggi sulla giostra del piacere, ma lascia alla semplicità muovere il complicato movimento. La giostra del piacere – come tutta la produzione narrativa e drammaturgica dello scrittore belga – descrive e analizza i comportamenti umani, indaga nel vissuto e nella psicologia dei personaggi e va a scandagliare ruoli, comportamenti, reazioni e attrazioni di questo popolosissimo “catalogo umano”.

 

“Quella notte c’erano tanti umani quanti volatili. L’atmosfera sembrava esplosiva. Si sentiva nell’aria che sarebbe successo qualcosa”.

 

Domani in libreria: “Venga pure la fine”, il nuovo romanzo di Roberto Riccardi

Venga pure la fine_Roberto Riccardi_chronicalibriGiulia Siena
ROMA – “E adesso venga pure la fine, venga pure la notte. Sono pronto ad accoglierle. Venga pure un nuovo inizio, perché è solo quando tutto finisce che incomincia davvero qualcosa“.

 

Arriva in libreria domani, mercoledì 25 settembre 2013, “Venga pure la fine”, il nuovo romanzo di Roberto Riccardi pubblicato dalle Edizioni e/o nella collana Sabot/age, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto. “Venga pure la fine” è un’invocazione, una presa di coscienza, un arrendersi, un donarsi, un abbandonarsi al dovere e a quello che sarà. “Venga pure la fine” è la nuova e inattesa indagine di Rocco Liguori, il tenente dei Carabinieri già protagonista di Undercover. Niente è come sembra”.

Questa volta dovrà recarsi all’Aia a disposizione del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia. In quella terra ad Est lui c’è già stato, sette anni prima, nel bel mezzo di un conflitto fraticida che ha segnato la storia della Bosnia. Allora, anche se doveva rimanerne fuori per questioni politiche, Rocco Liguori aveva arrestato il macellaio di Gračanica, quel Milan Dragojevic colpevole della strage di Srebrenica e di altri eccidi in una terra costantemente lacerata dalle lotte. Dopo l’arresto tra loro cominciò un rapporto epistolare intenso, fatto di riflessioni e consapevolezza. Liguori ora deve tornare su quei passi, deve tornare in ex-Jugoslavia per indagare sul tentato suicidio di Dragojevic. Il colonnello, infatti, è in coma; probabilmente ha ingerito una massiccia dose di quei farmaci con i quali doveva combattere un nuovo nemico, la depressione. Ma la storia del tentato suicidio, per un uomo che ha procurato tanto male al suo stesso popolo, non regge. Il procuratore vuole che Liguori scopra di più. E Rocco lo fa, vorrebbe esimersi ma non può; vorrebbe anche evitare di tornare con la memoria e con gli occhi a quelle terre che sono state lo scenario della sua folgorazione per Jacqueline. Anni prima, infatti, proprio in Bosnia aveva incontrato questa “miscela di armonie silenziose che culminavano in un sorriso radioso e una voce cristallina”, una donna che gli aveva scombussolato i sensi e gli aveva dato buone idee per la cattura del colonnello. Ora lo scenario è cambiato, gli anni Novanta sono lontani, rimangono, però, gli antichi rancori nello sguardo risoluto di kosovari e bosniaci e l’indagine di Liguori prende, improvvisamente, rotte internazionali. La storia tiene dentro altre storie (magistrale il riferimento al libro di Elsa Morante) e viaggia velocemente su piani temporali diversi; il palcoscenico su cui si muovono i personaggi è un susseguirsi a velocità impressionate di città Europee: L’Aia, Sarajevo, Cracovia, Londra, Roma, come a ricordarci che la criminalità non risparmia niente, nessuno e in alcun luogo.

 

Roberto Riccardi – vincitore con “Undercover” della seconda edizione del Premio Letterario Mariano Romiti – firma un nuovo e avvincente romanzo, un libro in cui alla padronanza della materia si aggiungono sfumature e dettagli che solo un ottimo narratore può carpire.

 

“La vita non torna indietro a offrirti di correggere uno sbaglio. Lei è già altrove, a decidere per qualcun altro che, come te, si crede eterno ed è solo l’ennesimo granello nella polvere del tempo. La vita non torna indietro, non lo fece neppure quel giorno”.

 

Guarda QUI la video intervista a Roberto Riccardi realizzata con ItvRome.

Gli “Ottantatré” anni di Giustino.

OttantatréGiulio Gasperini
AOSTA – “Ottantatré” sono gli anni che Giustino vive, nel romanzo di Alberto Bracci Testasecca edito da Edizioni e/o. E per ogni anno Giustino ha un attimo, un momento, un frammento di vita da raccontare, quasi da confidarci con la delicatezza di un rapporto amico e fraterno. Sulla falsa riga di “The years” di Virginia Woolf, la storia personale di Giustino si intreccia con un avvenimento della Grande Storia, come a stabilire un legame inscindibile tra l’uomo e l’accadere degli Eventi. In qualche caso più invasiva, in altri meno, la Storia fa accadere qualche evento per ogni anno, scandito cronologicamente, con una cadenza maniacale e ridondante: 1° anno, 2° anno, 3° anno… Dalle Torri Gemelle al delitto Moro, dalla guerra del Vietnam agli scontri intorno a Villa Giulia a Roma, dalla vittoria dei mondiali di calcio ’82 a quella del 2006, tutto si intreccia con lo srotolarsi della vita di una misera pedina nel grande gioco del destino.
Alberto Bracci Testasecca, partendo dal bellissimo borgo di Montalcino, in Toscana, dove tutto principia e finisce in un ritorno circolare, tesse una favola moderna, con una pregevole fluidità narrativa e una discreta capacità di pennellare brevi dialoghi colmi dell’essenziale. Il materiale umano e storico evocato in queste pagine è tanto, abbondante, mastodontico: praticamente non si dimentica di nulla, comprende tutto ciò che ha caratterizzato il “secolo breve”, fino a sconfinare nei più recenti Anni Zero. Testasecca tratteggia certe interpretazioni, fa capire le sue opinioni, certe volte semina dubbi ma al contempo mostra dimesso la direzione dove guardare per decifrarla. La vita di Giustino è una vita semplice, nutrita di sentimenti e di emozioni declinate secondo una comune familiarità. Viene generato, nasce, cresce, ha le prime cotte, si innamora profondamente, si sposa, nascono i figli, arrivano le crisi coniugali, si innamora di nuovo, cresce i figli, accudisce i nipoti: è un copione già visto, una parte che non conosce sorprese né colpi di scena.
Non c’è niente di stra-ordinario nella sua vita. Si innamora, tradisce, si innamora di nuovo, si impegna per non arrendersi, combatte, fa finta di niente. Si comporta come un qualsiasi essere umano alle prese con la sua vita qualsiasi. Ma non è un inetto, Giustino. Perché non subisce passivo l’accadere degli eventi ma cerca di farsi pilota attivo del suo destino; cerca di non subire le casualità feroci con l’arrendevolezza di chi sa già che nessuna difesa può servire contro l’inevitabile: e invece si presta al combattimento, si arrabbia, si infuria, si difende con le armi che conosce. E alla fine, quando il suo corpo decide di averne a sufficienza e lo abbandona in mezzo all’orto familiare, Giustino può ben dire di aver vissuto come meglio – sicuramente – non avrebbe potuto.

“L’uomo d’argento”, muoversi per non spostarsi di un centimetro

Matteo Dottorini
ROMA
– In un futuro non troppo lontano, in cui l’occidente è crollato sotto i colpi della crisi definitiva, una generazione perduta si autogestisce dopo essere scappata e aver ricreato una città in cui è sempre venerdì notte. Qui, alcool e sostanze sono l’unico fine, il coito compulsivo e disinteressato l’unico sesso praticabile e l’autodistruzione l’unica barriera protettiva contro l’ansia e lo smarrimento che non risparmia sia chi arriva e sia chi in città, da un po’, risiede. Questo è “L’uomo d’argento” di Claudio Morici pubblicato dalle edizioni e/o.
Con un linguaggio gergale ma non generazionale, divertente ma mai frivolo, l’autore dà prova di possedere quel che racconta, di parlare di qualcosa che conosce, senza retorica o banali moralismi. Nel futuro immaginato da Morici non è dovuto sapere, se non tramite brevi riferimenti fatti dai protagonisti, cosa avvenga nel mondo esterno all’ambientazione della storia.
Muoversi per non spostarsi di un centimetro, fuggire da un mondo deludente verso il suo clone mascherato da “diverso”, con gli stessi vizi e le stesse ineludibili distopie. Uno dei peggiori scenari possibili che potremmo ritrovare dietro l’angolo con personaggi, se possibile, peggiori dello scenario stesso, reali quanto quelli delle living room, dei rave party e dei club che conosciamo bene.
Qual è il miglior mondo possibile dopo questo? E ancora, una volta vista per davvero la realtà e immaginandone una alternativa, di fuga, saremmo capaci di pensarla diversa da quella che viviamo tutti i giorni? Morici sembra chiederci questo, indicando il nichilismo come unica soluzione possibile per opporsi a tutto ciò che oggi ci piega, ci costringe in ginocchio, ci toglie l’aria, l’acqua, il cibo. Solo l’uomo d’argento mantiene un ordine, astraendosi completamente da tutto quello che lo circonda, dalla morte che cammina, da una fine perpetuata ad libitum. Ma non è, forse, anche lui, in quanto ideale utopico, un fantasma?
Lo si inizia credendolo un romanzo di genere, futuristico o cyberpunk , ma si rivela, invece, una narrazione, sociologicamente accurata nei minimi dettagli, della crisi della nostra generazione, che da una parte lotta e dall’altra annaspa.