Casi letterari: “Donne che comprano fiori”, donne che comprano e basta

Marilena Giulianetti
ROMA – Ci sono libri che ti entrano dentro. Ti leggono l’anima pagina dopo pagina, quelli che – citando Il giovane Holden“mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.
E poi ci sono libri che leggi e ti chiedi perché.
Le vacanze, il gran caldo, l’ombrellone sopra la testa e in sottofondo il rumore del mare… tutto contribuisce alla scelta di narrativa leggera. Questo potrebbe essere almeno una delle spiegazioni al perché di cui sopra. Resta il fatto che per quanto leggera la narrativa dovrebbe essere di qualità e avere comunque sempre un senso. Appare quindi difficile dare una spiegazione a Donne che comprano fiori di Vanessa Montfort, edito da Feltrinelli e preannunciato nuovo best seller venuto da lontano (neanche tanto, Madrid) pronto ad infiammare i cuori delle lettrici italiane. Continua

“Immagina di essere in guerra”: e se i profughi fossimo noi?

Immagina di essere in guerraGiulio Gasperini
AOSTA – Assumere un altro punto di vista non è compito semplice. Né immediato. Come potrebbe cambiare l’angolazione se ci si mettesse dall’altra parte del banco degli imputati? Spesso la difficoltà sta nella paura di sentirsi colpevoli. Il piccolo volume di Janne Teller ci chiama proprio a questo: deporre la maschera dell’ipocrisia, soffocare l’omertà, ripudiare la latitanza e avere il coraggio di capire. E se fossimo noi, in guerra? E se fossimo noi bombardati, inseguiti, uccisi, trucidati? “Immagina di essere in guerra”, edito da Feltrinelli (2014) con le illustrazioni di Helle Vibeke Jensen, ha il formato di un passaporto: il documento fondamentale per scappare e salvarsi. Che noi teniamo distrattamente in un cassetto del comodino ma che per tante altre persone al mondo rappresenta l’unico strumento di salvezza. Pensato anche per i più piccoli, il testo della scrittrice danese è uno strumento potente di pensiero e di riflessione, in un momento storico come il nostro di grandi cambiamenti e di imponenti forzate migrazioni.
In realtà, la nostra immedesimazione non sarebbe così complessa se ci ricordassimo della nostra storia recente, recentissima. Quella dei primi decenni del secolo scorso, di quei 29 milioni di italiani che dall’Unità d’Italia se ne sono andati all’estero, profughi, per cercare un domani migliore. Ma quando osserviamo i barconi che si avvicinano alle nostre coste, la paura dell’invasione ci paralizza, o piuttosto ci scatena un’irrazionale paura. Tutti gli altri problemi, i veri responsabili, finiscono per essere tralasciati in nome di un pericolo inesistente e inconsistente ma più presente, evidente, più facilmente codificabile e identificabile. Non pensiamo mai a cosa possa significare essere costretti ad abbandonare il proprio paese, la propria casa, i propri affetti, i propri familiari orizzonti per affidarsi a un caso furioso, più spesso crudele e feroce che non risparmi nessuno e di nessuno ha rispetto. Che siano uomini, donne o ancora bambini. Se non addirittura neonati. Non ci chiediamo mai cosa possa significare affidarsi a percorsi ignoti, lasciarsi in mezzo alla sabbia e alla confusione delle rotte, consegnarsi a un mare nero che è stretto nella notte e non accoglie, ma al massimo respinge e rompe in naufragio. Non ci chiediamo mai cosa davvero significhi il termine “casa”: “Ma dov’è casa?” si chiede, infatti, Janne Teller terminando il volume, come se la ricerca non finisse mai, indipendentemente dall’approdo, dallo sbarco ultimo e definitivo.
L’Europa (vincitrice di un improbabile Premio Nobel per la pace) fonda i suoi principi su quelli della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Tutti gli essere umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Ma così veramente ci comportiamo? Se fossimo noi, in guerra, ci sentiremmo accolti da un paese come l’Italia?

“Paula”, un modo per dirsi addio.

paulaDalila Sansone
AREZZO – Ci sono molti modi di dire addio. E molti modi per riuscire a pronunciare la parola addio, accettarla. “Paula” (1994) è il difficilissimo percorso del più complicato degli addii: quello di una madre alla figlia. E’ la prova più impegnativa di Isabel Allende, già scrittrice di successo e testimone di avvenimenti enormi, capaci di schiacciare la vita di uomo. Invece non è vero, a tutto si sopravvive, abbandoni, povertà, colpi di stato, atrocità ma solo di fronte alla perdita imminente tutto vacilla e perde di senso. Nasce come àncora nel corridoio dei passi perduti, l’anticamera della terapia intensiva di un ospedale di Madrid, questo libro. Una lettera per Paula perché al risveglio dal coma improvviso, causato da una malattia rarissima, recuperi spigoli, angoli e lunghe curve dei momenti di vita assente e trascorsa. Lentamente la lettera diventa racconto, secondo una tradizione consolidata delle donne di famiglia, quella di raccontarsi l’una all’altra da lontano, attraverso lettere da conservare gelosamente. Il bisogno di scrivere per non andare alla deriva, l’ansia di comunicare con la figlia vicina eppure distante, si intrecciano e si trasformano in una sorta di memorie della vita e dei romanzi di Isabel, intrecciate alle sorti di un Paese lontano, il Cile, e di un continente devastato dal passo imperante del lato truce della storia, quella dalla “S” maiuscola.
Paula non si risveglierà da quel lungo sonno. Sua madre riesce a maturare l’addio cercando nella scrittura la forza necessaria a separarsi da lei. Al bisogno fisico di combattere al posto di Paula per non cedere alla rassegnazione, subentra, col passo lento del dolore che matura, la consapevolezza della direzione di questo percorso. Dall’ospedale di Madrid, senza accenni di cambiamento del suo stato, Paula torna a casa, il luogo degli affetti privati, dall’altra parte dell’oceano. Resta sospesa nella stessa stanza dove con la stessa partecipazione e lo stesso amore con cui aveva preso parte alla nascita della nipote, Isabel lascerà andare via poi sua figlia.
Quando la tragedia, qualunque essa sia, assume la connotazione della dimensione personale e privata, induce sempre una misteriosa empatia, anche quando i particolari non trovano nessuna rispondenza nelle vite di chi osserva o chi legge. Quella parentesi di esistenza ha i tratti di una figura completamente nuda e fragile, in cui i difetti e debolezze dominano incontrastate e dove la linearità scompare fagocitata dal disordine interiore. Il mondo, umano e magico nelle stesso tempo, della narrativa della Allende rivive di nomi e accadimenti di vita vissuta e proprio questa commistione di umano e magico si scopre lo strumento, personalissimo, attraverso cui accettare l’addio. E’ una religione laica quella di Isabel, costruita sulla passione per la vita e il bisogno di lasciarsi travolgere dalle emozioni fino a vivere attraverso di esse, negando la possibilità che si possa, al contrario, vivere dominandole. Una religione ”umana” che riconosce il potere sovrannaturale dei legami, e di quelle circostanze inspiegabili, quasi magiche, che spesso accadono e che bisogna solo essere capaci di vedere. Non serve a nessuno dimostrare che si tratti di pura suggestione. Non ha alcuna importanza, in nome del diritto di ciascuno a trovare il proprio unico modo di scandire la più definitiva delle parole. L’accettazione interiore diventa liberazione dal volto angosciante del dolore: rimane il vuoto, col quale solo l’amore provato e ricambiato consente di convivere. Ed è proprio allora che anche Paula si arrende, lasciando questa verità in eredità a colei che, dandole la vita, per prima l’aveva iniziata al potere assoluto dell’amore.

La crisi del realismo e le angosce degli artisti del Novecento.

Michael Dialley
AOSTA – “L’arte moderna non è nata per via evolutiva dell’arte dell’Ottocento; al contrario è nata da una rottura dei valori ottocenteschi”: così si apre il saggio “Le avanguardie artistiche del Novecento”, proposto da Mario De Micheli e edito da Feltrinelli. Un manuale che aiuta il lettore a scoprire i motivi che hanno portato l’arte del Novecento a diventare così avanguardista e diversa dall’arte classica, tanto estetica e perfetta. È interessante vedere proprio come sia nata la rottura, partendo dai solidi princìpi su cui si basava l’arte realista del XIX secolo: la cornice è Parigi e a livello storico si fa riferimento a tutte le rivolte e i fermenti, politici ma anche culturali, che animano le persone; si sente quanto la concezione forte di popolo che dominava gli animi del tempo si riflettesse nelle arti e nella letteratura. Un sentimento di unità che portò gli artisti a esprimere il loro attaccamento alla condizione dell’uomo, che diventò assolutamente centrale nella realtà nella quale vive. Sentimento, questo, che portò, però, a un profonda crisi del modello e che trovò sfogo nel 1848, ma ancora di più nel 1871 dopo i tragici eventi della Comune di Parigi, che segnarono rotture con il passato e grandi rivoluzioni e cambiamenti in Francia e in tutti gli altri paesi europei.
De Micheli racconta in maniera molto chiara e precisa, con numerose citazioni, l’emblematica e profonda crisi di Van Gogh: il suo animo è lacerato dalla perdita di tutte le sue concezioni, è dilaniato dal dolore per la caduta del realismo, su cui lui ha basato tutta la sua visione del mondo. Ma nonostante la consapevolezza che tutto è perduto, l’artista afferma che “al posto di cercar di rendere esattamente ciò che ho davanti agli occhi, io mi servo dei colori arbitrariamente per esprimermi in maniera più forte”. E ancora è riportato un commento a un articolo su di lui: “L’articolo di d’Aurier mi incoraggerebbe, se io osassi lasciarmi andare, a rischiare un’evasione della realtà e a fare con il colore come una musica di toni… Ma essa mi è così cara, la verità, il cercare di fare il vero, che infine io credo di preferire il mestiere di calzolaio a quello di musicista dei colori”.
Da qui, con il Novecento, si approda ad un’altra arte, ad una nuova visione del mondo che si propone come evasione dalla tanto cercata e bramata realtà ottocentesca. Le avanguardie, ecco la soluzione: ritornare alla realtà, sì, ma allo stesso tempo evadendola, cercando non una visione chiara e limpida, bensì scavando la verità andando a toccare la sua essenza più profonda. Tanti i movimenti dei primi anni del XX secolo, espressionismo e dadaismo, ad esempio, ma che non ebbero quella forza e quell’unità che servono per affermarsi davvero; forza, invece, che ha avuto il surrealismo: una forza interna sosprendente, che ha saputo unificare gli ideali e le esigenze di molti artisti che si possono tradurre con alcune parole chiave, trasformare il mondo (Marx), cambiare vita (Rimbaud), bisogna sognare (Lenin) e bisogna agire (Goethe); il tutto, in ogni caso, volto alla liberta individuale e alla libertà sociale, cercando sempre di unire sogno e realtà, razionalità e irrazionalità. Non solo bisogno di libertà e unione, ma anche necessità di una maggiore scientificità rispetto a quanto non avesse fatto l’arte impressionista: e questo è ciò che sostengono i cubisti, i quali, afferma De Micheli, “rimproveravano ai pittori dell’impressionismo di essere solo retina e niente cervello”. Ogni movimento raggiunge consapevolezze e risultati ben diversi, ma con una radice comune: ognuno è nato dalla profonda crisi, dalla spaccatura che si è creata a Parigi, verso la metà dell’Ottocento, che ha portato alla perdita del sentimento di unione, di popolo, su cui si basava la società.
Un manuale, questo di De Micheli, che permette di conoscere un po’ di più l’origine dell’arte moderna, tanto criticata, ma altrettanto amata; a volte difficile da capire, ma un’arte che ha dentro di sé tanto da dire, tanto da raccontare.