Francesco Dei: Storia dei samurai. Cronache dal periodo degli Stati combattenti

Giorgia Sbuelz
ROMA – Del Giappone, patria dei samurai, comincia a circolar voce in Occidente sul finire del secolo XIII: “Correva l’anno 1298 quando Marco Polo riportò nel Milione le notizie circa il Cipangu (Giappone), raccolte durante il suo soggiorno alla corte di Kublai Khan, descrivendolo come il Paese dell’oro e dell’argento”.

Ma quel che di caratteristico, e allo stesso tempo familiare, suona all’orecchio occidentale della cultura nipponica scaturisce dai fatti politici e militari che segnarono il Giappone nella fase conclusiva del Sengoku Jidai, il periodo degli Stati combattenti. Parliamo del XVI secolo, giusto il periodo narrato da Francesco Dei in Storia dei samurai. Cronache dal periodo degli Stati combattenti di Odoya Edizioni. Il libro è l’ampliamento di Il sole e il ciliegio, uscito nel 2011, in cui ha affrontato il tema della riunificazione del Giappone. Per questo lavoro ha dedicato sei anni di studio, numerose ricerche e viaggi. Continua

“Caterina” di Vincenzo Zonno: atmosfere oniriche e poesia nel circo degli orrori

Giorgia Sbuelz
ROMACaterina è il nome della protagonista e il titolo del romanzo di Vincenzo Zonno pubblicato da Watson Edizioni:
“Cat aveva una vita che mal le si cuciva addosso, ma la tratteneva a sé come fosse indispensabile. Una vita che la consumava invecchiandola più del dovuto. Tutto ciò era visibile sul suo corpo fresco e delicato da ragazzina, ma la sua anima era già stanca e sopraffatta. Bastava guardarle gli occhi per rendersene conto”.
Chi è Caterina? Non è solo un’adolescente vittima di abusi e di una vita troppo dura per chiunque. Caterina è tanto altro, è un mistero da celare sotto strati di cenci e un cappotto a scacchi grande due taglie la sua… è un fagotto. Del resto così la fanno sentire: un fagotto. Continua

“Il gatto di marmo” di Ilaria Mazzeo: il nuovo romanzo breve di Intermezzi

Giorgia Sbuelz
ROMA – Scene di ordinaria vita di coppia, un po’ avanti con gli anni, in ambientazione estiva tipicamente borghese: Amalfi. Lei è Paola, lui è Carmine, protagonisti di Il gatto di marmo, di Ilaria Mazzeo per Intermezzi Editore.
“Poco dopo scendo in spiaggia, e mentre sistemo il corredo della tipica signora di una certa età al mare (romanzo d’amore, crema protettiva per il viso e per il corpo, pareo, telo, stick per le labbra, rivista femminile piena di consigli inattuabili, acqua) Carmine mi raggiunge. Ha dei boxer da bagno arancione fosforescente e una maglietta bianca con la scritta “I’M A VIRGIN but this is an old shirt”.
Fin qui non ci sarebbe molto altro da raccontare, se non fosse che Paola e Carmine non sono una coppia, ma lo sono di fatto, non sono amanti, ma si sono amati, e la Costiera non è la meta di una vacanza, ma il luogo scelto per la presentazione del film intitolato “Il gatto di marmo” di cui Carmine è sceneggiatore. Continua

“Le nostre ore contate”, il romanzo di esordio di Marco Amerighi

Giorgia Sbuelz
ROMA – Estate 1985. Quattro ragazzi hanno quattordici anni e la voglia di fondare una band, ma senza il necessario addestramento, come la buona scuola punk dei Sex Pistols e degli Stooges di Iggy pop ha dimostrato. Questo è il punto di partenza de Le nostre ore contate,  romanzo d’esordio di Marco Amerighi edito da Mondadori.
Sauro, Momo, il Dottore e il Trifo sono un gruppo di amici che prova a farsi valere nella provincia italiana sperduta tra le colline toscane, ma lontano dalle bellezze tipiche della regione. Badiascarna, infatti, “sembra l’avamposto extraterrestre di un film di fantascienza: un segmento di case modeste disposte lungo una strada male asfaltata, il cimitero all’estremità nord, il mattatoio del Nesti e il vecchio campo sportivo all’estremità sud. Non appena riprendono le curve e la provinciale si snoda verso il bosco, le case si diradano e il paese con i suoi duecento abitanti sparisce.”
A Badiascarna però c’è dell’altro: due enormi torri di refrigerazione della NovaLago, una centrale geotermica costruita su un lago boracifero ai limiti del bosco che nacque con l’intento di creare posti di lavoro e benessere. Ciò che realmente ha prodotto, è stata una pioggerellina di corpuscoli d’amianto che si è depositata sulla vegetazione circostante e nei polmoni dei lavoratori fino a scavarci dentro delle lesioni. Ironia della sorte, il benessere millantato si è trasformato in una promessa di morte chiamata mesotelioma, la malattia che infesta il torace di Rino. Continua

“Love” di Michelangelo Iossa: tutto ciò di cui hai bisogno è l’amore cantato dai Baetles

Giorgia Sbuelz
ROMA – Innamoramento, Coppia, Famiglia, Amicizia, Memoria e Amore Universale sono i titoli dei capitoli di LOVE – Le canzoni d’Amore dei Beatles di Michelangelo Iossa per Graus Editore.
“Quello dei Beatles è un’autentica storia d’Amore con il mondo intero”: così afferma l’autore, e come smentirlo? Del resto lo stesso Iossa è una vera eminenza nel campo. Classe 1974, collabora fin dagli anni ’90 con alcune delle principali testate musicali italiane ed è uno dei maggiori studiosi dei Fab Four di Liverpool.
Il libro ha il compito di esaminare i brani della produzione beatlesiana alla luce di quello che per l’autore è il senso della carriera del quartetto, cioè l’Amore. Continua

“Clessidra”, Edizioni Clichy di Dani Shapiro: il memoir da cui non ti vuoi separare

Giorgia Sbuelz
ROMA – Un giorno t’imbatti in un memoir. Chiariamo cosa sia un memoir lasciando il compito alla stessa autrice, Dani Shapiro: “In inglese, il termine memoir viene in linea diretta dal termine francese per memoria, mémoire”, dichiara David Shields in Fame di realtà. “Eppure, nascosta sotto la parola memoir ce n’è un’altra molto meno affidabile. Dietro il latino memoria, c’è l’antico greco mérmeros, un derivato del persiano avestico mermara, a sua volta derivante dalla parola indoeuropea che indicava “ciò che pensiamo ma che non riusciamo ad afferrare”: mer-mer, “sognare a occhi aperti”, “essere in ambasce”, “arrovellarsi”.

Clessidra, il memoir di Dani Shapiro edito in Italia da Clichy è questo, non è un’autobiografia, dove la ricostruzione degli eventi avviene attraverso la selezione dei ricordi come realtà oggettiva e fattuale, qui si ha a che fare con una raccolta di emozioni che sono il filtro della riorganizzazione di tali ricordi.
L’autrice scivola avanti e indietro nel proprio tempo interiore scardinando le tappe della propria vita. Si cerca e si ritrova attraverso i diari che scriveva fin da ragazza. In questo modo raggruppa le varie parti di sé rivedendosi nelle diverse pelli che ha indossato: dalla giovane donna che mostrava al mondo di essere dura e frettolosa, fino alla cinquantaduenne odierna, saggia e consapevole, innamorata dello stesso uomo che ha sposato diciotto anni prima, lo scrittore M., a cui è dedicato il libro. Continua

“That’s (im)possible”: il numero impossibile di Cristò che vi farà perdere la testa

Giorgia Sbuelz
ROMA – Provate a pensare un numero intero qualsiasi, da uno a infinito. Il più alto che riusciate a immaginare. Scrivetelo su un foglio, potrebbe servirvi un intero quaderno.
Fatto? Ora, imbustatelo, affrancatelo e speditelo alla redazione del programma televisivo che ha cambiato per sempre le leggi della comunicazione del pianeta.
Il conduttore dell’edizione italiana, Luigi Conte, sbucherà fuori da una scenografia grigia, quasi da tivù in bianco e nero e, tra decorazioni da fantascienza anni Cinquanta, comunicherà il numero vincente della settimana. Il metodo di estrazione è un mistero che conosce solo l’ideatore, ma il legale dice che giocando si accettano le regole.
Poniamo che la trasmissione si chiami, per l’appunto, That’s (im)possibile.
Una follia, senza dubbio. Ma perché non provare? Del resto, qual è il costo di un sogno? Non vale una piccola puntata? Certo che sì. In questo modo avrete contribuito alla diffusione di quel germe che ha contaminato il globo da Oriente a Occidente, quella smania tutta umana di sfidare l’impossibile, o di confrontarsi con l’infinito, perché i limiti esistono solo laddove il pensiero si arresta. Continua

“Il Dio Selvaggio” di Al Alvarez: il lungo rapporto tra suicidio e letteratura

Giorgia Sbuelz
ROMA – Partendo dalla constatazione che forse metà della letteratura di tutto il mondo parla di morte, il poeta e saggista Al Alvarez affronta il tema nell’ opera Il Dio Selvaggio – Suicidio e letteratura un classico uscito nel 1972, riproposto qui dalla casa editrice Odoya.

Come tiene a precisare l’autore, il suo “non è un lavoro sul suicidio nella letteratura, ma è sul suicidio e la letteratura”. Non analizza in che modo gli autori si siano sbarazzati di un determinato personaggio, bensì  vuole venire a capo delle dinamiche di fascinazione che questo gesto ha suscitato nell’immaginazione creativa di chi l’ha compiuto, o solo tentato. Si parte quindi da una lettura storica, finendo per analizzare il carattere sociale e morale assunto dal suicidio nel corso dei secoli. Continua

Volevamo solo ridere: “Diario di un bullo”, Giorgia Sbuelz dà voce a un disagio

“Diario di un bullo”
GIORGIA SBUELZ – Mattia: “Ciao sfigato, domani porta i soldi che ti ho chiesto o ti spezzo le ossa”.
Edoardo: “Non so dove prendere altri soldi. Ti ho dato tutti quelli che avevo messo da parte, non lavoro mica!”
Mattia: “Ma i tuoi genitori sì. Prendili da loro e portameli, capito?”
Edoardo: “Faranno delle domande… e allora gli racconterò tutto e andranno dal preside”.
Mattia: “Tu racconta e io metto online il video che ti abbiamo fatto nello spogliatoio di educazione fisica, quando ti abbiamo lasciato in mutande e ti abbiamo messo sotto la doccia gelata. Ti ricordi quanto hai pianto? Puoi prendere i soldi senza chiederli. Ma ti devo spiegare tutto io? Sei proprio uno sfigato!” Continua

“La scommessa”, Giorgia Sbuelz narra il bullismo per Volevamo solo ridere

“La scommessa”
GIORGIA SBUELZ – “Scommettiamo che ti faccio pisciare sotto?”: la minaccia si era accesa con una notifica della chat sullo smartphone. Erano solo le sette e mezza del mattino e già la giornata prometteva male.
Edoardo si affrettò a cancellare: faceva così con tutti i messaggi che riceveva da Mattia. Nel suo inconscio sperava che, polverizzandoli nell’etere, sarebbero spariti dalla sua testa e da quella del suo persecutore.
Era al primo anno di scuola superiore e aveva capito che il suo aspetto, ancora caratterizzato dallo scafandro dell’infanzia, non gli sarebbe stato d’aiuto per inserirsi nel nuovo contesto. In classe alcuni ragazzi avevano già un’ombra di peluria sul labbro, altri avevano sviluppato una discreta muscolatura. Per non parlare dei ripetenti: quelli sembravano già grandi.
Lui era mingherlino, il volto da bambino e le lentiggini sul naso. E poi la timidezza. Non riusciva proprio ad interagire in maniera sciolta con i nuovi compagni di classe. C’era una sola persona che lo conosceva dalle medie, era una ragazza, e parlare solo con lei a ricreazione era diventato imbarazzante per entrambi. Tutto era diventato improvvisamente imbarazzante, o almeno lo diventava agli occhi degli altri.
Il maglione che gli aveva regalato la zia a Natale era imbarazzante; pane e stracchino all’ora di ricreazione era imbarazzante; le scarpe da ginnastica prese ai grandi magazzini erano imbarazzanti… ma perché fino all’anno precedente non aveva notato come tutto questo fosse imbarazzante?
Forse perché Mattia doveva ancora arrivare a strappare il suo maglione quando lo afferrava per il colletto, perché Luca doveva ancora lanciare la sua merenda dalla finestra, perché Ludovico e Michi dovevano ancora canzonarlo durante l’ora di educazione fisica: “Ehi sfigato, ti volevamo far sparire le scarpe, ma queste nemmeno alla Caritas le accettano!” E giù a ridere.
Sfigato. Sfigato. Sfigato dalla mattina alla sera. Sfigato in classe e a casa, perché una volta finito lo stillicidio a scuola, cominciava quello via chat. Per non parlare dei soldi che gli chiedevano. In principio pensò di parlarne con sua madre, ma prevedendo come si sarebbe comportata, evitò: avrebbe chiesto un incontro col preside, poi gli insegnanti avrebbero distribuito una circolare e tutto per “colpa” sua. Così, a tempo debito, Mattia e gli altri lo avrebbero aspettato in bagno per rompergli le ossa.
A ragionarci bene, solo gli sfigati si rivolgono alla mamma. Perciò continuava a subire in silenzio, convinto che fosse lo scotto da pagare per entrare nel pianeta degli adulti.
Salì sull’autobus diretto a scuola immaginando in che modo quei ragazzi l’avrebbero fatto pisciare sotto.
Bombe d’acqua? Docce gelate? Altre feroci intimidazioni? Niente di nuovo.
Quella mattina però successe altro. Un’assemblea straordinaria era stata indetta nell’istituto. Il preside e gli insegnanti avevano chiamato a raccolta gli studenti per informarli sui provvedimenti presi contro il fenomeno del bullismo di cui avevano avuto segnalazione. Ribadendo l’importanza del dialogo e del coraggio della denuncia, il preside passò il microfono alla signora Paola, assistente sociale: “Sono qui perché è capitato anche a me, perciò ho intrapreso la mia professione, come reazione ai soprusi. Ricordo che tacevo per timore di sentirmi ancora più inadatta, o come direbbero loro, più sfigata: per il mio aspetto acerbo, per i miei abiti, addirittura per il panino allo stracchino che portavo a merenda. Posso dirvi che i segnali di chi subisce sono inconfondibili: voti a scuola che precipitano, chiusura sociale… depressione. Se sta capitando anche a voi, uscite allo scoperto, parlatene, non abbiate paura. Non siete degli sfigati, siete delle vittime che possono riscattarsi. Scommettiamo che insieme ci riusciamo?”
In fondo all’aula magna Edoardo, piccolo piccolo fra gli spilungoni, aveva ascoltato sua madre chiudere l’assemblea. Sorrise perché adesso sapeva cosa fare: questa volta la scommessa l’avrebbe vinta lui.

© Racconto di Giorgia Sbuelz per “VOLEVAMO SOLO RIDERE”, iniziativa di ChronicaLibri.
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© Foto di Vivian Maier