Marco Valerio Edizioni: la storia di quattro italiane e italiani

Giulio Gasperini
AOSTA – Un uomo e una donna greci, e un uomo e una donna italiani: quattro storie che si intrecciano nella contemporaneità, sfumando tra letteratura, arte e politica. Oriana Fallaci e Maria Callas, Pier Paolo Pasolini e Alekos Panagulis sono i protagonisti di Una storia italiana, racconto scritto da Alessia De Santis e edito da Marco Valerio Edizioni nella collana I Faggi. Quattro personalità di grandissimo spessore, al di là di quello che i loro comportamenti e le loro idee abbiano avuto sull’opinione pubblica. Le loro storie si sono intrecciate in maniera indelebile, mescolandosi e sovrapponendosi, allacciandosi e sciogliendosi come in una gara al consumarsi del destino.
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L’Italia dei tanti popoli e religioni

Inviati per casoGiulio Gasperini
AOSTA – In Italia sono presenti cittadini stranieri provenienti da circa 200 paesi del mondo, ovvero quasi tutte le nazioni riconosciute. La ricchezza sociale e culturale italiana è sterminata: la vera sfida è soltanto rendersene conto, per poter compiutamente contribuire a creare un tessuto sociale armonico e solidale. Per farlo, può servire la disposizione d’animo, la curiosità, la voglia di non fermarsi alle apparenze e ai pregiudizi, ma anche qualche libro. Come Inviati per caso. Viaggio nell’Italia delle religioni, di Lia Tagliacozzo con i disegni di Eleonora Antonioni, edito da Sinnos nella collana Nomos. Il testo è una graphic novel dedicata ai ragazzi, con alcuni specchietti approfonditivi sulle principali comunità religiose presenti in Italia, che due ragazzi conoscono e frequentano per portare a termine un progetto scolastico fotografico.
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“Il reddito di base” (Ediesse): un saggio su come districarsi tra reddito minimo, reddito di cittadinanza, imposta negativa e altre loro declinazioni

 

il reddito di base_ediesse_recensione ChronicalibriDaniela Distefano
CATANIAElena Granaglia è docente di Scienza delle Finanze presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre ed è, da sempre, studiosa del rapporto fra giustizia e disegno delle politiche sociali.
Magda Bolzoni, è una esperta di Sociologia e svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli studi di Torino. Bolzoni si occupa perlopiù di diseguaglianze sociali, migrazioni e trasformazioni urbane. Due donne, due scienziate che hanno convogliato il proprio sapere verso le lande remote di un problema attuale e stringente. Frutto di questa convergenza è il saggio Il reddito di base, pubblicato da Ediesse.  Continua

“Adua”, il nuovo libro di Igiaba Scego racconta un sogno

adua_recensione ChronicalibriGiulia Siena
PARMA – Adua porta con sé la sua Somalia. Lo fa ogni giorno anche senza saperlo; lo fa anche ora, ferma, in piedi di fronte a una statua di pietra nel centro di Roma. Ora Adua racconta a quell’elefante scolpito nella pietra dal Bernini della sua casa a Magalo e della possibilità di tornarci dopo molti anni trascorsi in Italia, in una città eterna che le ha rubato il cuore e tutti i sogni.

Adua è la storia di una migrazione, di più vite e storie che si intrecciano raccontate con maestria e consapevolezza dalla giornalista e scrittrice Igiaba Scego. Continua

Le nostre “Derive” e l’enorme mosaico del disumano

DeriveGiulio Gasperini
AOSTA – L’antologia giornalistica di Flore Murard-Yovanovitch, edita da Stampa Alternativa con il titolo di Derive, non è un “piccolo” mosaico del disumano, come recita il sottotitolo; è un enorme mosaico, di un disumano che assume i contorni di una crisi sociale e di valori di cui non se ne riesce a percepire la fine, in particolare perché dominata e governata dall’ignoranza più becera e cafona. Flore Murard, dalle pagine principalmente de “L’Unità” e “Agenzia Radicale”, offre tanti contributi preziosi quanto chiari ed essenziali su vari argomenti, lungo un arco temporale non esteso (a partire dal 2009) ma incredibilmente necessario e imprescindibile per capire come siano cambiati certi aspetti e certe modalità migratorie e come la società abbia reagito difronte a questi. Continua

“Sotto il cielo di Lampedusa” le parole di dolore.

sotto-il-cielo-di-lampedusaGiulio Gasperini
AOSTA – Fu nel 2011 che i poeti Michael Rothenberg e Terri Carrion lanciarono un appello mondiale: far tornare la poesia al suo antico – e oramai dismesso – ruolo sociale e civile. Utilizzare la parola poetica, cioè, per chiedere cambiamenti umani, civili, culturali, economici, ambientali. Nacque il movimento 100 Thousand Poets for Change, che giorno dopo giorno, poeta dopo poeta, si è esteso fino a comprendere 115 paesi del mondo. A Bologna esiste il gruppo più produttivo e attivo dell’Italia, che ha già organizzato manifestazioni ed eventi collettivi. All’indomani del tragico episodio del 3 ottobre, quando morirono 366 migranti per il naufragio della loro imbarcazione, è nato il progetto editoriale di “Sotto il cielo di Lampedusa”, edito da Rayuela Edizoni (2014).
Un progetto collettivo, in cui raccogliere poesie e autori che ponessero l’attenzione sul dramma del Mediterraneo, sull’inaccessibilità della “Fortezza Europa”, sugli “annegati da respingimento”. Tante le voci che hanno aderito al progetto, tante le accuse rivolte ai veri responsabili di queste tragedie marine, che potrebbero essere tutte evitabili, semplicemente, con una politica più attenta di visti e cordoni umanitari.
“Un confine per segnare la linea / in una retta si chiude perfetta / in una traccia / su un figlio senza abbracci / senza identità né case a cui ritornare”, scrive Meth Sambiase. I motivi per cui si parte sono tanti, troppi. E non dovrebbero essere sempre giustificati; perché si parte anche semplicemente per il desiderio di farlo, senza doversi sentire in colpa del danno e della noia che si recano agli altri. “Ma tornare indietro / è difiscile / stare qui / difiscile / il mio tempo te lo do / la schiena il corpo te lo do / in cambio di un cartoccio / ma la faccia l’espressione degli occhi / la bocca // se vuoi sparare spara in cielo / noi non siamo / uccelli” (Maria Luisa Vezzali). E di fronte a questa sconvolgente realtà, anche la poesia trema e si sente in un certo senso impotente, inutile: “Io resto nella mia cuccia a guardare che piove / mentre la morte si veste di ottobre e di vento / mi sento cadere di foglie e parole svendute / inutile, come un verso che non dice poesia” (Annamaria Giannini). Ma, come scrive Giacomo Sferlazzo del Collettivo Askavusa, “Il mare non ha colpe”, perché le colpe sono tutte degli uomini, delle loro leggi assurde, delle loro paure archetipe, del capro espiatorio che sempre, in ogni momento, deve essere creato per alleggerirsi le coscienze – come se dalla Storia non si potesse mai imparare nulla: “Il popolo italiano sempre innocente, sono loro, quelli che stanno / al Governo e in Parlamento, che hanno fatto le leggi / sui respingimenti, loro hanno firmato i trattati con Gheddafi, / e poi è evidente che tutta questa gente qua non ci può stare” (Francesco Sassetto).
E l’orrore, il disgusto delle 20.000 vite perse per sempre nel fondo del mare, durano poco, quasi solo il tempo di un errore. E poi si finisce, come sempre, nel silenzio dell’omertà, nella frenesia dell’informazione che fa notizia, crea lo scoop, e poi si rigira pigramente verso altri interessi più attraenti, come scrive Sassetto: “Noi dalle nostre rive sfogliamo stancamente il giornale / che già annuncia nuovi barconi in avvicinamento, assuefatti / alla compassione ad intermittenza, noi coristi del coro / che grida forte e freme, / e tace nuovamente il giorno dopo”.

“La prigione degli stranieri”: un passato da cui non si impara mai niente.

1789-4 La prigione degli stranieri_cop_2_14-21Giulio Gasperini
AOSTA – In passato, esistevano i campi di concentramento. Pagina dolorosissima dell’umanità, raccapricciante nella lucida sistematicità dello sterminio. In realtà, di campi ne sono sempre esistiti, in ogni piega di mondo. Quasi irrazionalmente, l’uomo si è sempre più sentito sicuro sapendo che altre persone – quelle che, in quel dato momento, venivano sentite come più minacciose – fossero rinchiuse in un altro luogo, in un altrove di separazione. Il testo di Caterina Mazza, edito da Ediesse (2013), ci accompagna con perizia e competenza alla conoscenza de “La prigione degli stranieri”, ovvero i CIE (Centri di identificazione ed espulsione) che costellano la penisola italiana.
La storia dei CIE, che hanno cambiato un’infinita di nomi piuttosto grotteschi, ha le sue origini nel Trattato di Schengen, ovvero proprio in quel documento che voleva garantire in tutta Europa, per renderla più “unita” e meno “vincolante”, la libera circolazione di uomini e merci. Ma, parafrasando Orwell, anche in tema di libertà, alcuni uomini sono più uguali di altri. Il diritto fu garantito a chi fosse europeo, un po’ meno a chi fosse in Europa per lavoro, per studio, per richiamo familiare, per qualsiasi altro motivo.
Il concetto di libertà non richiama soltanto l’idea di potersi muovere senza vincoli e senza restrizioni, ma implica anche il sapersi sempre al sicuro, esente da rischi e penalità. Situazione che non si verifica oggi, dal momento che fino a qualche giorno fa l’immigrazione clandestina, ovvero il trovarsi sul territorio nazionale sprovvisti di un documento (visto o permesso) regolare implicava il commettere un reato penale. Significava che la stessa esistenza di una persona, la sua vita, il suo essere hic et nunc, fosse una colpa paragonabile a un omicidio.
L’adozione dei CIE non è solamente una decisione di casa nostra, ma come in tutte le cose peggiori, anche l’Italia si è adattata agli altri paesi europei: dalla Spagna alla Grecia, in particolare nella Svizzera e nei paesi del Benelux, esiste una galassia, più o meno legale, di centri di detenzione, dove stazionano per un tempo parecchio oscillante tutti i migranti, non importa neanche se minorenni, malati, donne, transessuali, in attesa di ottenere un documento dalle rispettive ambasciate che permetta di rimpatriarli nei paesi di origine. Son territori, i CIE, dove quasi non esiste legge, dove i diritti son calpestati continuamente, dove la mancanza di libertà è dovuta semplicemente a un colpa che, se vogliamo proprio definirla tale, appartiene alla sfera amministrativa.
Le migrazioni hanno caratterizzato da sempre la storia dell’umanità. Fermare l’uomo è impossibile, persino assurdo. Pretendere che l’uomo reprima il desiderio di sfidare gli orizzonti e di cercare un futuro e una speranza migliore per sé e la sua famiglia è grottesco. Ostinare a considerare i migranti come banditi, negandogli persino il diritto costituzionale della presunzione di innocenza, è incredibilmente criminale.

“Io ero l’Africa”: l’istinto primordiale della madre terra.

Io-ero-l-AfricaGiulio Gasperini
AOSTA – Una saga familiare appassionante. Se si dovesse dare una definizione all’ultimo romanzo di Roberta Lepri, “Io ero l’Africa”, edito da Avagliano Editore nel 2013 probabilmente questa sarebbe la più calzante. Ma, in realtà, nelle pagine della Lepri c’è ben di più. Innegabile come le atmosfere del romanzo ci riconducano alle migliori pagine di Karen Blixen, fino addirittura al fallimento dell’attività e alla frustrazione umana di fronte alla potenza devastante (e ribelle) della natura. Ma l’esperimento della Lepri è affascinante innanzitutto perché calato nella nostra condizione di italiani migranti ed emigranti (che in giorni come questi passa sempre un po’ di mente) e poi perché ci offre uno sguardo d’insieme, una prospettive esterna e distaccata sulla narrazione e la trama.
L’Africa trasforma e cambia: è evidente. La sua potenza naturale, le sue emozioni scorrono sotto la terra e corrompono gli uomini, li cambiano. Sottopelle, sentono e scoprono nuovi tremori, nuove passioni; si scoprono finanche nuovi caratteri. Placano antiche ansie e smarcano da primitive schiavitù, come quelle della quotidianità, della routine, della vita borghese. In Africa, tutti diventano esploratori e conquistatori, alle prese con un mondo primordiale che non si conosce e che, a lungo andare, finisce per ubriacare.
Attraverso le pagine di “Io ero l’Africa” ci si avventura nelle vite più intime dei protagonisti, nessuno dei quali esce indenne da quest’esperienza di “esotismo”. Chi matura, chi regredisce, chi si scopre suo malgrado vulnerabile, chi viene inesorabilmente sconfitto. Tutti vanno incontro a una formazione individuale. E sono proprio i rapporti che per primi si sfilacciano e si spezzano, nel romanzo. I legami coniugali, quelli parentali, quelli fraterni, i rapporti di potere e di oppressione, lo scontro senza tempo del nero e del bianco, del civile e dell’incivile, del colonizzatore e del colonizzato. In “Io ero l’Africa” sono tutti tarati secondo nuovi concetti, nuovi modelli. Inconsapevolmente, soprattutto Angela, la vera attante di tutta la saga, dal nome prevedibilmente profetico, si conosce (e si sorprende) come donna nuova, insospettabile nel suo appena disvelato carattere, nelle sue (ri)nate aspirazioni e desideri. È una donna che nessuno conosce più, né il marito che dopo due anni la fa andare in Africa, né suo figlio che la ritrova dopo anni e ne avverte subito le nuove vibranti potenzialità. Ma tutti i protagonisti del romanzo sono tratteggiati con penna potente, guidati e mossi da una matura orchestrazione. La materia del romanzo è densa, corposa, e l’architettura narrativa accompagna il narratore quasi cullandolo, attraverso un ritmico alternarsi di analessi e prolessi. La storia è un fluire continuo, tumultuoso ma non disordinato, un appassionato fermento di eventi ed emozioni. Pare quasi di sentire una storia raccontata intorno a un fuoco, in una notte africa sotto un cielo denso di chiassose e pulsanti stelle.

“Eurodeliri” targati Giorgio Forattini

Stefano Billi

Roma – Ogni anno porta con se nuovi appuntamenti, nuovi eventi, ma anche belle tradizioni che si ripetono da tempo e che vale la pena possano ripetersi ancora per molto.

Ad esempio, i libri di Giorgio Forattini sono un piacevolissimo appuntamento letterario che gli amanti della satira, e non solo, non possono proprio perdere.

Perciò, “Eurodeliri” – uscito da poco in tutte le librerie per le edizioni Mondadori – firmato appunto da Giorgio Forattini, è un condensato di umorismo, simpatia e arte che non ci si può davvero lasciar scappare.

Tra le pagine del libro, infatti, spiccano numerosissime tavole che aiutano a far sorridere sugli eventi allegri e tristi della storia recentissima di questo stivale nostrano, sempre più avvolto dal gelo e dalla crisi.

La matita del mirabolante vignettista disegna così le facce di quei personaggi che caratterizzano l’attualità e proprio attraverso il tratto inconfondibile dell’artista romano prendono vita caricature capaci di raccontare più di ogni altro editoriale da carta stampata.

Insomma, Forattini è un narratore d’Italia, fotografo puntuale e raffinato di ciò che accade e del perché accade.

In fin dei conti, satira vuol dire ironizzare e polemizzare con astuzia sottile, perché forse è tra un sorriso a pieni denti che trovano spazio le verità più sincere.

Sicuramente “Eurodeliri”, col suo sguardo spiritoso sulla politica e sui fatti quotidiani, sarà una deliziosa lettura per tutte le età, da gustare ripetutamente per la sua freschezza e vivacità.

Lunga vita alle vignette!