Paola Rondini e Il salto della rana, racconto visionario

Il salto della rana_FernandelGiulia Siena
PARMA“Come tutti i sognatori, come i bambini lasciati troppo soli, come gli adolescenti tappezzeria alle feste, io amavo la fantascienza, il silenzio ferroso dello spazio, gli sbuffi di decompressione delle astronavi, l’ordine asettico dei moduli lunari, i pianeti desertici abitati da un’umanità bizzarra, più bizzarra di me e della mia famiglia“. Comincia così, con questa descrizione che è quasi un monito, Il salto della rana, il romanzo di Paola Rondini pubblicato da Fernandel.

 

 

Emma è giovane, fantasiosa, libera e lavora giocando con le parole, come fosse una normale abitudine. Questa abitudine, forse, è un dono genetico da parte di sua madre Rita, la viaggiatrice bella ed evanescente che ora si è fermata in una casa di cura e lì parla mettendo le parole in rima. Rita è cambiata ed Emma con lei; è lontano, infatti, il tempo in cui Emma bambina seguiva quella mamma bellissima e distratta, un’anima vagante e silenziosa, irrequieta e fascinosa. Ora sono divise, distanti e lontane; entrambe hanno la propria vita. Quella di Emma, ora, in una mattina presto nel centro di Milano la pone di fronte al civico 16, alle soglie di un portone socchiuso dopo che il rombo di una macchina ha scosso, all’improvviso, una tranquilla giornata di una strada elegante. Immaginazione e intuito si rincorrono, ma Emma non ha tempo per farsi domande, deve pensare a un nuovo viaggio. Dall’agenzia di pubblicità dove lavora, infatti, le hanno comunicato che dovrà partire: destinazione Arizona per cercare un nome, come sempre, legato a una nuova pubblicità. Arriva – o viene catapultata, fate voi –  in un mondo immaginifico fatto di paesaggi preistorici e costruzioni di ultima generazione. Il Cubo, il palazzo meta del viaggio di Emma, non è altro che un luogo di mistero: qui, tra queste pareti di vetro dove tutto è possibile ma nulla è reale, è racchiusa l’occasione della sua vita. Ma mentre Emma vive in questa perfezione quasi cinematografica, le condizioni di Rita peggiorano, il tempo si ferma, inverte e confonde. Il viaggio si arresta, prende una nuova strada.

 

Con Il salto della rana Paola Rondini, alla sua terza esperienza da romanziera, dimostra che la scrittura, in uno stesso libro, può essere evasione, indagine, racconto e confessione. Il salto della rana, infatti, è romanzo visionario, un thriller, un racconto familiare e un diario: un buon mix, certo, ma volevo leggere di più. Forse 142 pagine sono troppo poche per contenere tutto?

 

Via del Vento: “Nei pressi di Acquabianca”, la prosa di Sergej Esenin

neipressidiacquabianca_viadelventoGiulia Siena
PARMA – Le parole del grande poeta e scrittore russo Sergej Esenin rivivono in un nuovo volume curato da Paolo Galvagni per Via del Vento Edizioni. Nei pressi di Acquabianca racchiude due prose – la prima inedita e la seconda di nuova traduzione – molto diverse tra loro che testimoniano la sensibilità e l’arguzia di uno dei più autorevoli rappresentanti dell’Immaginismo. Nei pressi di Acquabianca, la prima prosa, quella che da il titolo alla raccolta, fu composta nel 1915 e pubblicata l’anno successivo sulla rivista “Birzevye vedomosti”. Qui i protagonisti sono Palaga e suo marito, il pescatore Kornej, che nella regione di Rjazan, nei pressi del leggendario lago di Acquabianca, trascorrono un’esistenza intrisa di passione, rimorsi e difficoltà quotidiane. I personaggi di Esenin sono fisicamente forti, quasi prorompenti, con una carica emotiva e passionale che li rende vivi e suscettibili. Altre tematiche e altro registro per la seconda prosa, La Mirgorod di ferro, il resoconto del viaggio in Europa e Stati Uniti di Esenin con la ballerina Isadora Duncan – diventata poi sua moglie – tra il 1922 e il 1923. Il poeta russo appunta in questo testo tutte le sue impressioni su quell’America così “nuova” e inesperta, terra di rifugio e di occasioni, terra senza storia e senza arte, terra di luci e di spettacolo, terra di emulazione e gloria vuota. Un’America affascinante e lussuriosa ma, allo stesso tempo, emulatrice inconsapevole di quella Russia così lontana e così familiare per il grande poeta.

In questi due scritti la grandezza di un autore così tormentato e così sensibile si fa palpabile: la sua lucidità – spesso dimenticata nella vita privata – diventa la strada maestra da seguire per giungere a una scrittura vera, forte e sorprendente.

 

 

Premio Nazionale “Poesia senza confine 2015”, c’è tempo fino al 28 febbraio

concorsiletterari_chronicalibriANCONA – L’Associazione Culturale La Guglia, in collaborazione con i Comuni di Agugliano e Polverigi, con il patrocinio della Regione Marche e della Provincia di Ancona, promuove anche per quest’anno il Premio Nazionale Poesia senza confine. Giunto alla dodicesima edizione, il concorso Poesia senza confine intende sottolineare l’apertura sempre maggiore dell’evento a tutto il territorio, regionale, nazionale e internazionale per contribuire a valorizzare le espressioni artistiche e culturali più diverse e originali con l’intento di favorire una “contaminazione” tra generi, pensieri e riflessioni originali e offrire alla cittadinanza contenuti poetici sempre più innovativi e di qualità. Il tema anche per l’edizione 2015 sarà libero e riservato poesie inedite di massimo 35 versi con tre diversi regolamenti: quello “riservato ai poeti dialettali”, quello “aperto a tutti i poeti che scrivono in lingua” e, infine, il bando “riservato agli studenti marchigiani”.

 

Si potrà partecipare al Premio Nazionale Poesia senza confine fino al 28 febbraio 2015.

Tutte le poesie devono pervenire via mail ainfo@associazionelaguglia.it; oppure per posta a Associazione La Guglia onlus, Casella postale 55, 60020 Agugliano (farà fede il timbro postale o la data di spedizione dell’e-mail).

“Ho parlato alle parole”, la poesia di Luca Buonaguidi prende forma

ho parlato alle parole_buonaguidiGiulia Siena
PARMALuca Buonaguidi ha poco meno di trentanni – o poco più di venticinque, fate voi – e ha alle spalle già un libro, I giorni del vino e delle rose (Fermenti, 2010). Da qualche mese è tornato in libreria con Ho parlato alle parole, una raccolta poetica pubblicata nella collana Intrecci della Casa Editrice Oèdipus. Buonaguidi è partito dal dubbio di Franco Loi, poeta del silenzio e della parola che, quando detta, crea attesa, stupore e sorpresa. “Se io parlo non so chi è il parlare” – afferma Loi – e il nostro poeta pistoiese sfrutta questa considerazione per avvicinarsi alla parola e intraprendere un dialogo poetico con se stesso e con il mondo attuale e circostante. La parola, così, si fa subito poesia: “Sono poeta / e sollevo in aria / un cuore che saluta”;il verso diventa veicolo e portavoce del sentire personale, “ma compito dei poeti / è anche esser sentinella / del niente che ci forgia”, e, allo stesso tempo, elemento di rottura e provocazione: “il mio verso è una scadente menzogna […] perché il poeta è fingitore”. La parola, poi, in questa raccolta è anche quello che suggerisce Loi, è scoperta e gioco (“Sai, non ho mai saputo. / Vedi, non ho mai veduto. / Ascolta, non ho mai udito), legame e rifugio (“Le parole sono la mia casa”), forza dirompente e sempre nuova (“E ti saluto / con tutta la poesia che ho dentro / e che ho avuto paura di darti prima di saperti abbracciare”).

 

La parola, così, è detta e ripetuta, pronunciata con timore e reverenza, sensibilità e passione. Qui la parola è parlata, smembrata nella sua complessità ed enunciata con naturalezza. In Ho parlato alle parole Luca Buonaguidi fa sfoggio di una raffinata intelligenza poetica che rende i componimenti schietti ma, allo stesso tempo, perfettamente limati.

 

La copertina del libro è del pittore belga Pol Bonduelle. Quello che manca è una prefazione ai componimenti poetici. Il resto è godibilissimo.

 

“La parola perfetta non esiste, / è l’etereo canto dentro / al silenzio notturno, / lo scoglio che contempla / l’assalto bianco della marea, / il Dio sorridente richiamato / dall’antica domanda: di tutto questo amore / qualcuno prende nota?”

“L’azzurro squarciato di Ester”: Nicola Vulcano e il suo racconto di violenza, rabbia e perdono

Natalevulcano PARMA“Come se fosse facile perdonare! Se si provasse a essere umiliati e a sentirsi schiantati dentro come un albero colpito da un fulmine, non si userebbe  facilmente la parola perdono. Contro la cattiveria serve la vendetta più atroce”. Ester vorrebbe vendetta per l’orrore subito, vorrebbe trascinarsi in un deserto e lì, finalmente, poter urlare tutto il suo dolore e il disgusto per quella sua vita rovinato. Ora “la sua vita è in bilico tra la dannazione di vivere e il desiderio di farla finita”. Comincia così L’azzurro squarciato di Ester, il libro di Natale Vulcano pubblicato da Falco Editore. Ester era un’adolescente come tante, di quelle che sognano l’amore e di diventare, un giorno, un buon medico. Ma qualcosa ha arrestato la sua corsa. In una notte di violenza tutto è cambiato. Ora con lei c’è Tamara, quasi una ulteriore condanna, ricordo  di quella notte.

Tamara che vorrebbe morire anche se non sa cosa è la morte, Tamara che batte le mani, dondola e urla. Tamara che cerca un legame con la madre che non la ama, anzi, a casa la picchia. Tamara, infatti, “è piccola, ma è il parafulmine su cui si scarica ciò che accade in casa”. Perché Tamara è figlia di quello stupro che Ester ha subito e ogni volta, nei suoi occhi in cui si specchiano gli occhi della figlia, torna il ricordo di quella violenza.

 

La violenza di Ester è la violenza che alcune donne subiscono, nel corpo e nell’anima, nel presente, nel quotidiano e nel futuro. E questa violenza viene narrata da Natale Vulcano con la semplicità e il trasporto in un romanzo di forte impatto emotivo.

“Poesie d’amore per un anno”, Daniele Gennaro e la poesia che non si vergogna

POESIEDamoreperunanno_daniele gennaroGiulia Siena
PARMA – La poesia d’amore vive da sempre una certa inflazione. Poeti, drammaturghi e scrittori, nei secoli, hanno dedicato a questa tematica ogni parola, facendo risultare, con i tempi e i periodi,  questa poesia un po’ troppo smielata, pedante e ripetitiva. C’era poi la Poesia d’amore, quella forte, vigorosa e invincibile – uno degli ultimi esempi è quella di Giovanni Raboni – che come altre manifestazioni di classicità, vivrà nei secoli. Oggi, la poesia d’amore – spogliandola di rime e parole già sentite – forse è morta. Forse. Lo penso quando scettica apro Poesie d’amore per un anno, il libro di Daniele Gennaro pubblicato nella collana Quercus Suber delle Edizioni del Foglio Clandestino. Ma così non è. La poesia contenuta in questo libro non è semplicemente poesia d’amore. Sarebbe riduttivo, infatti, catalogare la poesia di Daniele Gennaro come poesia d’amore. Gennaro parte da una poesia carnale fatta di sensazioni tattili ed emotività coinvolgente (“Semplicemente per dire che resti / in me tutto il giorno / anche quando non sei dentro / allora c’è sempre un oltre che ricalca / il contorno del tuo viso […] oppure “Vorrei abitare le tue mani, i tuoi angolo, / come se fosse sempre possibile entrare / nell’alveo spinoso della tua bellezza. […]) per approdare a una lirica quotidiana che nella sua quotidianità non dimentica il pathos e una forte componente emozionale-descrittiva (“Nel risveglio, corti segmenti del giorno, / nel mattino la nobile fragranza del pane, / il profumo della lana, lo specchio, / la riflessione muta della neve”). Si approda, così, a una poesia nuova, diversa: la poesia qui non ha remore, non si vergogna dei dubbi, del rossore, della mancanza, dell’appartenenza. Qui la poesia è verità, forza e vita, speranza, sogno e realtà (“Tornare a casa è l’estensione d’ali che / ogni libertà trattiene“).
La poesia qui, in Poesia d’amore per un anno vive la sua naturale essenza. Si incontra, poi, con i magnifici volti ritratti da Andrea Stra per completare un viaggio poetico che con sei scritti interpreta sei immagini.

 

La poesia di Daniele Gennaro non è solo poesia d’amore. E noi aspettiamo, curiosi, anche la poesia che verrà; Poesie d’amore per un anno non può già finire qui.