Libra Casentino Book Festival, seconda edizione per il festival in cui la letteratura incontra la natura

AREZZO – La letteratura di ambientazione montana e naturalistica è protagonista di Libra Casentino Book Festival, la manifestazione letteraria che andrà in scena dal 20 al 22 ottobre nelle valli in provincia di Arezzo. La seconda edizione di Libra Casentino Book Festival avrà luogo, infatti, in tre differenti località del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, a Chiusi della Verna e nella Vallesanta. Un evento letterario diffuso, quindi, che permetterà a curiosi, turisti e lettori di scoprire le bellezze del territorio attraverso versi e parole, passeggiate in compagnia degli autori, escursioni e presentazioni. Continua

In Valle d’Aosta un Trekking letterario tra le montagne più alte d’Europa

AOSTA
Le End Edizioni organizzano, per i giorni 28, 29 e 30 luglio, un Trekking letterario tra le montagne più alte d’Europa. Per la precisione all’Ostello La Batise di Bionaz, un piccolo centro in Valpelline, vicino al lago di Place-Moulin, la cui diga è uno degli sbarramenti più grandi d’Europa.
Il trekking letterario sarà un’occasione per leggere e soprattutto scrivere poesie immersi nella natura, per confrontarsi tra persone che nutrono interesse per i libri e amano esprimersi con i versi.
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5 dicembre Giornata mondiale del suolo: Altraeconomia presenta “Che cosa c’è sotto”

che cosa c'è sotto_Altraeconomia_chronicalibriMILANO – Sabato 5 dicembre sarà la Giornata mondiale del suolo ed è forse la data giusta per scoprirsi “partigiani del suolo”. Non solo perché – come ripete spesso Paolo Pileri, autore del libro Che cosa c’è sotto. Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo (edito da Altraeconomia) – “il suolo è bello”, ma perché è proprio il suolo che ci sostiene, ci nutre, ci fa respirare.
Questo testo spiega infatti in modo chiaro che la risorsa più preziosa è proprio sotto i nostri piedi: un piccolo strato che è in grado di trasformare la morte in vita, e di renderci servizi inestimabili, come il ciclo del cibo, la conservazione della biodiversità, la regolazione climatica e la captazione delle acque. Continua

“Le regole della rosa” in una poesia naturale.

Le regole della rosaGiulio Gasperini
AOSTA – La poesia di Emilio Paolo Taormina è una poesia del silenzio: i suoi sono componimenti brevi, schegge di immagini che esplodono in una manciata di parole e rompono la superficie, come fa un sasso con l’acqua di un lago. In “Le regole della rosa”, edito da Edizioni del Foglio Clandestino nel 2014, la poesia di Taormina si concreta in tanti frammenti di scenari, in brevissimi nuclei di significati e significanti che spesso partono e gemmano da un’esplosione naturale, da una componente vegetale o animale, o anche solo cosmico-astrale, che rischia di configurarsi come correlativo oggettivo di un interiore e non espresso sentimento.
I rumori si placano nella poesia di Taormina, lasciando spazio all’occhio che si spinge in profondità, fino a cercare di cogliere i significati più profondi e complessi: “All’alba / la luna è una / medusa / un tamburo / senza suoni”. Anche quando vengono evocati aderiscono alle immagini, saldandosi assieme e creando un’evocazione unica: “Per le scogliere / all’alba / i gridi / dei gabbiani / sono grigi / affilati / come lame”. Più che suoni sono messaggi, si concretano in immagini estreme, audaci e feroci: “In questo freddo / di neve / i tocchi / delle campane / sono freddi / come coltelli”. La bocca si secca, le parole sono vuote, prive di significato, il vocabolario perde la sua funzione e non rimane che rimanere muti: “Le parole / dei marinai / seccano al sole / odorano / di alga e di sale”.
È la Natura il metro di tutto, è lei che dà cadenze e ritmi, è lei che dà il valore e che amministra i ruoli. Può essere persino la misura di una solitudine umana: “È cresciuta / l’erba / sul viottolo / che porta a casa / nessuno / viene più / a cercarmi”. La Natura diventa persino ricordo, fragile reliquia dell’illusione del tempo che inesorabile trascorre e accelera: “Resta appena / l’aroma dei limoni”. È persino vettore di emozioni tra il poeta e il tu di riferimento, figura non definita e sfumata che è musa e destinataria delle sue parole: “Il cielo del mattino / azzurro cenere / sorge / dai tuoi occhi”. Fino ad arrivare al massimo di uno straordinario panismo, un’identificazione totale tra umano e naturale: “Tu sei donna / e stella marina”. È la Natura l’entità suprema contro la quale ci si trova a combattere per salvare ogni singolo aspetto del noi; ma è anche una battaglia già persa, una sconfitta irrimediabile: “Giocheremo / con la sabbia / e le foglie morte / del giardino”. Perché la Natura è anche ferina, animata da uno spirito selvaggio che non rinuncia alla vita, non depone mai le armi senza lottare all’ultimo respiro: “La volpe / azzannata dai cani / è venuta a morire / sotto il noce / nella bocca serrata / ha dell’ultima lotta / un respiro gelato / è sempre difficile / capire / dove finisce la vita / e inizia la morte”.
Ma l’uomo, ovviamente, la Natura la ferisce, la strazia, la viola: “Sacchetti / di plastica / lattine / accartocciate / una bottiglia / su una panchina / il silenzio / è una piaga / dolorosa”. L’uomo cerca di trasformare la Natura in un suo possesso, in uno strumento e arma per alimentare le sue bassissime pretese: “Ho seminato / semi di ortica / sul tuo corpo / in modo / che nessuno / possa abbracciarti”. Ma ogni uomo torna nella Natura, a compimento del suo naturale destino: “Ora siamo / polvere di rose / cenere di radice / anche una piuma / rema l’aria / varca la porta / del tempo”. Nello stesso modo, alla fine, in cui si consuma la poesia, destinata a estinguersi: “Il vento storce / la pioggia / scudiscia gli ulivi / mansueti / dentro di me / un fuoco / brucia / parole e versi / come quaderni / sulla brace”.

La poesia che difende la natura. E la natura che nutre la poesia.

Giulio Gasperini
AOSTA –
Una casualità, o forse no, una mossa premeditata, ha concesso al 21 marzo tre oneri che, al fin fine, paiono allacciati indissolubilmente: arriva la primavera (e chi non ricorda Zefiro torna e ‘l bel tempo rimena del grande poeta?), e si celebrano due giornate mondiali, quella della poesia e quella delle foreste. In difesa, di entrambe. Ed esiste una donna, una grande donna, che ha coniugato queste due passioni, e utilizza la poesia in difesa delle foreste, dei suoi equilibri naturali, della sua importanza imprescindibile, non tanto per il solo essere umano quanto per la sopravvivenza della Terra tutta. Marcia Theophilo ha individuato nella Foresta Amazzonica il punto focale della sua ricerca poetica, l’altrove migliore da difendere coi versi, col ruolo sociale che la poesia negli ultimi anni ha il terrore di ricoprire. La Foresta è il luogo del parto primigenio, è l’utero del mondo che qui si culla e si nutre, che qui si fa largo verso la luce e la vita, verso il calore e il colore: “Dal corpo contratto, dal pieno del ventre /
dalle viscere, sulle rive tra il fogliame /
sono i profumi della foresta e il sangue /
ad avvolgere il suo corpo: /
l’aiutano, le donne del villaggio /
la selva è una galassia che ascolta il suo vagito /
tra le braccia Kupaùba-albero”.
Ma la foresta è anche il luogo dove tutto muore e tutto torna alla vita, con dolcezza e devozione: “Fiore, tu illumini i miei rami / ai primi ritmi del mattino / canto d’uccelli e di grilli / lontani tamburi – poi cadi e muori / per dare vita al frutto: / la foresta spalanca la sua bocca / nell’umido terreno ti riceve”. La Natura è il luogo per eccellenza della vita, dalla forma più piccola (ma non misera) a quella più grande e complessa: “Non solo gli animali ma tutto in natura ha un’anima, / un’anima alata che lascia il mondo quando sogna. E / sogna sempre luoghi ignoti”.
L’immedesimazione del poeta nella natura diventa completa, un panteismo assoluto e sovrano, che fa del poeta un semplice tramite per i bisogni e le esigenze urlate dalla natura: “Noi alberi viviamo di piogge / di rugiade eterne e delle brume / dei fiumi e degli oceani / di mattutini vapori / e delicate nebbie”. Il poeta è vettore dell’angoscia della foresta; del dolore che troppo patisce a causa degli uomini, della loro fame di ricchezze, della loro bramosia del possedere. Irrispettosi delle esigenze della Terra, devastano e distruggono, estirpano e bruciano, perforano e succhiano: “Albero, da te ho preso il dolore selvaggio / quei lamenti nell’aria, nel fiume / fuggono gli animali dai tuoi rami-rifugio / […] / il tronco annerito dal fuoco cade / […] / Si accende un fuoco che abbaglia, acceca. /
Chi può togliere questa freccia senza punta? / Dove possiamo deporre questo male? / In tutti i luoghi della terra
suoni interferiscono, ricordi di morti. / Il cielo che oggi ti accompagna è senza stelle”. La foresta è anche la Madre Acqua, depositaria della più straordinaria ricchezza della Terra, l’acqua “più preziosa del diamante”; ma anche questa è minacciata, distrutta, devastata insensatamente, per un gioco al massacro che punirà solamente i carnefici: “La pioggia ha sapore amaro / sassi, foglie e nuvole / nuvole carnose / pioggia, perché non sei più dolce come prima?”.

 
Marcia Theophilo ci suggerisce che dovremmo maturare la coscienza dei nostri gesti, anche indiretti. Non tutti abbiamo le asce in mano, le picche strette tra le dita, i fiammiferi pronti nella tasca; ma siamo muti e omertosi complici di ogni ombra che non esisterà più, perché non ci sarà più nessun ramo. Marcia Theophilo ci mette spalle al muro e ci sprona a maturare la coscienza e la consapevolezza che la foresta è l’unico paradiso terrestre, l’unico vero luogo di riposo e di dolcezze: “Respira: è ancora qui la vita / ancora un poco, continua / respira non fermarti / respira, respira, continua / è ancora qui l’inizio della vita”.

Chi sono gli “Assassini” dei nuovi anni Dieci?

Giulio Gasperini
ROMA – C’è una fabbrica che inquina, nel romanzo di Philippe Djian; c’è un paese, Hénochville, che vive grazie a codest’industria; c’è un ispettore che sta per decidere di chiudere la fabbrica; ci sono alcuni operai che non vogliono che sia chiusa; ci sono delle mazzette che vengono versate e c’è una donna pagata per convincere l’ispettore. C’è anche un fiume – ovviamente inquinato – che sta per tracimare; c’è una donna, una ragazza, che ignara di tutto si trasferisce in città e prende in affitto un appartamento; c’è il protagonista, Patrick Sheahan che ha una relazione con una donna sposata; e c’è il marito che fa finta di ignorare. Il copione di “Assassini”, romanzo edito nel 2012 dalla romana Voland, è quello che anche alcuni recenti fatti, di questi primi anni Dieci, hanno portato alla ribalta delle cronache. Da una parte la produzione, la creazione di ricchezza; dall’altra il disastro ambientale e umano: quale dei due poli pesi di più e sia più importante è difficile a dirsi, perché l’assunzione di responsabilità della risposta tira in ballo situazioni imbarazzanti e un’accusa di omertà pesante da giustificare.
Il protagonista è perentorio, fin dall’inizio: “Lavoravo per un assassino. Lavoravo per un assassino come molti in città, ma nessuno diceva niente”. Tutti i personaggi corrono su un doppio binario: quello delle proprie vite personali e quello delle proprie vite “pubbliche”, legate indissolubilmente all’andamento della fabbrica e alla sua capacità produttiva. Gli amici si ritrovano tutti assieme, in un piccolo chalet di montagna, assediati dalla pioggia e da una frana che si fa sempre più incombente, fino a quando tutto è travolto e si offre la possibilità di voltare pagina, di affrancarsi dai dolori del passato e di cominciare una nuova vita da qualche altra parte: “La ricerca della felicità è faccenda piuttosto complessa e quasi sempre votata al fallimento, eppure tutti ci provano. Ci vuole tempo, poi, per imboccare un’altra strada”. Il ricatto sentimentale del protagonista, il suo volontario e sadico ostaggio della sua storia e della sua vicenda personale, lo allontanano dalla possibilità di redenzione, che appare preclusa in una città soffocata e oppressa, dall’industria e dalla natura; i suoi tentativi di evadere sono stanchi rimedi inutili, iniziative fallite ancora prima di approdare all’epilogo: su tutto grava un cielo scuro e un annuncio di giudizio universale. Su tutti incombe l’ombra di un fato arcigno e di una casualità ostile. Tutta l’umanità è pareggiata, sullo stesso palcoscenico d’eventi, e tutta l’umanità, al di là di ogni proprio impulso e patimento, si scopre sofferente e sanguinante.
Nello scorrere degli eventi, nell’avanzare impetuoso e inarrestabile della trama, di fronte alle esigenze intime e individuali, quelle della collettività passano in secondo piano, si opacizzano e assumono, sempre più, una dimensione inquietante e carnivora. Non c’è vita che possa essere sprecata, ma ci sono disastri che posson tramutarsi in risorse. Il finale è prevedibile e scontato, persino sdolcinato, ma lascia un’ombra inquieta e inquietante: in tutta questa trita umanità non si capisce bene chi siano i peggiori assassini.