Ponte Alle Grazie: “Assemblea” di Michael Hardt e Antonio Negri

Daniela Distefano
CATANIA
“Che cosa significa “dal basso”? Significa, in primo luogo definire il potere dalla prospettiva dei subordinati, la cui conoscenza si trasforma attraverso la resistenza e le lotte di liberazione dal dominio di coloro che sono “in alto”. Chi sta in basso possiede una conoscenza più completa della totalità sociale, un vero e proprio dono che può essere utilizzato da un’impresa moltitudinaria come punto di partenza per costruire il comune. Dal basso indica anche una traiettoria politica: un progetto istituzionale che ha non solo la forza di sovvertire il comando, ma anche la capacità di costruire politicamente una società alternativa”.
Assemblea (Ponte Alle Grazie) di Michael Hardt e Antonio Negri è un volume destinato ad aprire un dibattito-fiume sulle pratiche teoriche del pensiero economico moderno. Il titolo originale in inglese del libro gioca sul doppio senso della parola Assembly, che indica sia l’assemblea che la composizione di elementi – il “concatenamento macchinico” – fuori e dentro le nuove catene di montaggio del lavoro globale.

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Le ricette declinate a letteratura in “Le relazioni culinarie”.

Le relazioni culinarieGiulio Gasperini
AOSTA – Niente è sensuale come il cibo, coi suoi colori i suoi sapori i suoi odori. In “Le relazioni culinarie”, sorprendente romanzo di Andreas Staikos, edito in Italia da Ponte alle Grazie nel 2001, sono proprio le ricette le assolute protagoniste, perché è intorno a loro che la trama si sviluppa. Due uomini che abitano uno di fianco all’altro coltivano due passioni in comune: una per la cucina e una per la stessa donna, che riesce a gestire e mantenere una relazione con entrambi.
La rivalità dei due uomini diventa però amicizia, che si costruisce man mano, si solidifica e si rafforza nella prospettiva dello stesso amore (per lei) ma principalmente nell’ottica della stessa passione (quella culinaria). Il disvelamento della situazione, la consapevolezza di amare la stessa persona, la sorpresa nello scoprirsi così simili son momenti, snodi della vicenda, sottolineati dagli odori, dai profumi, dalle intuizioni ai fornelli che si concretano attraverso finestre aperte e terrazze adiacenti, attraverso visioni immaginate di pentole sfrigolanti e di forni incandescenti. La cucina diventa il luogo perfetto, l’ambiente privilegiato per far accadere coincidenze.
Le ricette protagoniste sono quelle tipiche della cucina greca, dalla moussaka ai dolmades, dalla youvarlakia al patsàs. Sono tutte narrate nel romanzo, usate come suture tra quadri e situazioni diversi, fino ad arrivare a scandire le fasi della lotta tra i due uomini per il possesso della donna; ma lei mai sarà di nessun dei due, lasciando a entrambi l’illusione del loro potere e un futuro di rimpianti da gustare in compagnia. Le ricette diventano quasi pozioni, formule segrete che conservano, nonostante la spiegazione, degli elementi di mistero; sono piccoli ricami di sentimento che non vengono interamente svelati, ma conservano gelosamente zone d’ombra, nei tempi di cottura, nell’esatto tempo di marinatura, nelle proporzioni tra ingredienti. La storia, tutto sommato, fa da cornice ampia: tutta la vicenda ruota intorno all’abilità culinaria dei due, che pare l’unico elemento di interesse per la donna, una dispotica e viziata creatura che non conosce pentimento né vergogna. Gli ingredienti, i passaggi, le misure: sono un canto, un salmo incessante che piove sulle vite dei protagonisti della storia per renderle meno tristi e grigie, meno intrappolate in una quotidianità che, nonostante non sia propriamente modesta, diventa però carceriera.
In “Le relazioni culinarie” diventa letteratura anche la semplice ricetta, che si carica di aspettativa e di attese, di prospettive erotiche e amorose, mentre vengono snocciolate dalla donna come irresistibili preliminari, come vere e proprie serenate d’amore: “Sono coralli, coralli di riccio di mare annegati in un cucchiaio d’acqua dell’Egeo”.

Dove si sente cantare “il suono del suo nome”.

Giulio Gasperini
AOSTA – La luce, il tempo, la pietra: sono queste le dimensioni privilegiate per le quali Cees Nooteboom parte alla scoperta del mondo islamico, durante vari anni. “Il suono del suo nome”, edito da Ponte alle Grazie nel 2012, è un collage di racconti e incantevoli poesie che sorprendono e cristallizzano istanti, attimi, momenti sorpresi in ogni istante del giorno e della notte. Mai realmente turista, Nooteboom ha saputo trasformare l’esplorazione e il viaggio in una vera e propria arte, in una declinazione di pura narratività. E sicché accade che i nomi – Marrakech, Atlante, Tangeri, Isfahan – scontornino i loro bordi, i limiti della loro realtà e concretezza, e si profumino di spezie, si squadernino di spazi indefiniti, si allunghino di dolci ombre: i nomi perdono la loro importanza geografica, si estraniano da una carta, e si giustifichino non in virtù del loro aspetto ma per la società che li popola e che, in loro, costruisce un confronto e un’unione.
Le piccole, intense incursioni di Nooteboom nel mondo islamico diventano squarci di anima, indagini affilate e potenti delle tante sfaccettature dell’intimo. La ricerca diventa ancora più efficace, in tale contesto, perché “è un paesaggio senza distrazioni, senza decorazioni”; un paesaggio essenziale, dove “il cielo è freddo e brilla di stelle”. La consapevolezza dell’essere umano trova molte strade, nelle descrizioni di Nooteboom; la realtà tangibile, l’abilità degli artigiani, la perizia dei loro mestieri, la sacralità delle tradizioni si filtrano attraverso la coscienza di un uomo che non è semplicemente viaggiatore ma peregrino in ogni terra, dalla Spagna all’India, alla ricerca del significato più vero, quello più genuino, quello che si smarchi dai luoghi comuni e dai pregiudizi dilaganti. E il percorso, senza la pretesa di giungere a una verità suprema, a una descrizione che sia anche racconto metafisico e univoco, comincia a svelare le bellezze e il rischio di fraintenderle. Si scopre, così, che l’aridità della pietra è necessaria per comprendere la bellezza, la sua unicità se nasce in un luogo dove nessuno l’attenderebbe e dove accoglierla è un atto di ribellione; e si scopre che la bellezza inevitabilmente consente di accettare la durezza, la ruvidezza, l’aridità, ovvero una parte innegabile dell’esistenza umana: “Dopo la pietra capisci la rosa, dopo la rosa sopporti la pietra”. È proprio il deserto la dimensione che più riduce l’uomo e lo ridimensiona nei suoi fragili e ridotti confini, che lo lascia esterrefatto al cospetto della sua nullità, della leggerezza del suo respiro, della permeabilità della sua ombra: “E quando ci giriamo, vediamo quello stesso vento cancellare subito i nostri passi insignificanti. Non siamo mai stati qui”.
L’avventura di Nooteboom, però, intenzionalmente non mira ad arrivare a una soluzione, non aspira consapevolmente a descrivere oggettivamente quello che si vede, quello che si tocca, si sente, si odora: “Io preferisco la sensazione del mistero alla certezza della soluzione”.

La poesia batte il diritto

Stefano Billi

ROMA – Chronica Libri ogni domenica si occupa di testi scovati in preziose bancarelle, scoperti in librerie secolari, ritrovati nei magazzini di biblioteche poco frequentate. E poi di classici che hanno scritto la storia della letteratura e che hanno forgiato le coscienze; e poi di libri datati, di cui talvolta ci si scorda, ma di cui non ci si dovrebbe dimenticare mai, perché rifulgono ancora per la loro straordinaria bellezza. Queste sono le letture vintage.

Questo è anche l’ “Elogio dei giudici scritto da un avvocatodi Piero Calamandrei (la cui terza edizione, originariamente pubblicata negli anni cinquanta, trova ora una sua ristampa grazie all’editore Ponte Alle Grazie).

Giurista dalla statura elevatissima, Piero Calamandrei ha scritto pagine indimenticabili dove si mette in risalto l’importanza della Magistratura, professione così complicata nel suo aver a che fare, più che con il diritto, col difficile compito di giudicare ricercando una verità, se non altro processuale.

Pensando ad un elogio – soprattutto rivolto ad eccellentissimi signori, quali appunto i giudici – ci si aspetterebbe allora un cumulo di roboanti lodi, dove aggettivi da cerimoniale e frasi ad effetto costituirebbero l’unica impalcatura delle pagine.

In realtà, il libro racconta aneddoti di tanti anni di vita forense, di massime d’esperienza raccolte sul campo, di storture ed umanità di un sistema giudiziario che vede accomunati nella sofferenza del processo giudici e avvocati, entrambi chiamati a fare del diritto qualcosa di veramente giusto.

Umorismo d’altri tempi quello di Piero Calamandrei, che spinge il lettore a divenire consapevole di quanto importante sia la figura di chi per mestiere è chiamato a giudicare, sapendo in cuor suo il peso che deriverà da ogni plausibile decisione.

Singolare, oltretutto, che a tesser queste lodi sia proprio un avvocato: forse, soltanto chi quotidianamente scorge quanto penar comporta l’amministrazione della Giustizia può davvero ringraziare sinceramente la figura del giudice.

Curioso, infine, che attraverso un encomio della Magistratura anche la professione dell’avvocato trovi lustro (lontano dall’azzeccagarbugli di manzoniana memoria), segno evidente di come i destini dei togati siano per certi aspetti simili e coincidenti.

Un libro, “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”, straordinario nella sua attualità e nel suo stile signorile e nobile, che andrebbe assaporato quotidianamente per ritrovare una fede, quasi religiosa, nella Giustizia.

Linee di inchiostro indispensabili, quelle del Calamandrei, per chi decidesse di far della professione forense non solo il proprio mestiere, ma il proprio destino, consapevole che solo i cuori caldi, coraggiosi possono servire veramente la causa della Giustizia.

Ecco perché, nell’edizione originale, il fregio del libro mostrava una bilancia dove nel piatto più pesante era collocata una rosa ed in quello più leggero un codice: la poesia batte il diritto.