“Lhotar e il risveglio del Murskull”: l’avventura di un elfo e una fata intrappolati sulla Terra

Lhotar-e-il-risveglio-del-MarskullGiorgia Sbuelz
ROMA – Agrilard è una mondo dove ancora viene praticata la magia. Lhotar ed Ellywick – protagonisti di Lhotar e il risveglio del Murskull, il libro di Gionata  Scapin edito da Marcianum Press – sono un elfo e una fata che, a causa dell’incantesimo di uno stregone, sono stati scaraventati nella terra degli umani, dove ci si è dimenticati della magia e dove le creature fatate sono state relegate a pure invenzioni fantastiche.  Lhotar ed Ellywick scortati da Matthias, un giovane archeologo che ha promesso di proteggerli, seguono una pista per ritornare a casa, non senza destare le attenzioni di Stephen, un magnate privo scrupoli ed ex capo di Matthias, che intende catturare le due creature per poterne trarre il massimo profitto.

La notizia del ritrovamento di quello che sembra essere proprio un uovo di drago, accende le speranze dell’elfo sulla reale possibilità di un ritorno ad Agrilard, tuttavia procede nelle sue indagini brancolando nel buio.

 

La svolta arriva da Margarete, una brillante quanto affascinante ricercatrice che si ritrova coinvolta nella storia. Decifrando delle enigmatiche incisioni nascoste in una grotta ad Amburgo che gli avi di Margarete custodiscono da secoli, Lhotar e gli altri raccolgono nuovi indizi per continuare la ricerca, sebbene nell’impresa venga per sbaglio rievocata un’ entità malvagia così spaventosa e potente da poter annientare persino un drago, l’essere magico più temibile che sia mai esistito. Il Murskull, questo è il suo nome, si è cibato per secoli di ogni briciolo di fonte incantata che ancora lega la Terra agli altri mondi, e lo fa con ferocia indomita, presentandosi sotto forma di vortice dalle mille fauci che sradica e fagocita ogni cosa o creatura al suo passaggio. Far ritorno ad Agrilard, seminare Stephen e i suoi scagnozzi, bloccare il Murskull prima che divori il pianeta, come fare senza l’aiuto di un drago? Ma i draghi esistono ancora? Le iscrizioni sulle pareti della grotta conducono i nostri al castello di Urquhart, sul lago Ness in Scozia e qui, attuando una serie di espedienti, si mettono in contatto con Tanzeum Sath di Myr Ness, l’ultimo drago nero esistente sulla Terra. Attirare la benevolenza di un drago dal cuore avvizzito pare un’impresa impossibile. Nel corso dei secoli, la vetusta creatura ha maturato una sequela di esperienze sul genere umano che ha sedimentato in lui una serie di amare convinzioni sul fatto che per la specie terrestre dominante non ci sia redenzione; così infatti si rivolge a Matthias quando il gruppo riesce a scovare la sua tana:

“Voi umani avete perso ogni relazione con il mondo trascendentale. Nei secoli della vostra storia non avete dato la benché minima possibilità alle entità degli spiriti di penetrare nelle vostre coscienze e di prosperare nell’equilibrio del mondo. […] A tal punto da invidiare, odiare, condannare, massacrare, sterminare qualunque altra specie erudita di capacità superiori alle vostre”.

 

Lhotar e il risveglio del Murskull  è un romanzo che segue le linee classiche della narrativa fantasy. L’autore, Gionata Scapin, dosa con equilibrio momenti d’azione e colpi di scena a riflessioni su mondi perduti e scenari passati. Ci parla dei draghi e della loro lingua, il draconiano, fa spostare i protagonisti di metropoli in metropoli fra inseguimenti e sparatorie, mentre rivisita il mito del mostro di Loch Ness e ci fa intenerire con una fata dalla luce azzurrognola capace di commoventi slanci altruistici. Sequenze adrenaliniche si snodano da un capo all’altro del globo e conducono ad un finale che lascia presagire dell’altro… il sospetto è che le avventure di Lhotar non termineranno qui.

“Il Signor Bovary” di Paolo Zardi: quando Bovary non è più Madame.

Il_signor_bovary_ZardiGiorgia Sbuelz
ROMA – In un’Italia all’inseguimento della chimera del benessere, ecco spuntare l’uomo che sembra avercela fatta: ottimo impiego, bifamiliare nella prima periferia con tanto di barbecue e due posti auto, una moglie solida e ineccepibile che ha conosciuto a venticinque anni, una figlia e un pargolo in arrivo… cosa chiedere di più? Forse una crepa nel noioso intonaco bianco della propria vita stabile come una cattedrale? Forse un fulmine a ciel sereno, una variabile tanto trasgressiva, quanto banale, come un’amante? Ebbene sì.

E pensare che non l’aveva nemmeno cercata. Lui non era come i suoi colleghi che si iscrivevano appositamente ai social network in cerca di anestetizzanti evasioni pilotate a non contaminare i sentimenti e il matrimonio, lui si era ritrovato quella donna fra capo e collo, quasi senza possibilità di scelta.

Accade così, assecondando un’umana debolezza, che l’intera impalcatura delle certezze costruite cominci a vacillare, ed il sogno di una vita invidiabile possa frantumarsi per ogni mossa mal calcolata, proprio come in un duello: una partita a scacchi contro se stessi, contro i propri limiti, dove un errore di tattica è un affondo al proprio ego, sempre più inesistente, sospeso tra i piaceri della carne con l’illusione di risollevarsi dal piattume di una vita preconfezionata, ma che prima o poi, il Signor Bovary lo intuisce già, si finirà per rimpiangere.

Il Signor Bovary di Paolo Zardi è soprattutto un uomo, comune nel suo essere medio-borghese, comune nei suoi processi mentali, ingenuo e subdolo contemporaneamente, miseramente compatibile, come la sua drammatica – eppur tanto comune – amante: non bella, non ricca, non fortunata… tutti i cliché della mediocrità vengono sondati, con un linguaggio secco e causticamente ironico che trascina nel vortice di una storia che sembrerebbe ovvia, nella parabola erotica interpretata dai due amanti, i quali, nel rispetto del loro standard, non mancheranno nemmeno di interrogarsi sul senso dell’amore e della famiglia, ma solo dopo aver dato sfogo alle rispettive perverse fantasie consumandole allo sfinimento nelle stanze dei motel scelti di volta in volta.

Un repentino colpo di scena si abbatte come una scure sulle sorti del protagonista, la musica cambia, e ci si ritrova spediti dritti dritti nell’occhio di quel ciclone avvistato fin dal principio.
Riaffiorano i ricordi, ai quali l’uomo si aggancia come ad un’ancora, così da restituirsi un’identità smarrita nella marea dei turbinosi avvenimenti: “ L’odore del brodo all’asilo, la gonna grigia della sua maestra, la cucina spoglia del suo migliore amico, la sigla del dolce Remì, piccolo come sei, le foto di Carmen Russo su un vecchio numero di Panorama… Un sacchetto di foglie gialle che aveva raccolto per sua madre”. Un guizzo ancora e, balenante, la presa di coscienza: “Gli venne in mente anche il barometro a casa dei suoi nonni. Aveva la stessa forma di quello appeso accanto alla porta della cucina di casa Bovary. Madame Bovary era lui”.

Ottantamila battute in una manciata di capitoli, scanditi da una voce narrante la cui natura si svelerà solo nel finale, per questa avvincente storia di Intermezzi Editore, disponibile in formato eBook. Ottantamila battute che schizzano via spedite come un treno; un racconto lungo che è lo spazio adeguato per sfoderare le doti narrative di Paolo Zardi, capace come pochi di impigliare il lettore alle parole e alle considerazioni, riversate così in un formato ideale per un viaggio in apnea che ti cattura dalla prima riga e ti molla solo all’ultima parola dell’ultimo capitolo.

Scelti per voi: Flavio Pagano presenta “Si lasciano tutti”, l’arte di amarsi (e quella di lasciarsi), in una esilarante commedia di Simone Laudiero

Si lasciano tutti_SK_chronicalibriFlavio Pagano*
NAPOLI – La letteratura italiana contemporanea muore di provincialismo, straziata dalle incursioni di autori sempre più improvvisati e dalla avvilente ripetitività dei temi, ma libri come Si lasciano tutti (appena uscito per Sperling & Kupfer) sono una bella iniezione di fiducia.

 

L’autore, Simone Laudiero, si definisce un napoletano nato “per sbaglio” a Milano, e noi aggiungiamo che è “bilingue”, dal momento che scrive anche per la tv (e si vede).
Al centro della vicenda c’è una coppia, Roberto e Sandra, che si prepara al grande passo: trasferirsi a casa di lei. Ma non temete, non siete davanti alla solita storia. Allacciate le cinture, invece, perché altrimenti la sterzata della trama vi scaraventerà giù dalla poltrona: sta per entrare in scena la nonna di Sandra. Un’ottantenne sannita, energica, cocciuta e volitiva, che ha appena preso una decisione che lascia tutti sbalorditi: divorziare dal marito ottantacinquenne e andare a vivere da sola.
A quel punto è dunque a lei (che del resto ne è la proprietaria…) che serve la casa in cui Sandra e Roberto progettano di andare a convivere: e se non vuole trasformare il classico “io mammeta e tu”, in un inedito “io nonneta e tu”, la nipote dovrà sloggiare.
Si lasciano tutti è un libro divertente, capace di raccontare il “ventre” di Napoli con una “veracità” e una leggerezza straordinarie, e di far vivere con i personaggi con realismo davvero travolgente.

Non possiamo non riconoscerci nelle vicende dei protagonisti, e saremo costretti a riflettere e a ridere un po’ alle nostre stesse spalle…. Insomma è una commedia – genere glorioso e ahimé assopito della nostra letteratura – dedicata all’amore, o meglio quasi alla sua meccanica, della quale siamo artefici ma anche, e forse soprattutto, le vittime più o meno ignare.
Roberto e Sandra non hanno dubbi amletici. La domanda è semplice: perché si lasciano tutti?
Ma la vera domanda, in fondo, è un’altra: perché, quando ci innamoriamo, aspiriamo a trasformare i nostri sentimenti in un legame dal sapore eterno, pur sapendo che il legarsi è, in qualche modo, l’energia potenziale del lasciarsi?
Una domanda alla quale è ormai impossibile rispondere, senza prima ascoltare quello che Simone Laudiero ha deciso di raccontarci in un libro che promette di diventare un piccolo classico del genere.

 

Lunedì di novità per Chronicalibri. Per i nostri lettori e tutti i curiosi di libri e novità editoriali, oggi lo scrittore e giornalista Flavio Pagano ci presenta Si lasciano tutti, una esilarante commedia di Simone Laudiero pubblicata da Sperling & Kupfer.

 

Oltre la battaglia: “Polimnia. Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse” di Alessandro Cortese.

PolimniaGiorgia Sbuelz
ROMA
– Non soltanto le vicende del prode re spartano Leonida, ma in questo romanzo storico, Polimnia. Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse, l’autore, Alessandro Cortese, porta alla ribalta i fatti e il punto di vista di ciascun popolo coinvolto nelle Guerre Persiane.

Lo fa attingendo alla sapiente fonte storica di Erodoto e miscelando con cura ai ritratti dei protagonisti l’invenzione letteraria: vengono delineate così le gesta di coloro che hanno animato la storia dell’Ellade e del Vicino Oriente negli ultimi decenni del V secolo a.C., lasciando emergere figure apparentemente secondarie, che ricoprono invece ruoli di effettiva importanza nei contesti storici, e qui narrativi.
Chi fosse la gente di Sparta viene chiarito fin dal principio, attraverso le parole dell’uomo che un tempo ne fu re, Demarato. Quest’ultimo, una volta deposto, era divenuto consigliere di Serse e così ammonisce il sovrano persiano:
“Schiera pure milioni di guerrieri ma non troverai nei Persiani ciò che anima e tempra i Lacedemoni. Parlo d’una fede incrollabile in un dio ben più grande di Zeus: è la Legge. E per quanto il tuo esercito spaventi i nemici con la sua sola leggenda, non spaventerai Sparta. Perché la Legge non permette loro di aver paura.”
Viene messa in luce la fine strategia di Serse, in un viaggio a ritroso, esplorando la sete di potere che sempre infiammò gli animi degli Shāh di Persia a partire dalla cieca follia di Cambise, per procedere poi nella bramosia espansionistica di Dario, senza tralasciare gli intrighi di corte architettati in atmosfere magiche, aspetto caratterizzante dei palazzi reali orientali assieme ai bagni di sangue.
E poi gli eroi. Attonita la folla accoglie la sfida lanciata dal re Leonida: avrebbe condotto un esercito formato dalla sua sola guardia personale fino al passo delle Termopili e, da lì, avrebbe bloccato l’avanzata persiana. Trecento uomini in tutto, trecento guerrieri accompagnati dai loro Iloti, col compito di riscattare l’onore dei Lacedemoni, offuscato dal rifiuto di Sparta di scendere in campo contro Dario nella battaglia di Maratona, dieci anni prima.
Il coraggio dell’esercito spartano attira altri valorosi combattenti provenienti dal territorio greco: lo scopo è difendere le proprie case dalla minaccia persiana, ed entrare così nella leggenda.
A sorreggere gli scudi e le lance non sono solo gli uomini, ma anche le loro storie di ardore e di attaccamento alla propria terra: i fratelli Alfeo e Marone, il gigante Dienece, il tebano Leontiade il tespiese Demofilo e l’indovino Megistia. Uomini consapevoli del sacrificio a cui vanno incontro e capaci di accettarlo con onore, difendendo quel sentimento proprio dei territori dell’Ellade: la libertà.
La regina Gorgò non è da meno, devota quanto fiera, con la sua fermezza rappresenta l’essenza stessa di Sparta. Leonida ne porta con sé il ricordo nei giorni di battaglia, la immagina vicina ad accompagnarlo nel momento del trapasso. Cade il re spartano, ma non la Grecia. I sogni vanagloriosi di Serse s’infrangeranno sulle acque di Salamina, e si spegneranno a Platea.

 
Alessandro Cortese, in quest’opera pubblicata da Edizioni Saecula, narra i fatti storici e quello che immagina li abbia accompagnati. Descrive i sentimenti vissuti dai protagonisti, le debolezze come gli slanci, ora dei greci ora dei persiani.
L’autore offre una voce a quegli uomini che hanno fatto la storia, riuscendo ad animarli con competenza e passione. Il risultato è un romanzo corale, preciso nella ricostruzione degli scenari dell’epoca quanto emozionante nei risvolti narrativi.

Saint Exupéry: il pilota scrittore raccontato da Bernard Marck

odoya_Antoine de Saint Exupéry. Il pilota scrittore_chronicalibriGiorgia Sbuelz
ROMA
– Nell’estate del 1911 un ragazzino dalla faccia tosta che rispondeva al nome di Antoine Marie de Saint Exupéry, ebbe il suo battesimo dell’aria, a Saint Maurice, nella Francia orientale, l’oasi incontaminata dove aveva trascorso la sua infanzia. L’entusiasmo fu tale da suscitare in lui l’incontenibile voglia di riportare l’esperienza in versi: “La scrittura mescolata all’aviazione. Non è che l’inizio”. Fu questo il punto di convergenza della duplice spinta motrice che lanciò la vita dell’appena undicenne conte de Saint Exupéry verso il destino del grand’uomo che sarà, pioniere dell’aria ed illustre scrittore.

Molto è stato raccontato sulle leggendarie imprese di “Saint Ex”, come veniva chiamato dagli amici, non sono mancate nemmeno trasposizioni cinematografiche, del resto la sua vita ben si presta, poiché fu tutta un’avventura fuori dall’ordinario, come la sua produzione letteraria e la sua morte, su cui ancora persiste un alone di mistero.
Quella che ci presenta Bernard Marck per le Edizioni Odoya, “Antoine de Saint Exupéry. Il pilota scrittore”, è una biografia sincera, il ritratto meticoloso di un autore tra i più amati, in cui le cronache delle sue avventure aeree e personali tracciano un profilo psicologico tanto complesso quanto affascinante.
Non si potrà che sorridere della curiosa abitudine del fanciullo Saint Exupéry di svegliare nel cuore della notte la madre e le sorelle per declamare trionfante un verso appena composto, abitudine che manterrà nell’età adulta con buona pace dei suoi amici, costretti ad ascoltarlo al telefono nelle ore più impensate. Antoine era così, non era mai uscito dalla sua infanzia, anzi tenacemente tese a ricrearne gli scenari e gli atteggiamenti. Memorabile in questo senso fu il primo incontro con Consuelo Suncin Sandoval, futura Madame de Saint Exupéry: trascinata a forza su un velivolo da un Antoine stregato dalle sue grazie, fu fatta accomodare sul seggiolino del copilota e, una volta in volo, le venne reclamato un bacio a fronte del quale il pilota avrebbe risparmiato dall’annegamento tutto l’equipaggio. Al “no” secco di Consuelo, come un bambino che non vede accontentato il suo capriccio, scoppiò a piangere e, mentre si lanciava in picchiata verso il mare, riuscì finalmente a strappare quel bacio alla bella salvadoregna… Anche questo era il conte Antoine de Saint Exupéry, un uomo imprevedibile dall’aspetto di un gigante, che amava le favole pur vivendo immerso nel mondo, il bambino bizzoso e l’eroe temerario dell’Aéropostale.
Negli anni Venti gli aviatori a rischio della propria vita esploravano una rete chiamata a diventare commerciale, Saint Exupéry trasporterà la posta verso Sud, assieme a lui una squadra di intrepidi operai del cielo. Nomi come Mermoz, Guillaumet e Reine rimarranno scolpiti nel cuore dello scrittore e nella storia dell’aviazione. Lanciato nei Pirenei, o messo alla prova sulla Linea Tolosa- Casablanca- Dakar, Antoine sfida le avversità, supera malattie e tempra il proprio spirito. Da queste esperienze trarrà spunto per i suoi libri, primo fra tutti “Corriere del Sud”, ma anche “Volo di notte” e “Terra degli uomini” erano opere imperniate di una rara comunione umana, quella che sperimentò con i suoi colleghi a partire da questo periodo.

 

Il suo rapporto con il deserto, fatto di silenziose alchimie ed infinite attese, costituirà invece molta dell’impalcatura dei suoi scritti.
“Il deserto, col suo balletto d’ombre e di luce, scopre lo scrittore, lo libera momentaneamente dalle sue contraddizioni per meglio rivelarlo”. La morte è a portata di mano e l’avaria è una possibilità reale, mentre gli scali in mezzo alle distese riarse della costa mauritana stordiscono di solitudine gli equipaggi. Diversivo salutare è rappresentato dagli animali, gazzelle o camaleonti, e qui compare il fennec, la volpe del deserto con le sue enormi orecchie. Saint Exupéry sente che “addomesticare” è il suo ruolo, anzi sottolinea spesso la bellezza della parola, che sarà la parola chiave della sua opera più nota, “Il Piccolo Principe”.
Lunga e laboriosa fu la gestazione de “Il Piccolo Principe”, a partire dalla sua pubblicazione: il bambino biondo dalla lunga sciarpa bianca fece per la prima volta la sua comparsa il 6 aprile del 1943 a New York in lingua inglese. In Europa infuriava la guerra e Saint Exupéry era già stato messo al centro di duri dibattiti politici, che lo dipingevano a seconda delle parti, una volta sostenitore di de Gaulle, una volta di Pétain. Le polemiche volte alla politicizzazione dei suoi scritti, contribuirono ad incrementare un palpabile senso di mal di vivere, da cui sembrava affetto nell’ultima parte della sua vita.
Reduce da incidenti aerei gravissimi che avevano fortemente penalizzato il suo corpo, spesso ripensava ai vecchi colleghi, eroi dell’Aéropostale, che oramai non esisteva più, avendo ceduto il passo alla nascente Air France. Anche i suoi colleghi non esistevano più e il suo matrimonio si reggeva a stento in piedi, a causa delle reciproche infedeltà, quelle di lui erano addirittura ufficializzate, e di un comportamento volubile negli affetti come nei lussi. Soffrì sempre una certa precarietà economica e spesso ricorse all’aiuto del borsellino di sua madre, ma raramente rinunciava ai vizi, del resto non era forse nato conte? Eppure non conosceva malizia, si sporcava nella maniera perdonabile con cui si sporcano i bambini. Proprio il Piccolo Principe venne definito da Anne Morrow Lindbergh “un adulto con un cuore di bambino”, descrizione che calzava a pennello col conte Saint Ex. Il successo del libro fu di portata mondiale, definito anche “una favola triste”, era l’occasione di Antoine per rivelare ancora una volta al mondo la sua prospettiva poetica e gentile dell’esistenza, per dichiarare finalmente il suo amore per Consuelo vestendola dei panni della “rosa”, l’unica al mondo, la rosa del Piccolo Principe.

 

Come quella favola triste, si chiuse anche la sua storia, silenziosamente, una mattina del 31 luglio 1944, mentre era in volo di ricognizione sul Mediterraneo, in missione per gli Alleati, pronto ad infastidire i tedeschi nei loro covi. Era un “Pilota di guerra” (come aveva intitolato una sua opera) e a bordo di un Lightning bimotore semplicemente sparì.

 

Bernard Marck in 576 pagine offre un racconto davvero generoso, frutto di oltre vent’anni di ricerche, di una vita talmente densa da costituire il solido basamento per le opere dello stesso Saint Exupéry. Si coglie nel linguaggio la profonda deferenza di Marck nei confronti di quest’autore, il ritratto storico è avvincente e appassionato, il punto di vista affettuoso e mai lezioso.

Un lavoro magistrale, all’altezza dell’esistenza straordinaria che viene narrata.

 

Novità: “Il coccodrillo che non amava l’acqua”

il_coccodrillo_valentina edizioniGiulia Siena
MILANO
– La storia è quella di un piccolo coccodrillo un po’ strano. Questa è la storia de “Il coccodrillo che non amava l’acqua”, il libro di Gemma Merino (Valentina Edizioni) che arriva in libreria proprio in questi giorni.

Il protagonista di questa storia è un piccolo animaletto che nonostante tutti i suoi sforzi non riesce proprio a raggiungere i suoi fratelli nello stagno. Il coccodrillo le ha provate tutte, ha anche comprato un salvagente, ha provato a tuffarsi dal trampolino, a saltare giù nell’acqua, a divertirsi con i fratelli nella vasca di casa, ma lui preferisce arrampicarsi sugli alberi e stare all’asciutto. Quell’acqua, poi, così viscida e fredda, così bagnata e inutile, proprio non riesce ad attirarlo. Almeno non come gli alberi su cui si arrampica felice, cosa che i suoi fratelli guardano con un certo disgusto; ma cosa può farci il piccolo coccodrillo? Non è mica colpa sua se, mentre, starnutisce, scopre qualcosa di se che neanche lui conosceva.

 

Età: dai 3 ai 7 anni

Cavallo di ferro: “Effatà”, quando è la storia a parlare

simona_lo_iacono_effataGiulia Siena
ROMA
“Anche se non può sentire, ci sono mille modi per far capire al mondo che lui è Nino e che per i nomi c’è sempre un motivo”. Nino non sente e non parla: le sue orecchie sono scatole vuote e la sua bocca non articola i suoni che donano la libertà e il dignità anche ai bambini della sua età. Infatti Nino è un bambino e “non è facile alla sua età, quattro palmi d’altezza, capelli biondi e orecchie sorde, farsi rispettare dal nugolo di ragazzini che girellano per i vicoli sotto zazzere nere infestate da pidocchi carnagioni olivastre e udito buono. Non è facile”.  Non è facile nella Sicilia del primo dopoguerra: qui arrivano Nino e sua madre. Lui è un bambino diverso e la madre non è come tutte le altre donne dell’isola; lei è un’attrice tornata dall’Inghilterra alla sua terra natia. Lei, la mamma, recita al Teatro Luna e Nino si lascia incuriosire da una buca che si trova nascosta sotto le assi del palcoscenico. Scopre, così, che da quella postazione privilegiata, osservando il via vai degli attori, si può immaginare un mondo che non conosce e sentire la propria voce che sente graffiargli la gola. Nino viaggia con la fantasia, aiutato dalle movenze e dall’affetto del maestro di buca, un misterioso omaccione cieco. Tra loro nasce una profonda amicizia: insieme si compensano e insieme possono “dettare” i tempi e le scene dello spettacolo che ogni giorno prende vita al Teatro Luna. Da questo scenario parte “Effatà”, il romanzo di Simona Lo Iacono pubblicato da Cavallo di Ferro. La scrittrice-giudice torna in libreria con una storia che si muove su due piani narrativi differenti e paralleli: Siracusa e Norimberga, la città tedesca che ospitò i processi dei principali criminali di guerra davanti al Tribunale Militare Internazionale. Infatti, alla storia di Nino si alterna a quella del dottor Karl Krauser, uno dei medici che aderì al programma di eugenetica del regime nazista. I protagonisti sono, quindi, due bambini che in due differenti periodi e luoghi vissero la loro diversità: entrambi sordomuti ed entrambi curiosi ed intelligenti da capire il mondo circostante e apprendere anche quello che per la scienza non potevano.

 

“Effatà” è una parola aramaica, una parola dal fascino arcaico e profetico: “apertura al suono”, apertura naturale verso qualcosa che può essere udito anche non avendo la capacità dell’ascolto. “Effatà” è un libro intenso, una storia che è un magistrale intreccio tra fatti realmente accaduti, fantasia narrativa e fattore emotivo.

 

 

 

 

 

 

Il “Social Zoo” di Aldo Putignano

putignano-social-zooGiorgia Sbuelz
ROMA – Lorenzo è il misterioso protagonista di “Social Zoo”, romanzo di satira sulla scrittura presentato in una forma epistolare inconsueta: il destinatario, lo stesso Lorenzo, non risponde mai alle lettere che riceve, anzi se ne sbarazza cestinandole! A raccoglierle con solerzia sarà un sedicente filologo che provvederà a riorganizzarle in ordine cronologico operando dei tagli qua e là a seconda del proprio gusto.
Il risultato sorprendente di questo romanzo di Aldo Putignano, mente creativa ed editore di Homo Scrivens, è un collage vivace dei generi narrativi adoperati dalla scrittura moderna.
Il campionario è vasto e ben rappresentato da ogni personaggio: si passa dal giallo, dove il buffo e troppo scrupoloso Maresciallo Biglioffo indaga su un omicidio che deve ancora avvenire, al fantascientifico, dove tale Jeffrey Consuet, al secolo Goffredo Consueto, vuole,attraverso un romanzo dal titolo sibillino “Terrore dallo spazio profondo”, mettere in allarme l’intera umanità sul rischio di una presenza venusiana sul pianeta Terra. C’è Lucilla perennemente in cerca dell’ anima gemella, con le sue frasi a metà e l’uso/abuso dei punti interrogativi ed esclamativi, e Alberto Sanchez, che vuole diventare un narratore neoverista, per questo insegue un ignaro Personaggio reale, per far sì che il suo romanzo “si scriva da solo”, semplicemente riportando quella che crede essere la vita scialba e prevedibile di uno studente fuori corso di Giurisprudenza.
Tutti si rivolgono a Lorenzo, ma chi sia in realtà non lo scopriremo mai veramente. Mano a mano che si procede con la lettura appaiono indizi, o meglio piccoli segnali sul suo carattere schivo e riservato. L’amico Cesarone lo invita inutilmente a far baldoria in improbabili feste e veglioni di Capodanno siberiani da lui organizzati (il 22 di novembre!) e lo chiama “mistico asceta”; Mariolina Dolcetti gli sottopone trame sanguinolente, omicidi a profusione e sparatorie, per poi finire a lamentarsi di suo marito e di sua figlia e chiudere in tutta fretta le missive con un: “baci baci baci, Mariolina tua”.
C’è quello che il filologo redattore ribattezza “magister anonimus” che racconta in toccanti versi la sua solitudine esistenziale, si percepisce come uomo a metà, fino a capire che, in fin dei conti, dell’altra metà aveva più basilarmente bisogno. Incontriamo poi tutta una serie di personaggi che si contendono la paternità di una poesia sul mare in tempesta, legata dunque ad un sentire corale… indubbiamente fin troppo corale.
Lorenzo è imparziale con le risposte, a tutti concede solo il suo silenzio, lasciando così ai suoi mittenti la facoltà di interpretarlo liberamente. Un’interpretazione che il più delle volte non arriva, perché non importa cosa potrà rispondere Lorenzo, l’importante è scaricare il proprio ego, liberarsi attraverso la scrittura e, più spesso, far finta di praticarla.
Ecco perché alla fine il tutto si presenta come un gigantesco Social Zoo… dove le tipologie umane, come quelle narrative, fanno bella mostra di sé in gabbie che ne limitano la comunicazione reale, e tutto rimane apparente in un autoreferenzialismo costante, che di sociale ha ben poco.
Il dubbio sollevato da un altro personaggio, Enrica Camilleri con la sua tesi di dottorato, è che la scrittura possa far male al fisico e alla psiche. A sostegno della sua intuizione riporta una serie di illustri esempi come Rimbaud, Salinger, Svevo, che decidono di abbandonare la scrittura per “liberarsi dal morbo”, poiché il prezzo da pagare in termini di libertà e dipendenza sarebbe stato troppo alto.
E poi c’è Armida. L’unica che si rivolge veramente a Lorenzo, perché forse è l’unica che lo conosce bene. Armida consegna a mano i suoi biglietti, gli chiede come sta, lo rimprovera perché non sa cosa sia un telefonino, gli fa gli auguri di buon compleanno…
Armida che non sopporta più i silenzi di Lorenzo, che evidentemente non si accontenta di una comunicazione egoriferita, ma vuole di più, vuole entrare in contatto col suo destinatario, raggiungerlo realmente. E’ questo forse lo scopo della comunicazione? E quale quello della scrittura?

 

Putignano non tira le somme, non risponde a quesiti, si diverte e ci diverte offrendoci con intelligenza e tanta ironia una panoramica reale sulle dinamiche comunicative dell’individuo moderno, che passa dal “parlarsi addosso” allo “scriversi addosso” come se fosse un percorso obbligato. Un giro in chat, una scorsa al social network, un frettoloso sms e un altro slalom passivo attorno alle gabbie di questo immenso, variegato ma irresistibile Social Zoo.

Bompiani: Federica De Paolis,”Ti ascolto” chiudere gli occhi e vivere con le storie degli altri

Giulia Siena
Roma E’ strano leggere le movenze, i pensieri e gli atteggiamenti di un uomo dalla penna di una donna: le sensazione che percepisci sono aspre, dirette, proprio come le racconterebbe un uomo, ma si intersecano a descrizioni sentimentali e precise proprio come quando è la donna a raccontare. Questo è il terzo libro di Federica De Paolis, “Ti ascolto” edito da Bompiani.

Diego, il protagonista, peregrino perenne in fuga da qualcosa, deve fermarsi nella casa di famiglia senza nessuno che si prenda cura di lui. La monotonia del silenzio in cui è costretto viene spezzata dallo squillo del telefono: non c’è bisogno che le sue parole precipitino sulla cornetta, è il ricevitore che invoca ascolto. Il filo del telefono collega inaspettatamente Diego con i delicati intrecci di vite degli altri. Amicizie, storie, amori e sofferenze entrano nella cornetta del telefono per farsi ascoltare senza un nome e vivere senza un volto.

 

Così, le vite degli inquilini del suo stesso palazzo diventano anche la storia di Diego. Lui vuole vivere attraverso l’ascolto, celandosi dietro la sua buffa mascherina con la quale si aiuta a schermire la luce. Le storie degli altri lo coinvolgono, lo rinnovano, lo spronano a mettersi in gioco e a entrare nelle altre vite come un bisogno. I tasselli si riuniranno e il romanzo non smetterà di sorprendervi fino alle ultime righe dell’ultima pagina.
Fermarsi e chiudere gli occhi porta all’ascolto, regala quiete e riflessione: da qui alla decodificazione in parola è stato un passo semplice per una narratrice attenta come Federica De Paolis. La sua scrittura è compatta nello stile e agile nel gestire il congegno narrativo; in questo modo il lettore ha il posto da spettatore d’onore.