Feltrinelli: “La felicità del cactus” di Sarah Haywood. Traduzione di Chiara Mancini

Daniela Distefano
CATANIA “Non sono una donna rancorosa. Quando litigo con qualcuno, poi non ci rimugino troppo e non contesto le ragioni altrui. In una discussione, non sento l’esigenza di avere a tutti i costi l’ultima parola, ma come sempre, quando si parla di regole, esistono delle eccezioni. Per esempio, non riesco proprio a rimanere impassibile se qualcuno si approfitta di un’altra persona e questo vale ovviamente anche quando la persona in questione sono io. In questi casi faccio tutto ciò che è in mio potere per far prevalere la giustizia. Ecco perché i fatti accaduti in questo mese non mi hanno lasciato altra scelta se non un’azione rapida e decisiva”.

Susan Green – protagonista de La felicità del cactus – vive a Londra ha un lavoro e un compagno fisso, anche se è allergica a ogni sentimentalismo o romanticheria. Improvvisamente, si rovescia per lei la vita quotidiana. Le muore la madre ed è costretta a fare i conti con una maternità involontaria. Lei, femminista di ferro, cocciuta e prevedibile dovrà vedersela pure col fratello Edward per l’eredità. I mesi trascorrono con alti e bassi, e Susan li affronta con un programma meticoloso di sopravvivenza a tutti i costi. Continua

“Il tortellino muore nel brodo”, un noir dallo sguardo gastronomico

Giulia Siena
PARMA “Mi dispiace davvero, ma ci sono cose nella vita che si possono avere e altre no. Il tortellino al pomodoro proprio no. Il tortellino muore nel brodo”. La presa di posizione di Emilio Zucchini nelle prime pagine di questo libro dovrebbe metterci sulla buona strada, da questa affermazione dovremmo già capire diverse cose: Il tortellino muore nel brodo di Filippo Venturi (Mondadori) non è un libro di cucina, ma un romanzo, ed Emilio Zucchini non è un ristoratore qualsiasi. Zucchini, per tutti Zucca, ha uno sguardo attento e ironico, è perspicace ed è uno scapolo incallito che ama vivere tra i tavoli della sua trattoria e“la trattoria è ancora uno di quei luoghi che probabilmente non salveranno il mondo, ma di sicuro possono rendere migliore una giornata, o perlomeno un paio d’ore […] E la trattoria di Emilio è proprio questo: una scatola piena di ricordi e di antichi sapori a cui lui cerca di dare quotidianamente vita”. In un giorno qualsiasi, mentre è alle prese con le tagliatelle e il ragù – sono pochissimi i piatti che si diletta a cucinare prima di accogliere i clienti – fuori dal suo locale succede qualcosa che sconvolgerà la vita di diverse persone. Continua

“La preda” di Irène Némirovsky, un romanzo perfetto, analitico e spietato

Daniela Distefano
CATANIA – Irène Némirovsky (nata a Kiev nel 1903, e morta ad Auschwitz nel 1942) scrisse La preda nel 1936, ma il libro apparve a stampa due anni dopo. Pubblicato in Italia da Adelphi, questo volume è un classico che non lascia dubbi circa il suo valore e la sua stalattitica luminosità stilistica. Il plot è incentrato sulla parabola di un arricchito effimero: Jean-Luc Daguerne, un giovane che sbarca il lunario con disperazione e fatica.
“Tutto si mercanteggiava nel segno dell’amicizia, della fiducia, dei favori dati e ricevuti, e così facilmente… Con una parola, un sorriso, un’alzata di spalle, degl’imbecilli venivano portati alle stelle, dei ladri perdonati e uomini senza virtù né intelligenza forniti di laute prebende. Nel vedere quella pioggia di onori e ricchezze che si rovesciava ciecamente su altri, Jean-Luc provava una rabbia, una tristezza senza pari, un sentimento struggente di spoliazione. Era spaventoso accorgersi che mentre tutti progredivano lui restava immobile, nonostante i terribili, e vani, sforzi. Gli sembrava che la sua vita fosse ormai definitivamente perduta. Non c’era supplizio paragonabile al presentimento della sconfitta. La sconfitta dichiarata. L’avrebbe anche accettata con coraggio. La certezza di essere una nullità lo avrebbe calmato. E invece no, restava la dolorosa speranza che fossero gli altri a essere in torto, che la coscienza che aveva di sé non potesse essere sbagliata. E tuttavia il tempo passava, la sua giovinezza passava e lui non aveva niente!…”. Continua

Neo: “Cometa”, miserie e follie di uomini attuali

Giulia Siena
PARMA – Dire che con Cometa Gregorio Magini cerchi la provocazione è inesatto. Gregorio Magini, attraverso il suo Cometa, scrive e descrive vite distratte che brancolano in una normalità qualunque resa anomala da tonnellate di silenzio. Magini descrive la normalità dell’oggi, nulla di più, e il fatto che lo faccia attraverso la percezione del piacere e del dolore non ne muta il contenuto. Cometa, il romanzo in libreria da poco più di venti giorni pubblicato da NEO Edizioni, ha i tratti fondamentali di un romanzo di formazione, ma non aspettatevi personaggi risoluti, vincenti e soddisfatti; aspettatevi – e ci tengo a sottolinearlo – personaggi dissennati, persi e soli che cercano nel piacere fisico il sussulto primordiale della vita; che trovano nella casa materna il proprio porto sicuro. Aspettatevi una scrittura tagliante e precisa, ma mai scurrile, nonostante l’apparenza. Continua

Mondadori: “La grande truffa” di John Grisham. Traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe

Daniela Distefano
CATANIA “Era un sabato soleggiato e fresco, e Zola aveva bisogno d’aria. (..) Fissò il monumento a Washington e il Campidoglio in lontananza e pensò ai genitori e al fratello, tenuti progionieri in uno squallido centro di detenzione, in attesa dell’espulsione. Dov’era lei c’era una vista magnifica: ogni palazzo e ogni monumento erano simboli di una libertà incoercibile. La sua famiglia, invece, non vedeva altro che filo spinato e recinzioni, sempre che vedessero qualcosa. Grazie al loro sacrificio lei aveva avuto in dono la cittadinanza, una condizione irreversibile che non aveva fatto nulla per meritarsi. (..) Non aveva senso, era ingiusto e crudele”.

Questo brano è tratto da La grande truffa (Mondadori), ultimo romanzo di John Grisham avvocato e scrittore statunitense di gialli giudiziari (“legal thriller” in inglese). Continua

Mondadori: Valentina Farinaccio torna alla scrittura con “Le poche cose certe”

Giulia Siena
PARMALe poche cose certe (Mondadori) è la seconda prova narrativa di Valentina Farinaccio che, dopo La strada del ritorno è sempre più corta, torna a raccontare di figli, genitori, dolori, scoperte e attese.

Chiamarsi come il protagonista di un romanzo forse non aiuta a vivere la vita vera. Doveva saperlo fin da subito, Arturo, che quel nome lo avrebbe intrappolato senza farlo mai crescere, paralizzato, come un attore troppo impaurito per dire le proprie battute sulla scena. Arturo l’attore lo faceva davvero; era comparso in qualche film, fiction in tv, teatro, ma da qualche tempo, da quando quella ragazza lo aveva smascherato e consigliato di cambiare strada, si era rintanato nel suo silenzio, tra il tram, il suo bilocale e nuovo lavoro, un lavoro vero. Ed ora che l’inverno continuava il suo corso senza cedere ancora il passo alla primavera, ora si trovava sul quel tram, il 14, in attesa che il rottame ripartisse alla volta di un appuntamento con Atlantide; un’isola con le sembianze di una donna. Anche Arturo aveva la sua isola, il suo posto, il suo perché e il suo principio: Continua

Ediciclo: “Io cammino da sola”, un viaggio verso sé stessi

Daniela Distefano
CATANIA Alessandra Beltrame (Treviso, 1964; vive tra Udine e Milano) è giornalista e ha lavorato per i più importanti gruppi editoriali. Il suo libro Io cammino da sola (Ediciclo Editore) è una scommessa con se stessa, si legge con il fiato allenato dello scandaglio interiore, si avverte un’esigenza dell’autrice di mettere per iscritto le proprie umane riflessioni e debolezze.
“Io mi considero una persona sola per destino. Non ho scelto di stare sola, è la mia natura. Una certa inclinazione, una predisposizione, forse. Poi la vita ha fatto il resto. Non ho mai sofferto di solitudine in senso fisico. Ho sofferto la mancanza di condivisione, intimità, unità intellettuale. Continua

Meridiano Zero: il macello della peste in un romanzo di Paola Prosciuttini, “La mannaia”

Marilena Giulianetti
ROMA – Prima e dopo. Nel mezzo la tragedia. Il presente non esiste, annullato dalla lugubre spirale che falcia l’umanità. E il futuro? Chi non ha presente non ha neppure futuro. Solo la pestilenza e la paura esistono. Macabra e potente Paola Presciuttini avvince e coinvolge nel romanzo La mannaia – Il macello della peste, edito da Meridiano Zero.
Culla di civiltà e delle arti Firenze è il centro nevralgico dei commerci tra Asia ed Europa. Certo, la famiglia di nascita determina il censo e tutte le possibilità cui gli uomini avranno accesso nella vita; i ricchi arricchiscono e i poveri restano tali. Scorre così la vita nella straordinaria Firenze, con le sue severe ingiustizie e le pavide certezze. Scorre la vita finché il morbo si abbatte spietato. E’ il 1348 e Firenze viene travolta dalla peste. Continua

Mondadori: “Manhattan beach” di Jennifer Egan

Daniela Distefano
CATANIA – Anna Kerrigan – protagonista dell’ultimo romanzo di Jennifer Egan, Manhattan beach (Mondadori) – è una ventenne che durante l’ultima fase della Seconda guerra mondiale si trova impiegata nel cantiere navale di Brooklyn. Privata dell’affetto del padre, scomparso lasciandosi dietro una moglie ex ballerina e una seconda figlia disabile, Anna è insofferente alle regole di un mondo dominato dal potere dell’uomo, anche se è attratta da un’attività prettamente maschile, quella del palombaro. E sul fondo del mare la giovane cerca il cadavere del padre. Anna emerge dalle acque di New York mentre il mondo emerge dalle macerie della guerra. “Straordinaria, sorprendente, imprevedibile”: così è stata definita la scrittura di Jennifer Egan, vincitrice del Premio Pulitzer 2011 per la narrativa con “Il tempo è bastardo”, romanzo accolto come un capolavoro tanto dalla critica quanto dai lettori.

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“Infinito presente”, una storia d’amore. Quando l’avere cura è l’unica cura contro l’Alzheimer

Giulia Siena
PARMA“La salvezza è nell’amore: l’amore dà alla vita un senso così profondo che nulla può osare contraddirlo”.
Una famiglia, una malattia, un doppio io narrante. La consapevolezza delle cose che cambiano, la volontà di trattenere la persona amata. Il dilemma: lasciare che la vita faccia il suo corso, che la malattia ingoi i ricordi lontano da casa, in letti estranei, oppure cullare ancora quelle braccia che per prime hanno accolto la vita e gestire tra mura familiari quei piccoli e continui deliri? Eppure entrambe le scelte sono sinonimo di grande coraggio perché per l’Alzheimer non c’è una cura, c’è solo l’assistenza. Ogni decisione è un cambiamento: gli equilibri che si spezzano, le dinamiche che si modificano, il coinvolgimento di tutti, la disperazione che irrompe in un pacifico disegno quotidiano. Quello che accade attorno a un malato di Alzheimer è una frattura dolorosa che viene sanata solo dall’amore. E Flavio Pagano, nel narrare Infinito presente (Sperling & Kupfer), si affida all’amore. Continua