Voland: “Mi piace essere golosa”, Colette tra diario e racconto

colette_chronicalibriGiulia Siena
ROMAColette, la più emancipata e anticonformista artista francese del Novecento, si presenta in tutta la sua vivida spigliatezza. Mi piace essere golosa – titolo ripreso da una rubrica che la scrittrice tenne sulla rivista Paris Soir alla fine degli Trenta – è il volumetto tradotto da Angelo Molica Franco e pubblicato da Voland che raccoglie alcuni articoli che Colette scrisse per la neonata rivista Marie-Claire a cavallo del secondo conflitto mondiale. Quella che doveva essere una rubrica di cucina divenne ben presto un punto di incontro e confronto per le giovani donne dinamiche e acculturate dell’allora società borghese parigina. La rubrica si trasformò, così, in luogo di libertà poetica e narrativa per l’istrionica Colette che si abbandonò al racconto quasi personale; per scrivere si lasciò ispirare dalla buona tavola, da Parigi, dai gatti e dalle donne. La cucina, però, ebbe sempre un posto d’onore tra le pagine di quella nascente rivista:“Dal momento che ho una solida reputazione di golosa, molte lettrici mi immaginano sempre seduta a tavola, incorniciata tra paté e bottiglie, come il “Gourmand” di una celebre insegna. Troppo onore”. Infatti, la buona tavola fu per questa donna forte e sensuale, vivace e colta, un modo per festeggiare la vita e le sue bellezze.

 

 

“In cucina l’ispirazione non ha mai contato granché, e io resto fedele alla tradizione. Un buon piatto è, prima di tutto, questione di misura e classicità”.

La “Scimmia nera” che ci cammina a fianco.

c72ec395d849d8524376309d23d50974Giulio Gasperini
AOSTA – La violenza è dovunque. A ogni angolo, in ogni strada, dentro ogni appartamento; peggio ancora: in ognuno di noi. “Scimmia nera” di Zachar Prilepin, edito da Voland nel 2013 nella collana Sírin, ci fa sprofondare in questa banalità tanto sconcertante: non c’è luogo al mondo dove la violenza, in una qualche forma, non si palesi, dove non domini furiosa.
Partendo da una già strana inchiesta sulla violenza dei bambini, e documentando alcuni esperimenti di analisi e studio comportamentale di alcuni minori tenuti sotto vetro in un laboratorio occultato chissà dove, il protagonista della storia ci fa strada in una complessa vicenda di incontri e tangenze, tutte caratterizzate da una vena, più o meno densa, di violenza e sopraffazione, di angoscia e squilibri emotivi. A cominciare dalla sua relazione sessuale con una minorenne, per finire al cruento rapporto con la moglie e a una brutalizzazione estrema di ogni gesto della quotidianità più naturale e banale.
Il tentativo di capire come mai si studino i comportamenti di bambini all’apparenza normalissimi ma reputati capaci di estremi gesti di violenza, arrivando fino all’omicidio, crea nel protagonista un’ansia di documentazione, che lo induce a interrogare chiunque ritenga in possesso di informazioni o di particolari punti di vista. La sua è una ricerca perduta, un’immersione in una ferocia potente e totalizzante, un percorso che pare non avere nessuna soluzione: c’è solo il costante e irrecuperabile sentore di una dissoluzione, di una putrefazione anche umana. Perché la violenza trova sempre la strada per concretarsi, al di là di ogni difesa si possa pensare di innalzare, al di là di ogni intervento si possa realizzare (paradigmatica, in questo senso, la narrazione dell’assalto alla città da parte di fantastici eserciti di bambini senza paura). Ma la violenza spaventa ancora di più, perché tutti ne possono rimanere coinvolti; o, ancor di più, tutti ne potrebbero essere capaci. Come se a ciascuno di noi camminasse una scimmia nera a fianco; una sorta di ombra, presenza demoniaca, concretazione materiale del nostro lato più oscuro e più refrattario al controllo (razionale o meno, non spetta dirlo).
Il viaggio di Prilepin è quasi visionario, una corsa a occhi chiusi, un delirante rosario di azioni feroci e furiose; ma il tutto sublimato intensamente e drammaticamente (nel senso di potenza rappresentativa) da un afflato poetico ricco, che sublima e porta a perfezione ogni quadro, ogni narrazione, ogni episodio; anche i più confusi e mortificanti.

“Morte di un autore”: un Dracula narrativo.

Morte di un autoreGiulio Gasperini
AOSTA – Quando uscì nel 1897 il “Dracula” di Bram Stoker divenne un caso editoriale. Non soltanto per la storia agghiacciante ma seducente che narrava, ma anche per la modalità narrativa in cui era stato composto: un sommarsi e sovrapporsi di lettere e pagine di diari che consentivano di aggiungere un tassello alla volta nella ricostruzione del quadro complessivo, tanti sapidi punti di vista che edificavano una narrazione non scontata e mai banale, sempre in attesa. Nessuno era il narratore principale ma tutti i personaggi, in una coralità sinfonica, co-partecipavano alla narrazione stessa.
Marija Elifërova, in “Morte di un autore”, edito da Voland nel 2013, ha deciso di prendere il capolavoro di Stoker come modello per consegnarci una storia fluida e appassionante su un novello vampiro, il misterioso personaggio, Miroslav Eminovič. Di questa storia, magistralmente narrata, non si può svelare troppo; pena, la perdita di gran parte del piacere della letteratura. Uno dei meriti principali della Elifërova è senza dubbio quello di aver creato un romanzo in frammenti, sfruttando un divertissement narrativo di notevole e indubbio impatto emotivo. Non ci sono soltanto lettere, tra le fonti della Elifërova: ci sono anche ritagli di giornale, di cronaca, di cultura, di critica; ci sono le improbabili pagine della grande Virginia Woolf; c’è la seduzione del cinema e la vanità degli attori; ci sono le pagine intelligente di una studentessa tedesca; ci sono le pagine dettagliate e poetiche di una donna che finirà pazza. Ci sono tante angolazioni, squadernati con sapienza e maestria da una narratrice che sa orchestrare e dirigere i molteplici e distanti punti di vista.
La storia forse è in parte prevedibile, in qualche momento anche scontata. Ma non è l’interesse principale di chi scrive. L’autrice si intuisce come voglia tenere tesa e vibrante l’attenzione del lettore rivelando poco alla volta, centellinando le confessioni e i dettagli, svelando emozioni e misteri con una perizia più che giornalistica. La storia di Miroslav Eminovič incuriosisce e stupisce: e fondamentale, in tal senso, è l’importanza che la Elifërova, nella sua veste di autrice, attribuisce all’importanza dello studio, della filologia, dei tomi alti e polverosi che infestano, per molte persone, le biblioteche, ma che invece le popolano di vita e saggezza. Il più svettante dei meriti, però, la Elifërova l’ha squadernato nella costruzione del rapporto tra autore (fittizio), protagonista (e modello) e riproduttore del protagonista (l’attore): le tre figure, di Alistair Mopper, di Miroslav Eminovič edi Imre Mikesz, rappresentano un capolavoro di sintesi del rapporto tra chi la storia la scrive (che lentamente si spegne di mancata fantasia), di chi ne è protagonista (e che pare vivere solo in funzione della narrazione) e di chi la riproduce (che diventa folle e non conserva più individualità). Il consueto gioco di specchi tra finzione e realtà, che in tanti hanno provato a teorizzare ma che mai nessuno è riuscito – con sapienza eterna e compiuta – a risolvere.

“Requiem per D. Chisciotte”: Dennis McShade dalla parte del killer

Requiem per D. Chisciotte_Voland_recensione ChronicalibriGiorgia Sbuelz
ROMA“Requiem per D. Chisciotte” è un romanzo noir del 1967, di Dennis McShade, pseudonimo dell’autore portoghese Dinis Machado, edito per la prima volta in italiano da Voland, che ha come protagonista Peter Maynard, un assassino di professione.

 

Maynard utilizza una sua personale filosofia per portare a termine gli incarichi: non si accontenta di essere un mero sicario, segue scrupolosamente un personale “codice etico”, se così si può definire, rintracciando le ragioni che si celano dietro ogni richiesta di uccisione, quasi a renderla un atto giusto.

 

Maynard vuole conoscere sempre “chi” deve uccidere, per questo il compito che gli è stato affidato stavolta gli sembra inammissibile: eliminare il magnate della finanza Big Shelley senza permettersi obiezioni e col divieto di raccogliere qualsiasi tipo di informazione. Il Sindacato del crimine, che lo ha assoldato sotto ricatto, è stato chiaro in merito: nessuna domanda. Ma Maynard, conosciuto anche come il Califfo, non ci sta. Lui, che per raccogliere le idee nei momenti critici legge l’Ulisse di Joyce… come può uccidere un uomo di cui non conosce la storia, e che per giunta porta il nome di un grande poeta inglese? Sa che si metterà nei guai, non si possono contraddire gli ordini del Sindacato, tuttavia non vuole nemmeno sottostare ai diktat dei suoi mandanti. Il Califfo non vuole invischiarsi in alcuna organizzazione, il Califfo non vuole padroni, per questo i suoi nemici sono numerosi e spesso nascosti.

 

Per alleviare la tensione a cui è sottoposto ascolta musica classica: Cajkovskij, Sibelius, Borodin… trangugia litri di latte per calmare la sua ulcera che si accende come una spia a sottolineare i passaggi della sua esistenza in cui frequentemente si perde, inseguendo le ombre della sua intensa attività cerebrale. Si ritrova sovente a fare a pugni con la propria coscienza, che rimane pur sempre la coscienza di un killer, ma non si presenta mai in disordine all’appuntamento con la sua vittima: sceglie con cura l’abito, si sistema la fondina sotto l’ascella e cambia la cravatta se è il caso.

Un professionista stimato, dunque, ma che spaventa per la sua troppa autonomia. Caricato su un’auto viene picchiato a sangue come avvertimento: non può permettersi di tergiversare indagando sulla vita di Big Shelley, gli ordini sono chiari. Ma chi si nasconde dietro il suo pestaggio? È davvero un monito del Sindacato? Quel che risulta chiaro è che nulla è come appare, anzi, può persino capitare che un assassino incaricato di uccidere un malavitoso, trovandosi faccia a faccia con lui, cominci a discutere di letteratura:

 

– Penso che il Don Chisciotte sia la vittoria dello spirito sulla materia. È l’elogio della pazzia – disse.

– E già – risposi. – Ma l’aspetto lirico della pazzia.

– È bello.

– È una delle opere più importanti scritte fino a oggi. Dentro ci sono i nostri mulini a vento, il mio, il suo quelli di tutti.”

 

Peter Maynard è infatti un chiaro riferimento dell’autore a Pierre Ménard, il protagonista del racconto di Borges, che aveva come ambizione quella di riscrivere il Don Chisciotte nel ventesimo secolo. A Maynard è dedicata un’intera trilogia che comprende La mano destra del diavolo e Mulher e Arma, tutti firmati da Machado come Dennis McShade. Lo pseudonimo era d’obbligo, così come l’ambientazione americana, per sfuggire alla forte censura perpetrata all’epoca in Portogallo. Eppure negli scenari cupi, fatti di bische e gangster incravattati, nelle claustrofobiche strade buie e nei pensieri dello stesso Califfo, è possibile percepire quell’atmosfera… è anche possibile simpatizzare per l’assassino, se l’assassino si presenta come un narcisista sovversivo che difende la propria libertà onorando i “contratti” meticolosamente.

Uno spietato filosofo il nostro Maynard, che abbellisce il cinismo della propria vita con la pura poesia. Machado offre in questo modo delle personali visioni, che diventano la sua suggestione narrativa, brillantemente rappresentata nei dialoghi tra i protagonisti:

 

“ – Raccontami, Maynard. A che cosa pensi?

Sorrisi con gli occhi chiusi.

– A Ravel.

Lei scosse la testa.

– Sei pazzo, Maynard. Dimmi.

– A Ravel, signorina. Sto riducendo tutto ciò che penso all’espressione più semplice. Ravel ha ragione. Ha fatto il Bolero con un’incessante ripetizione di note, cambia solo il movimento.

– E quindi?

– E quindi è come la vita. – Dissi e aprii gli occhi. – Le note sono sempre le stesse. Solo i movimenti cambiano. Il resto è un problema di orchestrazione.”

 

 

 

 

“Istemi” e le paranoie della sicurezza nazionale.

IstemiGiulio Gasperini
AOSTA – Cinque studenti universitari, nell’Ucraina della metà degli anni Ottanta, si appassionano a un gioco di ruoli fantastorico. Come ai nostri tempi, quando nelle lunghe sere invernali capitava di mettersi intorno a un tavolino e improvvisare amichevoli guerre con Risiko. “Istemi”, il romanzo dell’ucraino Aleksej Nikitin, edito da Voland nel 2013, è un curioso esperimento di sciarada, un racconto sempre in sottrazione, nel quale la comprensione è tutta a carico del lettore, e dove soltanto il finale getta luci più sicure e salde su tutta la trama e sulla caratura dei personaggi.
Il passatempo dei giovani universitari ben presto diventa un pretesto per cacciarli dall’Università, bandirli dal sapere, estraniarli dalla conoscenza. Niente meno che il Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti (meglio noto come KGB) si insospettisce dei loro nomi in codice, delle loro fittizie mosse, dei loro inventati spostamenti. E comincia un servizio di spionaggio che si dipana tra antiche lettere, telefonate misteriose e ancor più misteriosi pedinamenti. I protagonisti, e soprattutto la figura di Davydov, che come e-mail usa il nome di Istemi, l’ultimo signore assoluto del Khanato turco di Zaporož’e, si muovono in atmosfere oscure, al limite del paranoico. L’ambiguità tra realtà e finzione, tra gioco e vita, tra sospetto è certezza è costantemente portata al limite, estenuata ai limiti del fraintendimento. Anche gli eventi, i fatti che dovrebbero concedere al lettore spiragli di comprensione e di verità non sono così performanti e sicuri. La vicenda cardine accede nel 1984, l’epoca degli studi universitari e delle goliardate tra amici, mentre parallela corre la storia più moderna, di venti anni dopo: siamo nel 2004, e una mail contenente un ultimatum risveglia antichi ricordi e ancor più remote certezze. Questo evento è la causa scatenante una ricerca dettagliata e profonda delle vere ragioni, della realtà più profonda.
La tecnica narrativa di Nikitin è sicuramente interessante, un esperimento coraggioso di racconto in sottrazione: in alcuni punti il lettore si trova spiazzato, in balia dei sospetti e delle domande; ma forse anche questo fa parte dell’accorgimento narrativo. I sospetti, le domande, le incomprensioni si assommano e si sovrappongono, in un’accelerazione al disvelamento che è breve incursione in un mondo parallelo e alternativo, quello dominato dal morboso sospetto e dall’ansia della conoscenza a ogni costo.
Il breve romanzo di Nikitin, in molti punti intensamente ironico, sbeffeggia e critica la paranoia e l’ansia della sicurezza, così tanto affermata nei paesi del blocco sovietico. Tanto da non aver neppure la capacità di distinguere tra un semplice gioco e una minaccia reale.

La “Fisica della malinconia” e l’empatia, questa sconosciuta.

Fisica della malinconiaGiulio Gasperini
AOSTA – È francamente sorprendete leggere un romanzo che comporta un uso sfrenato dell’empatia. Oltre che gradevolissimo escamotage narrativo, il romanzo “Fisica della malinconia” dello scrittore bulgaro Georgi Gospodinov, edito da Voland nel 2013, fa riscoprire una parola che nel nostro vocabolario è sempre più bistrattata, se non addirittura ignorata, quando – ancora peggio – usata a sproposito. Perché empatia è una parola potentissima, che germoglia dal greco antico: en e pathos sono i due significati che la compongono e l’idea è quella di “sentire dentro”; ma un sentire in senso lato, una compartecipazione emotiva tra due o più entità umane. Anticamente si utilizza il termine per definire il rapporto emozionale stabilitosi tra poeta e pubblico, tra artista e spettatore. Al di là di queste mere riflessioni etimologiche – ma fondamentali per capire la portata e l’importanza del romanzo di Gospodinov – lo scrittore bulgaro ha un’idea folgorante: scrivere dal punto di vista di un bambino che riesce a calarsi nelle vite degli altri, tramite questa dote dell’empatia, e a rivivere le varie situazioni da angolature diverse, conquistando di volta in volta punti di vista diversi: “La tendenza all’empatia è più forte tra i 7 e i 12 anni. Le ultime ricerche riguardano i cosiddetti neuroni specchio, localizzati nella parte anteriore della corteccia insulare”.
L’avventura è un continuo sovrapporsi di situazioni, di eventi, di emozioni che devono essere ricostruite ma che si ricollocano nel piano temporale e logico con una facilità da fiaba. A fare da macrocornice il recupero del mito del Minotauro: un essere mostruoso, ma che forse è stato fin troppo punito dalla tradizione mitica per non provarne pietà e compassione (anche qua, nel senso più alto e tragico del termine). Ci si dimentica spesso della componente umana del Minotauro: era anche un uomo, è stato un bambino, è cresciuto ragazzo. Quale potrebbe esser stata la sua reazione al rifiuto genitoriale? Quale la sua sofferenza nell’esser chiuso in un labirinto senza uscita, senza amicizia, senza amore? “La storia di una stirpe può essere descritta attraverso gli abbandoni di alcuni bambini. Lo stesso vale per la storia del mondo”. Con l’età la tendenza all’empatia diminuisce, si scarnifica e cessa: ecco allora che è il bambino a creare e plasmare le storie e a teorizzare, prima che sia tardi, le grandi regole del racconto, del ricordo: dalla fisica della malinconia alla fisica del pulviscolo, che sedimenta e copre ogni racconto della storia.
E le storie dei protagonisti, soprattutto della famiglia del bambino, si dipanano attraverso guerre e sofferenze, toccando vari momenti della storia bulgara ed europea. Ma non soltanto le azioni sono i dati importanti; Gospodinov trasforma i suoi attanti in saggi, che distillano sapienza da ogni esperienza e che hanno come loro arma ultima la parola, con cui filtrare e comunicare le esperienze maturate e che spesso carica di un potente afflato lirico ogni aspetto del più insignificante quotidiano: “Ho imparato le lettere al cimitero di quella cittadina riarsa dal sole. Posso anche dire che la morte è stato il mio primo sillabario. I morti mi hanno insegnato a leggere. […] Non sapevo che sotto la lingua potesse covare tanta morte”.

Dalla carta a facebook, il racconto di Amélie Nothomb diventa corale

amelièROMA – Amélie Nothomb è tra gli scrittori contemporanei più amati e prolifici: dal 1992 ha pubblicato più di venti romanzi tradotti in 45 paesi diversi. I suoi libri, editi in Italia da Voland, riscuotono sempre un grandissimo successo; l’ultimo di questi successi è “Barbalù”, il romanzo che diventerà presto un film diretto da Daniel Auteuil. Come si addice allora, a ogni star 2.0, anche Amélie Nothomb entra in rete e regala ai suoi tanti fan italiani la possibilità di scrivere insieme un grande racconto. Dal 27 maggio al 7 giugno 2013, infatti, partendo dall’incipit di un racconto dell’autrice franco-belga inedito in Italia, gli utenti di Facebook avranno l’opportunità di far proseguire la narrazione in base alla loro creatività, con una sorta di scrittura collettiva. L’iniziativa, ideata e lanciata da GoodBook.it  in collaborazione con la scrittrice franco-belga e l’editrice Voland, ha delle semplici regole: ogni frase aggiunta dovrà avere un senso logico e una lunghezza massima di cinque righe. Al termine di questo divertente esperimento, Amélie leggerà il “racconto collettivo” e il risultato, insieme al racconto inedito scritto dall’autrice (download in pdf), verrà pubblicato su Facebook.

“Oh…” stupore e follia nel nuovo libro di Djian

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Luigi Scarcelli
Parma
“Il demonio si impossessa di un corpo ventiquattr’ore su ventiquattro o vi penetra solo a momenti?”La storia, problematica e controversa, di una donna di cinquant’anni é trattata da Philippe Djian nel libro “Oh…” nuova uscita della casa editrice Voland.

 

Michéle, questo il nome della protagonista, è una produttrice cinematografica di successo, con una vita molto complessa: il suo passato è terribilmente segnato dalla figura del padre, il cosiddetto “mostro d’Aquitania”, in carcere da trent’anni per aver fatto una strage a danno di innocenti bambini.  Per questo vive una giovinezza tremendamente difficile, una identità pesante da portare, ed è aiutata solo dalla madre, la controversa Irène e da Richard, fidanzato che sarebbe diventato suo marito. Nel presente Michele si è in parte riscattata, è infatti una donna di successo, rispettata  ma ancora al centro di una famiglia problematica: ormai separata da Richard, madre di un figlio,Vincent, immaturo e scontroso, convinto di costruire una vita con l’opportunista Josie, neomamma di Edouard. Unica vera confidente è Anna, sua amica e socia lavorativa alla quale però nasconde di avere una relazione con il marito Robert.

E il futuro? è proprio da qui che inizia il romanzo: Michéle è stata appena vittima di uno stupro in casa sua e dovrà capire chi è stato il suo violentatore, del quale non sa nulla e neanche immagina l’identità. Intanto la sua vita procede tra alti e soprattutto bassi: il rapporto con Vincent, la relazione clandestina e ormai priva di passione con Robert, l’invidia per la nuova fidanzata del suo ex marito Richard andranno di pari passo con la ricerca del violentatore e l’entrata in scena di Patrick, misterioso vicino di casa.

Il libro si legge tutto d’un fiato: è suddiviso in soli due capitoli,di cui il primo è la quasi totalità del romanzo mentre il secondo è l’epilogo, e le vicende della vita quotidiana di Michèle si accompagnano al ritmo quasi da thriller della ricerca dello stupratore.

Molto interessante è il modo in cui viene delineata la psicologia della protagonista: il suo minimizzare lo stupro, non volerlo denunciare per “quieto vivere”, il rapporto problematico con la madre e il marito da cui è separata ma del quale non sopporta dover conoscere la nuova bella e giovane fidanzata, il tutto sottolineato dalla narrazione in prima persona della protagonista. Philippe Djian scrive la storia di una donna, una donna la cui vita è attraversata dal lato oscuro e macabro che si manifesta negli uomini  (il padre, Robert, il misterioso stupratore) che ne entrano a far parte.

“Atti mancati” il romanzo d’esordio di Matteo Marchesini

Alessia Sità
ROMA “Stavolta so di non poter più reagire. Non trovo in me stizza, né paura, soltanto una grande stanchezza”

Nella vita di ognuno di noi c’è sempre un atto mancato che ci tormenta. Freud li definiva come un errore di azione, ovvero l’incapacità di fare realmente ciò che si desidera. Quante volte aspettiamo immobili in attesa che il destino faccia il proprio corso, senza contribuire in qualche modo al suo compimento? L’ultimo romanzo di Matteo Marchesini, “Atti mancati” edito da Voland e candidato alle selezioni del premio Strega, racconta una profonda storia d’amore e d’amicizia segnata da ‘alcune’ occasioni perdute e da inconsolabili rimpianti.
La vita di Marco, giornalista del Corriere di Bologna, viene stravolta quando durante la cerimonia di assegnazione del Bolognino d’oro al critico Bernardo Pagi – un docente universitario che in passato rappresentò per lui un modello da seguire – rivede la sua ex fidanzata Lucia. L’inaspettato ritorno della ragazza a Bologna, catapulta l’intellettuale trentenne in un vortice di ricordi, seppelliti sotto la corteccia di asetticità creata nel tempo. Tra Bassa e Appennini, osterie, cliniche, paesi,  campagne e  vecchie conoscenze, Lucia spinge Marco a rianalizzare le zone più oscure del loro passato, della loro storia e del loro legame con Ernesto, l’inseparabile amico di sempre. “Atti mancati” è un continuo avvicendarsi di un passato felice e un presente doloroso, in cui gli errori e i vecchi fantasmi, prendono gradualmente forma fra la paura di crescere, sconvolgenti scoperte e un romanzo mai finito. Il desiderio di raccontare, narrare, scrivere, sembra improvvisamente essere l’unica speranza per poter mettere ordine nel caos generato dalla vita. Si ha costantemente la sensazione di sfiorare una qualche presunta verità, che purtroppo perde quasi di valore nel dolore di una logorante malattia e nel dramma della consapevolezza di non poter più rivivere quel passato spensierato e quell’amor perduto. Per Marco è arrivato il momento di affrontare la realtà e di terminare il suo romanzo, che per troppo tempo ha lasciato in sospeso.
“Atti mancati” è una toccante storia di vita, che commuove e spinge a riflettere su quanto sia fondamentale agire senza aspettare che le cose accadano per caso (“Ho solo scritto, scritto per dovere, aspettando che succedesse qualcosa”).
Con uno stile brillante ed elegante, Matteo Marchesini ci regala un bellissimo romanzo di formazione, guidandoci nel cuore di una splendida Bologna, in cui ogni angolo, ogni piccolo dettaglio della città diventa funzionale al racconto e alla storia dei suoi personaggi.

“Delitto a Villa Ada”, il movente poetico di un omicidio

ROMA “E più sono intelligenti più sono pericolosi, creda a me che li conosco. Quello che è successo a Villa Ada si spiega solo così”. 

A differenza di tutti quelli che a Villa Ada ci vanno solamente per la corsa mattutina, Vasco Sprache nella villa ci vive e lo fa come un barbone. Nonostante sia un poeta conosciuto e un uomo di bell’aspetto, Sprache ha fatto del parco la sua casa e personalizza i viali appendendo agli alberi le sue poesie. Un giorno, però, viene ritrovato morto. Da questo delitto partono le indagini del commissario Sperandio, figlio di professori universitari e ultra quarantenne con il pallino per la poesia. Sperandio, infatti, è tra coloro che tutte le sere, dopo lavoro, si dedicano a comporre versi e la mattina, prima di recarsi a lavoro, con qualsiasi clima, si reca a Villa Ada per correre. E Sperandio conosce bene il parco e i suoi anfratti e, attraverso gli interrogatori per scoprire il colpevole del delitto, conosce anche tutti coloro che corrono e hanno un qualche rapporto con la poesia. Tra questi c’è Giorgio Manacorda, il professore universitario in “odore di nobel” che ha ritrovato il cadavere di Vasco Sprache.

 

Giorgio Manacorda in “Delitto a Villa Ada” – pubblicato da Voland – diventa personaggio, maggior indiziato per l’omicidio e forse vittima anche lui di un mistero che si gioca sul filo del verso poetico.

La trama del racconto è avvincente e il libro si dipana fino all’ultima pagina arricchendosi di colpi di scena e rimandi letterari (i nomi degli indiziati sono i cognomi di poeti italiani celebri, l’amicizia dell’autore con Pasolini, il ruolo “banalizzato” della poesia e lo scontro perenne tra ispirazione poetica e qualità letteraria). Autoironico e irriverente è Manacorda che scrive una favola noir dalle sfumature linguistiche e stilistiche degne del suo nome e del suo personaggio anche fuori dal romanzo.