“I sogni di Clara” e le speranze vane nel racconto di Giovanni Mistrulli per Volevamo solo ridere

“I sogni di Clara”
GIOVANNI MISTRULLI – Attendono che Clara esca da scuola, la sorprendono sempre in quella stradina stretta. La deridono, la spintonano, e prima di andarsene dicono quelle parole, che fanno più male degli spintoni e degli schiaffi. Tornatene al tuo paese, sporca negra.
Ma loro non sanno che Clara un paese non ce l’ha più, o forse non ce l’ha mai avuto. Lei e sua madre sono arrivate su uno di quei barconi che si vedono in televisione, uno di quelli carichi di quelle facce stravolte e di quegli occhi terrorizzati. Continua

“Un insolito ritorno”, il racconto a tema libero di Alessandra Guenci per Volevamo solo ridere

“Un insolito ritorno”
ALESSANDRA GUENCI – Non ci sono dubbi che il paesino non sia niente di che. È semplice, curato, ma a questo tipo di bellezza, a questa natura pressoché inviolata, non siamo più abituati.
Lo abbiamo girato in lungo e largo, osservandolo prima dal punto panoramico in cima al castello, con le cime innevate dell’Appennino sullo sfondo. Poi camminando lungo il corso del paese, dove fra una macelleria, una tabaccheria e un bar, si snoda il centro. Cambiato il punto di vista, non abbiamo colto sensazionali novità. Anzi il centro è quasi commovente, nella sua povera e autentica semplicità.
Il “rudere” come lo chiamano a casa, è in fondo a una piccola strada in discesa che parte dal corso. Continua

“Il mio ragazzo”, il racconto di Ermanno Tamburrano per Volevamo solo ridere

“Il mio ragazzo”
ERMANNO TAMBURRANO – I tempi a cavallo tra la scuola elementare e le medie mi sono rimasti impressi, cuciti addosso, stampati nella memoria. I motivi credo siano riconducibili ai ricordi che mi appaiono, nitidi, oggi più di ieri, come le figure che mi rilassavo a disegnare quando il maestro ci lasciava la libertà di immaginare. Ed io mi divertivo tanto. Alcuni miei compagni si annoiavano, pensando a chissà cosa, li vedevo strani, distanti. Ricordo il sole, e mentre cambiavo i colori fra le mani guardavo spesso fuori. Cercavo sempre di avere un banco che desse sul cortile, una finestra che mi permettesse di sognare, perché dopo un po’, lo devo ammettere, ascoltare la lezione mi stancava. Continua

“La scommessa”, Giorgia Sbuelz narra il bullismo per Volevamo solo ridere

“La scommessa”
GIORGIA SBUELZ – “Scommettiamo che ti faccio pisciare sotto?”: la minaccia si era accesa con una notifica della chat sullo smartphone. Erano solo le sette e mezza del mattino e già la giornata prometteva male.
Edoardo si affrettò a cancellare: faceva così con tutti i messaggi che riceveva da Mattia. Nel suo inconscio sperava che, polverizzandoli nell’etere, sarebbero spariti dalla sua testa e da quella del suo persecutore.
Era al primo anno di scuola superiore e aveva capito che il suo aspetto, ancora caratterizzato dallo scafandro dell’infanzia, non gli sarebbe stato d’aiuto per inserirsi nel nuovo contesto. In classe alcuni ragazzi avevano già un’ombra di peluria sul labbro, altri avevano sviluppato una discreta muscolatura. Per non parlare dei ripetenti: quelli sembravano già grandi.
Lui era mingherlino, il volto da bambino e le lentiggini sul naso. E poi la timidezza. Non riusciva proprio ad interagire in maniera sciolta con i nuovi compagni di classe. C’era una sola persona che lo conosceva dalle medie, era una ragazza, e parlare solo con lei a ricreazione era diventato imbarazzante per entrambi. Tutto era diventato improvvisamente imbarazzante, o almeno lo diventava agli occhi degli altri.
Il maglione che gli aveva regalato la zia a Natale era imbarazzante; pane e stracchino all’ora di ricreazione era imbarazzante; le scarpe da ginnastica prese ai grandi magazzini erano imbarazzanti… ma perché fino all’anno precedente non aveva notato come tutto questo fosse imbarazzante?
Forse perché Mattia doveva ancora arrivare a strappare il suo maglione quando lo afferrava per il colletto, perché Luca doveva ancora lanciare la sua merenda dalla finestra, perché Ludovico e Michi dovevano ancora canzonarlo durante l’ora di educazione fisica: “Ehi sfigato, ti volevamo far sparire le scarpe, ma queste nemmeno alla Caritas le accettano!” E giù a ridere.
Sfigato. Sfigato. Sfigato dalla mattina alla sera. Sfigato in classe e a casa, perché una volta finito lo stillicidio a scuola, cominciava quello via chat. Per non parlare dei soldi che gli chiedevano. In principio pensò di parlarne con sua madre, ma prevedendo come si sarebbe comportata, evitò: avrebbe chiesto un incontro col preside, poi gli insegnanti avrebbero distribuito una circolare e tutto per “colpa” sua. Così, a tempo debito, Mattia e gli altri lo avrebbero aspettato in bagno per rompergli le ossa.
A ragionarci bene, solo gli sfigati si rivolgono alla mamma. Perciò continuava a subire in silenzio, convinto che fosse lo scotto da pagare per entrare nel pianeta degli adulti.
Salì sull’autobus diretto a scuola immaginando in che modo quei ragazzi l’avrebbero fatto pisciare sotto.
Bombe d’acqua? Docce gelate? Altre feroci intimidazioni? Niente di nuovo.
Quella mattina però successe altro. Un’assemblea straordinaria era stata indetta nell’istituto. Il preside e gli insegnanti avevano chiamato a raccolta gli studenti per informarli sui provvedimenti presi contro il fenomeno del bullismo di cui avevano avuto segnalazione. Ribadendo l’importanza del dialogo e del coraggio della denuncia, il preside passò il microfono alla signora Paola, assistente sociale: “Sono qui perché è capitato anche a me, perciò ho intrapreso la mia professione, come reazione ai soprusi. Ricordo che tacevo per timore di sentirmi ancora più inadatta, o come direbbero loro, più sfigata: per il mio aspetto acerbo, per i miei abiti, addirittura per il panino allo stracchino che portavo a merenda. Posso dirvi che i segnali di chi subisce sono inconfondibili: voti a scuola che precipitano, chiusura sociale… depressione. Se sta capitando anche a voi, uscite allo scoperto, parlatene, non abbiate paura. Non siete degli sfigati, siete delle vittime che possono riscattarsi. Scommettiamo che insieme ci riusciamo?”
In fondo all’aula magna Edoardo, piccolo piccolo fra gli spilungoni, aveva ascoltato sua madre chiudere l’assemblea. Sorrise perché adesso sapeva cosa fare: questa volta la scommessa l’avrebbe vinta lui.

© Racconto di Giorgia Sbuelz per “VOLEVAMO SOLO RIDERE”, iniziativa di ChronicaLibri.
Tutti i diritti riservati.
© Foto di Vivian Maier

“Perché non l’hai capito, mamma?”: la richiesta di aiuto di una ragazza. Il racconto di Daniela Sapone per Volevamo solo ridere

“Perché non l’hai capito, mamma?”
DANIELA SAPONE – Possibile che non ti sei accorta di niente? Sono due mesi, ormai, che mi tormentano. Due mesi di incubo, due mesi che non ce la faccio più. E tu niente, non sei capace di dire niente, non mi guardi negli occhi, non capisci, non mi capisci. Ma sì, sarà l’età, dici con sufficienza alle tue amiche; meno male che almeno studia, Ornella, continui a dire con orgoglio a loro. Ma guardami mamma, guardami almeno una volta. Smettila di uscire tutte le sere con ‘sto cazzo di burraco. Mi saluti che sei già sulla porta, ciao amore, mi raccomando non studiare troppo che ti si rovinano gli occhi. Già, gli occhi. No mamma, non ho più voglia di studiare, la tua figlia modello non esiste più. Continua

“Ogni maledetta notte”, le parole di Vincenzo Zonno per Volevamo solo Ridere

“Ogni maledetta notte”
VINCENZO ZONNO – La notte non porta nulla con sé. È fastidiosa e stupida, e induce la nausea. Qualcuno vomita negli angoli. Ha bevuto senza sfogare l’alcol e il caldo li ha fiaccati fino a farli stremare in terra. Le pietre nere, lungo i marciapiedi, bollono. Smollano le tante ore di sole dell’intera giornata. Restituiscono la tortura al mittente e chi stramazzato cerca un attimo di conforto a sofferenze ampiamente volute, nell’intera nottata, sente questo bollore trapassargli il corpo. Umiliargli il viso appiccicoso di lacrime e sudore e chissà quale altro liquido rivoltante. Tu li vedi, sono tuoi amici, sono giganti. Hanno stesse vite, interessi, sogni disillusi. Tutti allo stesso modo studiano sperando in un futuro frizzante. Continua

“La migliore approssimazione al paradiso”, Andrea Siviero tra i narratori di Volevamo solo ridere

“La migliore approssimazione al paradiso”
ANDREA SIVIERO – Mentre percorri la banchina del binario sette, pensi alla faccia di tua madre quando saprà che anche questa mattina sei entrato in ritardo a scuola. La decima volta in due mesi.
Anche questa volta non avrai il coraggio di dirle che i tuoi compagni ti hanno visto arrivare a scuola in orario. Non dirai a tua madre che ti hanno visto tutti quando Monti e Iorio ti hanno spinto in un angolo e ti hanno costretto a seguirli con il solito ricatto. Quando Monti e Iorio ti hanno rinchiuso in uno dei bagni più isolati del piano seminterrato non hai neppure protestato. Questa volta non hai provato a liberarti dalla prigione prendendo a pugni e graffiando la porta come la settimana scorsa, quando ti hanno chiuso in un armadio dell’aula di Arte deserta. Questa volta ti sei rassegnato, hai aspettato con l’orecchio appoggiato alla porta e hai risparmiato le energie. Continua

“Le mani sull’anima”, Raffaella Mammone interpreta Volevamo solo Ridere

“Le mani sull’anima” 
RAFFAELLA MAMMONE“Pronto un cazzo! Brutta stronza, sei ancora viva?” – urlò la voce maschile all’altro capo del filo. Federica interruppe immediatamente la telefonata. Tremava, in preda ad un’agitazione che le arrestava il respiro, mentre annaspava tra emozioni che si accavallavano più velocemente di quanto lei stessa riuscisse a generarne. Era letteralmente sopraffatta da una valanga di pensieri che lentamente si trasformavano in paure, in sentimenti che si muovevano frenetici dentro lo scrigno di ricordi che credeva riposti per sempre ma che invece vivevano come milioni di formiche in piena attività, a sua totale insaputa. La mente percorse spazi immensi in pochi attimi cercando di mettere a fuoco quel che accadeva mentre il “numero privato” continuava a richiamare ininterrottamente, scagliandosi con furia verso di lei che aveva scelto di rispondere col silenzio. Continua

“Chi era il più forte”, Rubens Lanzillotti per i Racconti d’Estate Volevamo solo ridere, iniziativa di ChronicaLibri

“Chi era il più forte”
RUBENS LANZILLOTTI – Alle medie funzionava così.
Avevo una paura matta di andare in giro per i corridoi, perciò mi misi a fare il bullo pure io.
“Finalmente hai capito chi comanda” mi fece Andrea.
Ora il punto era che lui non sapeva nulla.
Un giorno Francesco mi puntò il butterfly contro. Parlo di quel coltello che si apre in due parti e che fa uscire la lama di scatto. Voleva il mio lettore cd nuovo ed io proprio non volevo darglielo. Andrea era in classe. Come al solito se la prendeva con Fabio. Io avevo deciso di andare al bagno con i Linkin Park nelle cuffie. Il mio primo lettore cd blu era diventato un’estensione del mio corpo. Mi faceva sentire al sicuro.
Schiaffi da parte di mia madre, schiaffi da parte di mio padre e in quel momento schiaffi anche da parte di Francesco che se ne stava lì con il butterfly in mano e non scherzava mica. Continua