Laureato in italianistica (e come potrebbe altrimenti), perdutamente amante dei libri, vive circondato da copertine e costole d’ogni forma, dimensione e colore (perché pensa, a ragione, che faccian anche arredamento!). Compratore compulsivo, raffinato segugio di remainders e bancarelle da ipersconti (per perenne carenza di fondi e per passione vintage), adora perdersi soprattutto nei romanzi e nei libri di viaggio: gli orizzonti e i limes gli son sempre andati stretti. Sorvola sui dati anagrafici, ma ci tiene a sottolinare come provenga dall’angolo di mondo più delizioso e straordiario: la Toscana, ovviamente. Per adesso vive tra i 2722 dello Zerbion, i 3486 del Ruitor e i vigneti più alti d’Europa.

“I maestri del pensiero indiano”: la ricchezza del pensiero del paese più “strano” al mondo

Giulio Gasperini
ROMA – L’India è, forse, il paese più “strano” al mondo. “Strano” per la sua grandezza, che la rende quasi un continente (3.287.590 kmq, il settimo al mondo per estensione) e per la sua popolazione da capogiro (1.173.108.018 abitanti); per le sue contraddizioni, e per la sua ricchezza e varietà di architetture e religioni; per la sua composizione climatica (dal deserto di Jaisalmer alle foreste tropicali delle Andamane) e la sua frammentazione linguistica (1.652 dialetti oltre alle lingue “ufficiali”). Ma è anche un paese dalla storia millenaria e dalla grande eredità culturale: in particolar modo filosofica e religiosa. Giuseppe Gangi ne “I maestri del pensiero indiano dai Veda a Osho” delle Edizioni Clandestine (2011) vuole proprio ripercorrere la storia del pensiero che in questo subcontinente s’è sviluppato e ha finito per colonizzare e condizionare la crescita e lo sviluppo della società e della cultura di altri continenti, primi fra tutti l’Europa.
L’India ha, infatti, da sempre affascinato il Vecchio Continente: per la sua distanza, la sua magia, la sua apparente invulnerabilità, il suo mistero remoto. Dai romanzi di Salgari, ad esempio, ambientati in un’India quasi inventata, immaginata e mai esplorata, imparata dai libri e dai racconti di viaggiatori coraggiosi, passando dal fascino delle poesie di Tagore che gli valsero il Premio Nobel nel 1913 (straordinariamente assegnatogli dopo quello, del 1907, a Kipling, cantore, all’opposto, del colonialismo inglese), per finire al viaggio che i Beatles vi compirono nel 1968, per frequentare un corso di meditazione presso l’ashram di Maharishi Mahesh Yogi.
L’India è ricca e ubertosa: la bibliografia che la riguarda è talmente imponente da passare persino trascurata, consultata con velocità insidiosa. Ecco, allora, che il volume di Giuseppe Gangi può aiutarci a far un po’ d’ordine ed entrare in possesso dei primi e più rudimentali sistemi d’orientamento. Dai Veda, raccolta in sanscrito di testi sacri dei popoli arii che fondarono l’insieme delle dottrine religiose dell’induismo, al pensiero filosofico di Osho, i cui scritti son diventati dei veri e propri best-seller da primi posti in classifica, passando per l’esperienza del Buddha e del buddhismo, che in India conserva tre posti sacri (Bodhgaya, Sarnath, Kushinagar), e giungendo ad analizzare il pensiero dell’India contemporanea, divisa tra colonialismo inglese, voglia d’indipendenza e crudeltà intestina (da Tagore a Gandhi), Gangi permette anche ai meno esperti di poter costruirsi le ragioni di un mondo, quello indiano, così lontano ma anche così fortemente composito che, in un gioco di costanti equilibri e di profonde contraddizioni, riesce ancora a sorprendere sé stesso e si esagera, persino, potenza del futuro.

“L’amore negato” e il presunto diritto alla felicità.

Giulio Gasperini
ROMA – Vero o presunto è il diritto alla felicità? È dovuto o supposto? Esigibile o auspicabile? La Dichiarazione d’Indipendenza americana, già nel 1776, sancì, con forza, che gli uomini, creati eguali, sono stati dotati di alcuni diritti inalienabili “by their Creator”, tra i quali “life, liberty and the pursuit of happiness”; vita-libertà-ricerca-della-felicità. Il diritto alla felicità è anche l’assillante esigenza che muove Severa, la protagonista de “L’amore negato”, l’ultimo romanzo della ahimè dimenticata Maria Messina, edito nel 1928 dall’editore Ceschina. È così urgente la sua pretesa di felicità da soffocare gli altri istinti, da reprimerli inconsciamente, pensando unicamente al fare, all’agire, alla “roba”; proprio quella “roba” di verghiana memoria. Se, infatti, Maria Messina non può iscriversi nell’ambito della letteratura verista, è pur vero che Verga fu l’unico personaggio del mondo letterario col quale la giovane donna ebbe contatti. Maria Messina nacque, guarda caso, a Palermo, fu siciliana: sicché non le fu estranea la “filosofia della roba”, così magistralmente teorizzata soprattutto nelle novelle verghiane. Colpisce, il romanzo, infatti, soprattutto per la spietatezza della vicenda, per l’ineluttabilità dei comportamenti, per il disincanto che la vita oramai pare aver gettato nel cuore di una giovane donna e scrittrice, già consapevole che la sua malattia, la sclerosi multipla, l’avrebbe condotta a una morte attesa e prevedibile; che fu da tutti ignorata.
Severa (che bell’invenzione, il nome!, così altero e austero) disdegna la madre, la sorella, il fratello un po’ picchiato, che finisce per annegare, chissà quanto casualmente, in un fiume tumultuoso. Disdegna la loro vita di povere, le confina nelle stanze che un tempo furon ripostigli, perché il resto della casa le serve per fondare e guidare un’impresa di sartoria: soprattutto di cappellini che, all’inizio, le signore altolocate corron a comprare e farsi fare su misura; poi, virata la sorte, se ne vanno altrove, e a Severa resta l’umiliazione di veder fallire l’impresa nella quale aveva investito ogni più misero soldo di un’eredità ricevuta per grazia d’una vecchia, malata immaginaria ma abbandonata, accudita non per sincero spirito caritatevole, né per mutuo soccorso, ma per gelido tornaconto.
Fallisce, Severa, per causa sua: per la rudezza dei suoi modi, per gli scostanti atti, per una naturale superbia che le derivava dal suo pretendere, senza il minimo dubbio, la felicità. Fu troppo convinta di meritarsela, ché la sua vita era stata indefessa e rigidamente rivolta alla conquista della felicità stessa (che non si può chiamare in altro modo), in un circolo di cause ed effetti che subito, senza troppe illusione, collassò nel dolore. E anche l’amore la stordì: si illuse d’un legame mai allacciato, d’un sentimento mai provato, d’una passione mai esplosa. Si illuse e illudendosi si scoprì fragile, vulnerabile, esposta all’assedio e facile da espugnare: tutto quello che di lei non avrebbe mai voluto né vedere (lei stessa) né rivelare (agli altri).
E per vendetta, nei confronti del mondo, non si concederà la capitolazione, non si accorderà la resa; fuggirà ogni legame, soprattutto quelli familiari, e si negherà ogni altro possibile amore.

“L’Alhaji”:una storia su una Nigeria da tempo preda del nuovo colonialismo.

Giulio Gasperini
ROMA – Potrebbe essere una delle potenze del mondo, la Nigeria, se solo non fosse così terribilmente straziata da sé stessa. È una delle regioni al mondo più ricche di petrolio, è lo stato africano più abitato (160 milioni di persone), ha delle ingenti risorse di sottosuolo e di prodotti naturali. Potrebbe veramente diventare uno dei nuovi fulcri economici del mondo: ma non ci riesce. Troppe divisioni al suo interno, troppi interessi personali e privati, troppe inutili e cieche violenze che ne condizionano la vita, che ne appestano le menti, che ne limitano la lungimiranza e gli orizzonti. Leo Finzi, ingegnere civile esperto di mondo, si concreta come un nuovo Joseph Conrad e il suo romanzo, “L’Alhaji”, pubblicato da Alberto Gaffi Editore nel 2011 nella collana Godot, si esagera come un “Cuore di tenebra” di questa nostra stanca contemporaneità.
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“Le più belle pagine della letteratura sulla montagna”, là dove il pensiero si fa più leggero.

Giulio Gasperini
ROMA – La montagna è stata, nella letteratura italiana, una presenza costante ma silenziosa, dimessa, rispetto al più chiassoso, ipertrofico e tiranno mare. Più umile la montagna, più apparentemente remissiva. Come lo è nella realtà. In superficie calma, mai rumorosa, piuttosto refrattaria alle mode e agli eccessi. Sicché ecco la sorpresa nello scovare raffinate pagine della letteratura che hanno lei come protagonista, o come privilegiato scenario di vicende che spaziano dalla scalata sportiva all’indagine delle prospettive intime del sé. Le edizioni e/o raccolsero, nel 1992, un florilegio de “Le più belle pagine della letteratura sulla montagna”, perché la montagna, più del mare e di altri paesaggi antropici e naturali, è mutevole, vivace, briosa; e spinge al pensiero e alla meditazione.

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“Una via di pace”: dell’impegno e dell’ottimismo.

Giulio Gasperini
ROMA –
Il giornalista Andrea Semplici, raffinato descrittore d’orizzonti, ci regala un’altra straordinaria avventura. Questa volta condividendola con Mario Boccia, un fotoreporter specializzato in reportage sociali. La mèta dell’ennesima esplorazione è la Palestina; e Israele. Senza badare alla politica né alla logica del limes. Sono partiti, i due, per un reportage che si inserisce nell’ambito del programma di cooperazione internazionale Med Cooperation, finanziato dalla Regione Toscana oramai da più di dieci anni. Il risultato dell’incontro tra questi due maturi giornalisti, e la vivace Terre di Mezzo Editore, da sempre in prima linea nel sociale e nella cooperazione, è “Una via di pace. In viaggio tra Israele e Palestina” (2011).
Sei città, nemmeno tra le più famose di questo lembo straziato di terra, sono state visitate e, ancor più, esplorate: Akko, Haifa, Tulkarem, Taybe, Nablus e quella che la tradizione narra esser stata la prima città del mondo, Gerico. Tutte realtà particolari, dipinte con parole sapienti e curiose del mondo, di ogni suo dettaglio. Le esperienze concretamente vissute, tutte le verità toccate, annusate, viste coi sensi propri di chi impugna la penna, tutto il materiale umano che è il solo indispensabile per capire un paese e per compilare un’ottima guida di viaggio Semplici e Boccia sanno benissimo come raccoglierli e come proporceli, pianificando un viaggio che osservi le persone negli occhi, nei loro comportamenti, nelle loro abitudini e passioni, piuttosto che ammirare i monumenti e limitarsi alle pietre che subiscono il trascorrere dei secoli.
Sono nati, alla fine, dei brevi ma cesellati componimenti, non delle descrizioni ma dei veri e propri “ritratti” di città, proprio perché viste soprattutto nelle loro componenti antropologica, sociale, umana. I tre comuni israeliani e i tre palestinesi sono narrati negli aspetti più caratteristici e peculiari, se ne svelano segreti e curiosità, se ne cerca di penetrare l’anima e di trovare le ragioni della loro unicità e esclusività. Accompagna le parole un ricchissimo apparato iconografico: foto splendide, parlanti, che paion modellate dalle parole; mentre le parole sembrano prendere vita allo splendere dei colori sorpresi e catturati negli scatti.
Ecco allora che riusciamo a visitare, col pensiero prima ancora che col corpo, Akko, “la sola città di Israele che […] abbia conservato intatto il suo carattere arabo”; oppure Haifa, “una città di tasselli che cercano di incastrarsi l’uno con l’altro”. Oppure potremmo decidere di fermarci a Taybe, per assaggiare “the best humus of the region”; o proseguire per Tulkare, dove i risvegli sono lenti e si beve succo di harroob (carruba); potremmo perderci nel passato prestigio romano di Nablus o cercare di sorprendere il gocciolare del tempo a Jabal al-Quruntul, il Monte delle Tentazioni a Gerico. Tutte le sei città prendono forma e vita; e a noi che vorremmo visitarle, sorprenderci della loro meraviglia, si arrendono docili, con la dolcezza tipica di chi sa che abbandonare le armi e disporsi all’incontro siano le uniche vere “vie di pace”.