Due giorni per innamorarsi di Erri

Marianna Abbate

Varsavia – Nella hall dell’albergo io e Silvia, la mia compagna di stage all’Istituto Italiano di Cultura a Varsavia, siamo entrambe imbarazzatissime. Erri de Luca arriva tranquillo e cortese come sempre, ma della fila di taxi davanti all’albergo nemmeno l’ombra. Ecco, penso, il primo disguido della serata! Appena saliti sul taxi già fiumi di parole scorrono dalla mia bocca, un po’ per curiosità e un po’ per l’emozione. Lui risponde pacato, tranquillo- questo aggettivo ricorrerà spesso nel mio racconto. Durante la cena ho l’occasione di scambiarci due parole, ma cerco di rimanere nell’ombra per non stressarlo troppo. Si stanca presto e lo riaccompagno all’albergo in taxi, emozionata più che mai. Lui è sempre gentile e mi saluta.
Il giorno dopo è pienissimo, lo aspettano mille interviste.

Il direttore dell’Istituto ci dice di accompagnarlo a pranzo, e io e Silvia ci avviamo sempre più agitate. Ordina una bruschetta tonno e cipolle di cui mangia solo il tonno, lasciando il pane gommoso.  Sorride e dice che si rifarà a cena.

E risponde paziente alle mie mille domande sulla Bibbia, sulle traduzioni sulla letteratura. E m’illumina di sapere. Così come spiega nel libro “Le sante dello scandalo” ci parla di come,  ad esempio, nella traduzione ufficiale della Bibbia c’è malizia: che la punizione del parto doloroso di Eva è un’invenzione- partorirai con sforzo, dice il testo originale 
Lo riaccompagniamo in albergo a riposare: in serata lo aspetta l’incontro ufficiale con i lettori.
Appena arrivata ne approfitto per farmi fare una dedica sulla versione polacca di In nome della madre. Si ricorda il mio nome senza che gli dica niente. Seduta tra la folla di lettori approfitto per osservarlo, mentre un attore legge frammenti dei suoi testi.
È bello, anche se dimostra più anni di quelli che ha. Forse è il sole e l’aria di quella montagna che ama tanto. I suoi occhi sono magnetici, azzurri e trasparenti.   Poi tocca a lui a parlare, cerco di prendere appunti ma non è tanto semplice.
Si presenta e ci dice che in realtà il suo nome è Harry o qualcosa di simile, ereditato da una nonna americana. Ci chiarisce che a diciott’anni, stufo di dover spiegare a tutti come si scrivesse, lo ha semplificato. E poi racconta della sua Napoli: città spagnola, per sbaglio localizzata in Italia. Per pigrizia chiamata Nea Polis, città nuova, come mille altre, e distinta dalle altre per la peculiarità dei suoi abitanti. Dice che da piccolo lo scambiavano per americano e si stupivano che questo straniero parlasse così bene il napoletano.
A Napoli deve la sua educazione sentimentale, i tratti fondanti della personalità:  compassione, collera e vergogna. Dice che lontano da Napoli è come un dente staccato dalla mascella, senza radici- solamente appoggiato.
Il napoletano è la lingua della fretta, adatto al commercio e al litigio; l’italiano la lingua silenziosa dei libri. Un meritato riposo dopo il chiasso della città. Una città dai muri di tufo, che non separano per nulla, e attraverso le porosità permettono di ascoltare tutto quello che accade intorno.
Scrivere è la sua compagnia, assieme alla lettura e tra i suoi autori preferiti proclama  poeti del Novecento. Quel ‘900, secolo delle rivoluzioni, di cui è stato pienamente parte.
Mentre firma gli autografi io decido di andarmene. Entro in una drogheria per “buttare” qualche soldino e uscendo lo vedo venirmi incontro. Mi abbraccia ridendo e dice “Volevi evitarci, eh?”. Mi ringrazia e io emozionata ringrazio lui. Di essere e di scrivere. Mi bacia e attraverso gli occhi lucidi vedo i suoi, così azzurri, mentre mi dice: “Ci vediamo a Roma”. 
Ci puoi contare Erri. 

Esordire con "La Confraternita del Lupo", un thriller a sfondo storico: intervista a Daniele Lombardi

Marco Di Luzio
ROMA – ChronicaLibri ha intervistato l’esordiente Daniele Lombardi, autore del romanzo “La Confraternita del Lupo”
 
La Confraternita del Lupo è il tuo primo libro e come esordio cominci subito con il genere forse più difficile, il “thriller” che deve saper appassionare e non sembrare copiato da altri libri già scritti. Come nasce l’idea di cimentarsi con questo genere e come nasce più in generale il libro?
L’idea di questo libro nasce per gioco, parlando con gli amici dell’associazione archeologica Ad Pyr, per promuovere il territorio molisano, a cui siamo legati e che ha una fortissima vocazione turistica non sfruttata.
Occorreva però rendere digeribili tutte le nozioni sulla storia e sulla geografica dei luoghi descritti. Il genere thriller, giallo o “giallognolo” – come lo definisco per ridimensionarne l’importanza – si prestava perfettamente a raccontare delle vicende ambientate nei boschi, luoghi bui e ancestrali per definizione, che descrivono gli arcaici riti sanniti e celtici, infarcite di superstizioni e riferimenti anche fiabeschi. La scelta è risultata quindi quasi obbligata e se poi sia effettivamente riuscito ad appassionare e a rendere originale la storia, questo dovranno deciderlo i lettori. 
Il libro è molto accurato dal punto di vista della ricostruzione storica e ricco di citazioni archeologiche. Quanto lavoro c’è dietro?
Parecchio, a dir la verità. Mi sono documentato partendo dalle citazioni storiche contenute nei testi di Tito Livio e di Theodor Mommsen per poi occuparmi di tutti i libri e le dispense dei vari studiosi locali, scoprendo anch’io notizie sul territorio molisano e abruzzese che ignoravo completamente. Sul web ho appreso la storia sul popolo dei Sanniti e le nozioni di numerologia e di arti magiche. Il lavoro di ricerca è stato quasi quello di un saggio perché volevo che, al di là della parte narrativa, ci fosse un reale apprendimento da parte del lettore delle notizie storiche e archeologiche. Lavoro che è stato premiato perché La Confraternita del Lupo verrà proposto ad un provveditorato molisano come libro di testo per il biennio di alcuni licei.
La storia è ambientata nella tua terra natale e molti personaggi sembrano quasi reali, come se ti fossi ispirato a persone che vivono lì davvero. E’ un vantaggio o uno svantaggio conoscere così bene un posto? Nel senso, è più facile muoversi all’interno della costruzione delle scene o bisogna stare sempre attenti a non cadere nel “vissuto personale” e trasformala quasi in una autobiografia?
Il rischio dell’autoreferenzialità è sempre presente e anche inevitabile, ma più che raccontare la mia vita ho cercato di descrivere quello che in questi anni ho osservato dal mio punto di vista privilegiato di molisano, sociologo e giornalista. Per quanto riguarda il tessuto narrativo, essendo convinto che sono i dettagli a rendere credibile una storia, il fatto di non dover inventare ma descrivere ha costituito sicuramente un vantaggio. Partendo da luoghi geografici e da una realtà già esistente ho potuto concentrare la fantasia solo sulle vicende immaginarie del romanzo.
Questo è il tuo romanzo di esordio, hai già qualche cosa in cantiere o ti godrai la promozione?
Qualcuno, e mi lusinga moltissimo, già mi chiede una seconda parte della Confraternita. D’altronde alcuni punti del romanzo si prestano a un approfondimento per cui la richiesta non è estemporanea. Nel lungo lasso di tempo tra la fine della scrittura, ad aprile del 2010, e l’uscita del romanzo, il giorno di Pasqua del 2011, volevo in realtà concentrarmi su un progetto completamente diverso: la biografia “romanzata” di un famoso Pubblico Ministero, secondo me un campione di eroismo dei nostri tempi, ritratto attraverso le sue inchieste più famose ma immaginato come un moderno “cavaliere pallido” alla Clint Eastwood. Per ora l’idea giace lì in attesa di fermentare a dovere, mentre mi godo il buon risultato de “La Confraternita del Lupo”.

Intervista a Fabrizio Felici: editoria in provincia, l’offerta culturale per tutti e ovunque

Giulia Siena
San Giuliano Terme (PI) – La cultura deve arrivare ovunque, anche fuori dai grossi circuiti metropolitani. Per questo le piccole realtà editoriali non pubblicano solo libri ma investono sul territorio nel quale si trovano con eventi e promozione della lettura. Di questo e di molto altro ci ha raccontato Fabrizio Felici, direttore della casa editrice fondata a Pisa nel 1930 e operante nel territorio da più di quarant’anni.

Qual è la proposta editoriale di Felici Editore?


Quel che desideriamo è continuare ad essere una casa editrice vera. Ciò significa scommettere sugli autori, sulle storie, sulla ricerca, sulla scuola di ogni ordine e grado. Insomma poter offrire una proposta formativa ad ampio raggio.

Come mai la scelta di investire sugli autori emergenti?

Perché sono una grande risorsa per le loro nuove idee, i loro nuovi stili e gli inediti modi di comunicare. E sono una fucina inesauribile per scoprire nuovi talenti da lanciare nello scaffale della libreria. E’ questo che un editore serio deve fare: dare una mano alla letteratura, individuarla nel mondo informe della quotidianità. In fondo Kafka era un semplice assicuratore, Cesare Pavese, un insegnante di inglese. La letteratura è piena di questi esempi. In questo momento in cui tutte le istituzioni culturali, dalla scuola all’università, soffrono per mancanza di risorse, chi, se non gli editori, possono continuare a far marciare la cultura?

Romanzi, volumi legati al territorio toscano e libri per bambini: una casa editrice per tutti i gusti letterari?

Si, è proprio questo che ci piace: andare incontro a tutti i gusti letterari. E non è solo una mera scelta di marketing, l’obiettivo è più alto. Una persona che non è abituata a leggere (e ora i disabituati alla lettura sono, purtroppo, sempre in aumento) può iniziare ad appassionarsi alla lettura anche grazie a un libro di cucina o di storia locale. Così per i bambini: la cosa più bella che si può regalare a un bambino è proprio un libro perché la lettura è qualcosa che lo accompagnerà tutta la vita.

Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: Felici Editore come vive questa continua “lotta”?

La nascita di nuove e piccole case editrici non la viviamo come una lotta ma come il moltiplicarsi di presidi culturali sul territorio. La casa editrice oggi deve essere soprattutto un promotore di eventi culturali e, visto che non tutti possono prendere il treno o l’auto per recarsi nelle sedi deputate ai grandi appuntamenti come Roma o Milano, è giusto che ci sia un’offerta alternativa, per tutti e ovunque. Quel che viviamo come una lotta è lo strapotere delle grandi case editrici che ormai i libri se li fanno e se li vendono senza lasciare spazio ai piccoli editori indipendenti. Ormai le piccole e storiche librerie stanno sparendo e si fanno avanti, prepotentemente, le catene dei bookstore legati ai colossi editoriali. Ma di una cosa sono convinto: anche un piccolo editore deve dimostrare professionalità e organizzazione. Non si può inventarsi il mestiere dell’editore senza un’adeguata esperienza sul campo. Spesso le nuove e piccole case editrice non sono altro che una trasformazione di altre attività: da studi grafici o copisterie, in mancanza di lavoro nel proprio settore, si trasformano in editori, senza saperlo fare. Quel che manca è un’adeguata selezione professionale che qualifichi un’azienda come la nostra che investe in personale qualificato e professionalmente preparato.

Terre di Mezzo Editore si racconta a ChronicaLibri

Giulia Siena

ROMA – Libri che non sono oggetti, ma spazi che contengono storie vive e autentiche: questa è l’editoria secondo Terre di Mezzo. La casa editrice milanese, nata “per strada” attraverso un giornale di poche pagine distribuito in quartieri “difficili”, oggi si racconta a ChronicaLibri con le parole del suo editor, Davide Musso.


Qual è la proposta editoriale di Terre di mezzo Editore?

Terre di mezzo Editore pubblica libri su consumo critico e stili di vita sostenibili, guide di turismo alternativo (dal cammino di Santiago a piedi ai consigli per sopravvivere alle vacanze con i figli), guide ai ristoranti etnici, ma anche narrativa di qualità, con un occhio particolare per gli esordienti italiani, e libri illustrati per bambini, con un’attenzione per quelle “storie nascoste” che troppo spesso non fanno notizia.

Romanzi, saggi e libri di viaggio: una casa editrice per tutti i gusti letterari?

Se non per tutti, di certo per molti: cerchiamo di offrire un ampio ventaglio di titoli in modo che tutti possano trovare il libro più adatto a loro.

Come mai la scelta di investire sugli autori emergenti?

Perché (anche se per fortuna sempre meno rispetto al passato) sono quelli che hanno maggiori difficoltà a entrare nel magico mondo dell’editoria. Terre di mezzo è un buon trampolino di lancio per i giovani autori. E poi investire sugli emergenti, qui come in altri campi, significa investire sul nostro futuro.

Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: Terre di mezzo Editore come vive questa continua “lotta”?

Cercando di pubblicare libri di qualità, cercando di interpretare le inquietudini e le esigenze del presente attraverso titoli che, spesso, si sono rivelati lungimiranti. Ciò non toglie che per farsi spazio in libreria bisogna sgomitare, e il più delle volte un piccolo editore non ha vita facile.

Lucia Resta ci svela qualche curiosità sul suo romanzo “Abbasso Cenerentola”

Alessia Sità
ROMA – ChronicaLibri questa settimana ha intervistato Lucia Resta, autrice del romanzo “Abbasso Cenerentola”, pubblicato da Boopen LED. La scrittrice racconta la sua passione per la scrittura e svela qualche curiosità sulla stesura del libro.
Come hai iniziato a scrivere?
Fin da piccolissima mi è sempre piaciuto scrivere. Alle elementari realizzavo dei giornalini tipo “Topolino”, ci mettevo dentro di tutto: notizie, giochi enigmistici (li inventavo io, quindi erano praticamente improponibili), fumetti il cui protagonista era il mio cane. Alle medie, invece, costringevo le mie amiche a recitare commedie scritte da me. Mi ricordo che una volta ho elaborato una parodia de “La Giara” di Pirandello in cui ci ficcavo dentro i tormentoni di Aldo, Giovanni e Giacomo… Dal liceo in poi, invece, mi sono concentrata sul giornalismo e a 24 anni sono diventata professionista. 

Leggere il tuo romanzo mi ha particolarmente divertita. Come nasce “Abbasso Cenerentola” ?
Questo romanzo (io lo chiamo “il librastro”) l’ho scritto proprio mentre preparavo l’esame di Stato. Avevo bisogno di staccare un po’ dai codici deontologici, dal diritto e da tutti i noiosissimi argomenti che dovevo studiare. Così, in venti giorni, scrivendo un’ora ogni pomeriggio, ho completato la prima versione del libro.
Ti sei ispirata alla tua vita privata per raccontare le disavventure professionali e sentimentali di Giulia?
Più che alla mia vita privata mi sono ispirata al mio mondo, quello dei giovani giornalisti che cercano di affermarsi, studiano, si sacrificano, ma hanno a che fare con una società che non premia il merito e in cui il fattore C è decisivo, perciò cercano costantemente il colpo di fortuna che gli cambi l’esistenza. La trama è completamente inventata, mentre per alcuni personaggi mi sono ispirata a persone che conosco davvero.
Alcuni fatti, in particolare quelli che possono sembrare gag demenziali, mi sono invece successi veramente: come la richiesta di informazioni a un trans, il cagnolino che cercava di scipparmi, la grassona spiaccicata su un braccio e via dicendo…
Durante la stesura del romanzo ti sei mai trovata in difficoltà? C’è stato un momento in cui hai pensato: ‘e adesso, che cosa succede?’ Insomma, hai vissuto il tanto temuto ‘blocco dello scrittore’?
Non è stato un vero e proprio “blocco dello scrittore”, ma a un certo punto non sapevo bene come procedere con l’intreccio. Infatti la prima versione finiva un po’ a tarallucci e vino. Quando Boopen LED mi ha chiesto di ripubblicare il romanzo, dandomi la possibilità di rivederlo, invece, ho cambiato alcune parti e soprattutto ho aggiunto molte più battute. Questo perché nel frattempo il mio modo di scrivere era cambiato. Non stavo più preparando l’esame di Stato, ma mi stavo già dedicando al mondo della comicità e avevo da poco iniziato a scrivere anche per “Lo Stivale Bucato”. Probabilmente, se dovessi rivederlo un’altra volta ancora, il libro diventerebbe ancora più comico.
Pensi di dare un seguito alla storia di Giulia?
Non è nei miei progetti immediati, ma se proprio avessi l’ispirazione per scrivere un seguito di questa storia, sicuramente cambierei punto di vista, non più quello di Giulia, ma di un altro personaggio.
Credi si possa fare una vera e propria distinzione fra letteratura ‘commerciale’ e letteratura di ‘qualità’?
Sono tipi di scrittura molto diversi e che hanno un target diverso. Anche se, non ti nascondo, che io da lettrice spesso passo con disinvoltura da un genere a un altro, o magari leggo contemporaneamente due libri molto diversi tra loro. La chick lit, per esempio, la leggo mentre sono alle prese con un saggio un po’ più “pesante”.
Io però, forse, sono un caso a parte… Conosco persone che non aprirebbero mai un libro di chick lit e altre che non leggerebbero mai un saggio politico.
Personalmente, non credo di avere la sensibilità dei bravi scrittori, quelli che vincono i premi. Io sono una giornalista appassionata di comicità, quindi posso scrivere saggi o libri umoristici, non certo capolavori da “Premio Strega”
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Pensi che il genere ‘chick lit’ possa essere la tua strada o hai già in mente di scrivere anche qualcosa di diverso?
Ultimamente sto incontrando molte difficoltà a trovare un libro di chick lit che mi piaccia davvero. Anche l’ultimo di Sophie Kinsella, che è uno dei miei idoli, mi ha deluso un po’. Non so se sono io che sono cambiata o se è lei che è peggiorata… La chick lit che piace a me sconfina quasi nella scrittura comica vera e propria. Infatti la seconda versione di “Abbasso Cenerentola!” va in quella direzione. Se dovessi scrivere qualcos’altro cercherei di far ridere ancora di più oppure mi occuperei di tutt’altro, magari un saggio su uno dei miei mille interessi, che ne so… qualcosa sull’uso dei new media in campagna elettorale, sulle donne e lo sport o sulla Fonte Q.
Tre parole per definire il tuo romanzo.
Io lo definisco da sempre leggero e divertente, il terzo aggettivo, suggeritomi da alcune persone che lo hanno letto, è “spassoso”.

Orecchio Acerbo Editore arriva alla centesima pubblicazione e si racconta a ChronicaLibri

Giulia Siena
ROMA – Una casa editrice rivolta ai bambini con letture che “non nuocciono” agli adulti, questa è la romana Orecchio Acerbo Editore. Nata nel dicembre 2001, oggi Orecchio Acerbo pubblica il suo centesimo libro e, noi di ChronicaLibri, vogliamo saperne di più intervistando Fausta Orecchio (direttore editoriale) e Simone Tonucci (direttore commerciale).  
Perché “Orecchio Acerbo” ?
Un omaggio dichiarato a Gianni Rodari e, insieme, una dichiarazione d’intenti. Nella filastrocca Un signore maturo con un orecchio acerbo, di quell’orecchio Rodari dice esplicitamente che è rimasto bambino “per capire le voci che i grandi non stanno mai a sentire”.
 È quello che abbiamo provato a fare nei nostri dieci anni di vita, con risultati alterni, sempre però con grande rispetto dei piccoli lettori, tentando di stare lontani dai luoghi comuni. E proponendoci più di porre domande che di dare risposte. In fine, anche un gioco. Il cognome di Fausta è infatti Orecchio…

Qual è la proposta editoriale di Orecchio Acerbo?
Molti dei nostri libri sono accompagnati da un “bugiardino”, del tutto analogo –anche nella forma- ai foglietti illustrativi che si trovano nelle confezioni dei medicinali. Un gioco che, come fanno i bambini, abbiamo preso molto sul serio, affidando a lui la descrizione della nostra proposta editoriale. E così alla voce “indicazioni”, indichiamo alcune situazioni nelle quali può essere utile la lettura di qualcuno dei nostri libri: “Stati di grave bulimia televisiva. Sindrome acuta da insufficienza immaginatoria. Distonia o rimbecillimento da abuso di videogiochi. Irritazioni cellulari da SMS. Coadiuvante nel trattamento delle dipendenze da psicofamiliari (anfemammine, erononnine, coccaziine ecc.). Intolleranze alimentate (razziali, poltiche, religiose ecc.). Elettroencefalodramma da iperattività. Squilibri emotivi connessi a mancanza di mancanze. Stati apatici da eccesso di conformismo. Abbassamento della soglia di solidarietà. Danni nel campo visivo.”

Orecchio Acerbo, una casa editrice per bambini di tutte le età?
Di nuovo potremmo utilizzare il bugiardino che dice: “libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi”. D’altra parte sempre più numerose sono le case editrici che su alcuni titoli alla voce “fascia d’età” scrivono “da 0 a 99 anni”. Forse, quindi, vale la pena di articolare meglio la risposta. Alcuni dei nostri libri sono rivolti espressamente ai bambini più piccoli, basti citare Quelcheconta di Ruth Vilar con le illustrazioni di Arnal Ballester, in libreria dal mese scorso. Su questa strada non solo vogliano continuare, ma allargare la carreggiata. E così proprio nei prossimi giorni usciranno i primi due titoli di “orecchiocomics”, una collana di libri a fumetti dedicati specificatamente ai bambini più piccoli. Saranno due grandi –Art Spiegelman e Jeff Smith- a inaugurarla, con “Jack e la scatola” e “TopoLino si prepara”. Di pari passo, tuttavia, continueremo a pubblicare albi illustrati rivolti a lettori di tutte le età. Anche qui, due soli esempi, uno passato e uno futuro. Dall’inizio dell’anno è sugli scaffali “La casa sull’altura”, del poeta siciliano Nino De Vita, illustrato da Simone Massi. Sicuramente un libro non “facile”, nel quale tuttavia i ragazzi potranno vedere rispecchiata la loro fatica nel crescere, e gli adulti forse riflettere sul rapporto dell’uomo con la natura e gli animali, sul tragico effetto dell’abbandono delle campagne. Ad aprile, come altri, anche noi festeggeremo l’anniversario salgariano, tentando tuttavia di sottrarci alla lettura “televisiva” che ne ha accentuato a dismisura l’aspetto avventuroso, dimenticando quasi del tutto l’attenzione salgariana agli effetti della globalizzazione del suo tempo -la colonizzazione- sia sulle persone sia sulla natura. Per farlo abbiamo scelto “L’isola di fuoco” un racconto di mare che narra dell’improvviso e misterioso inabissamento di un’isola. Le descrizioni del mare invaso dal petrolio, il ribollire dell’acqua, la strage di pesci contenuta nel racconto ci hanno ricordato l’inabissamento della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico, disastro del quale proprio il 21 aprile ricorre il primo anniversario. E così abbiamo deciso di fare un corto circuito. Le illustrazioni ch accompagnano il testo progressivamente si spostano dall’Oceania all’America, dall’isola alla piattaforma. Anche a sottolineare come, sempre, la grande letteratura aiuti a leggere il presente. Beh, in tutta franchezza difficile non immaginare che un libro così non sia rivolto a tutti, senza distinzione di età.

Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: come vive Orecchio Acerbo questa continua “lotta”?
Abbiamo appena pubblicato il nostro 100° libro. Non per caso abbiamo scelto un libro di Remy Charlip dal titolo per noi più che emblematico: “Fortunatamente”. Sì, non è stato facile, e le prospettive non sono delle migliori. Non tanto per l’offerta sempre maggiore –le nuove case editrici, ma anche quelle tradizionali che hanno “scoperto” gli albi illustrati e le graphic novel- quanto per una politica culturale che definire miope è davvero un eufemismo. Bastino due soli dati. Il primo, per così dire di bottega, l’abolizione delle agevolazioni postali per l’editoria; il secondo, generale, il taglio ai fondi delle biblioteche per l’acquisto di nuovi libri.
A tutto questo solo in due modi siamo capaci di rispondere. Curare sempre più la qualità dei libri che pubblichiamo e approfondire la ricerca di nuovi talenti, e di conseguenza poterli offrire non solo ai lettori italiani ma, con le coedizioni o la cessione dei diritti, a quelli degli altri paesi
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"Se si cerca la verità non esiste luogo peggiore della letteratura": ChronicaLibri intervista Remo Carulli

Giulio Gasperini
ROMA –
Ho conosciuto Remo Carulli qualche estate fa, sotto altri cieli, in terre lontane. Lui mi consigliò che mète andare a visitare nel mio vagabondaggio, io gli parlavo di libri e si discuteva di vita, in ogni declinazione. A quel tempo stava finendo di studiare: psicologia; e non sapeva ancora che strada prendere. Adesso è diventato psicologo sportivo. Sicché si capisce la profondità del romanzo che ha scritto, “Pensieri di un terzino sinistro”, che non potrebbe esser stato – per motivi chiari a chi l’ha letto o leggerà – scritto da un estraneo all’argomento. È stato un piacere ritrovare Remo in quest’occasione, dandogli la possibilità di argomentarsi, con le sue risposte; e di dare, a noi, qualcosa in più.

Remo, dal tuo romanzo si evince che il calcio “è cosa seria”. La prima domanda, ahimè, inevitabile, è come si possa armonizzare l’interiorità splendida del tuo terzino eroe con gli scandali che, da anni, pubblici o privati, stanno martoriando il mondo del calcio “made-in-italy”.In realtà non è necessaria alcuna armonizzazione. La differenza tra i calciatori che invadono le nostre cronache e il mio terzino non è rintracciabile nell’etica o nei valori che animano le rispettive condotte, bensì nel livello di consapevolezza di se stessi. Il protagonista del romanzo, come qualsiasi calciatore reale, è egoista, scorretto, meschino, e allo stesso tempo capace di slanci di generosità e compassione. Semplicemente, egli non nasconde la propria complessità dietro il paravento di ideali che non riuscirà mai a incarnare, e ha il coraggio di dichiarare le proprie contraddizioni, invece di rinnegarle e svilire se stesso. Forse la premessa alla tua domanda va rovesciata. Forse il problema è che il mondo del calcio si prende troppo sul serio…

Quando ti è venuto in mente che il calcio potesse essere considerato come grande metafora di Vita e, ancor più strabiliante, come campo stesso d’applicazione della complessità della retorica?Credo che chiunque ami il calcio abbia riscontrato come molte scelte che la vita di tutti i giorni propone siano rappresentabili dalle specifiche situazioni di una partita. Io ho provato, per gioco, a estendere il parallelismo anche all’insorgenza delle emozioni, alle relazioni che le persone stringono tra loro, e alle forze, istintuali e sociali, che dilaniano ogni uomo. Mi sono reso conto in fretta dei vantaggi che questa struttura mi avrebbe fornito: i limiti spaziali e temporali presupposti dal racconto di una singola partita sono rassicuranti per chi si affaccia per la prima volta alla narrativa, e diminuiscono il rischio di perdersi per strada; il ricorso alla retorica garantisce possibilità di analisi estremamente sofisticate; il rigore metodologico sopperisce alle proprie mancanze espressive. E così, da un giorno all’altro, ho intrapreso questa avventura.
Se noi non ci siamo ancora riusciti a concedere questo valore al calcio, questo significato di più ampia metafora, doppiamo imputare la colpa ai calciatori che affollano (e flagellano) i canali di comunicazione? O a cos’altro?Io credo vada imputata al fatto che la parola “calcio” evoca le sequenze che passano in tv, i dibattiti incivili, la consapevolezza delle cifre disumane che arricchiscono personaggi privi di cultura, l’invidia e lo sdegno che questo determina. Se invece l’abitudine portasse ad associare questa parola allo sport che si pratica nei campi di periferia, con passione e disinteresse, probabilmente le sue possibilità narrative sarebbero più facilmente riconosciute.


Il tuo romanzo è denso di sentenze, dirette e ironiche, intense ma spesso spietate. Sentenze che contornano la figura del terzino e, parallelamente, quella degli altri giocatori e degli altri uomini. Sei veramente convinto che siano così inderogabilmente applicabili anche alla Vita, oppure rappresentano una sorta di artificio narrativo per meglio motivare e tarare la penetrazione intima del terzino?Certo, ne sono convintissimo! O meglio, sono applicabili alla vita nella misura in cui lo sono al calcio. È sulla liceità di entrambe le operazioni che si potrebbe discutere: Paul Valery asseriva che “categorizzare impedisce di conoscere”; Adorno affermava che “la comunicazione è il tradimento dell’oggetto della comunicazione”; Miguel de Unamuno provocatoriamente – ma non troppo – diceva che ogni riflessione che l’uomo fa su se stesso è in realtà un modo per alimentare l’illusione che esista qualcosa oltre il puro istinto. Dedicarsi alla scrittura significa dedicarsi all’artificio, all’arbitrarietà, indipendentemente dall’oggetto che si sceglie. Se si cerca la verità, qualunque essa sia, non esiste luogo peggiore della letteratura.


Remo, adesso una domanda che noi di ChronicaLibri rivolgiamo spesso agli scrittori: quali sono le tue tre parole preferite?Domanda difficilissima: beh, onomatopeico, perché da piccolo, prima di conoscerne davvero il significato (fu una delusione tremenda), rappresentava per me il mistero e la bellezza arcana della lingua; immondizia; e poi follia.

Arkadia Editore, amore e libertà nei libri

Giulia Siena
ROMA “Per noi il libro è un atto d’amore, un luogo di libertà, il punto finale di differenti professionalità che concorrono alla creazione di un contesto cartaceo che deve rispondere a precisi requisiti: bellezza, armonia, profondità, capacità di penetrazione nel mercato.  L’Arkadia Editore, giovane casa editrice sarda dalle forti basi professionali, guarda alla pubblicazione di un libro come al risultato a cui si arriva dopo tanto lavoro ma, allo stesso tempo, sa che è il punto dal quale si parte per arrivare al pubblico. Per conoscere meglio la proposta editoriale “Arkadia”, i loro libri e il loro pubblico, abbiamo intervistato l’editore, Riccardo Mostallino Murgia.

Qual è la proposta editoriale di Arkadia Editore?
Arkadia Editore cerca di proporre al pubblico un’ampia gamma di prodotti editoriali. Andiamo quindi dalla narrativa classica al libro per ragazzi, dalla saggistica storica a quella di inchiesta, passando per i pamphlet politici, i saggi di carattere etnico-antropologico, i libri di cinema e quelli turistici. Essendo una realtà nata solo nel 2009 ovviamente abbiamo cercato di selezionare il più possibile le nostre scelte, umane ed editoriali, seguendo il nostro fiuto – i professionisti di Arkadia lavorano a vario titolo nel mondo dei libri da parecchio – ma anche il nostro gusto. Al momento, con circa 50 titoli editi, Arkadia cerca di affermarsi non solo a livello locale ma, attraverso le librerie fiduciarie e i distributori regionali, anche in realtà differenti dalla propria. Non ci nascondiamo che l’impresa è tutt’altro che facile, ma siamo convinti di poter proporre “prodotti” di qualità che alla lunga daranno i loro frutti. Inoltre non siamo editori a pagamento e questo per noi è un vanto. Sarà anche per questo che in redazione, ogni giorno, arrivano decine e decine di proposte di pubblicazione!


Romanzi,saggi e libri per bambini: una casa editrice per tutti i gusti letterari?
Come dicevo la nostra forza sta forse proprio nella varietà di interessi che cerchiamo di soddisfare. Siamo partiti con l’intenzione di produrre libri di narrativa, spaziando nei diversi generi, per poi ritagliarci anche una fetta di mercato con libri turistici e per ragazzi. Ma senza strafare. Sappiamo di non essere colossi e che i passi vanno affrontati uno dopo l’altro. Siamo però contenti che una collana come Eclypse, di narrativa, sia già arrivata a undici titoli editi, tra i quali alcuni veramente molto belli a nostro avviso, come ad esempio Buenos Aires troppo tardi, di Paolo Maccioni, o Dalla scura terra, di Antonello Pellegrino. Certo, siamo affezionati anche ad altri “fanciulli” del nostro catalogo, ma questi ultimi due sono, diciamo un evoluzione del nostro modo di pensare la letteratura, più aperta verso certe tematiche. Ed infatti, la scelta dei titoli, avviene anche in base a sensazioni, a “pulsioni” che ci permettono di riflettere meglio su quella che è l’evoluzione della società. Libri come Diversamente come te o Boati di solitudine, ambientati nel mondo degli handicap o dei giovani disadattati, sono stati non solo forieri di un giusto riconoscimento da parte del pubblico, ma anche occasione per l’apertura di dibattiti, di conferenze, di momenti in cui riflettere.

Come mai la scelta di investire sugli autori emergenti?

Scommettere sugli autori emergenti è una sfida. Un po’ però lo impone anche il mercato. Stretti come siamo, noi piccoli editori, tra i grandi gruppi, trovare scrittori affermati che abbiano voglia di rimettersi in gioco è un’impresa abbastanza difficile. Mi sono sempre chiesto anche quale fosse la differenza tra uno scrittore noto e uno meno noto a parità di bravura. E la risposta è stata solo questa: il pubblico più numeroso. Per un piccolo editore investire nella comunicazione, farsi conoscere dai lettori, incentivare le vendite proponendo libri apprezzabili, è sempre più difficile. La grande firma non ti garantisce un successo di vendite. Né la qualità del prodotto, che comunque deve essere sempre sotto la responsabilità dell’editore. Tutti gli autori che fino ad oggi abbiamo pubblicato però, tranne rari casi, non erano proprio inediti nel vero senso della parola. Parliamo comunque di scrittori che si sono fatti le ossa “in provincia” e che sono capaci ad ogni modo di dire la loro. Asquer, Pellegrino, Aschieri, Maccioni, possono anche risultare poco conosciuti al grande pubblico, ma con la dedizione e la costanza, siamo sicuri che prima o poi riusciranno ad emergere. Il nostro compito è accompagnarli. Certo poi, quando ti capita di pubblicare Michela Murgia (premio Campiello) o Sandrone Dazieri o Buonanno o Abate (mi riferisco all’antologia di racconti Nyx), allora la visibilità aumenta… ma questa è una conseguenza del lavoro precedente. Crediamo infatti che non esistano figli (leggi autori affermati) di serie A e figli (leggi scrittori emergenti) di serie B. Sono tutti sullo stesso piano, capaci di esprimere emozioni, di caricarci l’anima con le loro parole… questo poi, alla fine dei conti, è il bello di questo mestiere. Una parentesi di fantasia tra un evento e l’altro della quotidianità.

Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: Arkadia Editore come vive questa continua “lotta”?
Questo è vero. Ed aggiungerei: forse meno lettori. Intendiamoci, lo zoccolo duro c’è e resiste… ma occorre anche salvaguardarlo. Fare in modo, prima di tutto, che i libri siano più accessibili e meno costosi. Non credo molto – forse perché ex libraio – all’ebook, anche se prima o poi sfonderà. Amo il piacere delle pagine che scorrono fra le dita e il loro profumo, però mi rendo conto che nel 2000 un libro di media grandezza costava 17.000 lire, ora un libricino di 100 pagine costa 12 euro (24,000 lire), una follia. Ma non è solo colpa degli editori. Diciamo che nel gioco rientrano tutti quei costi accessori che, purtroppo fanno levitare i prezzi: costi di stampa, di distribuzione, costi fissi etc. Tornando alla domanda però è vero anche che le case editrici sono tante. Però mi chiedo, quelle vere, quante sono? Quante sono quelle che fanno vera editoria, vera ricerca, vero editing, vero pressing letterario? Se parliamo dei piccoli ci sono tante belle realtà già affermate, altre che diligentemente si collocano nel loro mercato. I furbi invece. fortunatamente, prima o poi vengono smascherati e i loro cataloghi si riempiono di opere a pagamento che nessuno compra (tranne i parenti degli autori). Vede, io non sono a priori contro l’editoria finanziata, ma ci deve essere un limite. Se un libro è brutto, tale resta, anche se lo pubblica Mondadori o Feltrinelli (e recentemente se ne sono visti parecchi in giro, non necessariamente editi dai due colossi citati poc’anzi). Quindi diciamo che se il mercato non fosse drogato da questi pseudo editori, sicuramente avverrebbe una scrematura naturale. Perché alla fine dei conti è il mercato (ovvero il pubblico) che decreta il tuo successo. Resta il fatto che i piccoli approdano raramente alla grande ribalta… insomma pochi se li filano. Arkadia, ad esempio, ha pagato e in parte paga questo handicap. I nostri libri non vengono recensiti quasi mai nelle grandi testate giornalistiche nazionali… e le nostre pubblicazioni non sono ovunque. Ma questo è sì un cruccio, ma non un problema. Il tempo è galantuomo e riuscirà, ne sono sicuro, a dare il giusto valore ai nostri sforzi. D’altronde le critiche che riceviamo per i nostri libri sono sempre molto positive. Quindi siamo oltremodo fiduciosi di poter dire, molto presto, la nostra anche in ambiti più ampi.
 

Manuela Raffa si racconta e racconta i suoi romanzi a ChronicaLibri

Stefano Billi

ROMAChronicaLibri ha intervistato Manuela Raffa, autrice del libro “I gemelli”, opera fantasy edita da Runde Taarn; tra le risposte, la scrittrice svela alcuni tratti caratteriali dei personaggi, le sue fonti di ispirazione e anche un’anteprima sul terzo capitolo di questa interessante trilogia intitolata “Il Mondo senza Nome”.

Cosa ha ispirato questo secondo episodio della trilogia da te composta?

In realtà, quando ho scritto questa storia, era un libro unico. Ancora, quando ne parlo, spesso cito “Il Mondo senza Nome” come se fosse un’unica opera. L’ispirazione per questo lavoro arriva da più fonti: libri, giochi di ruolo e film. Ho inserito tutto quello che amo e ho amato nel corso degli anni: i duelli alla Dumas, i mostri e gli ambienti come i giochi di ruolo, la presenza femminile importante un po’ per reazione ad alcuni libri con protagonisti strettamente maschili.

Hai trovato maggiori difficoltà nello scrivere il primo capitolo della saga oppure è stato più difficile scrivere dovendo seguire il solco narrativo già tracciato ne “La maschera”?


Scrivere i “Gemelli” è stato molto più difficile. Dei tre, è sicuramente il libro che mi ha dato maggiori problemi. Ho deciso di rivelare ogni segreto della Maschera in questo capitolo, di sviscerare i rapporti tra i personaggi, di mettere a nudo la loro personalità, come nel primo capitolo non era accaduto. Inoltre, in questo libro si arriva ad avere tutti i personaggi principali in campo. Dare voce a 11 soggetti insieme non è stato semplice, anche perché ci sono capitoli dove sono tutti insieme.

Qual è il personaggio in cui maggiormente ti riconosci?

Non c’è n’è uno in particolare che mi rispecchia. Credo che ognuno sia dotato di un pezzetto di me, in positivo o negativo.. Isabel mi assomiglia un po’ fisicamente, Denis ha il mio carattere silenzioso e riflessivo, Eleanor è la precisione e freddezza che non avrò mai, come Roy è la roccia sicura che mi piacerebbe essere. Perl è l’animo spensierato e divertente, con lingua sferzante, che apprezzo nelle persone piacevoli, Amir è il tipo di uomo che mi farebbe perdere la testa…

C’è stata una fonte di ispirazione precisa a cui hai attinto quando delineavi i tratti caratteriali dei tuoi personaggi?

No, sono stati tutti immaginati. Non ho avuto ispirazioni particolari. Per alcuni ho cercato di abbinare il loro carattere all’elemento magico che li caratterizza, quindi Isabel (Fuoco), si arrabbia facilmente e prende decisioni improvvise e avventate. Denis (Acqua), è placido, tranquillo e riflessivo, ma è letale quando combatte. Roy ed Eleanor (Vento) sono variabili e sfaccettati. Per gli altri, il loro ruolo all’interno della storia è stato determinante per definire il loro modo di essere.

Puoi svelare al nostro giornale, in anteprima, qualche curiosità sul terzo e ultimo appuntamento con “Il Mondo senza Nome”?


Il terzo libro de “Il Mondo senza Nome” si chiama “Sotto il manto nero” e uscirà quest’anno. In principio, il nome che avevo dato a questo capitolo era “Il Regno del Vulcano”, ma quando è stato scelta come copertina il quadro di Simone Galimberti “Tra il manto nero”, sono rimasta così colpita dalla corrispondenza del nome con le vicende del libro che ho deciso di cambiare il titolo. Ho scelto “Sotto” perché ancora di più sottolinea cosa accade all’interno della storia. Chi ha finito il secondo libro, immaginerà cosa significa.

Perché i nostri lettori dovrebbero leggere il tuo libro? Credi che possa colpire solo gli amanti del genere fantasy o magari anche il “grande pubblico”?

“Il Mondo senza Nome” si colloca nel solco del fantasy classico, ma ha delle peculiarità che lo rendono appetibile anche a un pubblico più ampio. All’interno di questo mondo immaginario, non ci sono razze particolari (elfi, nani), ma solo uomini. La magia è vista in maniera un po’ “scientifica”, come un elemento naturale che viene acquisito tramite lo studio e la conoscenza. I mostri che cominciano a comparire sono il frutto di una “mutazione genetica” dovuta all’utilizzo di una magia non naturale, che se applicata sugli animali, muta la loro struttura e li rende mostruosi e violenti.
Mi è capitato di sentire spesso durante le presentazioni che il mio libro potrebbe essere ambientato in un mondo reale, se si togliesse l’elemento della magia.
Con questo, non desidero sminuire la sua portata fantasy. C’è e si sente, ma non è marcata come in altri libri.

Alfredo Lavarini ci racconta la Fanucci Editore

Giulia Siena
ROMA – Quando un progetto comincia con la passione, i risultati non si faranno attendere. Forse questa frase potrebbe racchiudere il mondo di Fanucci Editore. Nata negli anni Settanta a Roma, oggi la casa editrice guidata da Sergio Fanucci è una realtà attenta ai bosogni dei lettori e fedele alla sua passione per i buoni libri. Per conoscerne motivazioni, libri e scaffali, ChronicaLibri ha intervistato Alfredo Lavarini, direttore editoriale della Fanucci Editore.

Qual è la linea editoriale Fanucci?
Accanto a fantasy e fantascienza, generi per cui Fanucci si è fatto da sempre conoscere e apprezzare, la casa editrice è alla continua ricerca di nuovi spunti che arricchiscano la letteratura fantastica. Accanto a Philip K. Dick Brandon Sanderson, Terry Goodkind, Robin Hobb, Robert Jordan, spiccano Silvana De Mari, Jeaniene Frost, Patricia Briggs, Sherrilyn Kenyon, Rachel Caine.

La collana Teens e la nuovissima Tweens esplorano il mondo dell’adolescenza in maniera profonda, costante e innovativa. Fanucci è stato infatti il primo a pensare e costruire, in modo programmatico, sistematico e con un progetto specifico alle spalle, una collana dedicata ai giovani. La collana Teens, nata nel 2005, ha già venduto più di un milione di copie. Negli anni ha dato vita a fenomeni editoriali che hanno oltrepassato le 350.000 copie vendute, come Valentina F., già tradotta in Germania, Spagna, Francia e di cui sono già stati acquistati i diritti cinematografici. Tra gli autori della collana spicca poi la coppia di successo Frescura-Tomatis, di cui abbiamo pubblicato una quindicina di titoli. Il catalogo attualmente si compone di più di 50 titoli. La collana Tweens invece è dedicata a lettori più giovani (9-12 anni) e si propone gli stessi obiettivi di sistematicità e coerenza che ci hanno permesso di ottenere ottimi risultati con la collana Teens. Ha all’attivo titoli che hanno ottenuto importanti riconoscimenti dalla critica, come Bambini nel bosco di Beatrice Masini, entrato nella rosa dei 12 finalisti del Premio Strega 2010, o Il gatto dagli occhi d’oro di Silvana De Mari, che ha già venduto ventimila copie; entrambi tradotti all’estero in diverse lingue.
Fanucci pubblica inoltre grandi autori come Richard Matheson, Jim Thompson, Chris Abani, Robert Littell, Daniel Woodrell, Joe Lansdale, Jim Nisbet, Dave Zeltserman, con l’obiettivo di far conoscere questi importanti nomi della letteratura internazionale.

Un catalogo ricco di tanti libri di generi diversi, ma quale pubblico volete raggiungere?
Il catalogo Fanucci si compone di varie collane, atte a soddisfare le esigenze di un pubblico dai gusti variegati.
· Teens (13-18 anni)
· Ragazzi (Tweens, Junior)
· Thriller e noir (Collane Vintage, Tif Extra, Gli aceri)
· Narrativa (Vintage)
· Fantasy e avventura (Collezione Fantasy, Tif Extra)
· Fantascienza (Collezione Dick, Tif Extra)
· Rosacrime (Gli Aceri)
Sempre nell’ottica di offrire ai propri lettori la più ampia gamma di scelta per quanto riguarda i generi letterari, Fanucci ha recentemente deciso di investire in un nuovo progetto, interamente dedicato al mondo femminile. Leggereditore, nuova casa editrice che ha mosso i primi passi nell’aprile 2010, nasce dalla consapevolezza che lo zoccolo duro dei lettori è composto in gran parte da donne. Il progetto editoriale è chiaro e semplice: fiction e non fiction per un pubblico femminile dai 25 ai 60 anni. Al progetto hanno già aderito autrici del calibro di Nora Roberts, Karen Rose, Iris Johansen, Lara Adrian, Kresley Cole, Alyson Noel, Jane Borodale, Heather Gudenkauf, Karen Robards, Kay Hooper, Kathryn Fox, Isabel Wolff, voci già note al pubblico internazionale e da anni al vertice delle classifiche più prestigiose. Ci proponiamo di affrontare un grande ventaglio di generi e sottogeneri, sempre ricordandone l’unicità, il valore, la dignità: dallo storico all’erotico, passando per il paranormal, l’avventura, l’urban fantasy, il romance puro, il chick-lit, sempre nel segno della qualità di storie indimenticabili che facciano sognare, amare, desiderare e riflettere le nostre lettrici. Non dimenticheremo neanche le grandi storie che coniugano un ottimo livello letterario con un appeal commerciale altrettanto forte, dando dunque il giusto spazio alla women’s fiction e all’up-market. La non fiction, ossia la varia, pubblicherà manualistica raffinata e intelligente. Gli autori saranno italiani e stranieri con un obiettivo non vincolante ma centrale: pubblicare (quasi) esclusivamente libri scritti da donne.
Un esperimento innovativo per il panorama italiano, nel quale molte lettrici sono condannate a fare acquisti soprattutto in edicola, costrette ad accontentarsi spesso di una fattura di qualità scadente, di traduzioni censurate e a vergognarsi addirittura di leggere determinati tipi di libri, sia per le copertine esplicite o poco decorose, sia per la scarsa considerazione che nel nostro Paese viene dedicata alla letteratura di genere, al romance e alle sue varianti. Siamo dunque contenti di poter dire che le lettrici “leggere” (come loro stesse si sono già definite in rete) non dovranno vergognarsi di curiosare in nessun tipo di genere letterario, dato che daremo la stessa dignità, e la medesima importanza a ciascuno di essi.

Da poche settimane è nata la seconda libreria Fanucci. Per quale motivo si è scelto di portare il libro dalla produzione allo scaffale?
In un periodo in cui le librerie indipendenti faticano a sopravvivere in un mercato controllato per la maggior parte da catene, forti ma senza un’anima, Fanucci editore ha deciso di aprire la sua seconda libreria con lo scopo di ripristinare il fondamentale rapporto di fiducia che da sempre esiste tra lettore e libraio. Quel rapporto che sta andando perdendosi in questi discount del libro, che offrono prezzi vantaggiosi a scapito della qualità di un servizio, di un mestiere che è fatto di passione, dedizione, amore per i libri.