Maddalena Lonati racconta "L’apostolo sciagurato"

Stefano Billi
ROMA
– Donna e uomo, eros e passione, sentimenti ed emozioni in una struttura narrativa tutta da scoprire. E’ questo “L’apostolo sciagurato” e l’autrice, Maddalena Lonati, lo racconta in un’intervista a ChronicaLibri.

Cosa ha ispirato il libro “L’apostolo sciagurato”?

L’ispirazione per questo libro proviene da due elementi: il mio desiderio di sperimentare e mettermi alla prova con una struttura narrativa per me molto distante dalla precedente pubblicazione, ed il fascino che trovo essere insito nel tema dell’assenza che può divenire ossessione e così eterna presenza.

E’ una raccolta di racconti che diviene romanzo perché tutte le storie sono collegate da un preciso filo conduttore, e tutti i racconti sono nati grazie alla particolare relazione erotica e cerebrale dei due protagonisti. Lei, ormai plasmata dalla mente di Lui attraverso i vari giochi e le continue sfide per superare i propri limiti, inizia a scrivere i racconti durante l’assenza di Lui. E’ un tributo doveroso che Lei fa a Lui per ringraziarlo di essersi potuta evolvere conoscendo molto più profondamente se stessa ed aver esplorato la propria complessità mentale.
Vi è una sezione orizzontale che è quella che unisce tutti i racconti collegandoli fra di loro, ed una verticale, che rende finito e compiuto in se stesso ogni singolo racconto, un po’ come accade per gli episodi dei telefilm. Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas. Era proprio questo il significato più profondo che desideravo conferire al romanzo: la passeggera corporea assenza deve diventare possessione totale, eterna presenza. Il rapporto così viscerale fra Lei e Lui, a tratti morboso, non può essere scalfito in alcun modo dalla sparizione dell’Apostolo sciagurato, tutt’altro. L’ossessione aumenterà in entrambi , e l’amore si evolverà nonostante la lontananza, perché Lui vivrà per sempre in Lei e viceversa. Eppure l’assenza, così dolorosa, andrà a permeare in modo inconscio tutto ciò che Lei scriverà durante quegli anni. Assenza declinata negli ambiti più svariati, ma che rappresenterà sempre il vuoto lasciato da Lui. Assenza che segnerà, nei modi più dissimili, le esistenze di tutti i personaggi che verranno creati dalla fantasia di Lei. Fantasia di Lei che ormai è divenuta un clone di Lui, sono l’uno la creazione dell’altro, l’uno lo specchio dell’altro, come nelle opere di Escher.

Quali sono gli autori che più hanno influenzato il tuo modo di scrivere?

Grande fonte di ispirazione è sempre stata rappresentata dai Decadenti, che mi affascinano per la loro ricerca estenuante della bellezza e per gli esiti virtuosistici a cui la loro sperimentazione è approdata. Amo i versi evocativi dei poeti maledetti, Mallarmè, Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, ma soprattutto i romanzi dei Decadenti: il delirio immaginifico di Huysmans, il cinismo ineguagliabile di Oscar Wilde, la musicalità di D’Annunzio. Credo che sia possibile trovare degli eccellenti spunti di riflessione fra le loro righe per poi rielaborare il tutto in uno stile ed una modalità più consona ai gusti dei lettori contemporanei. Uno dei miei libri preferiti è però “ Lolita” di Nabokov, uno dei più straordinari romanzi che siano mai stati scritti. Nabokov rientra sicuramente fra i più grandi talenti del ‘900. Per quanto riguarda i contemporanei, ho avuto il piacere di leggere dei capolavori che mi hanno aiutata nel mio percorso formativo e sono stati fonte di ispirazione, ad esempio “ Le confessioni di Max Tivoli” di Greer, “ Il profumo” di Suskind, “ L’amante” di Marguerite Duras, “ Il danno” di Josephine Hart. Trovo che questi romanzi, per quanto completamente diversi fra loro, siano accomunati da livello stilistico altissimo.

Il romanzo si compone di tante storie; all’interno di quest’ultime è possibile ravvisare qualche elemento autobiografico, oppure hai scritto tutti i racconti senza riferimento alcuno al tuo vissuto e alle tue esperienze?

Ritengo che per uno scrittore ci sia sempre qualche elemento autobiografico in ciò che produce. Non mi riferisco a reali fatti personali vissuti, perché quando si scrive è fondamentale inventare, creare, stravolgere la realtà e romanzarla, ma alle emozioni, alle sensazioni, che anche se sublimate devono essere state provate per renderle credibili e riversarle sulla pagina. La fantasia è fondamentale ed è importantissimo utilizzarla al meglio per costruire situazioni ed intrecci interessanti per il lettore, ma credo che debba essere supportata da una base di verità per rendere più plausibili le proprie parole, e la realtà alla quale mi riferisco è proprio quella emozionale. Bisogna conoscere e vivere a fondo le emozioni, analizzarle, per poi riportarle in tutta la complessità delle
loro infinite sfaccettature. Scrivere delle sensazioni provate, anche se magari in ambiti diversi, permette inoltre di comprenderle meglio e sentirle in modo più viscerale, anche a distanza di tempo. Non condivido la recente moda di spacciare gran parte della produzione attuale per autobiografica, ritengo che questa necessità del pubblico di credere sempre che le storie siano reali nasconda, neanche tanto celatamente, una certa dose di morbosità. E’ una mentalità distorta che si è sviluppata nel corso degli ultimi anni, ed è probabilmente il prodotto della moltiplicazione dei reality-show, oggigiorno la sottile linea di demarcazione fra vero e verosimile è divenuta davvero labile. Trovo del tutto irrilevante, tra l’altro, che una storia sia reale o inventata, credo che l’unica distinzione che ci debba essere fra i libri sia fra quelli scritti bene e quelli scritti male, il resto non ha importanza alcuna. Ernest Hemingway affermava che i bei libri si distinguono perché sono più veri di quanto sarebbero se fossero storie vere, ed io condivido questa visione.
3. Quando hai scelto di articolare il tuo romanzo in tante vicende, avevi già una visione globale di tutti i racconti che volevi narrare, oppure hai scritto tutto di getto, senza pianificazione alcuna?
Avevo deciso da tempo la struttura di base, quindi la relazione fra Lei e Lui, la sparizione dell’Apostolo sciagurato e gli anni trascorsi da Lei a scrivere, inconsapevolmente, dell’assenza nei più vari contesti sino al suo agognato ritorno. Avevo inoltre pianificato la trama di qualche singolo racconto, ma molti altri sono nati mentre scrivevo, così come anche l’ordine in cui sono stati pubblicati è stato scelto successivamente.
Non affermerei di aver scritto di getto, non lo faccio mai, ciò che produco deriva da un attento e meticoloso lavoro sull’intreccio, lo stile, il ritmo, e soprattutto è il frutto di varie riscritture, talvolta anche radicali, ma di sicuro posso dire che i vari racconti sono stati influenzati da ispirazioni e suggestioni giunte in momenti diversi, non avevo la visione globale di tutte le storie.

Perché i nostri lettori dovrebbero leggere il tuo libro?

Mi auguro che lo leggeranno perché è un romanzo che propone una struttura piuttosto inusuale e molto contemporanea, l’averlo suddiviso in racconti lo rende un libro di agevole lettura, si tratta di un libro idoneo all’esiguo tempo che si riesce a dedicare giornalmente alla pagina scritta. Inoltre lo consiglio perché offre innumerevoli spunti di riflessione, deframmenta la realtà per ricomporla secondo regole diverse ed inaspettate, mi sono divertita a giocare spesso con il lettore fornendo delle premesse che poi vengono smentite nel corso delle storie così da generare stupore ed anche ad indagare la quotidianità da prospettive inusuali.
Chi volesse iniziare a farsi un’idea de “L’apostolo sciagurato” può digitare Maddalena Lonati su youtube e guardare alcune delle interviste rilasciate ed il booktrailer dello stesso.

Patrizia di Carrobio ci porta tra i "Diamanti"

Giulia Siena
ROMA – Donne e diamanti, un legame antico e indissolubile che ha portato una donna che di mestiere commercia diamanti a scrivere una guida pratica e completa pubblicata da Astraea. ChronicaLibri ha intervistato Patrizia di Carrobio, autrice di “Diamati, una guida personale”. 
 

Come è nata l’idea di una guida tutta dedicata ai diamanti? 
L’idea di una guida dedicata ai diamanti è maturata nel tempo, lavorando a contatto con le persone e rendendomi conto di quanto la gente fosse confusa dalle troppe informazioni reperibili sui libri, su internet o anche solo per sentito dire. Al posto di avere un’idea chiara su cosa fossero i diamanti, come andassero scelti e tutto quello che potesse interessare loro, le persone avevano un’idea del diamante e del gioiello unicamente basata sulla cosiddetta ‘leggenda metropolitana’. Con la mia guida, Diamanti, voglio cercare di mettere chiarezza e offrire delle informazioni quanto più vicine alla quotidianità di chi il diamante lo deve acquistare, per sé o per qualcun altro. 
Nel libro ci spieghi che per scegliere un diamante è essenziale affidarsi  alla teoria delle “quattro C” e al buon gusto, ma c’è qualcosa che fa di un gioiello un oggetto davvero di cattivo gusto? 
Con gli anni mi sono resa conto che ‘buon gusto’ e ‘cattivo gusto’ sono due concetti del tutto relativi. Così come un vestito può essere immettibile per qualcuno e stupendo per qualcun’altro, nello stesso modo, quello stesso vestito, per esempio, se indossato da una donna può apparire in un modo e se indossato da un’altra in modo diametralmente opposto. Ciò che sta male a una persona può stare bene a un’altra. La stessa cosa vale per il gioiello o per il diamante.
La mia opinione, ovviamente strettamente personale, è che sia il connubio oggetto-persona a determinare quanto quell’oggetto possa essere o meno di buon gusto. Credo, inoltre, che stare bene con se stessi aiuti a indossare con più naturalezza qualsiasi cosa, gioielli, abiti e quant’altro.
Come tu ci spieghi, dopo la seconda guerra mondiale tra le donne e i diamanti è iniziata  una lunga storia d’amore, questa storia d’amore oggi è ancora salda, nonostante i problemi  finanziari dell’ultimo periodo? 
Sono convinta che la storia d’amore tra le donne e i diamanti sia del tutto indipendente rispetto ai soldi o a una condizione economica più generale. Per questo credo che questa love story duri ancora oggi, indenne e incolume.
Tu hai lavorato in Italia, Inghilterra, America, come cambiano i gusti degli acquirenti in materia di diamanti? 
Le persone, ovunque si vada, sono molto influenzate dalle mode e dai costumi.
Negli Stati Uniti si usa molto volersi far notare (questo è un paese dove avere dei soldi e mostrarlo viene visto come qualcosa di positivo) e per questo forse i diamanti e i gioielli indossati qui sono in generale più vistosi. Diversamente dall’Italia dove per una questione culturale e sociale si tende più alla sobrietà, considerando la vistosità qualcosa di un po’ ‘cafone’.
I diamanti che scelgono le donne per se stesse sono diversi da quelli che scelgono gli uomini per donarli alle donne?
Credo si tratti di una questione del tutto personale: quanto più un uomo si trova sulla stessa lunghezza d’onda della sua donna, tanto più tenderà a scegliere quello che lei avrebbe scelto per se stessa.  
La recensione di “Diamanti, una guida personale” sarà online giovedì su ChronicaLibri

La ZERO91 racconta la propria linea editoriale e le sfide di ogni giorno

ROMA – Nuove case editrici incontriamo ogni giorno lungo il nostro percorso. Oggi conosciamo la Zero91, una giovane case editrice con sede a Milano che nel nome rivendica le proprie origini palermitane. Chi i libri li fa cosa pensa del mercato, cosa propone nelle sue collane? Perché puntare su un autore emergente, come si sopravvive nel mare magnum dell’editoria? A queste domande ha risposto Costantino Margiotta, editor della Zero91.
Qual è la proprosta editoriale della Zero91?
Proponiamo delle storie prevalentemente contemporanee che abbiamo – in nuce tutte le potenzialità per una trasposizione teatrale, cinematografica o televisiva. E’ una scelta coerente con la nostra formazione editoriale che, in più di un’occasione, ci ha portato a scovare – in un film mai realizzato – una bella storia da raccontare attraverso le pagine di un libro. fortunato di “Camilla Portafortuna” di Stefano Ceccarelli. In più, essendo la

zero91 una casa editrice assolutamente indipendente, ci concediamo il lusso di scovare dei titoli anche oltreoceano diventando i primi editori di una scrittrice americana formidabile come Erika Moak che, con il suo primo romanzo “Eudeamon”, ha conquistato i critici più esigenti. Chiude la nostra proposta un’attenzione anche a temi importanti come la Mafia raccontata attraverso 25 anni di cronaca fotografica. Un lavoro di forte impatto emotivo che
probabilmente si trasformerà, in tempi brevi, in una mostra itinerante.

Come mai la scelta di investire sugli autori emergenti?
Crediamo che la scommessa sugli autori emergenti sia uno degli aspetti più appassionanti del nostro lavoro. Dovrebbe essere così per qualunque editore. Da parte nostra, ce la mettiamo tutta con un forte supporto editoriale e, soprattutto, promuovendo una campagna qualitativa contro l’editoria a pagamento. Un debuttante non dovrebbe mai pagare per pubblicare il proprio romanzo.

Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: come vive la Zero91 questa continua “lotta”?
Ci sono tante case editrici, è vero, ma si avvicendano spesso sul mercato non riuscendo a tenere il passo con la crisi. Molte spariscono, altre scendono a compromessi e pretendono un vergognoso contributo dai propri autori. Poi c’è chi, come noi, preferisce investire in coerenza e qualità. Abbiamo visto che questa scelta, alla lunga, premia. Lo verifichiamo con il riscontro sui nostri titoli e soprattutto con il calore che ci viene tributato durante le presentazioni e le fiere. Approfitto anzi di questo spazio per ringraziare davvero tutti e anche voi che ci avete dedicato un po’ di attenzione.

Entra nel mondo editoriale di ZERO91

Massimiliano Smeriglio ci racconta il suo romanzo, "Garbatella Combat Zone"

Giulia Siena
ROMA – Intervista a Massimiliano Smeriglio, autore del romanzo  “Garbatella Combat Zone” pubblicato da Voland. Venerdì la recensione, solo su ChronicaLibri.

Azione, affetti, malinconia e interessi si mescolano in “Garbatella combat zone”, come definiresti il tuo libro? Una lente d’ingrandimento posata su di un piccolo cosmo dove giganteggia la microfisica delle relazioni tra gli esseri umani. Tra brutture, passioni tradite e ricerca costante dell’esodo. 

“Garbatella combat zone”, che da il titolo al romanzo, è uno ‘sport’ a farsi male ma eloquente, nel finale, è il gioco violento del tutto gratuito delle nuove generazioni. Un a scelta mirata la tua, quella di parlare in questo modo di violenza? “Garbatella combat zone” è soprattutto un luogo mentale, una modalità di organizzazione delle gerarchie di quartiere. Poi è anche un bar, una fuga e persino uno scontro senza esclusioni di colpi fondato sulla centralità del denaro, delle scommesse. Non è un caso che si svolga nel piano di sotto di un ipermercato, in fondo business chiama business.

Romanzi e film con al centro Roma e le sue bande stanno riscuotendo sempre maggior successo, come mai?

Dopo la guerra dei trenta anni contro la passione civile e l’etica della pubblica responsabilità cosa dovevamo aspettarci se non la mitizzazione di mafiosi, stragisti ed assassini? E’ un problema enorme perchè si confondono continuamente i piani tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Inoltre le cronache di fine impero che riempioni le pagine dei giornali di furbetti, escort, tronisti, bellezze costruite su misure da ottimi sarti di carne umana e inchieste su inchieste che hanno a che fare con le elite politiche ed imprenditoriali del Paese hanno messo il turbo a questa tendenza. In una situazione dove il lato oscuro della forza ha preso il sopravvento chi è peggio il Freddo, il conduttore televisivo che gronda bava dalla bocca vivisezionando lo stupro e l’omicidio di una minorenne o i praticanti del bunga bunga?

“Garbatella combat zone” fa di un quartiere romano già sotto i riflettori, il protagonista indiscusso del libro. Qual è il fascino della Garbatella?
Per me è un luogo dell’anima, la fisicità delle memorie familiari e di quelle collettive. E’ un quartiere come tanti altri, la differenza sta nella bellezza urbanistica e nella vivacità sociale che ne hanno fatto nei decenni un posto di resistenze persistenti.
Le tre parole che preferisci?
“Passione” per le cose che appartengono a tutti, come ad esempio un quartiere o come le utopie. E poi “disarmare” l’odio e il rancore che ci portano inevitabilmente a combattere quello che sta peggio di noi. Come diceva un vecchio saggio il rancore è come prendere un veleno e aspettare che l’altro muoia. Ecco oggi le città, i quartieri popolari e di periferia sono attraversati da un fiume di rancori. Basterebbe cambiargli di segno, disarmarlo appunto, diventerebbe una grande fonte di energia capace di fertilizzare terreni aridi, senza più vita.

Stefano Sgambati ci racconta "Il Paese Bello" e la necessità di una letteratura senza marche

Giulia Siena 26/08/2010 – ore 11.00
ROMA –  Intervista all’autore de “Il Paese Bello” (Intermezzi), Stefano Sgambati:

Sette racconti dai temi “difficili” per la narrativa italiana. Come nasce “Il Paese Bello”?  
“Il Paese bello” nasce più o meno per caso. Sono sette racconti che mi sono divertito a scrivere, per varie ragioni (pubblicazioni su riviste letterarie e antologie, amena perdita di tempo, sanissimo cazzeggio, alternativa alla criminalità), negli ultimi due anni o giù di lì. Alla fine, quando ce li ho avuti tutti sotto gli occhi, tali racconti, m’è sembrato che ciascuno recasse in sé una piccola goccia di Italia e ho provato a infilarli insieme e a proporli a questa straordinaria casa editrice – Intermezzi – di cui avevo sentito parlare molto bene al tempo.
La “confezione” è venuta da sé, il titolo, invece, prende spunto dall’ultimo racconto omonimo che è un “what if” abbastanza astruso del tipo: cosa sarebbe successo all’Italia se Eluana Englaro invece di morire fosse sopravvissuta, si fosse svegliata nel proprio letto d’ospedale e avesse domandato una coscia di pollo? Il risultato è, per l’appunto, l’ultimo assurdo (ma non troppo, mi dicono…) racconto, che oltre che una precisa accusa alla ridicola classe politica che ci siamo ritrovati in quei tristi giorni e ci ritroviamo tuttora, è anche un omaggio ad alcuni miei “padri” letterari: dagli anticlimax di Woody Allen, a Stefano Benni, finendo, naturalmente, con José Saramago, il quale – poverino – ha avuto l’ardire di morire solo pochi giorni prima di Pietro Taricone, che in un Paese come il nostro equivale a non morire proprio, paradossalmente.
Secondo te qual è il prototipo di lettore de “Il Paese Bello”?
Il prototipo di lettore de “Il Paese bello” è un lettore intelligente, critico, consapevole, attivo, non suddito e curioso: più o meno lo 0.001% della popolazione italiana. Come si può ben intuire, non ho alcuna possibilità di arricchirmi grazie alla scrittura (che è poi la cosa che più divertirebbe fare).
Nel tuo libro parli in modo claustrofobico del matrimonio e della famiglia come il luogo in cui non vengono riconosciuti i bisogni dell’individuo. Sono legami-trappola?
I legami sono una trappola di per sé stessi. L’amore, come il sesso, i soldi, il potere e la felicità, è una schiavitù. In linea teorica e provocatoria, sarebbe molto meglio non amare mai, ma purtroppo questa è una lezione che non si riesce ad imparare. Io stesso fallisco e almeno una volta ogni due o tre anni mi capita tragicamente di innamorarmi, con conseguenze devastanti quali solipsismo, ansia diffusa, sensazione di pre-morte, abuso di droghe, insicurezza atavica, varie tipologie di asme. Nel libro ci sono almeno tre racconti che parlano di amore: in uno un tizio aiuta una tizia a cercare un orecchino di perla caduto in terra durante una festa alla fine degli anni Sessanta e alla fine si accorge che di sposare la donna che deve sposare non gliene importa nulla (ciononostante, io credo, lo farà lo stesso); in un altro due tizi sposati da anni vanno a un pranzo di Pasqua in un clima a dir poco tragicomico. Lei soffre orribilmente il fatto di essere una sfacciata grassona e lui ne beve uno di troppo. Alla fine non si salverà nessuno; il terzo racconto che, più o meno, parla d’amore è il monologo di un tizio violento che non si rende conto di essere violento. Ce ne accorgiamo noi lettori (o almeno spero…) leggendo, ma lui proprio non ne vuole sapere di ammetterlo, anche se in effetti è proprio per questo che non ha più la donna che amava. Quindi direi che l’amore raccontato nel mio libro soffre di questa visione solo leggermente pessimistica e fatalista che io ho dei legami in quanto tali. Come diceva Seneca: “L’amore è un’amicizia impazzita”. Ecco, nulla contro la pazzia, davvero, ma è già talmente difficile trovare parcheggio il venerdì sera…
 Amore e omosessualità, donne e maschilismo, religione e politica: il 2010 non è così moderno come sembra. Vero?
Il 2010 è talmente poco moderno che se io adesso svelo che in un racconto contenuto nella mia antologia c’è una ragazza che fa un pompino a Dio al fine di corromperlo ed essere rimandata sulla terra, probabilmente tu mi dirai che non potete pubblicare l’intervista. Il problema, comunque, è l’Italia e gli italiani, non il 2010: il 2010 va benissimo così, a patto di essere un cittadino del North Dakota e di non possedere la televisione.
Indiscrezioni sul tuo prossimo libro?
Il mio prossimo libro uscirà più o meno ad ottobre per i “tipi” della Castelvecchi Editore. Sarà un lungo viaggio antropologico e letterario attraverso la mia città, che è Roma. La cosa (spero) curiosa e (spero) originale è che ho deciso di raccontare la Capitale d’Italia attraverso un elemento (spero) nuovo: i bar. Di zona in zona, di via in via, di quartiere in quartiere, tra personaggi mitologici e molto letterari, curiosità, aneddoti, racconti, favole, degustazioni e quant’altro: Roma narrata dal fondo di un bicchiere. Con buona pace del mio fegato. Per il resto io non mi rendo mai conto che sto scrivendo un libro. Non è che mi metta lì a dire: ok, ora scriverò un libro. Ho delle cose in mente e le sviscero, anche perché non è che abbia molta altra scelta. Scrivere mi è inevitabile e questo è quanto: se poi continuerò a trovare qualcuno così illuminato dal pagarmi per farlo, tanto meglio. Altrimenti mi aprirò una bella copisteria e buonanotte ai suonatori. Il sogno è il romanzo: mi ci sto divertendo, ho una storia che mi sta appassionando scrivere ma, al momento, molto francamente, non mi reputo così bravo. Se proprio dovete spendere 15 euro per un romanzo, compratevi qualcosa che non abbia scritto io (ma, possibilmente, neanche Fabio Volo).
Puoi aggiungere ciò che vuoi per chiudere l’intervista!
Una cosa, in effetti, vorrei aggiungerla ed è questa: comprate, ogni tanto, se vi capita, se avete voglia, coraggio e disponibilità economica, comprate libri di case editrici non “main stream”. Ci sono autori strabilianti, novità succose e idee geniali sommerse nelle librerie-vetrina che propongono solo e sempre letteratura di massa, quella dei soliti noti, delle solite “marche”, dei soliti giri. Interessatevi, ecco, usate Facebook non soltanto per condividere la vostra preoccupazione a proposito dei cani abbandonati: cercate i gruppi delle case editrici medie e piccole, informatevi degli autori che propongono, su cui investono soldi LORO e risorse e tempo e se anche solo uno di questi libri dovesse piacervi, diffondetelo, parlatene, regalatelo. Internet, in tal senso, è la nuova Bibbia di Gutenberg (non a caso ce lo vogliono limitare…). Sputate sui libri pubblicati a pagamento, ignorate i volumi-spazzatura di autori-monnezza, retaggio di trasmissioni televisive fallite o di reality show impossibili. Abbiate il coraggio di credere che non tutto quello che è “griffato” è buono, soprattutto in letteratura. Le idee non hanno marca. La diffusione della parola letteraria, come dice Roberto Saviano, è anche responsabilità nostra, dei lettori. Uno spirito critico più raffinato può salvare questo paese di merda. Possiamo ancora fare qualcosa.

Leggi anche la recensione de “Il Paese Bello”:
Recensione “Il Paese Bello”

Angela Di Pietro ci racconta "La rivincita delle zitelle"

Giulia Siena 02/08/2010 ore 11.00
ROMA – Intervista ad Angela Di Pietro, autrice de “La rivincita delle zitelle” (Sperling&Kupfer)
Come mai a 46 anni si decide di raccontare episodi e aneddoti di una vita “da zitella”?
Quando sfuma la possibilità di vestirsi da sposa-meringa (con abito tutto pizzi, frizzi e lazzi)  è meglio riderci su, senza drammatizzare. Oddio, io penso che l’uomo giusto possa arrivare anche ad 80 anni. Ma l’abito-meringa è solo per le giovanissime.

Dapprima la disperazione per essere l’unica single in famiglia e in ufficio, poi, quando si comincia a gustare la rivincita delle zitelle?
La disperazione è  un termine che non associerei allo status di zitella. Mi sono disperata di più davanti ai minestroni che cercavano di farmi mangiare quando ero piccola. La mia rivincita? Quando l’uomo che mi ha spezzato il cuore ha letto il libro.
Una donna che scrive “La rivincita delle zitelle” è una donna troppo intelligente ed esigente?
Intelligente? Io sono tonta esigente che finge di credersi intelligente.  
Quando si passa da single a zitella?
Quando non si indossa una borsa da 700 euro.
Ora una domanda prettamente da uomo: c’è una comune fisionomia della “zitella”?
Nel senso che le zitelle sono tutte brutte? Tutt’altro. Io sono racchia, ma conosco zitelle stupefacentemente belle.
Lo “status” di zitella in quale misura è causato dai soggetti maschi che ci sono in giro?
Lo status di zitella è indipendentente da come si viene definite dagli uomini.   
Una giornalista qualche tempo fa ha scritto che “gli uomini preferiscono le isteriche”, quindi le zitelle sono accomodanti e comprensive?  
Una fesseria. ma chi lo ha scritto? Gli uomini fuggono dalle isteriche (ndr, io sono una isterica, se fosse vero ciò che ha detto quella giornalista, dovrei avere un harem).

Leggi anche la recensione di “La rivincita delle zitelle”:
Recensione di “La rivincita delle zitelle”

Intervista a Roberto Da Re Giustiniani, direttore editoriale Kellermann

Gli gnomi mangioni, KellermannGiulia Siena 13/07/2010 ore 11.00
ROMA – Intervista a Roberto Da Re Giustiniani, l’editore che ha pubblicato “Gli gnomi mangioni”. Kellermann significa “uomo della cantina”, colui che conserva le cose buone. A quasi venti anni dalla nascita della vostra casa editrice di quali “cose buone” andate fieri?

Siamo contenti soprattutto di essere riusciti a creare un’identità editoriale.
 I lettori riconoscono una linea costante di ricerca, di sperimentazione.
Ci divertiamo ancora a metterci alla prova nella scelta di autori che sono in ricerca di linguaggi nuovi. Con loro proviamo, sperimentiamo, ci scambiamo pareri. Un grande passo avanti è anche quello di aver creato all’interno della casa editrice una piccola squadra affiatata. Lavorare bene insieme è ancora più importante di azzeccare il titolo giusto.
Kellermann come sceglie i libri da pubblicare?
Abbiamo scelto la strada più difficile di non pubblicare a pagamento. Gli autori non sono costretti ad acquistare copie o a pagare fior di quattrini solo per rispondere al bisogno di vedere i propri pensieri su carta. Non abbiamo nessuno sponsor a coprirci. Questo implica dover mettere più attenzione quando si tratta di accogliere un progetto, e alla fine riusciamo a dar corso a non più di sette, dieci titoli all’anno, nelle varie collane. Se possibile, ristampiamo. Nella scelta, oltre al contenuto contingente del manoscritto, conta molto anche il rapporto personale che si instaura con l’autore. Con alcuni si crea un sodalizio, un rapporto amichevole, di collaborazione.
Perché proporre una intera collana di libri essenziali per la vita quotidiana domestica dalla veste grafica semplice e allo stesso tempo ricercata?
La Collana “Quaderni” è nata nel 1995. Siamo partiti dalla raccolta di usi e tradizioni in cucina e nella vita quotidiana delle nostre comunità. Qualcosa su cui ritrovarci anche nella forma grafica. Il quaderno è un supporto semplice, ma non per questo meno raffinato di un libro. IL fatto di essere tutti scritti a mano, illustrati con immagini sempre originali, “vestiti” con gli angoli arrotondati, l’etichetta applicata, i bordi colorati li rendono dei veri e propri pezzi unici, degli oggetti di artigianato nei quali i lettori si riconoscono. Tanto è vero che qualche pseudo-editore senza scrupoli non ha mancato di imitarci. Ma oltre alla forma e al contenuto ci deve essere la passione e l’amore per il proprio lavoro: e questo non si può scopiazzare.
Cosa trovano i lettori in questa collana così particolare?
In un periodo come questo, di grande incertezza per il futuro, di valori poco chiari, di mancanza di modelli, le persone trovano nei quaderni quei riferimenti legati ad un sentimento di nostalgia e di semplicità che aiuta a sentirsi parte di una comunità, a ricordare stili di vita più essenziali. Quegli stili che oggiAggiungi un appuntamento per oggi possiamo mantenere vivi solo scegliendo di andare controcorrente, non adattandoci al consumismo sfrenato e ad una inutile e controproducente dissipazione di energia.
“Gli Gnomi mangioni. A tavola con i bambini” parla dell’alimentazione ai bambini e per i bambini, cosa vi ha spinto a pubblicare questo libro?
Non potevamo disperdere l’esperienza di tanti anni di lavoro con i bambini fatto dall’autrice come cuoca nelle scuole materne. Questo le ha permesso di imparare a capire i gusti, le difficoltà, talvolta anche i capricci dei bambini, e con grande sensibilità ha tradotto le ricette in piccole storie ambientate in un bosco incantato, abitato da tanti piccoli gnomi golosi e mangioni. E’ un modo semplice per cercare di trasformare in un gioco anche l’esperienza del mangiare, che a volte con i bimbi più piccoli diventa una vera impresa…E’ bello per i bambini, ma è molto più utile per i genitori, che riescono a rilassarsi un po’.

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Recensione “Gli gnomi mangioni”