Le infinite possibilità della vita ne “Il latte versato”


Silvia Notarangelo

ROMA– “Nulla è più vero di una storia inventata”. Con queste parole, Cristiana Bullita si congeda dai lettori al termine del suo nuovo romanzo “Il latte versato” (DEd’A Edizioni). Ed ha ragione. Perché ci sarà anche una buona dose di immaginazione, ma le vicende che descrive non solo sono saldamente ancorate alla realtà, ma la rappresentano senza filtri, così com’è, nei suoi momenti più e meno piacevoli.
Con sensibilità, umorismo e, a tratti, una vena di malinconia, l’autrice delinea il ritratto accorto e delicato di quattro amiche non più giovanissime, consapevoli di un vissuto che non si può cambiare, ma decise a credere nella vita e nelle sue imprevedibili possibilità.
Chiara, Carla, Angela e Francesca sono quattro donne cinquantenni, legate da una profonda amicizia. Hanno personalità diverse, hanno affrontato esperienze diverse, rivelano un modo diverso di approcciarsi alla vita. Eppure, in loro, si avverte una profonda, comune inquietudine che le rende precarie, in bilico tra il desiderio di andare avanti, di proiettarsi nel futuro, e un passato, talvolta doloroso, che continua a farsi sentire sotto forma di ricordi e di rimpianti.
Ma c’è qualcosa, di ancora più forte, che le accomuna: l’amore, in tutte le sue sfaccettature. Per Chiara, insegnante di storia e filosofia, è un sentimento, mai sopito, per quel suo compagno delle elementari, tale Franco Ruscitelli, la cui ricerca forsennata continua a scandire le sue giornate. Per Francesca, scottata da una precoce relazione finita male, si trasforma in passione, una passione estraniante che la fa “vivere al di fuori del recinto angusto della ragione”. Nell’esistenza di Angela, all’amore inconsolabile per una vita stroncata si unisce un’inarrestabile voglia di riscatto, un desiderio disperato che, non soddisfatto, rischia di farla scivolare in un abisso sempre più profondo. È un sentimento platonico, ma vibrante e adrenalinico, quello di cui non riesce a fare a meno Carla, talmente stordita dal vortice delle emozioni da non rendersi conto che qualcosa non va.
Nell’arco di una giornata apparentemente come tante altre, le quattro protagoniste avranno modo di fare i conti con se stesse, con le proprie debolezze e i propri errori, con un passato che sembra offrire una nuova, inaspettata opportunità, ed un presente che riserva, invece, spiacevoli quanto prevedibili sorprese.

“La sposa di Tutankhamon” il bestseller americano all’italiana

Marianna Abbate
ROMA – L’antico Egitto, la guerra, il potere e l’Amore. Temi frequentatissimi e noti, ma sempre magici e affascinanti. Certo, scegliere come protagonista la moglie dell’uomo più famoso della storia d’Egitto è un atto di coraggio e forse anche un po’ d’incoscienza. Ma devo riconoscere che Claudia Musio è stata brava nello svolgere la trama, mostrando non solo un’adeguata conoscenza storica, ma anche un’abilità narrativa non indifferente.

Possiamo vedere l’Egitto con gli occhi della moglie del Faraone, conoscere i suoi pensieri e la sua devozione. Seguire tutti i passi che la porteranno ad essere la donna più potente d’Egitto. In questo romanzo c’è veramente tutto: l’innocenza, l’amore platonico e quello sensuale, l’affetto familiare, il rispetto, l’onore, il senso del dovere. Ci sono i tradimenti, le vendette e il rimpianto.

E’ un romanzo grande edito da una casa editrice cagliaritana piccola ma curatissima: Arkadia. Lo stile è quello del classico bestseller americano- tocca i massimi sistemi e frequenta il dizionario elevato quanto quello colloquiale

Claudia Musio è una scrittrice dei giorni nostri, laureata in ingegneria ha un “lavoro vero” con un vero stipendio, e scrive per passione. Un nuovo tipo di scrittori, che stanno con i piedi per terra, ma non rinunciano ai sogni, che presto invaderanno le librerie.

“Asia non esiste”, suicidi con il sorriso

Silvia Notarangelo
ROMA – Il corpo di Giulia fluttua nell’aria e si schianta al suolo. Nessuno la spinge. È lei che deliberatamente si lascia cadere dalle mura del Bastione ponendo fine alla sua breve esistenza. Ma Giulia è solo la prima: la seguono, in ordine di tempo, Emanuela, Marco, Carla e tanti altri. Minimo comune denominatore: giovani, ricchi e felici. Segni particolari: suicidi. Un vero e proprio rompicapo irrompe nella vita di Libero Solinas, il commissario creato dalla penna di Emanuele Cioglia. “Asia non esiste” è il titolo dell’ultima, complessa indagine che vede protagonista il commissario e la sua squadra. Con un ritmo serrato, attenzione ai particolari, una giusta dose di ironia ed inquietudine, Cioglia mischia sapientemente le carte, riuscendo a creare attesa ed incertezza fino alla fine del romanzo.

L’interrogativo iniziale è più che legittimo: perché interessarsi al suicidio di ragazzi ricchi e felici? Il reato non sussiste, a meno che non si tratti di ex art. 580, istigazione al suicidio…Solinas sente che qualcosa non torna, ma è in un vicolo cieco e, impotente, osserva crescere, giorno dopo giorno, il numero di vittime che si tolgono la vita “con il sorriso”.
Lui è sempre lo stesso: rude, scorbutico, talvolta un’autentica carogna. Nel tempo, non ha perso il piacere di abbandonarsi ad elucubrazioni linguistiche, fantasticherie, monologhi interiori, né è riuscito a liberarsi di quella dipendenza da alcool e nicotina che, spesso, sembrano inebriarlo fino al punto di farlo cadere in uno stato di incoscienza. A riportarlo con i piedi per terra ci pensa sempre Carla, la sua compagna poliziotta, che non perde occasione di stuzzicarlo: “Purtroppo sei un maschio, così come mangi senza masticare, non cogli le sottigliezze”. Solinas abbozza amaramente, Carla ha ragione e lui lo sa.
In questo caso, però, i dettagli assumono la forma di inconfessabili macigni. Il commissario brancola a lungo nel buio, non ha un appiglio, il tempo passa e niente sembra condurlo nella giusta direzione. Proprio quando sembra aver perso le speranze, rassegnandosi a far archiviare il caso, accade l’imprevedibile. La soluzione di tutto “si presenta”, bussa alla sua porta, chiede aiuto. Solinas inizia a rimettere insieme i pezzi del puzzle. Tra una sbornia, una liberatoria pedalata in bicicletta e un pranzo indigesto con Arquazzi, lo stravagante medico legale, la verità sarà faticosamente portata alla luce. Una storia sconvolgente, raccapricciante, in cui vittima e carnefice si confondono in un gioco torbido, dalle regole precise, in cui uccidere diventa “l’unico modo di vivere”.

“La sesta stagione”, una grande saga italiana

Silvia Notarangelo
ROMA – “La sinfonia in musica può considerarsi il corrispettivo del romanzo in letteratura”. È partendo da questa singolare riflessione che Carlo Pedini si è cimentato in un originale esperimento nel suo romanzo d’esordio “La sesta stagione” (Cavallo di Ferro), selezionato per il Premio Strega.

Prendendo come modello di riferimento I Buddenbrook di Tomas Mann, l’autore, celebre compositore e direttore d’orchestra, ha tentato di utilizzare nella narrazione la stessa tecnica compositiva della sinfonia, conferendo al racconto una struttura ben definita e tempi e ritmi precisi. Il romanzo, per certi aspetti corale, ed imponente per varietà di temi e personaggi, ripercorre cinquant’anni di storia italiana, dal 1934 al 1985, rievocandone gli eventi principali, le tragedie, i devastanti cambiamenti che hanno interessato anche le più piccole realtà.
Una storia inventata, ma verosimile, che si apre con la grande festa organizzata per l’inaugurazione di un santuario mariano nell’immaginario paesino di Civita Turrita. Qui le vicende di tre seminaristi, Piero, Ottavio, Oreste, si intrecciano con quelle della diocesi e della comunità locale. Diverso è il loro modo di vivere il sacerdozio. Alla freddezza e all’ambizione di Don Ottavio, proiettato ad una brillante carriera ecclesiastica sacrificata per un atto spregevole, si contrappongono l’esuberanza di Don Oreste e il suo ministero vissuto tra la gente, la timidezza e l’insicurezza di Don Piero destinate a riservargli una vita protetta all’interno del vescovado.
La decadenza che, a poco a poco, investe la diocesi di Civita Turrita va di pari passo con la crisi che colpisce la Chiesa: perdita di fedeli, diminuzione delle vocazioni, nascita di nuove correnti religiose. Tutti cambiamenti che non sfuggono alla riflessione conclusiva di Don Oreste: “ Il Concilio è servito solo ad allungare la nostra agonia…se ci saranno dei giusti allora verrà davvero la primavera. Se no guardati bene dalla sesta stagione che sarà ben più terribile della quinta perché non vedrà una settima”.

Un cielo ancora rosso


Silvia Notarangelo

ROMA – “Un male universale ha dato loro la possibilità di uccidere persone sconosciute…un male tanto grande per cui essi portano terrore e morte e distruzione senza pensarci, con la coscienza di compiere un dovere”. Il male universale, in virtù del quale gli aerei americani sganciano bombe seminando morte e distruzione nelle cose e nei cuori, è il tema centrale del romanzo “Il cielo è rosso”, scritto da Giuseppe Berto e pubblicato nel 1947.
In una Treviso ridotta ad un mucchio di rovine, l’autore ambienta una storia di estrema disperazione e di miseria, offrendo una sincera ed efficace rappresentazione di quei sentimenti che, pur in terribili momenti, riescono, in qualche modo, ad emergere.
Carla e Giulia, due cugine adolescenti rimaste sole, si trasferiscono in una vecchia casa abbandonata insieme a Tullio, un giovane innamorato di Carla.
Per sopravvivere non ci sono grandi possibilità e il trio si arrangia come può: Tullio si dedica al furto, Carla alla prostituzione. Del gruppo entra a far parte anche Daniele, un ragazzo di estrazione borghese, fragile e ingenuo, ma soprattutto incapace di capire e di accettare i comportamenti degli altri. La solidarietà e un affetto reciproco, tuttavia, rendono i quattro sempre più uniti fino a creare, di fatto, due coppie: una, dall’apparenza più forte e scaltra, costituita da Tullio e Carla, l’altra, più sensibile e indifesa formata da Daniele e Giulia.
Mutare il corso del male universale è, però, impossibile così come trovare delle vie d’uscita e anche i protagonisti non potranno sottrarsi ad un crudele destino.
La loro inaspettata quanto precaria felicità viene infranta dalla morte di Tullio. Il delicato equilibrio si spezza: Daniele non riesce a trovare un lavoro, Carla non è in grado di mantenere tutti, Giulia, piuttosto cagionevole, muore di lì a poco, stroncata dalla tisi.
Per Daniele è un dolore insopportabile. Nulla sembra riuscire a consolarlo, neppure le attenzioni di Carla che si fanno più insistenti. Il giovane si toglierà la vita lanciandosi da un treno, dopo essersi tolto “mantello e giubba” perché potessero servire a qualcun altro.

Miseria e vergogna nel romanzo di Federigo Tozzi

Silvia Notarangelo
ROMA – Un’esistenza travagliata, una visione cupa della vita, un consapevole abbandono all’inevitabilità degli eventi. La produzione del senese Federigo Tozzi, autore discusso e talvolta poco apprezzato, non può prescindere dal suo vissuto personale e da quella particolare esigenza di cogliere una “qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà”.

Tre croci”, il suo secondo romanzo “romano”, è scritto di getto, nel 1919, sulla scia di un triste fatto di cronaca di cui Tozzi viene a conoscenza. Una vicenda amara e dolorosa, l’epilogo di tre vite segnate da una decadenza non solo morale ma anche fisica.
Protagonisti sono tre fratelli senesi gestori di una piccola libreria antiquaria, Giulio, Niccolò ed Enrico. La loro inettitudine, la scarsa dimestichezza con gli affari, nonché il comune vizio della gola, determinano il tracollo finanziario dell’attività.
In soccorso dei tre, non privo di qualche personalissimo interesse, interviene il cavaliere Orazio Nicchioli. Tutto inutile, la situazione è disperata. Le scadenze incombono e Giulio, d’accordo con i fratelli, falsifica la firma del cavaliere nell’illusione di poter almeno guadagnare del tempo.
È l’inizio della fine. Lo scandalo, la rovina, il disonore si abbattono sulla famiglia. Dopo essersi addossato tutte le colpe, Giulio non regge alla vergogna e si toglie la vita, avvertendo dentro di sé “una quantità di cose parassite e malvagie che volevano prendere il sopravvento”. Dopo la sua morte, tra Niccolò ed Enrico le cose non vanno meglio, anzi, le tensioni, mai sopite, esplodono e i due si separano. Costante permane, in entrambi, il vizio per i piaceri della tavola e, a distanza di poco, sarà fatalmente proprio la gotta a determinarne il decesso. A ricomporre l’unità familiare, spezzata dalla miseria e dall’infamia, ci penseranno le nipoti ponendo tre croci identiche sulle tombe dei fratelli.

Angela Grillo racconta il suo “After the Sun”

Silvia Notarangelo
ROMA – Al suo esordio narrativo, Angela Grillo regala in “After the Sun” (Lampi di stampa) una storia intensa, una favola moderna in cui la protagonista, Stella, proprio al culmine di un successo insperato, decide di dire basta per dedicarsi a ciò che per lei conta di più: la famiglia, le amicizie, gli affetti.

Angela Grillo. Madre, moglie ed oggi scrittrice. Come si sente in questo nuovo ruolo? Come è nata la sua passione per la scrittura?

La passione per la scrittura è cominciata verso i 17-18 anni quando decisi di seguire un corso di poesia che si teneva presso l’Istituto Parco Nord di Cinisello dove frequentavo il quinto anno di Perito aziendale e corrispondente in lingue estere. In quell’anno vinsi diversi Concorsi di Poesia. Poi, qualche anno dopo, cominciai a pensare seriamente di scrivere un romanzo. Mio padre e mia madre mi hanno sempre incoraggiata a scrivere ma ho avuto altre priorità nelle diverse fasi della mia vita e non sono mai riuscita a realizzare questo mio desiderio. Solo quando mio padre è mancato ho sentito che glielo dovevo… e ho pensato di accontentarlo. Mi sono ritagliata dei piccoli spazi nella mia frenetica attività lavorativa e nel mio ruolo di mamma e moglie e sono riuscita a portare a termine questo lavoro in quasi due anni per realizzare After the Sun.

Che cosa Angela ha in comune con Stella?

Io e Stella abbiamo in comune due cose, la prima è l’amore per il mondo della musica e la seconda è il carattere, siamo entrambe tenaci, caparbie e abbiamo ogni giorno la forza per andare avanti anche se, a volte, troviamo degli ostacoli sulla nostra strada.

La determinazione di Stella, la sua voglia di arrivare, il coraggio di mettersi in gioco. In altre parole un invito a non arrendersi anche di fronte alle difficoltà della vita?

Credo che ognuno di noi debba avere il coraggio di sognare e lottare per i propri desideri, sempre. C’è una bellissima frase di Goethe che cito spesso e ho fatto mia: “Qualunque cosa tu voglia fare, qualunque cosa tu possa sognare, comincia!”

Il successo inebria e fa gola a tutti. Ma non è questo quello che voglio”. Una scelta che oggi può sorprendere…
Stella ama tantissimo cantare e si è messa in gioco grazie al suo talent scout e intraprende la carriera di cantante ma poi gli eventi, gli affetti, gli amici, l’amore… prendono il sopravvento e si trova ad un bivio. Anch’io come Stella ho dovuto fare diverse scelte nella mia vita, ho rinunciato ad un buon contratto con una casa editrice che mi avrebbe fatta girare come una trottola per pubblicizzare il libro in tutte le librerie d’Italia (ricordiamo che “After the Sun” è disponibile sia nella versione cartacea sia in quella ebook in tutte le librerie online ndr). Non l’ho scelta perché ho preferito non abbandonare la mia famiglia, ho un figlio adolescente di 16 anni e uno di 7 e sinceramente lasciarli da soli tre/quattro volte la settimana per presentare il libro in giro sarebbe stato per me molto angosciante.
Io non scrivo per diventare famosa e neanche per far soldi. Io scrivo per far sì che la gente si emozioni leggendo i miei libri e possa sognare, immedesimandosi nei personaggi dei miei romanzi.

Ho letto che ha in progetto un romanzo storico. Può dirci qualcosa di più?

Sono molto contenta del successo che sta ottenendo solo col passaparola questo mio libro. Vuol dire che piace, che ha emozionato. Sono molto attenta al mondo dei giovani e visto che tutti mi chiedono altre avventure per Stella, credo proprio che gliene farò vivere ancora, e sempre più avvincenti, nel seguito che sto preparando proprio in questi giorni. Nel contempo realizzerò un libro basato su una leggenda Trentina. A me piace molto sperimentare. Credo molto anche in questo progetto perché mi sono innamorata subito di questa storia che viene tramandata di generazione in generazione da più di 500 anni. Al momento non posso ancora dire niente ma sono elettrizzata al pensiero che darò vita ai protagonisti di questa romantica storia d’amore…

“L’odio. Una storia d’amore”

Giulia Siena
ROMA
“Fuori c’è il sole, il cielo chiaro, una radura piena di fango, il sottobosco e la strada coi cumuli di neve qua e là. E’ una cosa pazzesca. Tutto è esagerato. Sin dall’inizio.” Ossessione. L’amore è un tormento che pulsa nelle tempie. L’amore è un ricordo adolescenziale che non si lava via con il tempo. E questo Stefano lo sa. Sa che Barbara continua a essere il suo tarlo. Ricorda lei, la loro adolescenza, il tempo che è passato e il suo amore allontanato. Emanuele Ponturo prende spunto da un fatto di cronaca per il suo primo romanzo “L’odio. Una storia d’amore”. Il libro, pubblicato da Fermento, è  una favola moderna dalle tinte fosche. Stefano, il protagonista di questo romanzo dalle sfaccettature noir, torna dopo anni nel suo quartiere, sotto casa di Barbara e vicino la loro scuola. Torna con la mente alla sua adolescenza, arriva con il ricordo a quando – dopo la morte di sua madre – fuggì dalla Magliana con l’assordante pensiero di Barbara. Lei, Barbara aveva qualche anno in più di Stefano e per lei lui era solo un amico di suo fratello. Ma ora Stefano ha trovato nella ragazza del pub un po’ di Barbara. Monica sogna il principe delle favole e Stefano la porterà nel bosco.

L’autore tratteggia una storia che si gioca sul filo del doppio. L’ambivalenza di sentimenti è speculare all’ambivalenza dei tempi narrativi: passato e presente si mescolano, si intrecciano e scompaiono nei luoghi in cui si svolge la vicenda. “L’odio. Una storia d’amore” è  un romanzo intenso; i capitoli sono cadenzati da lettere ricche di poesia, da liriche in cui struggimento e passione danno spinta all’elemento narrativo.

Un viaggio nella memoria

Silvia Notarangelo
ROMA – Un titolo curioso, “Diecipercento e la gran signora dei tonti” (Autodafé Edizioni), per un libro intenso e coinvolgente. L’autrice, Antonella Di Martino, proprio come in un film, riavvolge il nastro della vita del protagonista, procedendo per ricordi, per frammenti di vissuto, alla ricerca di quel mistero che sembra avvolgere la sua fine.

Diecipercento, il protagonista del romanzo, è, nell’ordine, un vigliacco, un ladro, un traditore ma è, soprattutto, un uomo appena defunto che, in attesa del suo angelo, ha l’opportunità di usufruire di una speciale prospettiva: guardare tutti dall’alto cercando di cogliere che cosa è mancato o che cosa non è andato nella sua esistenza da poco conclusa.
Si parte dal suo funerale. In chiesa, oltre ai familiari più stretti, appare, inaspettatamente, Margherita. Quella ragazza “scemotta” che non aveva esitato a tagliare i ponti con la famiglia d’origine pur di vivere il suo amore per un uomo maturo, sembra tornata per un estremo saluto allo zio. In realtà, dietro al suo improvviso ritorno, si nasconde altro. La donna vuole sapere la verità, è convinta che Diecipercento sia stato ucciso da uno dei suoi tanti nemici.
Inizia, così, un vero e proprio viaggio nella memoria, un viaggio che per Margherita significa rituffarsi in un passato ancora doloroso ma comunque accettato e, in qualche modo, superato. Per Diecipercento, invece, assume tutto un altro significato.
Seguire la nipote, dalla sua visuale privilegiata, gli consente di “vedere” con occhi diversi: ciò che sembrava così ovvio, così scontato, ora non lo è più. Ciò in cui ha sempre creduto diventa una forzatura, una condizione a cui si è, con il tempo, rassegnato.
Diecipercento ha soffocato la propria indole, le proprie inclinazioni, a vantaggio di una maschera che, con gli anni, è divenuta un peso insopportabile.
Per lui la verità è davvero vicina, forse fin troppo per riuscire a riconoscerla e ad ammetterla.

“After the Sun”: quando il successo arriva per caso


Silvia Notarangelo

ROMA – A volte il destino può essere crudele. Neppure il tempo di gioire, di assaporare un traguardo, che subito incombe lo spettro di un terribile dolore. “After the Sun”, il primo romanzo di Angela Grillo, pubblicato da Lampi di stampa, è la storia di un incredibile quanto inaspettato successo che, altrettanto rapidamente, si trasforma nell’ennesima, dura prova da affrontare, nel corso di una vita già profondamente segnata.
Stella ha ventitré anni, ha abbandonato l’università ad un solo esame dalla fine e ora lavora nel pub della zia, Lizzy, il suo unico punto di riferimento dopo l’improvvisa perdita dei genitori. È una ragazza come tante, ad eccezione di un piccolo particolare: la sua voce incanta. Una voce che non passa inosservata alle orecchie attente di Robert Gigli, un talent scout, che una sera, dopo averla ascoltata cantare, non può fare a meno di avvicinarla. Stella pensa ad uno scherzo ma è tutto vero.
Il lunedì seguente è già in sala registrazione e, proprio lì, ritrova forse l’ultima persona che avrebbe immaginato di incontrare: Fabio, quel ragazzo appena conosciuto sul treno che l’aveva letteralmente stregata. Sarà lui il suo assistente, sarà lui a seguirla in tutte le fasi di lavorazione del disco, a consigliarla e a supportarla.
Nel giro di pochi mesi la sua vita è completamente stravolta. Le prove, le interviste, le feste, nulla viene lasciato al caso e la sua carriera sembra ormai lanciatissima.
Quasi senza accorgersene Stella si allontana dalle persone a cui tiene di più, dalla zia, ma anche da quegli amici che l’hanno sempre sostenuta e a cui, adesso, riesce appena a rispondere al telefono.
Il destino, però, è imprevedibile e, proprio nei momenti insospettabili, è allora che decide di colpire. Stella è costretta a rimettere tutto in discussione.
Che cosa vuole veramente? Fare la cantante è davvero il suo sogno? Forse, prima che sia troppo tardi, c’è ancora tempo per rimettere le cose a posto e cominciare una nuova vita sperando che il futuro riservi ancora qualche piacevole imprevisto.