“Ho parlato alle parole”, la poesia di Luca Buonaguidi prende forma

ho parlato alle parole_buonaguidiGiulia Siena
PARMALuca Buonaguidi ha poco meno di trentanni – o poco più di venticinque, fate voi – e ha alle spalle già un libro, I giorni del vino e delle rose (Fermenti, 2010). Da qualche mese è tornato in libreria con Ho parlato alle parole, una raccolta poetica pubblicata nella collana Intrecci della Casa Editrice Oèdipus. Buonaguidi è partito dal dubbio di Franco Loi, poeta del silenzio e della parola che, quando detta, crea attesa, stupore e sorpresa. “Se io parlo non so chi è il parlare” – afferma Loi – e il nostro poeta pistoiese sfrutta questa considerazione per avvicinarsi alla parola e intraprendere un dialogo poetico con se stesso e con il mondo attuale e circostante. La parola, così, si fa subito poesia: “Sono poeta / e sollevo in aria / un cuore che saluta”;il verso diventa veicolo e portavoce del sentire personale, “ma compito dei poeti / è anche esser sentinella / del niente che ci forgia”, e, allo stesso tempo, elemento di rottura e provocazione: “il mio verso è una scadente menzogna […] perché il poeta è fingitore”. La parola, poi, in questa raccolta è anche quello che suggerisce Loi, è scoperta e gioco (“Sai, non ho mai saputo. / Vedi, non ho mai veduto. / Ascolta, non ho mai udito), legame e rifugio (“Le parole sono la mia casa”), forza dirompente e sempre nuova (“E ti saluto / con tutta la poesia che ho dentro / e che ho avuto paura di darti prima di saperti abbracciare”).

 

La parola, così, è detta e ripetuta, pronunciata con timore e reverenza, sensibilità e passione. Qui la parola è parlata, smembrata nella sua complessità ed enunciata con naturalezza. In Ho parlato alle parole Luca Buonaguidi fa sfoggio di una raffinata intelligenza poetica che rende i componimenti schietti ma, allo stesso tempo, perfettamente limati.

 

La copertina del libro è del pittore belga Pol Bonduelle. Quello che manca è una prefazione ai componimenti poetici. Il resto è godibilissimo.

 

“La parola perfetta non esiste, / è l’etereo canto dentro / al silenzio notturno, / lo scoglio che contempla / l’assalto bianco della marea, / il Dio sorridente richiamato / dall’antica domanda: di tutto questo amore / qualcuno prende nota?”

“Poesie d’amore per un anno”, Daniele Gennaro e la poesia che non si vergogna

POESIEDamoreperunanno_daniele gennaroGiulia Siena
PARMA – La poesia d’amore vive da sempre una certa inflazione. Poeti, drammaturghi e scrittori, nei secoli, hanno dedicato a questa tematica ogni parola, facendo risultare, con i tempi e i periodi,  questa poesia un po’ troppo smielata, pedante e ripetitiva. C’era poi la Poesia d’amore, quella forte, vigorosa e invincibile – uno degli ultimi esempi è quella di Giovanni Raboni – che come altre manifestazioni di classicità, vivrà nei secoli. Oggi, la poesia d’amore – spogliandola di rime e parole già sentite – forse è morta. Forse. Lo penso quando scettica apro Poesie d’amore per un anno, il libro di Daniele Gennaro pubblicato nella collana Quercus Suber delle Edizioni del Foglio Clandestino. Ma così non è. La poesia contenuta in questo libro non è semplicemente poesia d’amore. Sarebbe riduttivo, infatti, catalogare la poesia di Daniele Gennaro come poesia d’amore. Gennaro parte da una poesia carnale fatta di sensazioni tattili ed emotività coinvolgente (“Semplicemente per dire che resti / in me tutto il giorno / anche quando non sei dentro / allora c’è sempre un oltre che ricalca / il contorno del tuo viso […] oppure “Vorrei abitare le tue mani, i tuoi angolo, / come se fosse sempre possibile entrare / nell’alveo spinoso della tua bellezza. […]) per approdare a una lirica quotidiana che nella sua quotidianità non dimentica il pathos e una forte componente emozionale-descrittiva (“Nel risveglio, corti segmenti del giorno, / nel mattino la nobile fragranza del pane, / il profumo della lana, lo specchio, / la riflessione muta della neve”). Si approda, così, a una poesia nuova, diversa: la poesia qui non ha remore, non si vergogna dei dubbi, del rossore, della mancanza, dell’appartenenza. Qui la poesia è verità, forza e vita, speranza, sogno e realtà (“Tornare a casa è l’estensione d’ali che / ogni libertà trattiene“).
La poesia qui, in Poesia d’amore per un anno vive la sua naturale essenza. Si incontra, poi, con i magnifici volti ritratti da Andrea Stra per completare un viaggio poetico che con sei scritti interpreta sei immagini.

 

La poesia di Daniele Gennaro non è solo poesia d’amore. E noi aspettiamo, curiosi, anche la poesia che verrà; Poesie d’amore per un anno non può già finire qui.

La decima edizione di Poesia Festival, dal 25 al 28 settembre

PoesiaFestival2014MODENA Poesia Festival torna nelle Terre di Castelli e i comuni di Castelfranco Emilia e Maranello con i protagonisti della poesia nazionale e internazionale. L’inaugurazione di oggi, al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola con Nanni Balestrini e Lina Sastri, darà il via alla decima edizione in programma fino a domenica 28 settembre.

 

Poesia Festival 2014 presenterà una vera e propria antologia dal vivo della poesia italiana, con Valerio Magrelli (venerdì 26 settembre a Vignola); Cristina Alziati, Paolo Febbraro e Gabriele Frasca (sabato 27 settembre a Castelnuovo Rangone) e Franco Buffoni (domenica 28 settembre a Spilamberto).
A questi autori vanno aggiunti quelli impegnati nella novità dell’edizione 2014, il Giro d’Italia della Poesia, un’iniziativa che nasce per dare una lettura della situazione culturale del Paese attraverso la lente dei poeti che vivono e animano i diversi territori. La prima tappa del Giro è nelle Marche (venerdì 26 settembre a Vignola), con i poeti Massimo Gezzi, Franca Mancinelli, Francesco Scarabicchi e Luigi Socci che racconteranno una regione di importanza centrale nella poesia contemporanea, i propri personali percorsi e omaggeranno il poeta Franco Scataglini. Nella seconda tappa si sconfina in Canton Ticino (sabato 27 settembre a Levizzano Rangone) con Prisca Agustoni, Fabiano Alborghetti e Vanni Bianconi, impegnati nel racconto della poesia italiana oltreconfine con un omaggio a Giorgio Orelli; e infine il rientro, nella terza tappa, sarà a Trieste (domenica 28 settembre a Spilamberto), una città simbolo della cultura italiana raccontata dai poeti Luigi Nacci e Christian Sinicco e dal narratore Mauro Covacich, con un omaggio a Umberto Saba.

 

Il confronto con la poesia in altre lingue è uno dei momenti fondamentali e di maggior successo di Poesia Festival e l’edizione 2014 si concentrerà sulla vivace scena britannica degli ultimi decenni con i poeti Simon Armitage e Jamie McKendrick, autori di grande successo in patria e all’estero, continuatori e innovatori di una lunga e ricca tradizione letteraria. Il pubblico potrà incontrarli a Vignola nel pomeriggio di sabato 27 settembre.

 

Leggi QUI il Programma completo della manifestazione

I nostri 10 Libri per l’estate 2014 per gli incontentabili: “Migrando”

MigrandoROMA – Sono tanti i nostri libri per questa estate 2014. Abbiamo scelto di farci consigliare 10 libri da 10 nomi dell’editoria, della comunicazione e della scuola, arrivando così, per tutta l’estate, a 100 libri. Non contenti, come al solito, abbiamo voluto aggiungerne dei nostri, scegliendo tra quelli che ci hanno regalato piacevoli momenti in questo anno e che vorremmo ne regalassero anche a voi. Questi ultimi sono diventati… #Sonoioiltuolibroperlestate2014, lo slogan che accompagna le nostre migliori letture. Se volete condividere con noi attraverso i social le letture e i libri che vi accompagnano durante l’estate 2014 non dovete far altro che partecipare a #Eccoilmiolibroxestate. Come? Seguiteci su FB!

 

Tra I nostri 10 Libri per l’estate 2014 c’è sicuramente Migrando, il libro di Giulio Gasperini pubblicato da End Edizioni. In questo libro il viaggio, da semplice e poetico andare per piacere e irrequietezza, si fa migrazione, diventa viaggio di speranza, di salvezza e di emergenza. La mutazione prende vita dall’abilità poetica dello scrittore maremmano che ci trascina tra i migranti che non conoscono le parole e che non hanno voce, tra i disperati che nel viaggio cercano l’asilo, tra coloro che spesso, ai nostri occhi, diventano solamente “il problema”.

“Migrando”, la battaglia poetica di un clandestino

MigrandoGiulia Siena
ROMAMigrando, il nuovo libro di poesie – il quarto – di Giulio Gasperini ha poco più di un mese. Da un mese questo libro e il suo autore viaggiano spediti per l’Italia – sono ancora al Nord ma presto scenderanno fino a Sud – a raccontare le poesie e il viaggio stesso. Perché il viaggio con la migrazione, l’inquietudine e la ricerca è il motore di Migrando. “Errare come vagare, / ma non come sbagliare. Perché lo sbaglio / non esiste: quello che si cerca è solo / l’ombra d’un giorno che non sia più triste”. Già dalla copertina del libro si intuisce, infatti, il tema antico e perenne dell’andare, che ha visto l’uomo partire in cerca di nuove terre e nuovi spazi, tornare per nuove avventure e nuove vite. Migrando (pubblicato da End Edizioni) torna a questa tematica e lo fa con gli occhi curiosi di Giulio Gasperini che alla sua innata voglia di movimento e scoperta unisce la forte esperienza umana e lavorativa con i migranti. Il viaggio, da semplice e poetico andare per piacere e irrequietezza, si fa migrazione, diventa viaggio di speranza, di salvezza e di emergenza. La mutazione prende vita dall’abilità poetica dello scrittore maremmano che ci trascina tra i migranti che non conoscono le parole e che non hanno voce, tra i disperati che nel viaggio cercano l’asilo, tra coloro che spesso, ai nostri occhi, diventano solamente “il problema”. Ma l’abilità poetica sta anche in altro: sta nel fatto che attraverso un groviglio di sguardi, di vite e di percorsi in terre di confine, dopo aver conosciuto l’altrove, conosciamo l’altro. L’altro è il viaggiatore, in questo caso il migrante o il clandestino, errante per disperazione e spaesato esploratore nel momento del bisogno: “Tocco un porto e poi un altro / – parto e rientro – da porto a porto – / salpo e attracco”. 

 

Quella di Migrando è la battaglia poetica di un clandestino che nel viaggio si afferma e si mette in discussione e, con il viaggio, tenta di portare sotto lo sguardo di tutti la sofferenza e le diversità che il migrante prova sulla sua pelle. La poesia di Gasperini, perciò, è una poesia necessaria, nata dall’atavico bisogno dell’uomo di raccontare e farsi tramite. Con i suoi occhi e la sua emotività si fa sguardo per il mondo.

Festa di Poesia 2014, Pordenone si veste di parole

Festa-di-poesiaPORDENONE – Celebrare la poesia attraverso quindici voci, esempio di come la parola poetica unisca le vite in un dialogo che attraversa il tempo e intona il presente alle nostre voci. Questa è la Festa di Poesia 2014, manifestazione promossa dalla Biblioteca Civica di Pordenone, pordenonelegge e Banca Popolare FriulAdria Crèdit Agricole nell’ambito di Estate in Città 2014 e in programma a Pordenone lunedì 14 luglio. A Pordenone la poesia è luogo d’incontro tra voci diverse che danno vita a gruppi capaci di coltivare la passione per la parola. Saranno quindici, infatti, i poeti che animeranno e che disegneranno traiettorie distanti, anche se sempre tese a cercare una parola intima e attenta alle gravi domande che ci attraversano della Festa di Poesia 2014. Nella serata si alterneranno il gruppo Majakovskij ( prezioso amalgama di esperienze poetiche di dialetti di frontiera tra Veneto e Friuli, nel solco di una sperimentazione sempre legata alla terrestrità, anche nelle sue dissonanze del presente) e la giovane Pordenone Poesia Comunity ( nato come laboratorio creativo di pordenonescrive, è una comunità di uomini e donne che si ritrovano ogni mese a leggersi e a discutere di poesia in uno spirito genuino e vitale).

 

I protagonisti 
Anna Rita Gusso, Francesco Indrigo, Manuele Morassut, Silvio Ornella, Renato Pauletto, Daniela Turchetto, Giacomo Vit, Maria Luisa Calabretto, Laura De Micheli, Barbara Floreancig, Ferruccio Giaccherini, Rossanna Mutton, Ilaria Pacelli, Lino Roncali, Alvaro Vallar

 

Giornata Mondiale del Rifugiato: con “Migrando” il grande ritorno in libreria del nostro Giulio Gasperini

MigrandoGiulia Siena
AOSTA – Giulio Gasperini – il nostro redattore dalle passioni “Vintage”, nonché scrittore ed operatore culturale dalle radici ben salde nella sua Caldana – torna in libreria e lo fa in grande stile. La nuova opera, Migrando (pubblicata dalla End Edizioni) è una raccolta poetica che si arricchisce di maturità, esperienza e sensibilità. Migrando, in cui esprime forte e coraggioso il tema della migrazione, sarà presentato ad Aosta – la città che da qualche anno ha adottato lo scrittore maremmano – oggi, venerdì 20 giugno 2014 in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato. Il rifugiato, esule tra l’altro e l’altrove, è protagonista di questa raccolta divisa in cinque sezioni che mano mano, poco alla volta, disvelano la persona e rafforzano la flebile voce di chi viene spesso visto esclusivamente come problema. La migrazione, in questo libro, viene intesa come arrivo, partenza, diario di viaggio, occasione di incontro, momento di dolore, speranza e motivo di razzismi.  La migrazione è, inoltre, il limite fisico tra terra e mare: questa poesia, infatti, narra di luoghi in cui si nasce, terre che si abbandonano per approdare in terre in cui si viene condannati dai nostri stessi simili; narra di mari – materni e stranieri – da attraversare e dove spesso si muore.

 

Migrando è cronaca dei giorni nostri, è tutto quello che ci è difronte agli occhi ma non riusciamo a vedere. Giulio Gasperini fa questo, ci apre gli occhi e ci regala una nuova e diversa chiave di lettura: i migranti sono lì, davanti a noi, sulle nostre coste, alle porte delle nostre case, sui marciapiedi accanto alle nostro auto. Loro sono lì e ognuno di loro ha dentro una storia di migrazione che li ha segnati, un’avventura che per terre e attraverso il “mare nostrum” li ha portati a vivere sul nostro stesso suolo. La prima persona usata spesso da Gasperini, poi, spoglia questa poesia dei soli tratti cronistici e l’arricchisce di emotività, coinvolgimento e azione.

“Senza rete” per affrontare le nuove epoche.

Giulio Gasperini
AOSTA – La parola poetica è un grimaldello: forza le serrature e apre nuovi orizzonti. Nella silloge di Fiorella Carcereri questo compito è evidente: seppur con significanti quotidiani, semplici e piani (“La mia parola è chiara / ma il tuo cuore la rifiuta”), si cerca di far perno sul significato per scardinare quello che altrimenti rimarrebbe serrato. In “Senza rete”, edito da Edizioni Ensemble, palese è il tentativo di dare importanza e vigore alle parole, anche tramite figure retoriche di ripetizione e ridondanza, soprattutto anafore (“Angelo”), ma anche tramite un continuo confrontarsi di piani temporali diversi e consecutivi (“Ieri, oggi e domani”) e la contrapposizione di opposti aspetti che sottolineano lo stridore e innestano il dubbio: “Decelerazione, / accelerazione, / decelerazione, / accelerazione…”.
Le due parti in cui è divisa la silloge danno l’immediata cifra interpretativa dell’esperienza della Carcereri: “Tu ed io” e “Io e il resto”, in un chiasmo a distanza, stabiliscono il punto centrale della sua ricerca – l’Io – (come in ogni tradizionale ispirazione poetica), mentre i due poli opposti ma complementari rimangono “l’altro”, un interlocutore col quale sempre ci si rapporta e ci si confronta, e “il resto”, dalle varie e complesse accezioni e declinazioni.
Il rapporto col “tu” è altalenante, fatto di avvicinamenti e di allontanamenti, di richiami e di separazioni: “Sembrava un altro addio, / sembrava l’ennesimo addio, / ma le nostre due anime / sono legate / da un moto perpetuo / di andata e ritorno, / di alta e bassa marea”. Il tu esiste, quasi carnale nella sua prospettiva di futuro, nella sua analisi del presente, nel suo ricordo del passato, (“Dimmi come riusciremo / a non essere / uno di questi amori sbagliati”) ma spesso si allontana, se non addirittura fugge, disertando il campo di battaglia e scomparendo nella latitanza: “Ora so che alcuni ricordi / sbiadiscono / o scompaiono del tutto.. / Penso sempre a te, / per saperti con me”. E il poeta rimane in bilico tra rimpianti, rimorsi e la sicurezza di aver ben agito, in ogni caso: “Basta / un’incomprensione / a farci capire / cosa sarebbe la vita / senza di lui. // Fiamma mai spenta. / Solo sopita”.
Il confronto con “l’altro”, invece, nell’esperienza della Carcereri, sancisce l’opportunità di dar vita a una poesia sociale che, com’è evidente negli ultimi tempi, ha oramai perso la sua identità e non riesce più a trovare una chiave espressiva valida e importante. Nel prevalente ripiegamento erotico-amoroso della poesia contemporanea, la carica sociale della poesia si riscopre, in questa silloge, ancora interessata a emergere. Sicché ecco comparire poesie dalle immagini rassicuranti e conosciute, come “Armadio di vita” o “Fari e lucciole”, che si caricano soprattutto di una tensione umana e universalistica: “E poi compro tre calle ad una bancarella, / ne osservo incantata / l’assurdo candore / e mi chiedo / come sia possibile / tanta bellezza / in altrettanta semplicità”.
Non sempre è agevole, né esaustivo, il tentativo di perforare la superficie e di approdare al “porto sepolto” di ungarettiana memoria: il movimento discendente è la somma aspirazione di tutti coloro che con la parola poetica si confrontano e giocano anche se non tutti raggiungono il punto estremo, l’approdo definitivo. La Carcereri sceglie la via della parola piana, dell’immagine rassicurante: quasi una forma di contrappasso per il nostro mondo frenetico e inquietante.

La poesia che difende la natura. E la natura che nutre la poesia.

Giulio Gasperini
AOSTA –
Una casualità, o forse no, una mossa premeditata, ha concesso al 21 marzo tre oneri che, al fin fine, paiono allacciati indissolubilmente: arriva la primavera (e chi non ricorda Zefiro torna e ‘l bel tempo rimena del grande poeta?), e si celebrano due giornate mondiali, quella della poesia e quella delle foreste. In difesa, di entrambe. Ed esiste una donna, una grande donna, che ha coniugato queste due passioni, e utilizza la poesia in difesa delle foreste, dei suoi equilibri naturali, della sua importanza imprescindibile, non tanto per il solo essere umano quanto per la sopravvivenza della Terra tutta. Marcia Theophilo ha individuato nella Foresta Amazzonica il punto focale della sua ricerca poetica, l’altrove migliore da difendere coi versi, col ruolo sociale che la poesia negli ultimi anni ha il terrore di ricoprire. La Foresta è il luogo del parto primigenio, è l’utero del mondo che qui si culla e si nutre, che qui si fa largo verso la luce e la vita, verso il calore e il colore: “Dal corpo contratto, dal pieno del ventre /
dalle viscere, sulle rive tra il fogliame /
sono i profumi della foresta e il sangue /
ad avvolgere il suo corpo: /
l’aiutano, le donne del villaggio /
la selva è una galassia che ascolta il suo vagito /
tra le braccia Kupaùba-albero”.
Ma la foresta è anche il luogo dove tutto muore e tutto torna alla vita, con dolcezza e devozione: “Fiore, tu illumini i miei rami / ai primi ritmi del mattino / canto d’uccelli e di grilli / lontani tamburi – poi cadi e muori / per dare vita al frutto: / la foresta spalanca la sua bocca / nell’umido terreno ti riceve”. La Natura è il luogo per eccellenza della vita, dalla forma più piccola (ma non misera) a quella più grande e complessa: “Non solo gli animali ma tutto in natura ha un’anima, / un’anima alata che lascia il mondo quando sogna. E / sogna sempre luoghi ignoti”.
L’immedesimazione del poeta nella natura diventa completa, un panteismo assoluto e sovrano, che fa del poeta un semplice tramite per i bisogni e le esigenze urlate dalla natura: “Noi alberi viviamo di piogge / di rugiade eterne e delle brume / dei fiumi e degli oceani / di mattutini vapori / e delicate nebbie”. Il poeta è vettore dell’angoscia della foresta; del dolore che troppo patisce a causa degli uomini, della loro fame di ricchezze, della loro bramosia del possedere. Irrispettosi delle esigenze della Terra, devastano e distruggono, estirpano e bruciano, perforano e succhiano: “Albero, da te ho preso il dolore selvaggio / quei lamenti nell’aria, nel fiume / fuggono gli animali dai tuoi rami-rifugio / […] / il tronco annerito dal fuoco cade / […] / Si accende un fuoco che abbaglia, acceca. /
Chi può togliere questa freccia senza punta? / Dove possiamo deporre questo male? / In tutti i luoghi della terra
suoni interferiscono, ricordi di morti. / Il cielo che oggi ti accompagna è senza stelle”. La foresta è anche la Madre Acqua, depositaria della più straordinaria ricchezza della Terra, l’acqua “più preziosa del diamante”; ma anche questa è minacciata, distrutta, devastata insensatamente, per un gioco al massacro che punirà solamente i carnefici: “La pioggia ha sapore amaro / sassi, foglie e nuvole / nuvole carnose / pioggia, perché non sei più dolce come prima?”.

 
Marcia Theophilo ci suggerisce che dovremmo maturare la coscienza dei nostri gesti, anche indiretti. Non tutti abbiamo le asce in mano, le picche strette tra le dita, i fiammiferi pronti nella tasca; ma siamo muti e omertosi complici di ogni ombra che non esisterà più, perché non ci sarà più nessun ramo. Marcia Theophilo ci mette spalle al muro e ci sprona a maturare la coscienza e la consapevolezza che la foresta è l’unico paradiso terrestre, l’unico vero luogo di riposo e di dolcezze: “Respira: è ancora qui la vita / ancora un poco, continua / respira non fermarti / respira, respira, continua / è ancora qui l’inizio della vita”.

Uri Orlev, avere 13 anni nel campo di concentramento

Marianna Abbate
ROMA – Avere tredici anni è di per sé abbastanza complicato. Viviamo le nostre tragedie personali: ai maschi cambia la voce e le femmine cambiano significato. Avere tredici anni è un po’ una maledizione: pensiamo di sapere già tutto, ma nessuno ci crede.

Avere tredici anni ed essere un poeta è terribile. Gli amici ci prendono in giro, i grandi ci guardano con quell’indulgenza che odiamo.

Trovarsi in un campo di concentramento è inspiegabile al profano. Il campo è un posto fuori dal tempo, fuori dallo spazio. Non è solo una prigione per il corpo: il campo è un ladro di anime. Il campo ci trasforma, ci rende mostri ai nostri stessi occhi.

Tredici anni e il campo di concentramento non sono due cose che vanno d’accordo. A tredici anni siamo troppo assorbiti dalla nostra tragedia interiore per comprendere appieno quello che accade intorno a noi, soprattutto se siamo dei poeti.

E se l’uomo adulto non riesce a cantare col piede straniero sopra il cuore, tra i morti abbandonati nelle piazze, nel poeta bambino vince la creatività. Non solo: si tratta di una creatività vivace.

I versi del tredicenne Uri Orlev non sono disperatamente tristi.  Lo spirito fanciullo desidera sfogare la propria creatività, nonostante tutto. Uri riempie il suo preziosissimo taccuino di versi, ricopiati con attenzione dall’asse di legno usata per la brutta copia. Oggi queste poesie sono pubblicate in italiano ed ebraico da Giuntina, nel piccolo tomo “Poesie scritte a tredici anni a Bergen- Belsen (1944)”. 

E’ evidente il contrasto tra le rime semplici e la scrittura infantile, in contrapposizione alle tematiche gravissime e ad una innaturale autocoscienza. Il bambino cresciuto troppo presto, non riesce a vedere con nitidezza tutti i significati della realtà che lo circonda, tuttavia ha sviluppato un ottimo senso dell’osservazione. La trasposizione poetica della realtà vista con gli occhi curiosi di Uri, assume un’ironia involontaria quasi grottesca. Lo sguardo invidioso del ragazzo che vede gli altri detenuti grattare il fondo della pentola, mentre lui stesso cerca di frenare i morsi della fame con le rimanenze di quell’educazione, che una volta aveva un significato totalmente diverso, ci colpisce al cuore. Perché quei volti scarni, quelle teste rapate, quei numeri sul braccio tornano ad avere un nome, una storia.

Queste poche poesie non hanno un gran valore letterario. Come vi ho accennato le rime sono semplici e la struttura basilare. Le metafore, poi, non sono proprio azzeccatissime.

Quello che è interessante è il significato socio-antropologico di questi testi. Se a scrivere una poesia sul lager fosse stato un adulto, la parola tragicommedia nel titolo della poesia ci avrebbe indignati. L’invidia stessa ci avrebbe indignati.

Nella poesia “E la vita va avanti” troviamo un punto di vista molto interessante. Il piccolo poeta contrappone la quotidiana banalità delle conversazioni, alternandola anche graficamente verso per verso, agli orrori della guerra. L’intenzione di Orlev era quella di mostrare quanto il desiderio di sopravvivenza, il bisogno di parlare di banalità, permettano all’uomo di estraniarsi dagli avvenimenti che lo circondano. Questa sagace e intelligente osservazione avvicina i suoi versi a quelli della poetessa premio Nobel Wislawa Szymborska. La stessa poesia è stata poi corretta e sistemata da un compagno di prigionia con più esperienza.

Effettivamente l’opera corretta, mostra appieno il potenziale del poeta.

 

Orlev da grande ha fatto lo scrittore per ragazzi, scrive prevalentemente in ebraico, ma queste prime poesie sono state scritte in polacco. Le sue opere sono state insignite, tra l’altro con il premio Andersen, il riconoscimento più alto per un autore di libri per l’infanzia.