“Brezze moderne”: la raccolta poetica di Pietro De Bonis

Alessia Sità
ROMA –Esiste la poesia/allora esiste Dio!/Come quando non conosci i dolori/Ma vedi lo stesso gente piangere.”

Sono questi i versi che compongono “Continuerò a non morire se Dio vorrà” una delle poesie contenute in “Brezze moderne”, la raccolta poetica di Pietro De Bonis pubblicata da Lupo Editore.
Il volume è suddiviso in tre parti: Poesie, Intermezzi e Aforismi. La prima parte è costituita da liriche dall’estensione e dalle tematiche variabili; mentre nelle ultime due parti, l’Io poetico è continuamente impegnato a indagare non solo su se stesso, ma anche sull’uomo e sulla società attuale. Leggendo “Brezze moderne” non ho potuto fare a meno di ricordare la bellissima “Commiato” di Giuseppe Ungaretti, nella quale il poeta spiegava all’amico Ettore Serra cosa fosse per lui la poesia.  “Gentile/Ettore Serra/poesia/è il mondo l’umanità/la propria vita/fioriti dalla parola/la limpida meraviglia/di un delirante fermento/Quando trovo/in questo mio silenzio/una parola/scavata è nella mia vita/come un abisso.” Come per il grande Giuseppe Ungaretti, la poesia del giovanissimo Pietro De Bonis sembra essere il risultato di una sofferta e profonda operazione di ‘scavo’ nell’’abisso’ della propria anima e del proprio solipsismo esistenziale. Liriche come “Più cresco”, “Invaso”, “Libertà” e molte altre ancora, testimoniano la necessità di far conoscere al mondo le proprie personali emozioni, oltre che la propria percezione della vita quotidiana. L’autore sonda costantemente l’animo umano, scendendo nei meandri più oscuri dell’uomo, per meditare sul vero senso della vita. “Pensavo al cielo, lo vediamo celeste ma in realtà dall’universo è nero. E lo stesso il mare, in riva è azzurrino chiaro e lontano si scurisce. Tutte le cose da vicino sono più chiare e belle, più le avviciniamo e più si fanno vedere. Forse occorre più vicinanza tra gli uomini del mondo”. Proprio in questo bellissimo monito, contenuto nella parte dedicata agli Intermezzi, sembra essere riposto il messaggio della raccolta “Brezze moderne”. Mai fermarsi alle semplici apparenze, soltanto continuando a scandagliare le mille sfaccettature dell’animo umano potremo raggiungere la verità delle cose. Del resto, “I colori veri della vita non sono quelli che si vedono, ma sono quelli che si acquistano amando.” Con grande sensibilità, Pietro De Bonis ci regala una raccolta poetica che ci esorta a meditare attentamente sui nostri attuali tempi e sulle nostre piccole e grandi emozioni che, spesso, mettiamo a tacere per paura di svelarci troppo fragili.

VerbErrando: La memoria

ROMA – Ogni mese un’area della poesia, per conoscere i pensieri, i le parole e i poeti che hanno fatto il Novecento in Europa. Ogni mese un tema e un bouquet di voci,  declinazioni e interpretazioni che hanno parlato di quei temi. Questo mese, come da “metrica dei giorni” la memoria.


La memoria


L’inconscio e il suo dinamismo, Bergson e l’ irrazionalismo da una parte e Freud con la psicanalisi dall’altra, in mezzo la memoria e la volontà, l’esperienza e la coscienza. Questo era lo scenario che si presentava nel Novecento, quando l’uomo, sebbene in possesso di un’identità stabile,  trovava la sua definizione nella memoria. E così l’ inquietudine, lo smarrimento, e poi il dibattimento tra la negazione e l’evocazione della Memoria stessa. La poesia, nel Novecento, si fa baluardo di questa inquietudine esercitandosi sul terreno della memoria individuale, collettiva e storica, attraverso una lirica melanconica, lamentosa, che rimpiange un “tempo perduto” cercando di rintracciare nelle parole, immagini e mondi scomparsi.
“Quando il viaggio investe la ridefinizione del proprio vissuto, il mezzo ideale che ne consento lo svolgimento è la Memoria.” (Pegorari “Metrica dei Giorni”)
La memoria come nostalgia,  di una terra lontana e amata, un tempo posseduta e non più goduta,  come “Vento di Tindari” di Salvatore Quasimodo:
“Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Dell’isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.


Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima […]”


La relazione con la persona oggetto del ricordo si interrompe e la memoria costituisce il tramite per la conservazione del vincolo. Un vincolo che si vorrebbe sradicare,  così come la presenza della persona  dalla propria vita, e quindi  lottare contro la propria memoria che ci rimanda, ineludibilmente, sempre le sue immagini:
“Perché tu non mi veda –
In vita – di spinosa invisibile
Siepe mi circondo.

Di rovi mi cingo,
in brina – scendo.
Perché tu non mi senta –
Di notte – nella senile scienza
Del riserbo mi cimento.


In mormorio – mi stringo,
di sussurri mi bendo.
Perché tu troppo non fiorisca
In me – tra libri: tra boscaglie –
Vivo – ti affondo.


Di fantasie ti cingo
Fantasma – ti sricordo.”
(Marina I. Cvetaeva “Perché tu non mi veda”  tratta da “Dopo la Russia” (1928)


Oppure un vincolo che si vorrebbe mantenere, possedere di nuovo. E’ la speranza di un suo ritorno, in questo caso, ad affacciarsi, qui, con il tema dell’attesa, nutrita proprio dalla memoria, che si presenta grassa di tracce e di promesse speciali.
“<Ti perderò come si perde un giorno
Chiaro di festa: – io lo dicevo all’ombra
Ch’eri nel vano della stanza – attesa,
la mia memoria ti cercò negli anni
floridi un nome, una sembianza: pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo>.
Tu guardavi il giorno
Svanito nel crepuscolo, parlavo
Della pace infinita che sui fiumi
Stende la sera della campagna.”
(Alfonso Gatto “Parole” tratta da “Poesie”)


La memoria e il suo esercizio, per delineare le linee della propria coscienza e cercare un posto buono in cui stare. Ma per gli alcuni, come Caproni, Montale, è inutile nel suo fine di assegnare sapienza all’uomo, visto che il ricordo, comunque, non assolve al bisogno principale, quello del possesso. I luoghi e le cose che il soggetto ha vissuto e veduto, nonostante la memoria, restano non possedute, quindi inesistenti:
“Tutti i luoghi che ho visto,
che ho visitato,
ora so – ne son certo:
non ci sono mai stato.”
(Giorgio Caproni “Esperienza” tratta da “Il muro della terra” (1964-1975)


Infine, la memoria per ricordare, commemorare (cum memorare, ricordare insieme) il passaggio di qualcosa o di qualcuno che fece parte della nostra esperienza: Anna A. Achmatova, poetessa, madre e moglie, testimone e vittima del totalitarismo stalinista, non dimentica di aver avuto compagni di sofferenza, sebbene siano svaniti dalla memoria i loro nomi. Qui la memoria non si fa strumento di un dolore personale, ma del dolore storico e della lotta per la libertà:
“[…] Avrei voluto chiamare tutte per nome,
ma hanno portato via l’elenco, e non so come fare.

Per loro ho intessuto un’ampia coltre
Di povere parole, che ho inteso da loro.

Di loro mi rammento sempre e in ogni dove,
di loro neppure in una nuova disgrazia mi scorderò,


e se mi chiuderanno la bocca tormentata
con cui grida un popolo di cento milioni,


che esse mi commemorino allo stesso modo
alla vigilia del mio giorno di suffragio.


E se un giorno in questo paese
Pensassero di erigermi un monumento,

Acconsento ad esser celebrata,
ma solo a condizione di non porlo

Né accanto al mare dov’io nacqui:
col mare l’ultimo legame è reciso,

Né nel giardino dello zar presso il desiato ceppo,
dove l’ombra sconsolata mi cerca,

ma qui, dove stetti per trecento ore
e dove non mi aprirono il chiavistello.

Per anche nella beata morte temo
Di dimenticare lo strepito delle nere “marusi”

Di dimenticare come sbatteva l’odiosa porta
E una vecchia ululava da bestia ferita. […]”

 

Chiudo questa piccola raccolta sulla memoria usando le parole di Auden tratte da Blues in memoria (Funeral Blues), musicata da Benjamin Britten per “The Ascent of F6”, uno dei tre lavori teatrali che Auden scrisse in collaborazione con Christopher Isherwood. Parole tristi e senza speranza, un’altra, alta, forma di commemorazione dove la poesia tocca le vette più elevate dello struggimento e, con lui, della bellezza semantica e semiotica. In doppia versione, per donare al lettore il prezioso originale di uno dei poeti più imperdibili dello scorso secolo.


BLUES IN MEMORIA


Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti e fra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.


Incrocino gli aeroplani lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano i guanti di tela nera.


Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed il mio Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: avevo torto.


Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai nulla può giovare.


FUNERAL BLUES

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come


Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He Is Dead,
Put crêpe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.


He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong.


The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood.
For nothing now can ever come to any good.


VerbErrando, cronaca delle parole: la Poesia

ROMA – “Non ho mai saputo

lasciarmi portare

da ciò che avrebbe potuto essere bello

e ho resistito senza sapere

senza capire perché

con tutte le mie forze

contro…la gioia.

Ho dovuto soffrire senza ragione

per me

per lamentarmi

per avere qualcosa su cui piangere.
Adesso, ho così ben scavato

con le mia lacrime la fossa

che posso davvero seppellirmici.
Eppure credo di aver amato da lontano

tante cose diverse

ma sempre mancava qualcosa

Un sapore di sogno

un po’ d’incanto

perché bisognava soffocare

i ricordi teneri.”
Marie-Jo Simenon era la figlia di George. George scriveva. Lui inventava personaggi a cui affidava compiti importanti, tipo cercare gli assassini, rincorrere i delinquenti, far innamorare donne misteriose, conquistare città inarrivabili all’altro capo dell’oceano. Seppe inventare tutti i tipi di uomo, ma non quello giusto per Marie. Così lei morì.
Il 19 maggio 1978 si sparò un solo colpo con una calibro 22 e tutto finì. Gli echi delle corde della sua chitarra, le lettere al padre, le poesie, le parole alla rinfusa scritte su carte di fortuna… niente più niente… il suo niente… così vuoto di esseri… così pieno di sé… di se… lei era una mongolfiera che proprio non riusciva a volare. Eppure voleva. Lei viveva lo struggimento di sapere che la vita non ha fine e che vivere è arduo ovunque. Natsume Sōseki lo diceva.
“È difficile vivere nel mondo degli uomini.

Quando il malessere di abitarvi s’aggrava,

si desidera traslocare in un luogo in cui la vita sia più facile.

Quando s’intuisce che abitare è arduo,

ovunque ci si trasferisca,

inizia la poesia…”.

Nel 1906 scriveva “Guanciale d’erba” e dipingeva ad acquerelli l’essere poeta… un destino che non ha niente a che fare con la vocazione o l’ambizione… il poeta è un essere per il quale “Completare è diminuire”. “ Non guardo nulla. Ma proprio perché sul palcoscenico della mia coscienza non si muove nulla che sia rivestito di un colore sgargiante, riesco a identificarmi in qualsiasi cosa. Eppure mi sto muovendo. Né dentro né fuori da esso. Tuttavia mi muovo […] Se proprio mi si costringesse a spiegarmi, affermerei che il mio animo vibra con la primavera.” Il poeta… un uomo, “… un uomo che, avendo limato da questo mondo quadrangolare un angolo chiamato buon senso comune, vive in un triangolo”. Questo fu anche Nazim Hikmet, nato a Salonicco quando era ancora Turchia, russo di adozione… passò tutta la sua vita lontano. Lontano dalla sua donna, lontano da suo figlio, lontano dalla sua terra… lontano dal carcere, lontano dalla morte. Lontano… solo… visse in amore. Scrisse d’amore. Per la libertà di cui si fece bandiera, per le donne, per la vita, per la meraviglia, per il potere del divenire, del cambiamento, del rinnovamento “Il miracolo del rinnovamento / mio cuore / è il non ripetersi del ripetersi”. Vivere, osare, assumersi il rischio di essere audaci, perché la vita non è uno scherzo…
“…Prendila sul serio

come fa lo scoiattolo, ad esempio,

senza aspettarti nulla

dal di fuori o nell’al di là.

Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio

ma sul serio al punto tale

che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate

o dentro un laboratorio

col camice bianco e gli occhiali

tu muoia affinché vivano gli uomini

gli uomini di cui non conosci la faccia

e morrai sapendo

che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio

ma sul serio al punto tale

che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi

non perché restino ai tuoi figli

ma perché non crederai alla morte

pur temendola,

e la vita sulla bilancia

peserà di più.”

 

Gente così muore una volta sola, e quando lo fa non è nemmeno per sempre. Invece noi? Noi che non siamo audaci se non in apparenza, noi che non abbiamo ricevuto lezioni di educazione sentimentale, che non conosciamo le geografie delle nostre emozionalità, che non combattiamo se non per il nostro pasto, noi, chi siamo noi?
Che la poesia sia con noi e con il nostro spirito. Che questa primavera ci aiuti a transitare… verso il risveglio o il lento abbandono… comunque verso un qualche dove. Che questo transitare sia in poesia, in divenire… di desideri inespressi, di giochi mai iniziati, di incontri al buio, di avviamenti, di raccordi… …che questa primavera sia vita, amici! Che questa primavera sia vita!

 

21.03.2012
Giornata mondiale della poesia.
Morte di Tonino Guerra.
Primo giorno di Primavera.

 

George SimenonMemorie Intime (ed. Adelphi)
Natsume Sōseki Guanciale d’erba (ed. Neri Pozza)
Nazim HikmetPoesie d’amore (ed. Mondadori)

 

Veruska Armonioso per ChrL.

Vintage: l’eterna Poesia di Sandro Penna

ROMA – Fu poeta dalla vena lirica potente e intensa, Sandro Penna, colorata e umile nello scegliere la parole. Ma estremamente raffinata nel legarle, nell’allacciarle in isole di significati e di suoni che ci fanno scoprire quanto la realtà fisica sia importante, ci fanno sorprendere di quanto i colori siano fondamentali, ci fanno esagerare quanto l’orizzonte possa spingersi ancora un po’ più oltre del nostro sguardo. E di quanto la semplicità possa essere la forma più intensa di ricchezza ed eleganza.

Buona vita e buon risveglio a tutti!

 

La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.
Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.

Sandro Penna – Poesie (1927-1938)

“Poesie Antirughe”, bentornata poesia!

chronicalibri_poesie antirugheGiulia Siena
ROMA
– “Piangi, lasciati piovere, lasciati stare / Riposa, lasciati vegliare / Brinda, ci sono notti da ubriacare”. E’ un libro di versi “scalzi” che diventano poesie quello di Alessandra Racca. “Poesie Antirughe”, pubblicato da Neo Edizioni, è il secondo libro della scrittrice torinese che torna sulla scena letteraria dopo “Nostra signora dei calzini” del 2008. Ora l’eclettica Alessandra Racca raccoglie in un unico volume versi, parole e riflessioni in forma poetica. La sua poesia antirughe – una poesia schietta, innata nella forma e nello spirito – fa ridere, sorridere e distende. Allevia le tensioni quotidiane e quindi fa bene, anche alle rughe. Amiche, uomini, futuro, calzini, scarpe, felicità e certezze si mescolano nelle pagine, si rincorrono, si scontrano e incontrano, come in una realtà ironica e molto vera.

Alessandra Racca conosce le parole, le coccola, le lima e le rende perfette per il contesto nel quale le inserisce.
Alessandra Racca va a fondo, scrive poesia.

“La mia vita, il mio canto”

ROMA – Clemente Rebora nasce a Milano nel 1885 e questo momento storico influenza fortemente il suo pensare, il suo vivere e il suo scrivere.

 

L’egual vita diversa urge intorno;
cerco e non trovo e m’avvio
nell’incessante suo moto:
a secondarlo par uso o ventura,
ma dentro fa paura.Perde, chi scruta,
l’irrevocabil presente;
né i melliflui abbandoniné l’oblioso incanto
dell’ora il ferreo battito concede.
E quando per cingerti lo balzo
-‘ sirena del tempo –
un morso appéna e una ciocca ho di te:
o non ghermita fuggì, e senza gridonei pensiero ti uccido
è nell’atto mi annego.
Se a me fusto è l’eterno,
fronda la storia e patria il fiore,
pur vorrei maturar da radice
la mia linfa nel vivido tutto
‘e con alterno vigore felice
suggere il sole e prodigar il frutto;
vorrei palesasse il mio cuore
nei suo ritmo l’umano destino,
e che voi diveniste – veggente
passione del mondo,
bella gagliarda bontà
-l’aria di chi respira
mentre rinchiuso in sua fatica va.
Qui nasce, qui muore il mio canto:
e parrà forse vano
accordo solitario;
ma tu che ascolti, recalo
al tuo bene e al tuo male;
e non ti sarà oscuro.

 

10 Libri di San Valentino, letture con tutto l’amore che c’è

i 10 libri sull'amoreROMA – Non me ne voglia Sergio Rubini se “rubo” la frase che dà il titolo a un suo bellissimo film del 2000. Prendo in prestito “tutto l’amore che c’è” per suggerirvi 10 Libri di San Valentino che parlano di tutte le sfaccettature dell’amore: coniugale, fraterno, adultero, giovanile… Un amore quotidiano, lontano, passionale o goloso. Letture, quindi, con tutto l’amore che c’è.

1. Qualche lontano amore di Carla De Bernardi, Mursia
2. Favola di Eros e Psiche di Lucio Apuleio, Giunti
3. Dolce come il cioccolato. Romanzo piccante in 12 puntate con ricette, amori e rimedi casalinghi di Laura Esquivel, Garzanti
4. Poesie d’amore di D. H. Lawrence, Newton & Compton
5. Metafisica dell’amore sessuale di Arthur Schopenhauer,  BUR
6. Love Cooking, AA. VV., Aliberti
7. La felicità di fare l’amore in cucina e viceversa di Irène Frain, Ponte alle Grazie
8. Il gioco della seduzione di S. Elizabeth Phillips, Leggereditore
9. Lezioni d’amore di Patrizia Valduga, Einaudi
10. Scritto sul corpo di Jeannette Winterson, Mondadori

La Poesia Vintage palpita vita

poesia vintage

ROMA – La poesia è così bistrattata, dimenticata, banalizzata. La poesia è come un mondo parallelo, una quotidianità che non viviamo, ma c’è. Nell’odierna rincorsa al vero, al reality e alle parole immediate e sprezzanti dimentichiamo il bisogno che abbiamo della poesia e il fascino che da sempre essa esercita su di noi. La poesia di Giovanni Raboni (Milano 1932 – Fontanellato 2004) è una poesia nata dalla profonda ammirazione per i grandi scrittori, “è un’esigenza che nasce, io credo, da un desiderio di emulazione. Si leggono poeti che si ammirano da ragazzi, da adolescenti, e si vuole essere come loro”. Nata così, la poesia di Raboni si è poi lasciata impregnare dal tumulto degli anni: la grande guerra, l’affermarsi del cinema e il lavoro nel teatro hanno influito sulla sua scrittura che con l’età si è fatta matura e gravida di tematiche.

So la strada e la neve, so in che casa
abitata da sempre troveranno
un riparo luminoso nell’anno
del gran freddo le miti ossa, l’invasa

d’oscura dolcezza anima. Si fanno
scorte, di schegge per la stufa è rasa
la cantina, di sopra si travasa
farina gialla e riso. Senza affanno

si cerca sulle onde corte la voce
antidiluviana che rassicura
gracchiando, sì, è finita la paura,

interrotta causa neve l’atroce
partita, l’interminabile, stanca
corsa del tempo. Più nessuno manca.

 

da Ogni terzo pensiero, Mondadori 1993

"Libro di Ipazia": in un mondo che cambia chi sa distinguere il tramonto dall’alba?

Giulio Gasperini
ROMA –
La verità più profonda è quella che pronuncia Sinesio: ha il sapore (l’ombreggiatura) d’una profezia che, a distanza di secoli, si sta compiendo anche nei nostri miserrimi anni Zero: “Quando si è in alto mare la luce del tramonto e quella dell’aurora non sono molto dissimili. Non so bene distinguere”. Come a voler dire che, in epoca di transizioni, quella che pare la fine potrebbe essere l’epilogo ma potrebbe ben essere pure l’inizio di qualcosa d’altro. Ed è proprio questa indecisione, questo dubbio feroce, che Mario Luzi ha voluto indagare, in questa sua raffinata opera, “Libro di Ipazia”, edita da Mondadori nel 1978.


Ipazia è donna combattiva, che non depone l’unica arma a sua disposizione – la parola, ovviamente – per esortare e convincere i suoi concittadini a non lasciarsi travolgere da un cambiamento incombente e preoccupante, inquietante. Ipazia sfida le folle cieche di violenza e sprezzanti del ragionamento, impavida sa che l’ora è compiuta e che i sofismi non son più validi: adesso c’è solo da impugnare il proprio volere e conquistare il rispetto di sé.
Ipazia si immola, su un prevedibile altare: verrà assaltata dalla folla e smembrata al centro di una Chiesa, come fosse un novello Cristo pagano. Lei difendeva la cultura ellenistica, erede legittima della cultura classica, in una città, Alessandria, che rinnegava il suo passato vivace e stimolante per soccombere a ondate di invasioni, più o meno pacifiche (“Ah città morente, città crepata nelle fondamenta, come ti divincoli nell’agonia credendoti viva”): prima la religione cristiana, che si edifica su quella classica, e poi i barbari, che distruggono e poco ricostruiscono (“Dappertutto c’è divisione: tra ciò che si muove e ciò che sta, tra ciò che si disgrega e corre verso la gola spalancata e buia del futuro e ciò che si aggrappa alle macerie per resistere”).
Ogni epoca ha i suoi cambiamenti, e ogni cambiamento fa paura, scuote le coscienze, allunga le ombre dell’inquietudine e dell’apprensione (“Non ci sono leggi che impediscano e neppure leggi che proteggano. Non ci sono leggi affatto. C’è solo chi fa la legge”). Dove porterà la mutazione, dove sarà l’approdo per una nuova rotta che non conosce nocchiere né stella a orientare?
Mario Luzi è un cesellatore del ragionamento, è un attento collezionista della parola. Non c’è un solo termine che non sia giustificato, non c’è un solo ragionamento che abbia un cedimento. Non c’è un solo personaggio che dica più del necessario, più di quello che è consentito dalla storia, dalla geografia, dalla religione.
C’è poi chi, come Sinesio, vive la conflittualità d’una vita precedente rinnegata e d’una nuova abbracciata senza troppa convinzione: dove andare? Che fare? Quale deviazione prendere? (“Lo stato delle cose muta e mutano i nostri giudizi sinceramente talvolta, più spesso per necessità”). Domande antiche, remote; ma che, a ogni crisi, si ripropongono e, per questo, sono sempre fin troppo attuali.

"Sia dato credito alla poesia", ovvero come si allacciano realtà e interiorità.

Giulio Gasperini
ROMA –
Tutti noi, generalmente, ricordiamo qualche Premio Nobel, soprattutto della letteratura: sia perché qualcheduno lo studiamo pure a scuola, sia perché è il Premio, tra i tanti, forse più accessibile, più immediato. Il giorno dopo, entrando in una libreria, ci troviamo già sommersi dai titoli dello scrittore vincitore pubblicati in traduzione, decorati con fascette e richiami luccicanti da casinò. Non so, però, quanti di noi sanno che ogni premiato, durante la cerimonia, deve tenere un discorso: e che tali discorsi, in molti casi, son diventati opere illuminanti, frammenti di grandezza, umana e/o poetica, assolutamente imprescindibili per conoscere meglio un autore e la sua produzione intera. È il caso del discorso del Premio Nobel del 1995, il poeta irlandese Seamus Heaney, che lesse un appassionato testo intitolato (in traduzione) “Sia dato credito alla poesia” (Archinto, 1997).


Se Montale, trent’anni esatti prima (era il 1975), ritirò il premio chiedendo provocatoriamente a sé stesso e al mondo se la poesia avesse ancora un ruolo nella società, Heaney rispose non solo affermativamente ma con grande decisione e senza nessun tentennamento: la poesia ha un ruolo fondamentale, una funzione imprescindibile. L’uomo non può progredire senza la poesia; non può definirsi tale, l’uomo, né pensare di poter sviluppare le sue capacità più sane e meritevoli, senza confrontarsi con la parola poetica. Perché la parola, per Heaney, ha una funzione reale, concreta, deittica: di relazione, ovvero, diretta con la realtà, col mondo vissuto, coll’umanità che giornalmente, praticamente, si trova a vivere e a sopravvivere. La Poesia, “onesta e fedele” (come anche sostenne Saba), ha “pietà del pianeta”, perché riesce a “creare un ordine fedele all’impatto della realtà esterna e rispondente alle leggi interne dell’essere del poeta”. La poesia è, infatti, “nave e ancora”, riuscendo, nello stesso istante, a rispondere in maniera compiuta e degna a due esigenze profonde (e dolorose) dell’uomo e dell’umanità intera: “Il bisogno, da un lato, di dire la verità, dura e punitiva; dall’altro, di non indurire la mente al punto di rinnegare il proprio desiderio di dolcezza e di fiducia”. Carne e spirito, dunque, per Heaney: ognuno portato ai massimi estremi ma mai lasciato estremizzare.
Il discorso di Heaney si fa ancora più profondo quando riesce, con una leggerezza e una perizia miracolose, a saldare la sua teoria poetica con la realtà quotidiana (“quel secchio nel retrocucina, cinquant’anni fa”) ma anche storica in cui lui si trovò a crescere: quella, ovvero, della sua Irlanda straziata, negli anni ’70, dagli scontri feroci nell’Ulster, tra cattolici e protestanti (“Il tempo di guerra, in altre parole, fu per me tempo anteriore alla riflessione”). E arrivò alla conclusione che “A volte è difficile allontanare il pensiero che la storia sia istruttiva quasi come un mattatoio”. Ma laddove la storia può fallire, arriva la poesia a smascherare l’inganno e a ripristinare le giuste rotte di navigazione.