"Il Paese Bello" di Stefano Sgambati

Giulia Siena
ROMA “Da tutte le parti del mondo vennero giornalisti e televisioni per raccontare del Paese Perfetto che era diventato l’Italia: il New York Times, in un editoriale destinato a passare alla storia del giornalismo moderno, scrisse che il Bel Paese era diventato il Paese Bello”. Sette racconti come sette tasselli che formano un’immagine a colori vivaci di una nazione socialmente ed eticamente da rifare. Questo è “Il Paese Bello”, il primo libro di Stefano Sgambati, pubblicato dalla Intermezzi Editore.

Un libro che sviscera con ironia e disillusione le debolezze di uomini e donne che si intrappolano in una pazzìa chiamata amore, di individui che rimandano le scelte o che arrivano a compromessi con Dio pur di ottenere una seconda possibilità. La penna di Stefano Sgambati non risparmia neppure le false ideologie di una classe politica che sta trascinando l’Italia in un baratro di ipocrisia senza precedenti. Tutto questo l’autore lo fa con intelligenza di espressione (sia nei racconti che negli intermezzi “personali”) e uno stile di “scrittura quotidiana” che incontra la genialità nella caratterizzazione dei personaggi.“Da tutte le parti del mondo vennero giornalisti e televisioni per raccontare del Paese Perfetto che era diventato l’Italia: il New York Times, in un editoriale destinato a passare alla storia del giornalismo moderno, scrisse che il Bel Paese era diventato il Paese Bello”. Sette racconti come sette tasselli che formano un’immagine a colori vivaci di una nazione socialmente ed eticamente da rifare. Questo è “Il Paese Bello”, il primo libro di Stefano Sgambati, pubblicato dalla Intermezzi Editore. Un libro che sviscera con ironia e disillusione le debolezze di uomini e donne che si intrappolano in una pazzìa chiamata amore, di individui che rimandano le scelte o che arrivano a compromessi con Dio pur di ottenere una seconda possibilità. La penna di Stefano Sgambati non risparmia neppure le false ideologie di una classe politica che sta trascinando l’Italia in un baratro di ipocrisia senza precedenti. Tutto questo l’autore lo fa con intelligenza di espressione (sia nei racconti che negli intermezzi “personali”) e uno stile di “scrittura quotidiana” che incontra la genialità nella caratterizzazione dei personaggi.

Leggi anche l’intervista a Stefano Sgambati:
intervista a STEFANO SGAMBATI

“CorpoOtto. Scelte di carattere”: la vita scritta e disegnata di Franco Bevilacqua

Marco Di Luzio
ROMA –  Raccontare una vita, la propria vita, non è mai un’impresa facile. Ci sarebbero milioni di fatti, milioni di aneddoti, esperienze, emozioni che si vorrebbero scrivere e che si vorrebbe far conoscere. Se non bastasse già di per se, l’arduo compito di selezionare i ricordi, ci si aggiunge anche il problema, affatto trascurabile, di correre il rischio di annoiare il lettore; concentrandosi troppo su un periodo particolare della vita o spendendo parole eccessive per esprimere un pensiero che sembra bellissimo ma che magari, chi legge, trova quanto mai logorroico.
Non sappiamo se Franco Bevilacqua si sia posto o meno tutte queste domande mentre componeva il suo “CorpoOtto: scelte di carattere”, pubblicato dalla casa editrice Ponte Sisto, ma sappiamo di certo che il suo libro scorre. E nello scorrere, piace. E’ una biografia, pura e semplice. Bevilacqua nasce a Roma nel 1937 e dunque i suoi primi ricordi sono inevitabilmente legati alla Grande Guerra, vista dagli occhi di un bambino e chiusa nel piccolo mondo di una Roma non più “città aperta” ma preda degli umori dei nazisti. Crescendo, la passione giovanile per lo sport, si trasforma in amore per la carta stampata e successivamente per la grafica: “Passavo per Piazza Colonna e Via del Tritone, e dalle finestre aperte al pianterreno dei palazzi del Tempo e del Messaggero, rimanevo estasiato ad ascoltare il ticchettio della linotipe, le enormi macchine da scrivere che producevano, con la fusione del piombo, le righe tipografiche, a respirare l’aria pregna dell’odore dei solventi e degli inchiostri“.

Una vita professionale in continuo movimento, non alla ricerca di un posto sicuro o di uno stipendio invitante ma a caccia di nuove sfide, sondando terreni spesso inesplorati  e sperimentando anche a rischio di pagarne sulla propria pelle lo scotto. “Paese Sera”, “La Repubblica” (di cui è uno dei fondatori), “L’Europeo”, “L’Espresso” ecc… sono solo alcuni dei grandi giornali con il quale lavorerà, collaborerà e darà il proprio contributo alla ristrutturazione grafica e al rilancio sul mercato. Il “colpo” della carriera lo darà la geniale campagna pubblicitaria ideata per il lancio della Fiat Uno, realizzata con Guido Vanzetti e Giorgio Forattini: “Così il primo bozzetto che mostrammo fu un punto esclamativo su un’intera pagina di quotidiano. Poi il punto esclamativo, a tutta altezza, su due colonne, infine il logo Uno seguito dal punto esclamativo“. La campagna pubblicitaria sarà un successo, come un successo si è rivelato quasi tutto quello a cui Bevilacqua ha lavorato. Eppure, il libro non è un’autocelebrazione di se stesso ma un racconto ironico e a volte anche critico, su come un uomo semplice, senza dover dire grazie a nessuno e sempre fedele ai propri principi, sia riuscito nel compito più difficile che un uomo possa avere: realizzare i propri sogni.