“Dal Cittadella alla Champions”: la rincorsa del Napoli verso il sogno


Silvia Notarangelo
ROMA – 15 maggio 2011, sugli spalti del San Paolo ci sono 55.000 tifosi. Stanno per scendere in campo i campioni in carica dell’Inter, ma poco importa. L’attesa è tutta per il Napoli, il loro Napoli, che dopo 21 anni dall’ultima apparizione, sta per riconquistare il grande palcoscenico internazionale. Basta un punto. Un solo punto separa gli azzurri di Mazzarri dall’accesso diretto alla Champions League. Al termine dei novanta minuti, i gol di Eto’o e Zuniga fissano il risultato sull’1-1: la festa può cominciare. La trionfale cavalcata del Napoli, dalla serie C ai vertici della massima categoria, i suoi tifosi e le loro abitudini, sono protagonisti del coinvolgente saggio “Dal Cittadella alla Champions” curato da Barbara Napolitano e pubblicato da Edizioni Cento Autori.

Tutto ha inizio nel 2004, quando comincia ufficialmente l’era De Laurentis. Dopo il fallimento della società, si riparte da zero e la strada è, ovviamente, tutta in salita. La voglia di riscatto, però, non manca e la città di Napoli si stringe, da subito, attorno alla nuova squadra, senza mai privarla del suo sostegno. Dal debutto in casa con il Cittadella, passando per la sospirata promozione in serie A, fino ad arrivare alle ultime esaltanti stagioni. Tutti hanno dato il loro contributo: presidente, allenatori, calciatori, tifosi, tutti partecipi di un lungo progetto che, dopo sette anni, nel 2011, può dirsi finalmente coronato.
Ma il sogno, per essere tale, va anche alimentato e condiviso con quanti professano la stessa fede calcistica. Ecco, allora, il proliferarsi di emittenti radiofoniche, telecronache di parte, blog e siti internet per lasciarsi trasportare dalla “febbre azzurra” e seguire, passo dopo passo, le gesta dei propri eroi.
Certo, non tutti i tifosi sono uguali. Si può essere “occasionali, appassionati, assidui o soggiogati”, ma, alla fine, è solo un dettaglio. Napoli e il Napoli sono, da sempre, intimamente legate. Per questo, non stupisce che Gianni D’Ambrosio, operatore di ripresa RAI e autore dell’inno Come pagine di favole, rivolga alla sua squadra un particolare ringraziamento: “ci fai sentire uniti e più felici e sai perché, perché questa città, con la sua forza, ancora vincerà”.

"La vita al 90°"…storie di calcio non solo giocato


Silvia Notarangelo
Roma – Ci sono alcuni sport – e il calcio è uno di quelli – che hanno la capacità di smuovere gli animi, di suscitare interminabili discussioni e furibonde litigate ma anche di regalare storie straordinarie che assumono, nel tempo, contorni leggendari. Raffaele Ciccarelli ne ha scelte tre, davvero suggestive, per il suo “La vita al 90°”, pubblicato dalle Edizioni Cento Autori.
Si inizia con el divino Ricardo Zamora, classe 1901, professione portiere. E’ lui a difendere la porta delle Furie Rosse dal 1920 al 1934, è lui a ipnotizzare gli avversari con la sua calma, la sua sicurezza, la sua abilità nell’intuire sempre la traiettoria del pallone.
Ed è proprio contro el divino che la nazionale italiana deve fare i conti nei quarti di finale della Coppa del Mondo 1934. Lo svantaggio iniziale pare una condanna, i tentativi offensivi sono vani. Non c’è modo di trafiggere Zamora, è necessario inventarsi qualcosa. E a quel qualcosa ci pensa Angelo Schiavio che, ostacolandolo nettamente nella sua area di porta, consente a Ferrari di insaccare. L’1-1, come era facile attendersi, regge fino alla fine e, da regolamento, occorre rigiocare. Ma ecco che, proprio nei secondi novanta minuti, avviene ciò che nessuno si aspetta: Ricardo si siede in tribuna, al suo posto gioca Nogues. Una mossa incredibile, mai giustificata, probabilmente determinata da forti pressioni politiche. È la svolta. L’assenza dell’uomo in più, di quel portiere insuperabile, è un vero regalo per gli azzurri che riescono ad imporsi e a continuare il loro cammino verso quella finale che regalerà all’Italia la prima Coppa del Mondo.
Se segnare, come in questo caso, può essere davvero difficile, in altri, pochissimi a dire la verità, si è volutamente scelto di non segnare, impedendo al pallone di varcare la fatidica linea di porta. È quanto è avvenuto a Kiev, il 6 agosto 1942, di fronte l’FC Start e la Flakelf, ovvero, ex calciatori di Dinamo e Locomotiv, scampati alla deportazione, contro ufficiali dell’aeronautica tedesca. In palio non ci sono punti né trofei, c’è molto di più: ci sono la dignità e l’orgoglio di un popolo intero che si stringe attorno alla sua squadra nella consapevolezza che almeno lì, sul terreno di gioco, nessuno può sconfiggerla, perché lì, è lei l’assoluta dominatrice. Il risultato finale è quasi imbarazzante: 5-1 all’andata, 5-2 al ritorno, in un incontro che, di calcio, ha ben poco. Le conseguenze di questa doppia vittoria sul campo non tarderanno ad arrivare e saranno drammatiche, ma la voglia di rivalsa e la speranza nel futuro sono ormai consolidate e, presto, diventeranno realtà.
Un futuro spezzato, invece, per i Busby Babes, i ragazzi di Busby, di Sir Matt Busby. Quando, nel 1999, il Manchester United conquista la sua seconda Coppa dei Campioni, i tifosi dei Reds non si trattengono dall’intonare “Happy Birthday Sir Matt”. Matt è proprio lui, Matt Busby, e il pensiero torna, ancora una volta, ai suoi ragazzi, a quelle giovani promesse che avevano saputo incantare negli anni Cinquanta prima di arrendersi ad un crudele destino. Il volo proveniente da Belgrado, dove si erano facilmente imposti sulla squadra locale, non fece mai ritorno. Si schiantò contro una casa e prese fuoco. I superstiti furono pochissimi, tra di loro Busby. Lo sconcerto fu enorme, ricominciare sembrava impossibile. Eppure tutto ripartirà proprio da sir Matt, dalla sua voglia di rimettersi in gioco fino a ricostruire una squadra capace di raggiungere l’atteso traguardo: la conquista di quella Coppa dei Campioni che la sorte aveva negato ai suoi babes, ma che almeno lui può ora dedicare alla loro memoria.

Non lasciarti ingannare dal "Panico!"

Marianna Abbate
ROMA Se di notte sentiamo dei rumori in salotto, se c’è un temporale fortissimo, se un ladro ci punta contro una pistola abbiamo paura. E’ lecito avere paura durante un terremoto, un incendio o una tempesta in mare. Ma quando siamo al sicuro – mentre guidiamo una macchina o leggiamo un libro, quando prendiamo un caffè al bar o saliamo sull’autobus o siamo in spiaggia a prendere il sole –  e un improvviso terrore ci attanaglia lo stomaco, ci paralizza le gambe ci cattura e ci governa, quel terrore non è giustificabile da nessuna logica. E’ panico.
“Panico! Una ‘bugia’ del cervello che può rovinarci la vita”, questo il titolo del libro-intervista di Cinzia Tani al famoso neurologo Rosario Sorrentino, edito da Mondadori nella collana Bestsellers. Il professore spiega in un linguaggio accessibile a tutti, cosa accade nel cervello di una persona quando ha un attacco di panico. 

Di certo la zona interessata è l’Amigdala- il punto di partenza delle nostre emozioni, che è situata molto vicino all’Ippocampo, il cassetto della memoria. Per questo quando avviene l’attacco di panico, paragonabile quindi ad un corto circuito che ha il suo epicentro nell’Amigdala, il ricordo dell’attacco rimane nitido per tantissimo tempo, e nel paziente si sviluppa una paura della paura, che lo priva della libertà di vivere, costringendolo in un recinto.
Secondo gli studi di Sorrentino – che attraverso l’uso di una risonanza magnetica funzionale è riuscito a fotografare l’attacco di panico – questo fenomeno è dovuto alla mancanza o alla cattiva amministrazione di una sostanza fondamentale per il funzionamento del cervello: la serotonina. Per questo l’unica via di cura per questa malattia, che affligge moltissime persone, sono i farmaci.
Inutile quindi, perdere tempo a parlare dei disagi familiari con uno psicanalista, quando la motivazione del fenomeno è da ricercarsi in una predisposizione genetica coniugata all’utilizzo di sostanze scatenanti quali droghe o caffeina. 
Sorrentino enuncia due fattori fondamentali che rendono molto difficile la cura di questa malattia: il mancato riconoscimento sociale dell’esistenza di questo disturbo d’ansia, e la paura mista alla vergogna di prendere psicofarmaci.
Il professore si batte da anni contro la psicanalisi e a favore di una cura farmacologica, che dimostra sempre più di avere degli ottimi risultati, tanto che presso il suo studio si possono incontrare pazienti da tutto il mondo.
Il libro è un aiuto valido per chi soffre di questo disturbo, ma è anche un’interessante fonte d’informazioni per chi desidera conoscere al meglio una malattia che ha sempre maggiore diffusione. 

"Perché è Santo", la storia di Giovanni Paolo II raccontata da Slawomir Oder e Saverio Gaeta

Silvia Notarangelo

RomaDa Seminarista, studente a Cracovia, Karol Wojtyla trovò appeso alla porta della sua stanza un foglietto con le parole “Futuro santo”. Era un gioco scherzoso dei suoi compagni, che oggi si colora però di una luce profetica. Nel 2005 Benedetto XVI ha aperto il processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II affidando il ruolo di postulatore a monsignor Slawomir Oder, che in “Perché è Santo. Il vero Giovanni Paolo II raccontato dal postulatore della causa di beatificazione” racconta gli esiti inediti del suo immane lavoro di raccolta di documenti e testimonianze, che fanno luce su aspetti della vita di Wojtyla prima ignoti e che apportano al suo ritratto nuovi essenziali elementi. Oggi, nella settimana che precede la beatificazione dell’amatissimo Pontefice, ChronicaLibri vi suggerisce il saggio “Perché è Santo”, nel quale si ridisegna non soltanto l’immagine di un protagonista della storia del Novecento, ma anche e soprattutto quella di un credente capace di vivere nella propria carne il messaggio evangelico.
Densa di episodi finora sconosciuti, questa ricostruzione ci rivela un Giovanni Paolo II essenziale ai limiti della povertà, umile, generosamente sensibile ai bisogni del prossimo ma anche spiritoso e gioviale. Un mistico devotissimo a Maria, che passava ore steso a terra a pregare e si flagellava con una cinghia. Un uomo capace di perdonare e di riconoscere la grandezza nel prossimo, come attestano l’inedita lettera ad Ali Agca e quella a padre Pio da Pietrelcina, che lascia intuire un rapporto fra i due assai più radicato di quanto si supponesse.

Come nutrire il pianeta nella nuova edizione di "State of the world"

Silvia Notarangelo

Roma – Economia sostenibile, attenzione alle risorse e ad una loro più equa distribuzione, sicurezza alimentare, sono questi alcuni dei temi affrontati da “State of the world 2011”. Il volume, curato da Gianfranco Bologna per Edizioni Ambiente, propone un ventaglio di possibili soluzioni per “cambiare il modo in cui coltiviamo ciò che mangiamo”, cercando di risolvere uno dei problemi più esecrabili, la fame nel mondo. E lo fa dedicando particolare attenzione al continente africano, in possesso, purtroppo, di tristi primati in materia. La premessa è chiara, il sistema attuale non funziona, o meglio, non è più in grado di rispondere alle esigenze di una popolazione mondiale in crescita costante. I numeri non mentono: un miliardo di affamati, quasi tredici milioni di bambini malnutriti nella sola Africa Subsahariana dove una percentuale del raccolto, che oscilla tra il 25 e il 50 per cento, non riesce neppure a raggiungere le tavole

E allora, cosa fare per garantire ciò che la comunità internazionale ha riconosciuto come un diritto al cibo? Innanzitutto, prevenire gli sprechi ed evitare il rapido deperimento dei raccolti. Può sembrare una banalità, ma si tratta del metodo più efficace ed economico: se recuperato, quel cibo consentirebbe non solo di sfamare i 2/3 della popolazione mondiale ma anche di scongiurare pericolosi impatti ambientali e sociali. Per sconfiggere la fame, però, questo non basta. Occorre investire nel settore agroalimentare, prendere le distanze da logiche di mercato contingenti, adottare strategie a lungo termine. Sarebbe, pertanto, opportuno favorire una diversificazione delle colture e una più attenta gestione delle acque piovane, assicurare un’adeguata formazione agli agricoltori di domani, abbandonare forme puramente assistenziali a vantaggio di aiuti che sappiano promuovere un’economia locale. E ancora, salvaguardare le tradizioni, tutelare la biodiversità, incoraggiare il consumo di prodotti del luogo nella convinzione di riuscire, così, a rafforzare la coesione all’interno delle comunità. 
Da ultimo, ma non per questo meno importante, valorizzare il ruolo delle donne attraverso specifiche politiche di aiuto e di sostegno, garantendo loro pari opportunità nell’accesso, ad esempio, a forme di credito e programmi di divulgazione.
Piccoli successi, esperienze positive da prendere ad esempio non mancano, basta citare il caso dei forni solari, adottati in alcune località del Senegal, o del burro di Karité, una produzione tutta al femminile capace di imporsi sul mercato mondiale.

Forse si potrebbe partire da qui, da questi ancora sporadici tentativi, per affermare un nuovo modello di sviluppo, in cui l’agricoltura rivesta un ruolo determinante grazie alla sua capacità di “mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, ridurre le patologie legate all’alimentazione e i costi connessi, creando posti di lavoro in un’economia globale stagnante”.