I tanti gusti (e sapori) del leggere…

libri-slow-foodGiulio Gasperini
AOSTA – Sul cibo si scrivono sempre opere deliziose e gustose. E l’accoppiata cibo-letteratura ha sempre avuto dei rapporti stretti. Lo testimonia anche l’iniziativa dell’associazione Slow Food, che ha deciso di presentare una serie di brevi racconti di “cucina letteraria” in una “piccola biblioteca”, curata da Giovanni Nucci, che vede interventi, tra gli altri, di Simonetta Agnello Hornby, Nicola Lagioia, Massimo Carlotto, Moni Ovadia e Matteo Codignola. In ogni volume, oltre alla storia, sono “raccontate” una serie di ricette deliziose, da riproporre e assaporare in continuazione.
La “Metamorfosi” di Kafka è lo spunto da cui parte l’avventura raccontata da Moni Ovadia, che ci accompagna così in un dolcissimo viaggio tra i prodotti tipici dell’arte dolciaria ebraica. La storia è nota: un uomo si sveglia e non è più un uomo, ma qualche altra cosa; in “Il glicomane” l’uomo in questione si ritrova trasformato in un dolce; ma non perché abbia preso l’aspetto di un budino o di una ciambella; ha semplicemente troppo zucchero nel sangue per essere un uomo: dovrebbe essere già in coma, ma lui continua a vivere. La sua smodata passione per i dolci lo ha cambiato costituzionalmente: non c’è nessuna soluzione, perché il suo cambiamento è un “evento mistico”: la passione per i dolci ha “provocato un cortocircuito nelle relazioni biopsichiche” dell’organismo. Uno dei suoi dolci preferiti, una sorta di madeleine proustina, che lo riporta all’infanzia e lo fa cullare nei ricordi è la khalvà, il sui ingrediente principale è una pasta oleosa di sesamo detta tkhina, lavorata poi con zucchero, miele e aromatizzata alla vaniglia.
Massimo Carlotto racconta invece, in “L’arrosto argentino”, il rito sontuoso dell’asado: inseguendo la storia di Zorro, il protagonista del breve ma sapido racconto incontra a Buenos Aires un uomo di origine veneta, che di Zorro era stato assistente nel suo circo. Con questo sconosciuto, Vinicio Ortolan, si instaura un rapporto difficile e complesso, giocato su reticenze, omertà e rumorosi silenzi, gravidi di parole. Ogni incontro, ogni dialogo, è scandito dal rito del cibo: non solo della sua degustazione, della piacevolezza del gusto che esplode in bocca, ma anche della sua preparazione, dei sensi che lentamente sono accesi e funzionali, dell’arte nel saper dosare, poggiare, lasciare in cottura, girare e profumare. Il consumo dell’asado argentino ha una sua teoria, complessa ed elaborata, colma di una sua dignità estrema: il buon asado può essere jugoso, a punto, bien cocido, crocante. E l’asador è il sacerdote che supervisiona la perfetta e compiuta realizzazione dell’incantesimo. A fianco dell’asado, ci sono le salse, che spesso anticipano la cottura. E tutte le verdure che contornano e sublimano il gusto. L’asado è “un rito, una liturgia dedicata all’amicizia”: “Sono trascorsi molti anni e non ho mai smesso di arrostire, mescolando culture diverse, per celebrare il rito della conversada amistad”. Anche se l’asador, nel suo ruolo sacerdotale, è solitario e scostante, dedito alla carne e alla sua cottura; non sono ammesse deroghe né concessioni: “A volte accendo il fuoco solo per me stesso. El gran solitario può sognare. O semplicemente ricordare”.

“Milano women-friendly”, la guida in tacchi a spillo.

Milano women-friendlyGiulio Gasperini
AOSTA – Una città si affronta in tanti modi, secondo diverse prospettive. Le guide Permesola della Morellini Editore ne offrono uno tutto particolare ed esclusivo: quello delle donne. Perché le donne hanno esigenze, interessi, passioni uniche; o, almeno, così parrebbe. Anna di Cagno, giornalista professionista per anche “Cosmopolitan”, conduce lettori e lettrici in un viaggio allettante nella capitale per eccellenza del fashion-style e delle notti-da-bere. La teorizzazione della Milanesity è d’obbligo in apertura di volume: capire cosa significhi essere milanese, abitare a Milano, vivere Milano ha delle regole precise, degli obblighi, dei doveri che bisogno tassativamente imparare e applicare; pena, il fallimento. O il fraintendimento.
La guida, accompagnata e impreziosita dalle foto di Monica Cappato e Anna Toscano, offre tutti i dettagli e le informazioni utili per affrontare la giungla urbana: quando partire, secondo anche un calendario di eventi e manifestazioni (e non soltanto seguendo i capricci e i dettami della meteo!), a cosa mettere in valigia, dando poi una serie di avvertimenti per tutte le donne che viaggiano sole. E poi si passano in rassegna, descritti con brevi e sapide pennellate, i luoghi più interessanti e suggestivi, dal Cenacolo vinciano alla Pinacoteca di Brera, dai Navigli all’Orto botanico, passando per le gallerie d’arte, i vari musei e persino Casa Sozzani.
guide women-friendlyDettagliate le sezioni su dove dormire e dove mangiare, mentre non poteva mancare (al di là degli stereotipi) mancare una parte dedicata alla “Milano con i bambini”. E non può neanche mancare una lunga lista di luoghi per gli “ape”, così tanto moderni e persino più sofisticati di ricche cene. Capitoli ricchi anche per lo shopping, in quella che è considerata, a ragione, una delle principali città modaiole: vestiti, gioielli e “the best vintage”, per le amanti dello stile retro ma sempre elegante e raffinato. Senza dimenticarsi, ovviamente, del wellness e del benessere personale: anche a Milano, infatti, ci sono luoghi dove potersi rilassare, tutti ben illustrati in “angoli di relax”.
Oramai le guide possono sembrare superate: è possibile scovare una app per i nostri smartphone su ogni aspetto del viaggiare. Dalle linee della metropolitane alle informazioni sui musei tutto scorre in internet, tutto scivola sugli schermi cinematografici dei nostri telefonini, sotto le nostre dita. Ma il piacere che dà la lettura di un punto di vista, di opinioni e suggerimenti è difficilmente scovabile, persino nelle migliaia e migliaia di deliranti valutazioni e commenti di TripAdvisor e simili.
Ovvio, comunque, che ogni città è unica e irripetibile proprio perché la varietà la nutre e l’alimenta. Pertanto, regole e teorizzazioni a parte, una città basta lasciarsela scorrere sottopelle. E buona Milano a tutt*!

“Io. e l’Ilva” il monologo di un metalmeccanico

Marianna Abbate

ROMA – L’Ilva non rispetta le regole sull’impatto ambientale. L’Ilva è la causa di infiniti tipi di morbi, patologie, formazioni cancerose e problemi respiratori. L’Ilva porta sulla tavola di tutta Taranto un piatto di pasta. Coperto da uno strato sottile di diossina. L’Ilva ti fa comprare la macchina nuova. Che importa se è coperta dal medesimo strato di diossina?

È la “grande contraddizione di Taranto” quella al centro del “Monologo metalmeccanico- Io e L’Ilva” di Giuse Alemanno. pubblicato da Lupo editore. Sì, perché da una parte l’Ilva è il male, dall’altra non si può vivere senza Ilva.

Che poi Ilva è un concetto vago, troppo generalista. Dentro il più grande stabilimento d’acciaieria d’Europa si snodano settori, reparti, calore, facce, tecnologie e arretratezze. Un microcosmo vivace e vivo, estremamente autoreferenziale agli occhi di Alemanno: “partigiani dei cazzi propri”. Gli operai hanno perso quel senso di comunità che li aveva resi forti nelle rivolte socialiste. Ognuno guarda il suo benessere, inclusi i sindacati che cercano l’accordo a tutti i costi, pur di guadagnarci una promozione e tanta tranquillità.

Eppure senza Ilva, il destino di Taranto sarebbe segnato. “C’è uno psichiatra in sala?” continua a chiedersi l’autore del monologo, in un misto di disperazione ed impotenza. Non c’è soluzione neanche agli occhi di quell’operaio acculturato, di quello che conosce tutte le questioni interne ed esterne, che è Giuse Alemanno.

Un vicolo cieco. Un enorme, bruciante, polveroso e ricco vicolo cieco.

Domani in libreria: “Venga pure la fine”, il nuovo romanzo di Roberto Riccardi

Venga pure la fine_Roberto Riccardi_chronicalibriGiulia Siena
ROMA – “E adesso venga pure la fine, venga pure la notte. Sono pronto ad accoglierle. Venga pure un nuovo inizio, perché è solo quando tutto finisce che incomincia davvero qualcosa“.

 

Arriva in libreria domani, mercoledì 25 settembre 2013, “Venga pure la fine”, il nuovo romanzo di Roberto Riccardi pubblicato dalle Edizioni e/o nella collana Sabot/age, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto. “Venga pure la fine” è un’invocazione, una presa di coscienza, un arrendersi, un donarsi, un abbandonarsi al dovere e a quello che sarà. “Venga pure la fine” è la nuova e inattesa indagine di Rocco Liguori, il tenente dei Carabinieri già protagonista di Undercover. Niente è come sembra”.

Questa volta dovrà recarsi all’Aia a disposizione del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia. In quella terra ad Est lui c’è già stato, sette anni prima, nel bel mezzo di un conflitto fraticida che ha segnato la storia della Bosnia. Allora, anche se doveva rimanerne fuori per questioni politiche, Rocco Liguori aveva arrestato il macellaio di Gračanica, quel Milan Dragojevic colpevole della strage di Srebrenica e di altri eccidi in una terra costantemente lacerata dalle lotte. Dopo l’arresto tra loro cominciò un rapporto epistolare intenso, fatto di riflessioni e consapevolezza. Liguori ora deve tornare su quei passi, deve tornare in ex-Jugoslavia per indagare sul tentato suicidio di Dragojevic. Il colonnello, infatti, è in coma; probabilmente ha ingerito una massiccia dose di quei farmaci con i quali doveva combattere un nuovo nemico, la depressione. Ma la storia del tentato suicidio, per un uomo che ha procurato tanto male al suo stesso popolo, non regge. Il procuratore vuole che Liguori scopra di più. E Rocco lo fa, vorrebbe esimersi ma non può; vorrebbe anche evitare di tornare con la memoria e con gli occhi a quelle terre che sono state lo scenario della sua folgorazione per Jacqueline. Anni prima, infatti, proprio in Bosnia aveva incontrato questa “miscela di armonie silenziose che culminavano in un sorriso radioso e una voce cristallina”, una donna che gli aveva scombussolato i sensi e gli aveva dato buone idee per la cattura del colonnello. Ora lo scenario è cambiato, gli anni Novanta sono lontani, rimangono, però, gli antichi rancori nello sguardo risoluto di kosovari e bosniaci e l’indagine di Liguori prende, improvvisamente, rotte internazionali. La storia tiene dentro altre storie (magistrale il riferimento al libro di Elsa Morante) e viaggia velocemente su piani temporali diversi; il palcoscenico su cui si muovono i personaggi è un susseguirsi a velocità impressionate di città Europee: L’Aia, Sarajevo, Cracovia, Londra, Roma, come a ricordarci che la criminalità non risparmia niente, nessuno e in alcun luogo.

 

Roberto Riccardi – vincitore con “Undercover” della seconda edizione del Premio Letterario Mariano Romiti – firma un nuovo e avvincente romanzo, un libro in cui alla padronanza della materia si aggiungono sfumature e dettagli che solo un ottimo narratore può carpire.

 

“La vita non torna indietro a offrirti di correggere uno sbaglio. Lei è già altrove, a decidere per qualcun altro che, come te, si crede eterno ed è solo l’ennesimo granello nella polvere del tempo. La vita non torna indietro, non lo fece neppure quel giorno”.

 

Guarda QUI la video intervista a Roberto Riccardi realizzata con ItvRome.

Edizioni Leima, quando si produce cultura non c’è competizione. Intervista a Renato Magistro

EdizioniLEIMAGiulia Siena
PALERMO – Da legatoria a casa editrice: questa l’evoluzione che ha portato LEIMA a completare un lungimirante progetto attorno ai libri. Questi ultimi, infatti, da semplice manufatto sono diventati un prodotto culturale veicolo di storie attuali, graffianti e necessarie. Di storie, progetti e nuovi libri abbiamo parlato con Renato Magistro, direttore editoriale della casa editrice palermitana.

Che cos’è LE.I.MA?
LE.I.MA. è l’acronimo di Legatoria Industriale Magistro, l’azienda che è al contempo il cuore e l’origine di tutto il nostro progetto. La legatoria nasce nel 1990 su iniziativa di mio padre, Franco Magistro, che ha sempre considerato il libro come un manufatto pregiato e che ha fatto della puntualità e della qualità il punto di forza dell’azienda, al punto che LE.I.MA. è attualmente l’unica legatoria industriale della Sicilia, che cura le produzioni di tante altre realtà editoriali, non ultima la Sellerio. Da questo amore per il libro come oggetto alla decisione di curare un prodotto che fosse interamente “nostro” il passo è stato breve, e così sono nate le Edizioni Leima.

Fondata nove mesi fa, nel gennaio del 2013, la casa editrice LEIMA è nata per un bisogno di cambiamento in questo momento di crisi. È questo il ruolo della cultura? dare una possibilità, una chance, una speranza per cambiare rotta?
Il ruolo della cultura è stato sempre fondamentale in ogni società, e lo è ancor di più nella nostra, così soggetta a rapidi cambiamenti da necessitare un punto di riferimento forte. I libri servono a dare voce alle opinioni, a ricordarci i nostri legami con il passato, e permetterci di sognare, e a tanto altro. C’è una richiesta costante di ragioni e di emozioni nel nostro tempo, e i libri sono senza dubbio una delle fonti più durature a cui attingere.

I libri LEIMA sono storie forti, romanzi pieni di verità, sofferenza, vita e sfida. Qual è la linea editoriale che perseguite e come scegliete i vostri libri?
Le Edizioni Leima sono una realtà giovane, sia dal punto di vista della nostra esistenza nel mercato editoriale sia per la reale composizione del nostro team aziendale. Abbiamo deciso quindi di non “falsarci”, omologandoci ad altre realtà che sono sicuramente più adatte della nostra a interpretare la tradizione, ma di trasferire questa caratteristica nel nostro lavoro. Siamo giovani e quindi ci appassioniamo per i problemi reali che si affrontano ogni giorno, per le sfide e, diciamolo pure, anche per le trasgressioni. Ci piace anche avere un rapporto franco e creativo con i nostri autori, così è pure vero che molto progetti sono nati, e altri ne nasceranno, davanti a un caffè. La casa editrice ha tre collane: Le stanze ospita la narrativa a 360° gradi senza limitazioni di struttura narrativa, Le mani si occupa di saggistica mentre Le visioni comprende libri fotografici e monografie. Questo ci permette quindi di spaziare nelle nostre scelte editoriali e di ospitare autori con temi e vocazioni molto diversi tra loro.

Renato_Magistro_WEBDa Palermo a tutte le librerie d’Italia, questa la sfida di una casa editrice di “provincia”. Quali sono le difficoltà e i vantaggi di operare fuori dalle grandi rotte editoriali?
La difficoltà è senza dubbio quella comune a tutta la media e piccola editoria, ovvero quella di emergere e di crearsi un proprio spazio in un panorama nazionale ormai popolato da tantissime realtà, tra le quali il lettore spesso si perde e non sempre riesce a scegliere. Il vantaggio è quello di riuscire a creare una rete locale molto forte, fatta di un dialogo costruttivo sia con gli autori e gli operatori del settore, sia con il pubblico, con il quale riusciamo a dialogare a tu per tu, coinvolgendolo nei nostri eventi.

Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: come vive LEIMA questa continua “lotta”?
Il nostro motto è che, quando si produce cultura, non c’è competizione. Nel nostro settore i prodotti non si annullano a vicenda, ma si sommano per arricchire il lettore e il panorama culturale. Pensiamo che la collaborazione con le altre case editrici possa rappresentare la forza necessaria a creare eventi più grossi che permettano alla cultura di far parlare di sé. La lotta riguarda in realtà il calo delle vendite dovuto al fatto che in Italia si legge meno. La sfida allora si gioca tutta sul terreno dell’approccio al lettore, e soprattutto alle giovani generazioni di lettori. Il coinvolgimento e la partecipazione del pubblico sono la vera sfida da vincere.

Le novità per la prossima stagione autunno/inverno?
Abbiamo in cantiere ben quattro titoli per l’autunno/inverno 2013. A ottobre usciranno due volumi per la collana Le mani: “Suicidi d’onore” indaga da un punto di vista psicologico/antropologico il fenomeno dei boss che hanno infranto uno dei tabù del codice mafioso togliendosi la vita, “PolitikApp” è invece un piccolo saggio che analizza e spiega l’attuale situazione economico/politica nel nostro Paese. A novembre, con le strenne natalizie, si torna alla narrativa de Le stanze: sempre politica, ma stavolta tutta da ridere con “Cronaca dannata”, una divertente satira arricchita da illustrazioni sugli ultimi avvenimenti del Belpaese. Last but not least, uscirà anche il primo volume de Le visioni, una filmografia completa e corredata da una ricca sezione fotografica dedicata al cinema del grande Lucio Fulci, il regista che ha ispirato e ispira Quentin Tarantino.

“Macelleria Equitalia”, l’unica macelleria che possiamo permetterci

Marianna Abbate
ROMA  Equitalia è un nome che incute timore. Un nome che toglie il sonno, che agita. Non sono lontane le notizie di cronaca che presentavano disperati mentre entravano negli uffici del riscossore tributario armati fino ai denti. Perché Equitalia arriva inaspettatamente, colpisce quando sei tranquillo.

Alzi la mano chi negli ultimi due anni non ha ricevuto nessuna cartella dal famigerato ente? Io personalmente ne ho ricevute diverse, principalmente per multe finite nel dimenticatoio. Ma se il mio sacrificio è stato abbastanza ridotto (sotto i mille euro), non mi è difficile immaginare il dramma di una famiglia che si vede arrivare una cartella da 10.000 euro, quando il reddito annuo non supera i 14.000. E tutto magari per un impagato da poche centinaia di euro cui si aggiungono multe su multe.

 

Ed ecco qui la storia delle storie raccontate da Giuseppe Cristaldi nel suo “Macelleria Equitalia”, pubblicato da Lupo Editore. Cinque racconti brevi, immagini di vita vissuta. Non sono storie complicate, sono storie vere. Fatti nudi e crudi, inquietanti nella loro inesorabilità. Microstorie racchiuse nella macrostoria che si sta compiendo ora nel nostro Paese.

Quello Stato che aveva fatto di tutto per includere, per diffondere, per uniformare… beh quello stesso Stato oggi esclude. Traccia una linea netta tra chi è nel giusto e chi ha peccato del più grave dei peccati: l’indigenza. Non avere diventa una colpa gravissima: A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.

Le parole dell’evangelista vengono interpretate nella concretezza più assurda e rimangono chiaramente incomprese.

Ad essere colpiti sono principalmente coloro che hanno da sempre fatto la ricchezza del paese, quei piccoli imprenditori che altro non sono che contadini, agricoltori, allevatori e artigiani. Quelli che hanno peccato nel modo più grave: non hanno pagato la Decima.

Ma se nel medioevo la Decima corrispondeva ad un decimo del raccolto, le tasse di oggi sono al 44%. Un peso insostenibile per chi già avrebbe problemi a contribuire con il 10%.

Tra guadagni presunti, valore aggiunto e scontrini il gioco non vale la candela, e così moltissime imprese sono costrette a chiudere i battenti. O non pagare le tasse.

Ma l’atto stesso di non pagare, di chiedere un dilazionamento, di cercare un po’ di respiro è un marchio indelebile sulla carne del malcapitato. Un segno che lo indica come parassita, grazie alla martellante pubblicità, come delinquente. Non importa se quelle tasse sono state sempre pagate: se hai mancato all’appuntamento non è perché sei povero, perché hai bisogno di aiuto, ma perché hai rubato. Hai nascosto nel materasso chissà quali tesori per acquistare una villa nei paradisi fiscali.

Ognuno giudica con il suo metro, e questo potrebbe farci comprendere molte cose. Forse lo Stato non riesce ad accettare l’idea che ci siamo impoveriti così tanto. Forse teme che tutto questo sia vero, nascosto dietro ai (poco) rassicuranti e (tanto) freddi numeri dell’Inps.

Ѐ questa l’Italia che ci racconta Cristaldi, l’Italia che cerca di rimanere a galla, che cerca di risalire il fiume. L’Italia che ogni giorno dimostra coraggio e forza di volontà e che un giorno tornerà a pagare tutte le tasse. Che, speriamo, non verranno più spese per pagare cenette romantiche e vacanze in yacht ai nostri cari politici.

“La deontologia del giornalista”, il giornalista ideale.

Roma – Molti di voi conosceranno questo manuale che viene consigliato per il colloquio finale del percorso dei pubblicisti romani.

Da più di trent’anni l’Ordine dei giornalisti, grazie alla collaborazione con il Centro di Documentazione Giornalistica, pubblica dei testi con l’obiettivo di dare utili strumenti a chi si avvicina alla professione. All’inizio erano un paio di volumi che dovevano solo integrare le esperienze fatte gomito a gomito con i colleghi più anziani ed esperti, oggi l’opera è formata da diversi tomi che affrontano l’attività professionale nel suo complesso.

“La deontologia del giornalista”, volume a cura di  Michele Partipilo, affronta i nodi strategici legati alla funzione e alla libertà professionale con una completa ricognizione dei princìpi etici, dei doveri e delle norme – previste dalla legge o dai codici di autoregolamentazione – che costituiscono la cornice all’interno della quale chi fa informazione deve muoversi.”

Il volume fa parte anche del Materiale didattico per il Corso ” Il pubblicista. Corso di preparazione al colloquio per l’iscrizione all’albo“, che consente di ottenere l’attestato propedeutico per sostenere l’esame orale finalizzato all’iscrizione nell’elenco pubblicisti.

 

“Francesca e il cavaliere- La singolare storia della fidanzata di Berlusconi”

Marianna Abbate

ROMA – Su facebook gira una divertente vignetta che rappresenta una donna corrucciata con un foglio in mano, mentre dice “Belèn ha partorito (o qualsiasi altra news del momento) fammelo aggiungere alla lista delle cose di cui non me ne frega un…”. Ora sono convinta che leggendo il titolo di questo articolo, questo pensiero sia balenato nella testa di molti di voi. Allora spiegatemi perché lo state leggendo?  E’ un po’ la stessa cosa che è successa a me quando mi sono trovata davanti la copertina di “Francesca e il cavaliere”, con la bella immagine che potete vedere anche voi. La scelta strategica del bianco e nero copre le orribili discrepanze di colore del fondotinta, sul volto della statua di cera in cui si è ultimamente tramutato il Cavaliere, mentre la donna sulla destra assume sembianze familiari. Quella bocca a impostata e lo zigomo pronunciato ricordano vagamente Alba Parietti oltre ad una lunga lista di protagoniste della vita pubblica italiana, tra cui l’onorevole Santanchè. Sarebbe tutto giustissimo, se non fosse che la signora ritratta non ha raggiunto le 50 candeline, ma si aggira intorno alle 27/28, ed è la prescelta ad assumere l’arduo compito di “fidanzata” della statua di cera di cui sopra.

Ora noi possiamo anche far finta di credere che Ruby sia la nipote di Moubarak, ma la storia del vero amore è veramente tanto difficile da mandare giù. Spinta da un’immensa curiosità sociale (chiamiamola così) ho guardato una serie infinita di slideshow su internet, che mostravano una elegantissima Pascale vestita turchese dal vestito, al soprabito, alle scarpe che neanche la regina Elisabetta, mentre passeggia allegramente per le vie di Roma e incurante dei mille fotografi, chiacchiera e saluta decine e decine di amici. Che ragazza socievole e disinvolta! Un piacere da guardare su tutti i giornali, mentre ci facciamo la piega dal parrucchiere.

Secondo gli autori di questo saggio pubblicato da Centoautori (a produrre questa perla sono in due, Mariagiovanna Capone e Nico Pirozzi, ma non ce l’ho con loro: il libro è scritto bene e l’argomento attira il pubblico) la scelta di fidanzarsi ufficialmente doveva aiutare Berlusconi a coprire qualcos’altro. Ci sono molte discrepanze nei fatti raccontati, elementi che non coincidono o che sono stati modificati nel tempo.

Ora, sinceramente, la vignetta di cui parlavo all’inizio, torna imperterrita alla mia memoria. Perché che Berlusconi sia fidanzato o meno cambia poco al mio quotidiano. Tuttavia, l’implicazione che l’eventuale fidanzata potesse proteggerlo dai capi d’imputazione la fa scomparire. Effettivamente questo punto potrebbe interessarci.

Il percorso della giustizia ci riguarda tutti, e gli escamotage per sfuggirle sono sempre un argomento molto interessante.

 

“Un cuore XXL” la taglia più grande che c’è

ROMA – E’ Sara d’Amario, l’autrice del libro “Un cuore XXL” pubblicato da Fanucci. È grande l’amicizia che li lega, sono grandi le loro intelligenze (uno è un campione in matematica e l’altro in italiano), è grande la famiglia in cui vivono (e anche un po’ allargata, come si dice oggi), sono grandi le loro scorpacciate quotidiane (uno ingurgita tutto ciò che sa di dolce e l’altro beve Coca-Cola come fosse acqua) e grande ma proprio grande, direi notevole, è il loro peso. Ma il primo giorno di liceo, il loro mondo diventa più piccolo: Lucrezia sorride a Gas che subito si scioglie, e Zucchero non ha occhi che per Isabella, lunga e sottile e con una serie di tatuaggi da fare invidia a Zayn Malik degli One Direction. E così tra un compito d’inglese e un saggio di danza, tra una gita a Parigi e un sms d’amore, tra un bacio strappato e un fratello che arriva, Gas e Zucchero scopriranno che la cosa più grande che hanno è il loro cuore, tanto grande, ma così grande, da contenere tutti. E il loro corpo, che fine fa? Vabbè, questa è un’altra storia…

Dopo il successo di “Eden”, Alessandro Cortese ritorna in libreria con un nuovo audace romanzo: “Ad Lucem”

Alessia Sità

ROMA –  “Striscerai sul ventre e mangerai la polvere per tutti i giorni della tua vita”.
Dopo il fallimento della congiura contro il Grande Padre, gli angeli colpevoli del complotto sono stati puniti crudelmente e scaraventati nell’Abisso. In “Eden” il desiderio di libertà di un intero popolo finisce per essere ‘schiacciato’ dall’implacabile furia di Yahweh. Umiliati ed esiliati per sempre, il destino dei sopravvissuti sembra ormai essere quello di strisciare fra i cadaveri sino alla totale estinzione. E’ con questo scenario che si apre “Ad Lucem” il nuovo audace romanzo di Alessandro Cortese, edito da ARPANet. Per Lucifero ha inizio un lungo e doloroso viaggio alla scoperta dei profondi meandri dell’oscurità. L’angelo ribelle, colui che sfidò il Monarca Supremo, diventa il punto di riferimento di tutti coloro che hanno sperato nella libertà, ma che adesso sono costretti a vivere nel baratro, vessati da infinite sofferenze. Il desiderio di riscatto e la vendetta, guideranno il Custode del Lume alla ricerca di nuovi alleati per costruire la “Città del Fuoco”: Ade. Nuovi interrogativi e sconvolgenti rivelazioni porteranno i protagonisti di “Ad Lucem” alla scoperta della verità. Arpie, grifoni, ciclopi, chimere seguiranno l’Angelo nel suo progetto di risalita al regno del Grande Padre. In “Eden” Lucifero aveva amato Eva fino alla rovina, adesso l’entrata in scena di Lillith – la creatura ribelle creata dalla polvere esattamente come Adamo – stravolge completamente quel sentimento che lo aveva totalmente annichilito. Dopo la terribile punizione divina, il Signore degli Inferi “non avrebbe permesso all’amore di fare altro danno” e soprattutto non avrebbe più permesso al Despota di sfruttare le sue debolezze.
Misticismo, esoterismo, antiche leggende, contribuiscono a conferire un tono di estrema solennità a tutto il romanzo. L’eterna battaglia fra il bene e il male sembra ormai essere il ‘leit motiv’ che anima la narrativa di Alessandro Cortese. Ancora una volta, nulla è lasciato al caso, ma ogni elemento contribuisce ad arricchire l’intreccio. La stessa struttura del libro, diviso in prologo e cinque parti: “Ministero nell’Abisso”, “Adunanza”, “Lo Schema”, “L’arte della Guerra” e “Le regole del gioco”, ne è un chiaro esempio.
Ancora una volta, Cortese spinge il lettore a interrogarsi sulla “Creazione dell’Universo”, sulla vera natura del Supremo e sulla Sua reale bontà divina.