In viaggio con… la Sora Cesira

ROMA – Bentrovati all’appuntamento di “In viaggio con…”: la nuova rubrica di audiointerviste, che anima il nostro Canale Youtube.

Antonio Carnevale e Massimiliano Augieri, due navigati e affascinanti speaker radiofonici, intervistano per noi gli autori delle più importanti novità editoriali.

Questa settimana è ospite La Sora Cesira con il suo successo “Nel bene, nel male e nel così così”

Per ascoltare l’intervista cliccate su questo link:

Intervista alla Sora Cesira su CHRONICAtube

Oppure accedete direttamente al Canale Youtube, dal video a destra. BUON ASCOLTO!

Sora Cesira – Nel bene, nel male e nel così così

Mi chiamo Sora Cesira, ho l’età di Marilyn Manson al quadrato, diviso gli anni di Shrek meno il metabolismo basale di Cenerentola quando ha il ciclo. Ho fatto la scuola dell’obbligo e vi assicuro che nel mio caso la definizione è oltremodo azzeccata. Ho intrapreso numerose carriere scolastiche e non, e di tutte porto ancora i segni tangibili. I miei hobby sono: il collezionismo di eurini, la cacca e la pace nel mondo. L’ultimo film che ho visto aveva l’audio con i marocchini che ridevano e tossivano. Non so mai dove mettere le virgole. Penso che l’Italia sia un paese molto carino e senza speranza. Sono una persona buona. Credo.”
Se la Sora Cesira esista poi davvero, nessuno lo sa e forse poco importa. Quello che conta è che, fin dai tempi del suo grande successo, The Arcore’s Nights, quando lei guarda all’Italia, alla politica e alle nostre manie coglie sempre nel segno. Ci fa divertire. E ridere, molto spesso di noi stessi. Nel bene, nel male e nel così così riunisce tutto il meglio del Cesira-pensiero. E quindi tutto il meglio di noi italiani. Che facciamo la spesa al discount, tentiamo di dimagrire facendo spinning e compriamo solo gialli svedesi che poi usiamo come fermaporte.

(Biblioteca Umoristica Mondadori, 2011, €16.50)

Oli d’Italia 2012: dal Gambero Rosso la seconda edizione

ROMA – La Guida Oli d’Italia del Gambero Rosso arriva alla seconda edizione e quest’anno parla del tappo anti frode per tutelare la qualità. 300 aziende recensite, 138 oli premiati e 10 premi speciali. Questi sono solo alcuni dei numeri della Guida Oli d’Italia 2012 del Gambero Rosso, un vademecum completo per accompagnare il consumatore nella scelta dell’etichetta giusta e per dare ai produttori il giusto riconoscimento per il proprio impegno. Realizzata con la collaborazione di Unaprol e il sostegno del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, la guida Oli d’Italia è un viaggio nell’Italia dell’extravergine eccellente.
Ma per fare qualità è essenziale che ogni comparto della filiera sia garantito e senza frodi. Per questo, all’interno dell’evento alla Città del Gusto di Roma, la Guala Closures ha presentato la chiusura di sicurezza per tutelare la qualità. “Per avere la certezza che nella bottiglia ci sia proprio quel prodotto indicato in etichetta è fodamentale che la bottiglia abbia un tappo anti rabbocco – ha dichiarato Stefano Polacchi, curatore della Guida Oli d’Italia 2012 – Per questo nella nostra guida abbiamo voluto segnalare in modo speciale le “Bottiglie sicure”, ovvero quelle di vetro scuro e con il tappo anti rabbocco”.
Quest’anno la qualità è aumentata e i numeri parlano chiaro: sono raddoppiate, infatti, le segnalazioni dei migliori luoghi dove mangiare, dormire e comprare nelle vicinanze per ogni regione. Segno, questo, di un bisogno comune, da parte dei consumatori, di conoscere e di voler apprezzare l’intera filiera produttiva dell’olio extravergine di oliva. E la qualità è a livelli altissimi, come confermano i premi andati a Toscana (prima regione con 22 Tre Foglie), Sicilia (18), Lazio e Umbria (17) e Puglia (15). Dieci i premi speciali attribuiti al Miglior Fruttato leggero  – Lorenzo n.3 dell’azienda Barbera & Figli di Palermo – Miglior Fruttato Medio – assegnato al Diesis DOP Colline Salernitane dell’azienda Torretta di Battipaglia e all’Olio Extravergine di Oliva dell’azienda Trappeto di Caprafico di Casoli e il Miglior Fruttato Intenso assegnato al Monocultivar Raggiolo della Fattoria di Felsina della provincia di Siena.

23 giugno 2012: arrivano a Roma le Passeggiate d’Autore

ROMA – C’è un nuovo modo di passeggiare a Roma. E’ una passeggiata alla scoperta dei segreti e delle leggende che solo alcuni conoscono e che, dal 23 giugno, verranno svelati a tutti noi. Si chiamano “Passeggiate d’autore”, e da Milano, dopo due anni di successi e repliche arriveranno anche a Roma.

Sabato mattina, dalle 11 alle 13, due ore di escursione metropolitana a caccia di tracce, fantasmi del passato, memorie perse, condotti da una guida d’eccezione: uno scrittore. La Pluriversi e laVerba sono lieti di invitarvi a partecipare alla prima passeggiata d’autore a Roma, che vedrà comeinauguratore d’eccezione Renzo Paris che ci guiderà alla scoperta della Roma di Apollinaire. Passeggiate d’Autore – Roma sarà presentata il 21 giugno alle ore 20 presso il Circolo degliArtisti (via Casilina Vecchia, 42) con tante anticipazioni sul cast della prossima stagione (settembre 2012- giugno 2013); seguirà un reading a cura di alcuni tra gli scrittori di maggiore spicco del panorama letterario romano, tra cui Aurelio Picca, Renzo Paris, Attilio Fontana, Gaja Cenciarelli, Frank Solitario, RobertoCarvelli, Philomene Gattuso, Laura Costantino.

VerbErrando: Ciò che già si sa

ROMA – “Dopo molti anni ho capito che in quella luce era morta l’innocenza italiana. L’innocenza che aveva attraversato tutti gli anni sessanta come una scarica elettrica o un crampo nello stomaco. Morì da giovane soubrette a Viareggio, buttandosi alle spalle le commedie, le tonnellate di spaghetti alle vongole, le illusioni di ricchezza. Sparì nel luogo che già possedeva la luce dei morti nel giorno in cui ritrovarono cadavere Ermanno Lavorini. […]
… con la sua fine, l’Italia si gettò dietro le spalle l’innocenza.
A quella perduta innocenza vorrei dire:” Ciao, bellina, come stai? Ti voglio tanto bene.” Alla creatura straziata avrei voluto dedicare la vita che mi resta. Ma gli anni muoiono prima dei secondi. Il tempo è finito. Eppure desidero tanto spedire una lettera per supplicarla di tornare. Invece so che non lo farò. Perdonatemi, allora, se scrivo addio.” (“Addio” di Aurelio Picca, ed. Bompiani 2012)

Questo è Aurelio Picca, questo è Addio. Il suo addio all’innocenza, a un tempo, che arriva fino al  31 gennaio 1969, in cui ancora si poteva vivere di sogni, di immaginazioni. Perché le immaginazioni non erano pericolose, anzi, diventavano un surrogato ma migliore della vita vera, dei fatti, della ragione; e la sua forza era tale, quella dell’immaginazione, da riuscire a influenzare la verità stessa, la razionalità. Era il tempo in cui le mamme potevano ancora spingere i figli a mangiare le verdure sotto il ricatto del buio, perché i bambini a quei tempi erano bambini e avevano ancora paura del buio. Ora non è più così, i bambini il buio se lo portano dentro e lo vomitano fuori, puntualmente, ad ogni occasione. Non è forse vero che, con il tempo, ci si adatta a tutto? Del resto Darwin ce lo insegnava nella sua teoria sull’evoluzione della specie, un processo di “miglioramento” o di aumento della complessità degli organismi nella capacità di “uscire vincente” dal processo di selezione naturale.
Quindi noi saremmo i vincenti. Quindi noi saremmo i migliori.
“E se quelli che rimangono fossero i peggiori?” mi coglie di sorpresa, come il cellulare caduto dal cielo di Ritorno (di Fabio Viola, Feltrinelli e-books 2012),  la frase di Elias Canetti.
E allora decido che voglio capire meglio perché sono tanto d’accordo con lui, e con Aurelio.
“Si vuole diventare migliori; ci si vuole solo rendere le cose più facili” dice. E poi aggiunge “Alcuni raggiungono la loro massima cattiveria nel silenzio.”(“La provincia dell’uomo” Elias Canetti, Adelphi, 1978). Quindi, riassumendo, per Canetti siamo o peggiori ed evoluti, o migliori ma furbi, sempre alla ricerca della scappatoia facile; e, nell’essere cattivi, esercitiamo la pratica del silenzio.
Riconosco che intorno a noi, sempre più spesso, cade il silenzio, ma non voglio dare retta alle parole di Canetti… no, troppo apocalittiche. Solo che non riesco a fermarmi, vado avanti e scopro di più su di lui, tipo che nei vent’anni successivi alla guerra mondiale si dedicò allo studio della psicologia di massa e che fu una delle figure più importanti della cultura mitteleuropea. Sembrerebbe una voce autorevole. Provo a superare la diffidenza e vado avanti:
“Sono sempre più convinto che le mentalità sorgono dalle esperienze di massa. Ma gli uomini hanno colpa delle loro esperienze di massa? Non vi incorrono assolutamente indifesi? Come dev’essere fatto un uomo per potersene proteggere? Ecco quello che veramente m’interessa in Karl Kraus. Bisogna forse poter formare masse proprie per essere immuni dalle altre?” (“Il cuore segreto dell’orologio” Elias Canetti, Adelphi 1987)
Allora mi domando a cosa dobbiamo la nostra mentalità, ma prima ancora, che mentalità abbiamo noi e qual è l’ultima esperienza di massa che abbiamo vissuto dopo la Resistenza.
Cerco, mi documento, chiedo e poi, la risposta: nessuna. La resistenza è stata l’ultima esperienza di massa che gli italiani hanno vissuto. Quindi tutto a posto! La nostra mentalità dovrebbe essere strutturata secondo quelle regole! Mh… Oddio, parliamo di quasi settant’anni fa… quanti anni hanno, oggi, quelli della resistenza? … ah, sono quasi tutti morti. E allora come si fa se quelli che dovevano “fare” la mentalità della massa sono scomparsi? Allora non abbiamo una mentalità strutturata secondo le regole della resistenza… allora, che mentalità abbiamo?
Partiamo dagli strumenti che ci hanno dato i nostri amici scrittori: abbiamo perso l’innocenza e  l’ultima esperienza di massa non la conosciamo perché non c’eravamo, quindi davanti a noi c’è malizia e ignoto. Purtroppo, anche stavolta, quel pessimista di Canetti ha da dire qualcosa:
“Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto” ah… capisco, quindi è questa la ragione per cui siamo così distratti e distanti, l’uno dall’altro. E ancora “Solo tutti insieme gli uomini possono liberarsi dalle loro distanze. È precisamente ciò che avviene nella massa.”  (“Massa e potere” Elias Canetti, ed. Adelphi 1981)
Forse non siamo una massa… potrebbe essere questa la ragione per cui non ci sono più state esperienze di massa….
Veruska! Basta! Stai diventando noiosa. Sento la sua voce…
“Perché vuoi sempre spiegare? Perché vuoi sempre scoprire che cosa c’è dietro? E più dietro ancora, sempre e solo dietro? Come sarebbe una vita limitata alla superficie? Serena? E sarebbe da disprezzare solo per questo? Forse c’è molto di più alla superficie – forse è tutto falso ciò che non è superficie, forse tu vivi ormai tra immagini illusorie, continuamente cangianti, non belle come gli dèi, ma svuotate come quelle dei filosofi. Forse sarebbe meglio: tu allineeresti parole (giacché hanno da essere parole), ma ora sei sempre alla ricerca di un senso, come se ciò che tu scopri potesse dare al mondo un senso che il mondo non ha.” (“La rapidità dello spirito” Elias Canetti, Adelphi  1996)
Forse è vero. Ma non mi interessa. Conoscenza è coscienza. Cultura è conoscenza. Diffondere, attraverso la cultura, la conoscenza è spingere a cercare una coscienza. Quando avremo tutti una coscienza sociale, allora potremo essere una massa. C’è chi ha lavorato anni, dalla Resistenza a oggi, per toglierci l’innocenza, fino a farcela perdere quel 31 gennaio 1969, come ci dice Picca. C’è chi ha lavorato anni, dalla Resistenza a oggi, per toglierci la memoria. Per non farci essere più una massa e mettersi, così, al sicuro.
Per farci “essere insensibili fino a disprezzare le cose interessanti, e diventare insensibili proprio riguardo a ciò che ci interessa maggiormente.” (“Pensieri” Blaise Pascal, Garzanti 1994)
Spero di poter vivere abbastanza per essere parte di un’esperienza di massa. Spero arrivi qualcuno capace di farci tornare ad essere una massa. Qualcuno in grado di farci ricordare quello che già conosciamo, quello che sappiamo già, perché “La memoria si blocca. Ma è ancora lì tutta intera.” Ricordare, riscoprire. Riscoprire, provare ancora emozione. E muoversi verso una direzione.

 

La cosa più dura è tornare a scoprire ciò che già si sa.
Elias Canetti, Premio Nobel per la letteratura (1981).

“Le novità in libreria scelte per voi da ChronicaLibri”

Alessia Sità

ROMA – Cosa ci aspetta in libreria per questa primavera 2012? Sicuramente tante proposte interessanti che, come sempre, riusciranno a soddisfare i gusti di tutti i lettori. Si parte con le novità targate Edizione Ambiente che in questi giorni segnala l’uscita di “Boschi & Bossoli” di Michael Gregorio ed “Eating Planet 2012”, il primo libro del Barilla Center for Food & Nutrition realizzato in collaborazione con Worldwatch Institute, disponibile in libreria dal 26 aprile. Per gli amanti della storia, Isbn Edizioni suggerisce “I giorni veri” di Giovanna Zangrandiil diario della resistenza di una donna e di una grande scrittrice – pubblicato nella collana dedicata al Novecento italiano e ristampato a pochi giorni dalla ricorrenza del 25 aprile. Avagliano Editore ricorda il giornalista e scrittore Antonio Ghirelli, scomparso da poco, attraverso i suoi libri: “Un secolo di risate” e “Una bella storia”. Le Edizioni Pendragon annunciano l’imminente uscita di due coinvolgenti romanzi: “Adéu di Vasco Rialzo e “Ferro e Fuoco” di Romano De Marco. I giovanissimi potranno invece avventurarsi fra le novità di Carthusia Edizioni, che segnala “Io non mi separo” di Beatrice Masini e Monica Zani; “Il coraggio di pensare a Dio” di Domenico Barrilà ed Emanuela Bussolati; “C’era, lassù al castello” di Roberto Piumini e Gianni De Conno; “Gigin Zucchina” di Chiara Patarino ed Elena Prette. Da non perdere, inoltre, due importanti uscite: il toccante romanzo di Saverio Fattori “12:47 Strage in fabbrica” pubblicato da Gaffi Editore e “Saranno infami” di Alberto Paleari edito da Fandango Libri. Fra le sue novità, Mondadori annovera “Un perfetto sconosciuto” di Lesley Lokko, l’ultimo lavoro di Carlos Zafon Ruiz “Il prigioniero del cielo” e “Una ragazza da sposare” di Madeleine Wickham (Sophie Kinsella). E per finire il nostro viaggio alla scoperta delle tante novità editoriali, segnaliamo “Le nuvole di Timor” di Marco Ferrari, edito da Cavallo di Ferro, disponibile in libreria dal 17 maggio.

 

Quando “Trema la terra”

Marianna Abbate

ROMA – Dormi nel tuo letto, litighi con il tuo fidanzato, ti alzi e vai al lavoro che odi. Soffri per amore, sorridi alle nuvole, mangi/preghi/ami. All’improvviso La terra trema. Nessuno ti ha avvertito, anche se hai visto quel pazzo alla tv vaneggiare maremoti. La tua vita viene improvvisamente interrotta senza ma e senza spiegazioni. Non hai neanche il diritto di chiederti: perché proprio a me? Insieme a te sono state colpite centinaia, migliaia di persone- e ti è pure andata bene se sei ancora qui a raccontarlo.

Sono diciotto i racconti di questa raccolta pubblicata da Neo, e quattro i terremoti che hanno travolto il nostro paese e che gravano ancora oggi sulle accise della benzina. Ma non pensate di leggere un libro di cronache storiche di fatti lontani. Il terremoto è solo un pretesto : ognuno di questi racconti è una storia. Ci parla di persone, anche se chiamarle vere suona terribilmente scontato.

Il terremoto dura un attimo- un’eternità. Rimangono ferite, crepe nei muri, paura. Lutti.

Certe volte sconvolge l’esistenza, e un avocato affermato si trasforma in un barbone. Altre volte rimane nascosto, sotto la pelle, ed esce fuori sfocato e inodore nei racconti di un vecchio.

E il terremoto non ha reso tutti più buoni, non ha trasformato i malvagi in esseri riflessivi. C’è anche chi approfitta meschinamente delle porte aperte per accaparrarsi quanto più possibile, con quel tipo di delitto che porta giustamente il nome di sciacallaggio.

Accanto alla classica coppia di anziani che muoiono vicini, ci sono i mariti fedifraghi colti impreparati dal destino.

Anche gli autori sono diversi tra loro, alcuni come Massimo Cacciapuoti, hanno alle spalle esperienze editoriali importanti, altri sono alla loro prima pubblicazione. L’esperimento è riuscito, anche grazie all’attento lavoro di editing di Isabella Tramontano.

 

A m’arcord…

ROMA – Io mi ricordo, in dialetto romagnolo. Chissà quante cose aveva scolpite nella memoria Tonino Guerra, il poeta dell’ottimismo; uno dei pochi che riuscì a esser poeta anche al cinema, componendo delle sceneggiature che non furono solo semplici film ma che finirono per comporsi in una lunga e duratura silloge. L’avventura, Matrimonio all’italiana, Blow-Up, Amarcord… Nomi immortali, più celebri delle sue poesie stesse, dei titoli delle sue raccolte. Il poeta Guerra, romagnolo puro e cristallino, forte e fiero come zolla, è stato forse un po’ troppo ignorato, dimenticato, rimasto impolverato sotto l’occhio indifferente di una critica (ma, soprattutto, di un pubblico), che legge con diffidenza la poesia; e, ancor di più, la poesia in dialetto.
Oggi Tonino è morto; per la Giornata Mondiale della Poesia. Prima di lui se n’era già ampiamente andato l’ottimismo. Adesso rimangono le sue poesie.

 

E’ pióv.

 

L’aqua ch’la bagna e ch’la fa léus i cópp
la casca te curtéil dreinta e’ tinazz;
Ciudei la porta e pu mitéi e’ cadnazz,
ché ‘d fura e’ dvénta una nòta da lóp.

 

E’ pióv sal chèsi, e’ pióv si èlbar chi è néud,
e sòta e’ vièl e’ passa la caròza;
mo tla cuntrèda i va mèni in bascòza
e in tèsta un fazulètt sa quatar néud.

 

Ò tróv un léibar vècc dréinta una cassa,
eun ad chi léibar che t’a i craid smaréid;
e’ zcòrr ch’u i é una béssa te su néid
ch’la sta a séntéi se pióv una gran massa.

 

 

Piove.

 

Un’acqua che bagna e fa luccicare i coppi
casca nel cortile dentro il tino
Chiudete la porta sprangate con la catena
fuori si prepara una notte da lupi.

 

Piove sulle case, piove sopra gli alberi nudi,
per il viale passa la carrozza
su nella contrada camminano con le mani in tasca
e un fazzoletto con quattro nodi in testa.

 

Io ho trovato un libro vecchio dentro una cassa,
uno di quei libri che tu credevi perduto,
racconta che c’è una biscia nel nido
che ascolta se comincia a diluviare.

“Gli anagrammi di Varsavia” un romanzo dal ghetto

Marianna Abbate

ROMA – Un uomo torna nel ghetto per indagare sull’omicidio del nipote e sulla strana scomparsa di una ragazza. La storia si complica quando scopriamo che il detective amatoriale è un fantasma, tornato dall’aldilà per scoprire il colpevole della morte del giovane parente. Richard Zimler pubblicato da Piemme, ci racconta una storia insolita. Un tocco di magia, un po’ di misticismo per descrivere con attenzione ai dettagli l’orrore del ghetto, la quotidianità del dolore.

Il romanzo è ben articolato e la scrittura avvincente, ma frenerei un poco sul descrivere l’autore come l’Umberto Eco portoghese (come invece recita la fascetta rossa che rilega il libro). Il pregio del romanzo è quello di cercare di mettere in luce come nell’immenso mare di criminalità della guerra, esista una sottocriminalità più spicciola, diretta al singolo, quasi giustificata dal sistema. E’ questo l’elemento di grande attualità, applicabile anche ai conflitti dei giorni nostri. La trama principale diventa un pretesto per raccontare come rapimenti, uccisioni, furti, violenza gratuita diventano elementi costanti, quotidiani, che trasformano l’identità stessa dell’uomo. La fame, la miseria e il freddo portano a rubare l’ultimo pezzo di pane al moribondo, le scarpe a chi sta già gelando, in una frenesia di sopravvivenza che rende sempre meno umani.

E’ interessante l’analisi iniziale del protagonista che osserva la sua vecchia stanza del ghetto dove il pianoforte e tutti i libri sono stati bruciati meno che uno: una prima edizione che poteva avere qualche valore di scambio.

Perché quando c’è fame e freddo non c’è posto per il valore per la cultura.

Non posso che dare ragione alle parole di Quasimodo, che appende la cetra ai salici, seguendo il salmo. Non si può cantare “tra i morti abbandonati nelle piazze”.

“Storia naturale di una passione”, ovvero quando a mancare è l’amore

Giulio Gasperini
ROMA –
L’amore e la passione non sempre procedono con ugual passo, né misura. A volte c’è passione, ma non c’è amore; altre volte fiorisce l’amore ma la passione gela. Chi può sapere quale delle soluzioni sia la migliore? Forse vorremmo tutti dire: quando ci sono, contemporaneamente, passione e amore. Ma quanto dura, effettivamente, la passione? Quanto dura, invece, l’amore? Possono sostenersi a vicenda e creare una sinergia duratura, oppure l’uno fagocita inevitabile l’altro? Alfredo Todisco, con un linguaggio volutamente aulico, raffinato, come in una sorta di antiquariato linguistico, ci squaderna una “Storia natura di una passione” (Rizzoli, 1976).
Todisco parrebbe dirci che amore e passione son due accidenti ben distinti, e nessuno dei due implica obbligatoriamente l’altro. In questo romanzo, in una storia dai sinuosi intrecci sentimentali e dalle complesse personalità ritratte, la passione esiste, si consuma nel tempo d’un errore, ma l’amore gemma soltanto in “lui”, mentre “lei” rimane glaciale, spietata nella sua analisi, senza possibilità di ricorsi.
I due si rincorrono, s’indagano, s’annusano e si dileguano, si telefonano e s’ignorano, s’allontanano e si riavvicinano: la danza è quella delle più collaudate, delle più sperimentate: un accendersi di passione incontrollabile, una furia feroce di sensi e di trasporto emotivo, che trascinano i due protagonisti in un vortice irresistibile di frasi non dette e parole rubate, di sguardi troppo insistenti e rimorsi insaziabili.
Sicuramente Alfredo Todisco dimostra una grande perizia d’analisi, che, per altro, esibì nella sua carriera persino scrivendo dei reportage di viaggio (come in “Viaggio in India”). E i suoi personaggi son orchestrati così sapientemente da parere la visione d’un teatrino, di quelli che, un tempo, facevano divertire i bambini ma sorridere i genitori, perché ne capivan tutti i trucchi, e perdevano la magia della vita che, da inanimata, riusciva a sorprendere.
L’ultima immagine del romanzo, da cui si trae la morale e che purificherà i cuori di “lui” e di “lei”, come una catarsi involontaria e persino fastidiosa, è quella d’una natura che paga lo scotto della violenza e della prepotenza umane e che si autoflagella, si autopunisce per salvarsi risolutivamente, presa da una cieca ira e da una rabbia che, non possiamo non immaginare, nel giro di poco tempo si riverseranno frenetiche e furiose sugli uomini che rimangono a valle, e che stanchi del cammino non trovan di meglio che ritenersi fortunati d’avere una sedia sulla quale sedere.