“La notte”, il fumo, il freddo e Auschwitz

wiesel2Marianna Abbate

ROMA – “Questo è Auschwitz. Come fate a non sapere cosa succede qui, è il 1944!” Sono queste le parole che accolgono gli uomini frastornati, scesi appena da un vagone per bestiame, dopo un viaggio durato diversi giorni. Dopo un viaggio terrificante, stipati in ottanta, senza acqua e senza aria.

Cosa può esserci di peggio di questo?

Ce lo racconta Elie Wiesel, celebre sopravvissuto del campo di Auschwitz, nel libro forse più conosciuto sulla Shoah: “La notte”, edito da Giuntina.

Ci sono profeti nel libro di Wiesel.  Profeti non creduti.

Come Abramo in quella terribile notte in cui cercava quel solo giusto per salvare Sodòma.

Moshé lo Shammàsh, il barbone di Sighet, era stato il primo profeta. Lui aveva visto. Un giorno lo deportarono insieme agli ebrei stranieri e lo fucilarono sul bordo di una buca nel bosco vicino Kolomaye. Era rimasto in quella fossa chissà quanto, ferito alla gamba, accanto alla ragazza che ha agonizzato per tre giorni. Era tornato a Sighet a piedi, per avvertire i suoi. Pazzo.

Il secondo profeta era una donna. La signora Schachter. Per errore era stata separata dal marito e caricata con un solo figlio nell’ultimo carico. Lei vedeva un fuoco, nel buio e carico vagone di bestiame. Lo vedeva tutte le notti, un incendio terrificante che la faceva urlare. Per farla tacere la picchiarono, la imbavagliarono. Ma lei urlava lo stesso. Pazza.

Il terzo profeta lo nomina un malato di dissenteria nel campo. Hitler. Lui solo è il vero profeta, quello che ha mantenuto tutte le promesse col popolo ebraico. L’unico in cui credere.

Elie era poco più che un bambino, neanche quindicenne all’inizio del suo viaggio verso il campo. Fu l’incontro con il famoso scrittore Mauriac a spingerlo a raccontare la sua terribile esperienza, a dare la sua testimonianza. E se anche Mauriac in Dio vedeva l’amore, la Salvezza, non ha avuto il coraggio di nominare queste parole al giovane giornalista che lo stava intervistando. A quel giornalista che era stato bambino ad Auschwitz.

Elie Wiesel viene da una famiglia di ebrei hassidici, ama pregare, si interessa alla Cabala. Questo suo amore per Dio, per la preghiera, ci introduce nel racconto, partendo da una fede smisurata. Il ragazzo passa i giorni pensando a Dio, meditando. Eppure quel Dio a poco a poco muore dentro di lui, finisce impiccato con il giovane pipel dal volto d’angelo, il ragazzo giusto accusato di tramare la rivolta. Dio manca anche durante le celebrazioni per Rosh haShana, manca nella preghiera stessa. Non ha più senso digiunare per Dio, quel Dio che forse neanche c’è.

Prove dell’esistenza di Dio non ce ne sono a Auschwitz. Prove che Dio non esista ce ne sono infinite.

Un punto che ritorna spesso nel racconto di Wiesel è l’ingratitudine del figlio verso il proprio genitore. Wiesel è lui stesso figlio e, internato col padre, ogni giorno si rende conto del peso che l’uomo anziano rappresenta per lui. Ma osservare gli altri figli comportarsi disumanamente lo frena.

Il primo figlio ha 13 anni, un pipel qualunque: aveva picchiato crudelmente il padre perché questi non aveva rifatto bene il letto. Il secondo è il figlio del Rabbino buono, durante il trasferimento dal campo aveva corso velocemente per distanziarsi dal padre anziano. Il terzo, di nuovo nel carro di bestiame: aveva ucciso suo padre per un boccone di pane.

Cosa succede del cuore di queste persone, sembra chiedersi Eliezer. Perché perdono tutta l’umanità, ripudiano il peso di chi li ha messi al mondo? Elie stesso non è immune al pensiero di lasciare il padre: agonizzante e lamentoso rappresenta un grave pericolo per la vita di entrambi. Eppure non lo fa mai, nonostante rimanga impassibile alle botte e alle torture cui è sottoposto il genitore.

Non riuscirà ad evitarne la morte, una settimana prima della liberazione.

Qui vorrei aggiungere due parole di riflessione su un punto che ancora non viene compreso limpidamente: spesso ho sentito persone lamentare che i condannati a morte non alzassero il capo, non avessero moti di stizza, di orgoglio, ma che accettassero il loro destino a testa bassa, rassegnati. In uno dei libri che ho letto recentemente, persino una SS si lamentava di questa sottomissione, quasi meritassero di morire, li uccideva come se facesse loro un favore.

E allora vorrei farvi sentire il tempo che passa, farvi capire che la guerra è durata molti anni. Anni. Il moto di stizza, l’orgoglio, lo potevi avere nel primo mese. Sei mesi? Anche un anno. Ma nei giorni che passavano hai visto molti tuoi compagni morire solo perché avevano alzato lo sguardo, neonati usati per il tiro a piattello, hai aspirato con le tue narici il fumo dei morti ammazzati.

Forse hai anche messo tu stesso il corpo di tuo padre nel forno crematorio.

Anni in cui c’era l’estate, poi l’autunno, poi il gelido inverno. La primavera passava troppo in fretta.

In quegli anni si perde tutto. Come Wiesel, si saluta la mamma e la sorellina il primo giorno, all’arrivo al campo. E il padre, l’ultimo giorno, quando la libertà è vicina.

Non importa quando sei arrivato, ad Auschwitz sopravvivi solo tre mesi.

“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte, che ha fatto della mia vita una lunga notte.
Mai dimenticherò quelle fiamme, che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio, la mia anima e i miei sogni.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso.

Mai.”

 

 

 

 

Informazioni su Marianna Abbate

Innamorata dei libri da sempre, ne ha fatto oggetto di studio. Ama il Medioevo e Federico II di Svevia e per fame di shopping ha svolto mille lavori orrendi. Ha scritto e condotto con Giuseppe di Chiera il programma radiofonico "Pandora e Senofonte" sull'emittente romana RM12. Il suo punto debole sono il gossip storico e le storie d'amore. Conosce un mucchio di poesie tristi a memoria con le quali adora ammorbare gli amici.
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