“Storia naturale di una passione”, ovvero quando a mancare è l’amore

Giulio Gasperini
ROMA –
L’amore e la passione non sempre procedono con ugual passo, né misura. A volte c’è passione, ma non c’è amore; altre volte fiorisce l’amore ma la passione gela. Chi può sapere quale delle soluzioni sia la migliore? Forse vorremmo tutti dire: quando ci sono, contemporaneamente, passione e amore. Ma quanto dura, effettivamente, la passione? Quanto dura, invece, l’amore? Possono sostenersi a vicenda e creare una sinergia duratura, oppure l’uno fagocita inevitabile l’altro? Alfredo Todisco, con un linguaggio volutamente aulico, raffinato, come in una sorta di antiquariato linguistico, ci squaderna una “Storia natura di una passione” (Rizzoli, 1976).
Todisco parrebbe dirci che amore e passione son due accidenti ben distinti, e nessuno dei due implica obbligatoriamente l’altro. In questo romanzo, in una storia dai sinuosi intrecci sentimentali e dalle complesse personalità ritratte, la passione esiste, si consuma nel tempo d’un errore, ma l’amore gemma soltanto in “lui”, mentre “lei” rimane glaciale, spietata nella sua analisi, senza possibilità di ricorsi.
I due si rincorrono, s’indagano, s’annusano e si dileguano, si telefonano e s’ignorano, s’allontanano e si riavvicinano: la danza è quella delle più collaudate, delle più sperimentate: un accendersi di passione incontrollabile, una furia feroce di sensi e di trasporto emotivo, che trascinano i due protagonisti in un vortice irresistibile di frasi non dette e parole rubate, di sguardi troppo insistenti e rimorsi insaziabili.
Sicuramente Alfredo Todisco dimostra una grande perizia d’analisi, che, per altro, esibì nella sua carriera persino scrivendo dei reportage di viaggio (come in “Viaggio in India”). E i suoi personaggi son orchestrati così sapientemente da parere la visione d’un teatrino, di quelli che, un tempo, facevano divertire i bambini ma sorridere i genitori, perché ne capivan tutti i trucchi, e perdevano la magia della vita che, da inanimata, riusciva a sorprendere.
L’ultima immagine del romanzo, da cui si trae la morale e che purificherà i cuori di “lui” e di “lei”, come una catarsi involontaria e persino fastidiosa, è quella d’una natura che paga lo scotto della violenza e della prepotenza umane e che si autoflagella, si autopunisce per salvarsi risolutivamente, presa da una cieca ira e da una rabbia che, non possiamo non immaginare, nel giro di poco tempo si riverseranno frenetiche e furiose sugli uomini che rimangono a valle, e che stanchi del cammino non trovan di meglio che ritenersi fortunati d’avere una sedia sulla quale sedere.

“Casanova” e la teoria del non promettere promesse

Giulio Gasperini
ROMA –
Denigrato e ingiustamente svilito da una critica attenta alla falsa morale Giacomo Casanova fu personaggio allietante il secolo XVIII, quando ancora l’Italia dettava una linea culturale e non destava gli scherni e la sfiducia degli altri paesi. Roberto Gervaso, leggera penna biografica, ne tratteggia con una straordinaria limpidezza narrativa la vita, nel volume “Casanova” (Rizzoli, 1974), sottotitolandolo “storia di un filosofo del piacere e dell’avventura”.
Casanova prevedibilmente si nutrì all’aria pura di Venezia. Illuminò il suo essere con le antiche prospettive delle rotte commerciali, degli orizzonti lontani, delle terre remote che la Serenissima possedeva e dalle quali traeva la sua ricchezza e quel prestigio che parve intramontabile. Venezia era una città che viveva più sul suo passato che sul suo futuro, ma “la gioia di vivere era nell’aria e tutti la respiravano”. Il suo carnevale era la concretazione più evidente di questa forza edonistica e l’amore veniva cantato persino dai gondolieri, un vero e proprio esercito che sfilava silenzioso tra le nebbie della laguna e si sfidava a colpi di rime e poemi.
Amò sempre Venezia, Casanova: la sentì claustrofobica per quel governo oligarca che non amava le diserzioni civili e temeva le personalità borderline, ma se ne strusse al ricordo quando, esule e peregrino, cercò tutti gli appoggi possibili per rientrarci o come quando, tra le brume della Boemia, guardava fuori dalle finestre della biblioteca polverosa del castello di Dux, diventata tutto il suo mondo, e scriveva in un francese, istintivo e divertito, la storia non ordinaria della sua vita. Fu città dalle scoperte sorprendenti, dai legami avventurosi, dai rapporti violenti; e nessun’altra ne resse il confronto.
Durante i suoi anni tumultuosi, Casanova sviluppò una propria, indiscutibile e assolutamente personale teoria del piacere. Un piacere che partisse da quello carnale, fisico, portato all’estremo sforzo del corpo, per allacciarsi a quello spirituale, arrivando finanche a una prospettiva di squarcio metafisico. Casanova amò tutte le donne che possedé. Le amò pur abbandonandole, perché non faceva loro mai promesse. E loro ne erano consapevoli e accettavano il gioco. Fu sempre sincero Casanova, sempre cristallino nelle sue richieste e nelle sue pretese. Come scrisse Christina Rossetti, poetessa inglese, promise me no promises / so will I not promise you, / keep we both our liberties, / never false and never true: non promettermi promesse così io non prometterò a te; manteniamo entrambi le nostre libertà: niente di falso niente di vero. Se non riusciamo a mantenerle, le promesse, direbbe Casanova insieme a Christina, meglio non farle. Ma amiamoci lo stesso, finché gli dei ci concederanno il tempo! Sicché non fu certo da biasimare Casanova, perché la libertà è supremamente migliore dell’ipocrisia.
Casanova fu tanti personaggi: difficile distinguere l’uomo dalle varie maschere. Ebbe tante professioni non perché indeciso, eternamente sofferente e insicuro, ma perché sempre arduo da delimitare in una sola auto-definizione.

“Seminario Montale”: le ultime declinazioni d’Eugenio.

Giulio Gasperini
ROMA – Nel 1971 Montale pubblicò “Satura”, una raccolta che fratturava, risoluta, la linea della sua precedente esperienza (e vocazione) poetica. Alla paura cosmica del mondo che franava sotto la furia della bufera, si sostituì un inevitabile ripiegamento nel cosmo individuale, nell’intima personalità, nella quotidiana gestione di affetti e comportamenti; come a dire che, dopo la rinuncia all’universalità, l’uomo dovesse sperimentare finanche la diserzione nella terra del sé stesso. Gaffi editore ha pubblicato nel 2011 “Seminario Montale”, scritto da Fabrizio Patriarca (nella collana Centenaria), nel quale il critico si assume l’ingrato compito di guidarci alla scoperta e, più difficoltoso ancora, alla comprensione dell’ultimo consapevole Montale.
Con Satura si assiste, secondo il critico, al ripiegamento verso forme di “verità archetipiche”, finanche inspiegabili in una raccolta poetica che virava così risolutamente dal Morale degli “Ossi di seppia”, de “La bufera” e de “Le occasioni”. Prospettive metafisiche fin troppo raffinate e importata poetica del correlativo oggettivo lasciano spazio a un respiro che, se non più ampio, si concreta decisamente più diretto e sincero, lasciando spazio all’esperienze del lettore e al suo proprio apporto personale.
A partire da quell’odore di limoni, dal loro colore violento che ferì l’occhio e aprì alla presunta salvezza, Montale si accorse forse che il suo viaggio, giunto alle estremità più remote del mondo a toccare persino “Finisterre”, doveva tornare all’origine, come un fiume che, giunto alla foce, si strugge nella malinconia della separazione dalla sua sorgente. Patriarca vaglia attentamente tutta la critica del ‘900, la quale tanta attenzione riservò a Montale, fin quasi a spingersi nei lidi di una vera e propria elucubrazione teorica, tale da scontornare i veri limiti della sua poetica e presentarcelo forse più difficile di quel che in realtà fu.
Con uno stile, a tratti, un po’ pesante e difficile da leggere senza ricorrere al vocabolario persino per ricercare ansiosamente una congiunzione disgiuntiva, il critico Patriarca trapana con decisione e con puntualità chirurgica la superficie e il tessuto di una raccolta poetica ingiustamente bistrattata e considerata potenzialmente inferiore alle sue precedenti, che lo fecero scoprire e lo esagerarono poeta come mai nessun altro (con sommo dispiacere e disappunto del suo rivale Ungaretti). Fabrizio Patriarca ha uno sguardo attento e puntale, costantemente ci guida al riferimento e non ci abbandona mai durante la ricognizione del più tardo Montale, permettendoci così di giungere a una riscoperta che non sia di pura forma ma anche di ricca sostanza.

Durante un’“Estate al lago” un ragazzo pensa e cresce

Giulio Gasperini
ROMA – È il racconto d’un’esperienza di crescita sentimentale, umana e anagrafica, questa “Estate al mare”, dello scrittore Alberto Vigevani, pubblicata nel 1976 da Mondadori. È una vicenda, un’analisi lucida e nitida, totalmente interiorizzata dalla figura del protagonista, un ragazzo milanese annoiato dalle nebbie e affascinato dalle vele che, leggere, pare volino sull’acqua. Giacomo amava il mare, quello toscano, dove ogni estate trascorreva le vacanze, per cercare riparo dall’umidità e dalla calura della feroce Pianura padana; un anno, però, la mèta delle vacanze cambia: non più il mare ma un suo palliativo, le rive del lago di Como. E il lago diventa lo scenario dell’addio all’età infantile.
Giacomo è un personaggio che pensa troppo; pensa forse inutilmente. Tutto il romanzo, in effetti, si edifica come un percorso senza tempo, durante il quale il sole sorge e tramonta senza marcatori temporali, quasi a sottolineare una natura più partecipante al tempo dell’anima che, piuttosto, a scandire il tempo convenzionale, quello del quadrante. La storia dell’amicizia con un ragazzo di salute cagionevole e dalla libertà limitata si sviluppa arrivando fin a sfiorare la tragedia: una febbre d’entusiasmo che punisce, come sempre, coloro che troppo si sono spinti a varcare i limiti imposti e non hanno ancora la capacità né la forza di contrastare l’imprevisto. Giacomo però si innamora, in maniera sublimata e ideale, della madre del suo amico, la cerca come un sorso d’acqua fresca, in un continuo indagare le ragioni dei propri sentimenti e della sottile sofferenza.
L’amore astratto, quello etereo e immateriale, per la donna si conclude, bruscamente, con la fuga: un mascherato atto d’amore materno, chissà se per evitare una pericolosa risoluzione. Non lo potremmo mai sapere, perché quando Giacomo torna a cercare l’amico trova solo finestre sbarrate e una cameriera che conferma la ritirata. C’è anche l’altro amore, ovviamente, in questo romanzo: se l’estate è la stagione della crescita, non si può diventare adulti senza sperimentare anche le passioni dell’amore più carnale e violento, che lasciano però Giacomo come scosso e perplesso, ancora troppo immaturo per far veramente i conti con sé stesso.
Geno Pampaloni definì il romanzo un “piccolo classico”, proprio in virtù di questo suo merito: l’analisi di Giacomo è senz’appello. Ogni passaggio presuppone il precedente e non ci si può aspettare null’altro rispetto a quello che segue, in un legame talmente stretto e dipendente tra cause ed effetti che è come assistere a un’eclissi: siamo tutti ben consapevoli di quel che avverrà ma ne rimaniamo, ugualmente, col fiato mozzato.

“Lettere di Natale alla madre” e l’appuntamento delle sei.

Giulio Gasperini
ROMA –
Per venticinque anni, dal 1900 al 1925, “fedele di anno in anno”, Rainer Maria Rilke e la madre, Sophia “Phia” Rilke, ebbero un appuntamento: non importa dove fisicamente si trovassero, alle sei di sera della vigilia di Natale si incontravano nel pensiero. E il figlio, così peregrino ma sempre affettuoso, ogni anno rammentava alla madre il loro appuntamento, in lettere di straordinaria delicatezza e premura. Passigli Editori, storica casa editrice fiorentina, nel 1996 pubblicò queste “Lettere di Natale alla madre”, che testimoniano e documentano la visione profondamente cristiana che il poeta de “I sonetti a Orfeo” e delle “Elegie duinesi” nutriva e condivideva con la madre.
Indipendentemente da dove si trovasse, anche in luoghi nei quali sentiva “maturare la arance”, Rilke sa che il Natale non è il trionfo del consumismo, tanto che spesso si lamenta e si scusa con la madre di non poterle inviare bei regali, ricercati ed eleganti, ma costretto spesso a inviare soltanto i suoi pensieri e la sua grafia. Rilke sa che il Natale è una festa “carica di prodigio e carica di mistero”; in ogni Natale – lui stesso ammette – tutto si faceva “per un attimo indescrivibilmente chiaro e prodigiosamente animato”, in un’ansia e in un bisogno di raccoglimento che lo eleva al di sopra della contingenza e gli consente di stabilire con la madre stessa una “comunicazione interiore”, una vera e propria corrispondenza-d’amorosi-sensi per dare significanza e compimento alla festa stessa del Natale, che altrimenti festa non potrebbe definirsi.
Anche attraverso gli anni duri, sofferenti, della prima guerra mondiale, durante i quali il mondo si macchiò di “complicatissima colpevolezza”, il Natale rimane sempre “la festa dell’innocenza”. È soprattutto il giorno che, in tempi di delirio collettivo, di pazzia senza senso apparente né facile possibilità di redenzione, “merita di essere il giorno più fiducioso dell’anno”, il giorno nel quale l’uomo possa riappropriarsi della consapevolezza del proprio limite (e, dunque, della salvezza), accorgendosi che “per quanto avanti possa spingersi, non giungerà mai al confine di Dio ma alla sua stessa fine”. Sicché ecco che la necessità urgente diventa quella di tornare bambini, esattamente come il piccolo Gesù che, nascendo, ha portato lo stupore e la meraviglia nel mondo, quel rispetto per ogni forma del creato e per ogni essere umano. I migliori ricordi del Natale sono, infatti, quelli del Rilke bambino, del futuro poeta che scopre le luci, i doni, la festa e le decorazioni; e che ha al suo fianco gli affetti più forti, che non possono essere altri che quelli familiari. Sicché il Natale probabilmente è soltanto questo, a prescindere dall’altrove che abitiamo: è sapere che “non è triste essere soli quando sono aperte le strade per ogni amore”.