Buk Festival 2016: 25mila presenze per un festival che cerca sempre nuove idee. Intervista a Francesco Zarzana

BUKFestival_chronicalibri2_ZARZANAGiulia Siena
MODENA – Ottima affluenza di pubblico, tanti libri, molte novità, un intero spazio dedicato ai più piccoli (BUKids), scrittori stranieri, la commistione tra letteratura e altre arti e un ricordo per il grande Umberto Eco: questi gli ingredienti della nona edizione di Modena Buk, Festival della piccola e media editoria. Un fine settimana (sabato 20 e domenica 21 febbraio) tra i libri che si è chiuso con circa venticinquemila ingressi, più di sessanta eventi, letture, incontri e presentazioni all’interno della location – il maestoso Foro Boario – e gli stand degli oltre cento editori arrivati da tutta Italia per soddisfare la curiosità di lettori e booklovers. Modena Buk Festival è organizzato da ProgettArte per la direzione organizzativa di Rosita Pisacane e la direzione artistica di Francesco Zarzana. A quest’ultimo abbiamo rivolto qualche domanda. Continua

“La proprietà transitiva”: romanzo d’utopia rivoluzionaria. Intervista agli autori, Nelson Martinico e Federico Ligotti

La proprietà transitiva_chronicalibriGiulia Siena
PARMA – E’ un argomento affascinante e coinvolgente; una tematica che, ultimamente, sta prendendo piede nella narrativa italiana contemporanea. Stiamo parlando del futuro, ma non uno qualsiasi, bensì un futuro non troppo lontano fatto di scontri, sotterfugi, lotte, drammi, piccole conquiste e grandi silenzi di un’Italia in subbuglio.
La proprietà transitiva, il romanzo scritto a quattro mani da Nelson Martinico (alias Giuseppe Elio Ligotti) e Federico Ligotti (padre e figlio) e pubblicato dalle Edizioni Spartaco, ci catapulta nel 2040. La storia si muove fluida tra la Sicilia – terra di Don Raìsì, l’imprenditore che muove i fili di una tragica commedia in cui i protagonisti, i suoi stessi operai, escono di scena a causa di misteriose “morti bianche” – e Roma. Qui, nella Capitale d’Italia, la situazione è allo sbando: disoccupazione, corruzione, malcontento e cattiva politica sono gli ingredienti di un mix sociale davvero letale. Continua

“Forse non tutti sanno che nelle Marche…”: fascino e magia di una terra da riscoprire. Intervista a Chiara Giacobelli

Marche_chiara Giacobelli_chronicalibriGiulia Siena
ANCONA – Fascino e mistero, leggende e tradizioni, signori e popolo si intrecciano in Forse non tutti sanno che nelle Marche… il nuovo libro di Chiara Giacobelli targato Newton Compton Editori. Dopo il successo di “101 cose da fare nelle Marche almeno una volta nella vita” e “Le Marche al sapore diVino”, Chiara Giacobelli torna a parlare della sua regione e lo fa attraverso una guida romanzata che narra le vicende e le storie dei luoghi più suggestivi e delle personalità più coinvolgenti di questa regione da sempre caratterizzata da un fascino particolare.
Attraverso curiosità, storie inedite, misteri, aneddoti storici e luoghi sconosciuti di una regione dai mille volti, Giacobelli riesce a destare – continuamente – l’attenzione del lettore. Nel racconto, nelle descrizioni, si ritrova lo stile pulito e narrativo che solo quelle guide, perfette compagne di viaggio, sanno regalare. Continua

“Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni”: libri e librai

Ogni uomo è tutti gli uominiGiulio Gasperini
Sono piccoli libretti, quelli di Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni. Di poche pagine. Ma intensissime e ricche di contenuto. Sono testi ricercati e attentamente curati, testi che ricompaiono in questo modo nelle librerie di ognuno di noi. In qualche caso, ripropongono persino anastaticamente i manoscritti e le edizioni originarie. Proprio perché, per “Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni”, il libro non è soltanto contenuto ma anche contenitore, grafia, pagine e rilegature. Risponde alle domande di ChronicaLibri Silvia Gajani.

Come nasce l’avventura delle Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni?
Nasce nel 2005. Il nome delle Edizioni è appunto riferito da una frase di Jean Paul Sartre di cui in quell’anno cadeva il centenario della nascita. E soprattutto nasce dall’intenzione e dal desiderio di sottolineare certi testi trascurati o dimenticati dalla grande produzione libraria e di proporne di inediti. Continua

La Notte di InchiostroDiPuglia: il 24 aprile non si dorme, si legge! Intervista a Michele Galgano

inchiostro-pugliaGiulia Siena
MILANO – Il 71% dei pugliesi non legge. Questa notizia, drammatica per alcuni, indifferente per altri, ha innescato in Michele Galgano una semplice quanto ossessiva idea. L’idea è La Notte di InchiostroDiPuglia: come abbiamo voluto dire noi di ChronicaLibri, il 24 aprile non si dorme, si legge! Dalle 19 per tutta la notte – o giù di li – i pugliesi si incontreranno in 50 librerie, i Fortini Letterari, per dimostrare che così non è, o almeno non sarà più.

Galgano – ideatore dell’iniziativa e curatore del blog InchiostroDiPuglia.it attraverso il quale segnala autori pugliesi che proprio in Puglia non si conoscono alle numerose librerie del circuito e disseminate per tutta la regione – ci tiene a precisare che l’evento è della gente e di tutti coloro che vorranno aderire. Dalla Puglia all’Italia, quindi, perché la Notte di InchiostroDiPuglia ha messo in moto una macchina organizzativa nazionale che ha voluto e pensato eventi letterari anche a Milano, Padova e Roma. Noi, con ChronicaLibri ci saremo, ma ora vogliamo farvi scoprire di più attraverso le parole di chi in questo progetto ci mette la faccia, Michele Galgano.

 

 

Come nasce l’idea de La Notte di InchiostroDiPuglia, una notte bianca dedicata ai libri per lettori e librerie pugliesi?
L’idea è nata guardando i numeri disastrosi stilati dall’ISTAT e riguardanti la Puglia e la lettura: è emerso che la Puglia è una regione di non lettori; il 71% degli pugliesi, infatti, non legge. Ci aspettavamo dati drammatici, ma non così! Allora con le librerie, le associazioni culturali, gli autori e i lettori del circuito nato dal blog letterario Inchiostrodipuglia.it, abbiamo voluto creare La Notte di InchiostrodiPuglia. La sera del 24 aprile vogliamo dare un segnale: la Puglia non ci sta, la Puglia, da fanalino di coda diventa la regione in cui la gente, di sera, esce dalle proprie case per recarsi in libreria.

MGLe librerie saranno protagoniste di questa notte e saranno Fortini Letterari; perché questo nome?
I lettori, quelli che in Puglia ancora leggono, sono “coloro che resistono” e anche la data, 24 aprile, il giorno che precede i festeggiamenti per la Liberazione, è voluto. La gente che crede nel valore della lettura fa la “resistenza” e le librerie sono i Fortini Letterari che, come dice Cosimo Argentina, noto scrittore pugliese amico di InchiostrodiPuglia, sono “gli ultimi avamposti contro la paranoia da supermercato che sta avvolgendo tutto il sistema intellettuale e culturale italiano”.

Ad oggi ci sono 50 Fortini Letterari solo in Puglia e qualche altro disseminato per l’Italia. Come si svolgerà la lunga notte della lettura?
Vogliamo accendere i riflettori sulle librerie e sulla lettura e lo faremo attraverso le tante associazioni, gruppi, librai e lettori che dalla Puglia hanno voluto aderire per dire: noi ci siamo e leggiamo. Ad oggi – perché i numeri potrebbero crescere ancora – siamo a 50 eventi organizzati nella sola Puglia e sotto forma di manifestazioni diverse (reading, presentazioni, dibattiti, contest di poesia e rappresentazioni) perché ognuno è stato libero di aderire e di farlo a proprio modo. Nel resto di Italia, invece, stiamo avendo proposte da quasi tutte le regioni; per ora abbiamo diversi eventi a Milano, città adottiva per molti collaboratori e appassionati del blog, poi Roma – dove si è mossa una macchina organizzativa del tutto spontanea-  e Padova. Il tutto, mi piace dirlo, è stato organizzato grazie alla forza della rete, al passaparola, al tam tam dei social e senza nessun finanziamento pubblico. La nostra sarà una grande notte, una grande testimonianza di voglia di cambiare le cose perché una notte dedicata ai libri e incentrata sul ruolo cruciale che hanno le librerie sul territorio. Vogliamo e dobbiamo preservare le librerie. Poi vogliamo sfatare tre miti: i pugliesi non leggono; i pugliesi non hanno voglia di organizzare le cose; i pugliesi non sanno collaborare. Scommettiamo che li sfatiamo tutti e tre?
Non ci resta che aspettare il 24 aprile, intanto sfruttiamo il tempo, leggiamo!

Intervista: Tommaso e Marco danno vita a TIBO, centro di gravità culturale

TIBO logo OK (1)Giulia Siena
PENNE
– Amici da vent’anni, Timmy e Bozzi – all’anagrafe Tommaso Matricciani e Marco Bozzi – un giorno decidono di lasciare il loro posto fisso e dare vita a un sogno: costruire un luogo dove cultura, creatività e divertimento si incontrano in una terra silenziosa ma di grande carattere. Nasce così TIBO (dall’unione dei loro nomi), il caffè letterario che a tutte le ore del giorno si adegua alle esigenze dei lettori, passando da caffetteria a birreria in pochi minuti. Aperto da qualche settimana, il TIBO è a Penne, in provincia di Pescara, (viale San Francesco, 23) ed è molto di più di quello che sembra, per questo abbiamo voluto che Tommaso e Marco lo raccontassero in un’intervista.

 

 


Marco e Tommaso, due sognatori coraggiosi che danno vita a TIBO. Come nasce questa storia?

Parte da molto lontano, precisamente dodici anni fa, quand’eravamo ancora fra i banchi del liceo, sentivamo l’esigenza di aver nel nostro paese un locale che offrisse qualcosa di più interessante del classico bar. Ma soprattutto ci sembrava assurdo dover far 25 km, scendere in città, per poter comprare un libro. Poi ci siamo trasferiti a Roma per studiare e lì abbiamo incontrato untibo2o dei più bravi librai indipendenti d’italia, Marcello Ciccaglioni, che ci ha letteralmente “allevati” fra le sue librerie Arion, dove abbiamo avuto la fortuna di imparare i trucchi del mestiere da professionisti straordinari. Poi dopo dieci anni di collaborazione abbiamo voluto mettere a frutto quanto imparato. Ed eccoci qui.

TIBO è musica, libri e buon bere. Cosa sarà per tutti questo spazio?
Il Tibo vuol essere un centro di gravità culturale a 360 gradi, vorremmo raccogliere e accogliere tutte quelle esigenze artistiche e letterarie di cui è ricco il nostro paese. Per questo abbiamo creato una sala adatta a laboratori, presentazioni , performance, reading e mille altre cose. Il tutto naturalmente accostato ad una ricercata caffetteria dove proporremo le eccellenze del nostro territorio: birra artigianale, vino bio e locale, e prodotti a km 0. E poi ci sono i Libri, l’anima e il corpo del nostro progetto.

Volevate portare a Penne, la vostra città, un posto di cui sentivate la mancanza, ma è una grande sfida oggi lasciare le metropoli per tornare alle origini?
Diciamo che è una sfida molto stimolante. A Roma avevamo un posto fisso sicuro, che di questi tempi è merce assai rara, ma sentivamo il bisogno, ogni qualvolta tornavamo a casa, di fare qualcosa per il nostro territorio. L’idea della libreria viene dalla considerazione che abbiamo del libro, unica forma di vera resistenza al degrado culturale e sociale. Woody Allen diceva che si legge per legittima difesa, noi abbiamo l’idea che leggere è il primo passo per l’emancipazione mentale e per costruire un futuro più degno. A Penne, una cittadina di meno di quattordicimila abitanti, non c’è mai stata una vera e propria libreria e questo ha fatto scattare l’idea folle e eccitante di provarci.

Secondo voi perché un giovane dovrebbe scommettere sui libri e aprire una libreria oggi?
A livello commerciale mi sento di dire che ogni persona, anche lettori non abituali, può trovare in libreria libri che possono interessarlo e stimolarlo, data la vastità della produzione editoriale. Il compito del libraio è proprio quello di abbinare il libro giusto alla persona giusta, costruire cosi un rapporto di fiducia che possa diventare nel tempo un percorso di lettura condivisa, facendosi trovare pronto ad esaudire le richieste più diverse di un pubblico sempre più esigente e attento. In sintesi non esiste al mondo una persona che non abbia bisogno di un libro, ergo abbiamo bisogno di librerie e librai.

tibo1Il lettore che tipo di libri troverà qui al TIBO?
Abbiamo cercato di inserire quanti più settori possibili spaziando dai Classici latini fino alle ultime novità, diversi scaffali sono dedicati alle edizioni tascabili di narrativa proprio per venir incontro alle esigenze di un pubblico più giovane non in grado di spendere grosse somme per acquistare un libro. Naturalmente abbiamo un reparto di saggistica che comprende scienze, filosofia, religione e politica/attualità. Molta attenzione è stata data alla graphic novel ma il fiore all’occhiello è il settore ragazzi: dove oltre ai soliti titoli abbiamo proposto anche dei libri più particolari adottando case editrici come Orecchio Acerbo e Topipittori. Purtroppo dati gli spazi non grandissimi del Tibo per aumentare il nostro catalogo abbiamo stretto un accordo commerciale con le Arion di Roma in modo tale da avere in giro di pochi giorni la disponibilità di oltre 80mila titoli.

Come avete selezionato i libri presenti tra gli scaffali di questo nuovo progetto?
Innanzitutto abbiamo messo dentro libri che abbiamo letto e che ci sarebbe piaciuto raccontare e diffondere anche se ormai passati di moda o “datati”. Poi all’interno dei vari settori abbiamo cercato di selezionare quei titoli che per esperienza devono esserci obbligatoriamente accostandoli alle nuove uscite che ci sembravano più interessanti. Tuttavia è una selezione in continuo divenire, vorremmo costruire il Tibo insieme ai nostri clienti, insomma un percorso condiviso.

Libri e birra. Abbinamento perfetto?
L’idea che sta dietro al Tibo è quella di una riqualificazione culturale del territorio mediante i libri e tutto quello che una libreria può offrire come spazio di aggregazione. Strada facendo abbiamo capito però che l’Abruzzo è ricco di eccellenze enogastronomiche che vengono riconosciute in tutto il mondo ma che paradossalmente sono semi sconosciute dagli abruzzesi. La birra è un esempio lampante. Attualmente ci sono diciannove birrifici artigianali metà dei quali di livello internazionale ma nei locali e nei pub si continua a consumare e importare birra da altri paesi con un evidente impatto negativo per l’ambiente e soprattutto per l’economia della nostra regione. Per questo stiamo cercando di prendere solo prodotti a Km 0 o, comunque, sotto i 50 km di distanza. Per la birra siamo rivenditori ufficiali del birrificio Almond 22, una garanzia di qualità che ha alle spalle più di vent’anni di storia e successi raccolti in tutto il mondo e ha la produzione a meno di sei kilometri da noi.

I 3 libri da consigliare ai lettori: libri per inaugurare questa nuova avventura.
“Oltre il confine” di Comarc Mccharty, un libro dal respiro enorme che per bellezza d’immagini e scrittura elegante disarma anche il lettore più preparato, “ Dimentica il mio nome” di Zerocalcare, graphic novel della maturità del fumettista romano che ha il merito di aver portato questo settore ai grandi numeri dei bestseller, “Bella mia” di Donatella Di Pietrantonio, impossibile non omaggiare una scrittrice di Penne che ha scritto un romanzo duro e bellissimo che infonde speranza e voglia di ricostruzione sia affettiva che materiale dopo l’evento traumatico del terremoto dell’Aquila del 2009.

 

Grazie e in bocca al lupo a Tommaso e Marco per la nuova avventura!

 

Intervista: nasce Diari di bordo, Libri per viaggiare la libreria dove ritrovarsi per poi ripartire

Diari di bordo_parma_chronicalibriGiulia Siena
PARMA – “Il vero viaggio dello scoprire non consiste nel vedere paesaggi nuovi, ma nell’avere nuovi occhi”. Marcel Proust
Si presenta così Diari di bordo, Libri per viaggiare, la libreria nel cuore di Parma (borgo Santa Brigida, 9) che aprirà le porte lunedì 15 settembre per invogliare curiosi, appassionati e lettori e trascinarli nel mondo del viaggio. Alice Pisu e Antonello Saiz, i due coraggiosi librai, lo faranno attraverso guide, romanzi e poesie legate al viaggio. Diari di bordo, infatti, è una libreria specializzata, un posto magico in cui ogni libro, ogni pagina e ogni parola rimandano a un viaggio intrapreso, sognato o sperato. Poi qui, nel cuore del centro storico, tra le strade di ciottoli a due passi dal Duomo, ogni libro è scelto con quella cura, quella passione e quella voglia che deve avere ogni buon libraio. Diari di bordo è questo, è un posto di cui si sentiva la mancanza, un luogo dove ritrovarsi per essere poi pronti a ripartire.
Ma chiediamolo a loro, ad Alice e Antonello, cos’è Diari di bordo, Libri per viaggiare.

 

Alice e Antonello, due sognatori coraggiosi con un progetto comune che ha dato vita a Diari di bordo, una nuova, nuovissima libreria specializzata nel viaggio. Come è nata questa idea?

C’è un po’ di inconscio in un progetto del genere e c’è tanta, tanta passione, entusiasmo e voglia di poter condividere e suggerire. Aprire una libreria è sempre stato il nostro sogno, poi, per una serie di eventi, ci siamo trovati a mettere nero su bianco il nostro progetto e farlo diventare realtà. Abbiamo voluto, così, creare un luogo dove incontrarsi e confrontarsi, ma non un luogo qualsiasi; abbiamo creduto indispensabile specializzarci e abbiamo scelto il viaggio.

Che cos’è per voi il viaggio?
Il viaggio è qualcosa che inizia e che ti cambia, è un modo per perdersi e lasciarsi andare. E’ un’esperienza sensoriale e, allo stesso tempo, è ricchezza. Viaggiando ti arricchisci di nuovi saperi, di nuove lingue di nuove tradizioni e sei pervaso da quella linfa che ricevi nel toccare e nell’immaginare nuove terre e nuove situazioni.

Perché il lettore dovrebbe scegliere Diari di bordo, cosa può trovare qui?

Qui, da Diari di bordo – come suggerisce anche l’insegna, Libri per viaggiare – dal 15 settembre i lettori potranno trovare un’ampia selezione di guide, romanzi, racconti e poesie sul viaggio, avventure di altri viaggiatori affinché tutto sia stimolo continuo per scoprire nuovi posti, anche solo aprendo un libro. Così, chi vuole intraprendere un viaggio lo può fare lasciandosi guidare da una buona lettura. Un esempio? Se stai pensando di andare a Berlino perché non farti accompagnare da “Berlino. Un viaggio letterario”, il libro di Flavia Arzeni pubblicato da Sellerio?

 

alice pisu_antonello saiz_diari di bordo ChrlIl vostro voler suggerire e condividere titoli con i clienti è frutto di una vera e propria passione per i libri. Una passione che vi ha portato a selezionare tutti i volumi che saranno presenti tra gli scaffali di Diari di bordo. Come li avete scelti?

Il nostro intento è anche far sì che il lettore qui diventi curioso, si senta “coccolato” e abbia fiducia in quello che abbiamo scelto e che gli stiamo proponendo. Per questo abbiamo selezionato uno ad uno ogni volume, facendo scelte difficili e, a volte, sofferte. Abbiamo voluto dare spazio alla qualità e alle realtà editoriali meno pubblicizzate perché offrono cose interessanti. Questa selezione, poi, ci ha permesso di scoprire grandi libri e grandi personaggi: Anne “Londonderry” Kopchovsky, protagonista di “Il giro del mondo in bicicletta” di Peter Zeuthlin (Elliot), ai primi del Novecento sfidò i pregiudizi della società dell’epoca e intraprese il giro del mondo in bicicletta, diventando eroina e simbolo della libertà femminile.

Questo potrebbe essere già un ottimo suggerimento ma vi voglio mettere alla prova (in senso buono!) e voglio che mi consigliate tre libri per l’autunno; tre libri per uno quindi sei, sei suggerimenti di lettura.

Comincio io, Alice, suggerendovi “Passaggio a Teheran” di Vita Sackville-West (Il Saggiatore), un libro affascinante per i racconti e per i luoghi che descrive. A farlo è l’autrice, una donna che viaggia da sola negli anni Trenta. Proseguirei, poi, con “Viaggio al buio” il libro di Eleonora Goio ed Ennio Zingarelli (Besa) che racconta di un viaggio intrapreso da due persone incontratesi poco prima di partire e che da Udine ripercorre l’antica Via della Seta. Chiudo con “In bici dalla Siberia” di Rob Lilwall (Ediciclo), il viaggio personale di un insegnante di geografia che lascia tutto e arriva fino in Siberia solo con la sua bicicletta.

Per me, Antonello, un ottimo suggerimento è “L’isola di Arturo” di Elsa Morante, il libro che mi ha fatto capire cosa è la narrativa di viaggio. Attraverso questo libro vivo Procida, i suoi profumi e le sue sensazioni, pur non essendoci mai stato. Penso sia questo il vero senso della letteratura di viaggio. Un altro ottimo libro che mi sento di consigliare è “Sensi di viaggio” di Marco Aime (Ponte alle Grazie) perché analizza il viaggio dal punto di vista sociologico raccontando paesaggi, atmosfere e persone. Infine, come non leggere “Il mio primo viaggio in Grecia” di Konstantinos Kavafis (Argo), diario di un viaggio attraverso la Grecia nei primi anni del Novecento.

 

Buone letture!

“Anche leggere un libro, in fondo, è come fare un bel viaggio, che al termine lascia la medesima sensazione di nostalgia, se si è abbastanza pazienti da arrivare in fondo”.

“La famiglia è il primo luogo inospitale in cui siamo chiamati a vivere”: ChronicaLibri intervista Roberta Lepri.

Io ero l'AfricaGiulio Gasperini
AOSTA – L’Africa è terra infinita. È terra immensa e potente, prorompete di energia. L’Africa è l’origine, è il luogo del primo arrivo. L’Africa è natura pura, forza dirompente, natura incontaminata, che non conosce limiti. E ancora più spettacolare ed emozionante è quando l’Africa diventa noi, il nostro intimo, la nostra interiorità più autentica. Roberta Lepri ha scritto un magico romanzo (“Io ero l’Africa” per Avagliano Editore), dove tutti questi piani si allacciano e intrecciano con altre tematiche, con altri fattori sapidi dell’umano.

 

L’Africa: una terra d’affascinante e ancestrale magia. Una terra da dove l’uomo è partito, migliaia di anni fa, alla scoperta delle nuove terre oltre l’orizzonte. Come mai hai scelto l’Africa come setting della tua storia?
L’Africa è il luogo ideale per ambientare una storia che vuole indagare il mutare dei rapporti tra le persone al variare del territorio. Non solo culla dell’umanità ma territorio magico per antonomasia, questo continente ha visto l’uomo partire in tempi remoti ma anche tornare in quelli recenti: da dominatore, in cerca di ricchezze e terre da sfruttare. Questo luogo così lontano e misterioso per me è stato fonte di continue sorprese, appena, da bambina, cominciai a capire quanto fosse stato importante nella storia della mia famiglia. Mio nonno e mia nonna, come i protagonisti del romanzo, erano infatti emigrati in Somalia negli anni 50 per sfuggire alla mancanza di lavoro che c’era in Italia.
Sono cresciuta con i loro ricordi, in una grande casa piena di cimeli africani, di lance, pelli di animali esotici, fotografie di piantagioni di banane. Le mie fiabe della buonanotte erano le storie somale che la nonna Maria mi raccontava con pazienza, e che parlavano della shamba, del fiume Giuba, dei bambini del posto.
Un dono straordinario, questa Africa famigliare, insieme intima e misteriosa, che ho conservato con cura nella memoria, e ho piegato infine alle esigenze del racconto. Un luogo in cui tutto può cambiare all’improvviso e in cui le persone possono ritrovarsi o, al contrario, perdersi completamente.

 

Questa tua Africa familiare, questa tua saga di crescite e di maturazioni, cosa può dire al mondo di oggi, alla nostra società che si trova forse nella crisi più feroce e profonda di cui si conservi memoria? Dove possiamo, noi, trovare quest’Africa, questa terra mitica, questo ancestrale fonte di favole e miti intramontabili?
Proprio perché non riusciamo a ricordare un periodo altrettanto difficile, è importante recuperare la memoria di periodi come quelli di cui ho raccontato nel mio romanzo, in cui si doveva emigrare per sopravvivere, lavorando per mandare i soldi a casa e permettere così ai figli di crescere e studiare; in cui la differenza tra i grandi principi di uguaglianza (quelli socialisti del protagonista e di suo figlio) e una realtà che poteva divenire ostile li trasformava rapidamente nel loro opposto; in cui i rapporti famigliari erano costretti a sfilacciarsi, incalzati da cambiamenti rapidissimi della società. Non sono le stesse cose che stiamo vivendo adesso? L’Africa ognuno ce l’ha dentro se stesso, nascosta da qualche parte. È il DNA di quando, messi in difficoltà, abbiamo trovato una soluzione. “chiudigliocchievedil’africa” il gioco che la piccola Bianca inventa per nonna Angela, non è un modo per fuggire dalla realtà ma un modo per ritrovare se stessi nel ricordo di quando eravamo migliori. E siamo stati tutti migliori, come persone e come popolo.

 

Il tuo romanzo è storia di tanto. Ma soprattutto di due elementi altamente significativi per noi italiani, di nascita e di cultura. La famiglia e l’emigrazione. Che cos’è la famiglia? Perché hai voluto analizzare e indagare proprio questo contesto di legami e di rapporti?
Nell’intervista che mi è stata fatta per Achab ho detto che la famiglia è “il primo luogo inospitale in cui siamo chiamati a vivere”. La mia non è stata una battuta ma è una convinzione profonda, supportata, oltre che da una banale osservazione dei fatti, anche dalla letteratura classica (Pirandello e Gadda, Mann e Kafka) Fin dalla nascita, ci viene caricato sulle spalle il fardello di tutti quelli che ci hanno preceduto, i loro errori, le ansie e le paure. Le aspirazioni mancate, e, spesso, anche i loro segreti. La famiglia non è che un insieme di persone, diverse tra loro, che cercano un equilibrio per vivere. L’arrivo di un nuovo elemento, per quanto accolto con amore, è destabilizzante e quello che la famiglia cerca, fin dal primo istante, è fare in modo che il nuovo si uniformi al vecchio, in modo che tutto scorra nella maniera più piana possibile, per recuperare l’equilibrio perduto.
La crescita per cercare di affermarsi in seno alla famiglia è perciò sempre traumatica – lei cerca di inglobare l’individuo che tenta di affermarsi come tale – sia nelle situazioni che a prima vista possono sembrare idilliache fino ovviamente ad arrivare a quelle che comportano violenza psicologica e fisica. Sono convinta che è proprio nella lotta all’interno della famiglia che l’individuo affronta la sua sfida più grande, quella che lo porterà ad essere ciò che è all’interno della società civile. Jodorowsky, mia fresca lettura, è stato un grande osservatore di queste dinamiche.

 

E per quanto riguarda l’emigrazione?
La tematica dell’ emigrazione è certo un grande banco di prova con cui mi è piaciuto confrontarmi, perché ripropone su ampia scala proprio le dinamiche di cui parlavo sopra: lo strappo dalla famiglia d’origine è anche quello dalla terra d’origine, per la sopravvivenza e l’affermazione del sé. Certo, un fenomeno che può essere doloroso (è il caso di Teo, il protagonista maschile del mio ultimo romanzo) ma anche molto liberatorio (come avviene invece per Angela, la protagonista femminile).
E’ sintomatico che questa mia indagine sia stata accolta con insofferenza proprio dalle persone che mi conoscono meglio e con entusiasmo da lettori sconosciuti. Ho pensato che uno scrittore che si allontana da quelli vicini e si avvicina a quelli lontani possa essere su una buona strada.

 

Quest’Africa nel DNA, questa origine di tutto e di tutti, ha potenti richiami ed echi letterari. Come non considerare Karen Blixen e la sua esperienza in terra africana. Quanto ha influito la sua scrittura sul tuo romanzo? Quali sono i tuoi modelli letterari?
Karen Blixen ha influito molto sulla mia scrittura e non solo per il richiamo all’Africa, per cui ho sempre avuto notizie di prima mano grazie ai racconti dei miei nonni. L’opera della scrittrice danese è straordinaria e mi ha influenzato soprattutto per il suo senso del mistero, per la capacità di saper cogliere con ampio respiro i contrattempi e le sorprese della vita, dando così al racconto un orizzonte vastissimo anche se attento ai dettagli. Penso alla scrittura de “Le sette storie gotiche” o degli straordinari racconti contenuti ne “I capricci del destino”.
Leggo moltissimo e tutto mi influenza, spazio tra stili ed epoche anche molto lontane tra di loro, ma se devo dire un nome tra tutti scelgo Simenon, quello dei romanzi noir come La neve era sporca, o L’uomo che vedeva passare i treni. Mi interessano i rapporti tra le persone e il male che normalmente li attraversa, come questi mutano con grande facilità. Attualmente sto leggendo il Meridiano dedicato ad Alice Munro, che è straordinaria. E amo molto Viola Di Grado, che riesce a sorprendermi a ogni pagina.

 

Tutti noi amiamo alcune parole mentre altre ci rimangono antipatiche. Sia per il suono che per il significato. Sono come le persone, con cui istauriamo rapporti complessi e complicati. Quali sono le tre parole che preferisci? Per quale motivo?
Le tre parole che preferisco sono:
– IDEALE, qualcosa a cui tendere ma anche una situazione di confort assoluto, mentale e fisico. Un ideale politico, la temperatura ideale, la città ideale. Qualcosa di estremamente concreto e insieme appartenente alla sfera del sogno. Contemporaneamente statico e mobile, mi riporta alla velocità della luce sui banchi del liceo, china sui libri di filosofia.
– INTELLIGENZA, la qualità che più amo nelle persone, che sia quella del cuore o della mente – ideale, appunto, se ci fossero entrambe – la capacità di approcciarsi a qualsiasi problema e di risolverlo in modo brillante. E’ la dote superiore a qualsiasi altra: non invecchia, anzi, con il tempo migliora e dona una bellezza ineguagliabile alle persone che ne sono dotate.
– ARTE, direi che è il risultato dell’applicazione delle altre due: tensione e riflessione, espressione di un’intelligenza umana che è sviluppo continuo. Si potrebbe abolire qualsiasi altra materia, e attraverso lo studio dell’arte comprendere l’intero percorso dell’umanità: la sua storia, la matematica, l’architettura, la filosofia, il mutare del linguaggio, la capacità di comprensione tra i popoli o le tensioni che ne hanno determinato lo scontro. Nessuna meraviglia, che in un’epoca dominata da una dittatura del denaro si voglia togliere l’insegnamento dell’arte dalle scuole. Lo definiscono “inutile” ma direi che per gli interessi dominanti è, invece, dannoso.

Oriana Fallaci intervista la storia.

Intervista con la storiaDalila Sansone
AREZZO – Lei, l’autrice Oriana Fallaci, lo definiva un testo al limite tra la storia e il giornalismo e nella prefazione (che vale la lettura) avvisa il lettore: non farsi sfuggire la realtà dei fatti, sottrarsi all’equivoco del conflitto ideologico tra potere e anti-potere. Lo scontro è tra uomini, che scelgono l’una o l’altra parte. Uomini, soltanto questo.
Quello che lei tace è quanto diversa possa essere l’accezione della parola UOMO, ne esclude la definizione e lascia che siano le parole degli intervistati a stratificarne il senso, tranne in chiusura quando a uno di loro lo domanda : Alekos, cosa significa essere un uomo?
Intervista con la storia (Rizzoli, 1974) è una raccolta di diciotto interviste a personaggi di potere (in prevalenza) e di ferma opposizione alle prevaricazioni, raccolte tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. Interviste che sbalordiscono per efficacia, capacità di sintesi, spaziatura geografica e ideologico-culturale. La lettura dispiega il personaggio storico, privato, umano o inumano, condensandolo in una successione stringente di domande e risposte, mai superflue o retoriche le prime, maledettamente rivelatrici pur nella menzogna le seconde. La Fallaci fa precedere ogni intervista da un breve ritratto del personaggio, in cui descrive le circostanze dell’intervista, l’impatto della pubblicazione e in cui non rinuncia a fornire l’impressione sulla donna e non sulla giornalista. Nell’epoca di una comunicazione troppo immediata e poco filtrata, le pagine scorrono e gravano di un fardello etico e intellettuale, quasi sacro, il trittico intervistatrice – intervistato – lettore. Soprattutto il lettore. Egli non può esimersi dall’esercizio critico e dal formulare un proprio giudizio. Intervista con la storia, era un libro a cavallo tra storia e giornalismo, è invece adesso un testo la cui attualità sta nella testimonianza, intanto, di una “storia che si scrive nel suo divenire e di cui si è testimoni” e soprattutto di un’etica del giornalismo e della verità, finite sempre più diluite dagli slogan, dalle notizie ad effetto e dalle illusorie forme di accesso all’informazione. La chiave di volta nell’interpretare il destino degli uomini rimane, in qualunque circostanza, l’analisi chirurgica dei fatti e la loro lettura alla luce dell’indole umana, quella dei potenti e dei popoli, quella intrisa di rassegnazione o di riscatto. E’ necessario che per poterli leggere i fatti, qualcuno si assuma il compito di cercali e metterne insieme tutte le parti, evitando omissioni o facili soluzioni, ripudiando la retorica e odiose ipocrisie.
Per chi, come chi scrive, non era ancora nato quando Oriana Fallaci girava il mondo per ottenere qualche ora di tempo dai protagonisti delle sue interviste e finire sulle liste nere di molti , la lettura di questo libro è un riassunto di passaggi epocali della storia recente, restituiti con l’immediatezza di un’istantanea a due facce, quella di chi osserva e quella di chi determina.
Il continuum che procede dalla fredda figura di un Kissinger decisore delle sorti del mondo e dalla voce incapace di modificare la posizione dell’ago del magnetofono, alla passione libertaria e solitaria di Alekos Panagulis, è una successione di umanità che in comune ha solo una indeterminata complessità, un impasto di destino o occasione e di individualità, che si chiude con la citazione di una poesia. Con la definizione di UOMO sintetizzata in quella poesia. L’intero volume a questo punto è retrospettiva: alla scala di valori di ciascuno trovare la propria visione delle responsabilità dei singoli, individuali e collettive, giacché il confine è estremamente labile.

“Senza paura verso il divenire meticcio!”. ChronicaLibri intervista Andrea Staid.

Le nostre bracciaGiulio Gasperini
AOSTA – La globalizzazione l’abbiamo voluta. Il libero scambio, l’euforia di internet, la sensazione desiderata di sentirsi parte di un immenso “villaggio globale” dove le distanze si annullassero e le particolarità di annichilissero. La globalizzazione, però, porta con sé anche alcuni obblighi, che per tanti, adesso, sono diventati indesiderati. La libera circolazione umana, inarrestabile, improcrastinabile, rimette in gioco l’identità, attiva dei meccanismi di ri-definizione, di ri-valutazione. Non possiamo ancora farci resistenti all’idea, all’inevitabile futuro di incontri e tangenze. Di tutto questo, e anche di molto altro, ne abbiamo parlato con Andrea Staid, giovane storico e antropologo, che ha pubblicato per AgenziaX il saggio “Le nostre braccia”, dove si analizza il processo del meticciato e dove si teorizzano le nuove schiavitù, quelle che alimentano e sostengono le leggi sull’immigrazione, soprattutto extra-comunitaria.

 

Per questa nostra chiacchierata partirei dal concetto di “meticciato” perché la parola stessa (affascinante di per sé) ha subito, negli ultimi tempi, una sorta di riabilitazione semantica. Se fino a qualche tempo fa il lemma “meticcio” veniva utilizzato con un’ombra denigratoria e infamante, anche grazie al tuo saggio è evidente come le prospettive si siano ampliate e aggiornate. Persino sul piano della narrativa ha trovato spazio il grande esperimento di Wu Ming 2, con il ridefinito “romanzo meticcio”, ovvero un romanzo costruito tramite testimonianze, materiali d’archivio, memorie, interviste, fotografie, e anche creazione narrativa. Cosa si intende, oggi, per “meticciato” e come lo si può vivere e sperimentare concretamente?
Il meticcio è l’incontro, l’ibridazione tra culture diverse, ma non dobbiamo malintendere questo concetto, perché come ci ricorda Laplantine, non esistono individui originariamente puri, il meticciato si oppone alla polarità omogeneo/eterogeneo. Si presenta come una terza via tra la fusione totalizzante dell’omogeneo e la frammentazione differenzialista dell’eterogeneo. Il meticciato è una composizione le cui componenti mantengono la propria integrità. Non è una fusione, coesione o una specie di osmosi è un confronto tra le tante alterità culturali è quello che manca nelle nostre politiche sociali cioè il DIALOGO. In più non dobbiamo dimenticarci che la storia del Mediterraneo, dell’Europa è fatta da un vero e proprio crogiuolo culturale, di migrazioni continue, avvolte sotto forme di invasioni, conquiste, scontri, saccheggi e deportazioni, ma anche di scambi, confronti, trasformazioni reciproche dei popoli. Il meticcio è al di fuori di tutte le argomentazioni politicaly correct, è un mosaico polimorfo, decostruisce i muri identitari nazionali e sovranazionali. Cosa dobbiamo fare per viverlo e sperimentarlo? Smettere di avere paura, scavalcare i falsi confini del “noi” “loro” in modo da rielaborare i nostri modelli dei rapporti sociali e risistemare le coordinate del mondo vissuto perché le forme della società sono la sostanza della cultura.

 

E pare proprio la paura il sentimento costante dei nostri Anni Zero e Dieci. Talmente tanta la paura da aver elaborato delle leggi a regolare l’immigrazione che sono dei veri e propri bunker, anche se pieni di falle e di maglie deboli. C’è chi ha parlato di “Fortress Europe”, una vera e propria fortezza, fatta di frontiere rinforzate e di assurde leggi migratorie. Tu definisci il migrante una “non persona estremamente ricattabile”: perché i migranti fanno paura? Quali sono i nostri timori? Cosa immaginiamo a rischio ipotizzando l’arrivo di altre persone?
L’Europa infatti è una vera fortezza, fatta di confini sorvegliati da eserciti e polizie internazionali, fatta di persone con diritti e di persone uguali a queste ma di serie b, quelle che nel mio libro e prima di me Alessandro Dal Lago ha chiamato “non persone”. “Non persone” perché anche se camminano, mangiano e dormono come noi il fatto che non hanno il permesso di soggiorno che è solamente un pezzo di carta con un timbro sopra, li fa diventare immediatamente delle persone senza nessun diritto, ovvero non persone estremamente utili per il nostro sistema capitalista che necessita di lavoratori altamente ricattabili senza nessuna possibilità di rivendicare i propri diritti. I “nostri” timori sono dettati dalla paura del diverso, dal confronto con l’alterità perché troppo spesso tendiamo a rinchiuderci in una falsa e monolitica identità culturale. Come scrive Marco Aime nel suo “Macchia della razza, storie di ordinaria discriminazione” ormai siamo come quei tifosi che non inneggiano più alla loro squadra, ma passano novanta minuti a insultare gli avversari, tifosi che hanno fatto dei colori di una maglia una terra di appartenenza per cui vale la pena combattere, fare male, persino uccidere. Una terra non da amare, ma utile a odiare gli altri.

 

E per dominare le nostre paure, per illuderci di essere più sicuri nelle nostre vite, ci siamo inventati una legge sull’immigrazione che, come tu sostieni nel tuo saggio, incentiva la clandestinità e favorisce lo sfruttamento. Tu scrivi una cosa significativa nel tuo testo: “l’irregolarità non è un tratto ontologico del migrante, ma è determinata da un dato sistema giuridico”. Sicché è lo stato, paradossalmente (ma non troppo), che crea e favorisce la clandestinità, definita però al tempo stesso come reato. Quali sono i meccanismi per cui lo stato esercita questa sua ambivalente funzione? In nome di cosa si dispone di altre vite con una pratica burocratica alienante?
La legge italiana è particolarmente ridicola per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori. Praticamente è una legge che produce clandestinità. Un migrante una volta arrivato in Italia se non ha già un datore di lavoro non ha nessuna possibilità di essere regolarizzato. L’unica possibilità che trova davanti a sé è quella di lavorare in nero super sfruttato, senza nessun tipo di diritto. Il problema non riguarda poi solo il mondo del lavoro ma anche quello della casa: senza documenti trovare una casa è un odissea, e molti italiani se ne approfittano chiedendo affitti allucinanti per piccoli appartamenti o singole stanze da condividere. Ma non è finita qua senza documenti i migranti si vedono negare anche uno dei diritti più fondamentali cioè quello della libertà di movimento, si muovono il meno possibile e sempre con la paura di essere fermati e rinchiusi in un CIE o in un carcere senza aver commesso nessun reato. La seconda domanda invece contiene anche la risposta, la burocrazia è alienante e crea per dirla come David Graeber spazi morti nell’immaginazione degli esseri umani. Più semplicemente tramite cavilli burocratici, leggi sempre più restrittive si crea disuguaglianza, sofferenza e si condannano migliaia di esseri umani alla nuova schiavitù.

 

Ed è forse ancora più agghiacciante pensare che al giorno d’oggi si siano ripristinate, con la complicità e l’omertà dello stato, nuove forme di schiavitù. Una schiavitù che non soltanto condanna all’estrema precarietà i migranti ma che condiziona spesso i rapporti anche tra di loro, come tu scrivi in un paragrafo del tuo libro. In particolar modo tu analizzi un caso specifico, quello delle badanti. Noi siamo oramai abituati a queste figure che son diventate essenziali per la nostra esistenza, ma difficilmente immaginiamo – o abbiamo la pazienza di immaginarci – le dure condizioni nelle quali vivono e lavorano. Perché questo fenomeno è interessante all’interno della tua lettura etnografica? Quali considerazioni permette di elaborare?
Il capitolo sulle badanti analizza proprio un caso specifico, perché oltre allo sfruttamento la maggior parte di queste donne vivono una situazione di segregazione, di vero dominio e controllo da parte del datore di lavoro. In più analizzando bene le conversazioni che ho avuto con le badanti esce fuori un altro aspetto centrale che è quello di sentirsi trattate come delle macchine tappa buchi. Da non sottovalutare poi che sono le precarie per eccellenza nel mondo del lavoro nero perché la durata del loro impiego è strettamente legata alla vita del loro assistito. Per le considerazioni che permette di elaborare invece lascio la parola a una donna che lavora in Italia come badante che molto meglio di me sa esprimere ed elaborare quello che è la condizione di queste giovani donne: “Mio amato marito, emigrate diveniamo immortali. Mai nate, non siamo state cresciute, non invecchiamo, non ci stanchiamo, non moriamo. Un’unica funzione: lavorare. Immortali poiché continuamente interscambiabili. Esisterà la fine del lavoro, ma non c’è limite alle forme del servire”.

 

Sicché quali sono le possibili prospettive? Quali le avverabili soluzioni? Quali possono essere le decisioni coraggiose da prendere per trasformare la migrazione da ancestrale (e irrazionale) paura a effettivo momento di scambio e crescita, di compiuto meticciato?
Per smettere di avere paura bisogna accettare una interazione egualitaria con gli altri, dobbiamo saper costruire identità dai confini aperti e pronti al cambiamento. L’identità può avere una valenza positiva e riconoscersi negli altri e una negativa nella quale scoprirsi e definirsi in base a ciò che ci differenzia dagli altri. La valenza positiva porta verso il pensiero meticcio che contrasta il falso universalismo e il mito della purezza, questo avviene tramite un processo dinamico di scambi reciproci, di accettazioni e di rifiuti, di rinunce e di appropriazioni. Dobbiamo essere consapevoli dei tanti possibili errori, delle difficoltà, degli incontri e degli scontri, ma anche essere forti della necessità di accettare la complessità del reale, perché la complessità deve diventare il fondamento della nostra identità. Quindi senza paura verso il divenire meticcio!