“Senza paura verso il divenire meticcio!”. ChronicaLibri intervista Andrea Staid.

Le nostre bracciaGiulio Gasperini
AOSTA – La globalizzazione l’abbiamo voluta. Il libero scambio, l’euforia di internet, la sensazione desiderata di sentirsi parte di un immenso “villaggio globale” dove le distanze si annullassero e le particolarità di annichilissero. La globalizzazione, però, porta con sé anche alcuni obblighi, che per tanti, adesso, sono diventati indesiderati. La libera circolazione umana, inarrestabile, improcrastinabile, rimette in gioco l’identità, attiva dei meccanismi di ri-definizione, di ri-valutazione. Non possiamo ancora farci resistenti all’idea, all’inevitabile futuro di incontri e tangenze. Di tutto questo, e anche di molto altro, ne abbiamo parlato con Andrea Staid, giovane storico e antropologo, che ha pubblicato per AgenziaX il saggio “Le nostre braccia”, dove si analizza il processo del meticciato e dove si teorizzano le nuove schiavitù, quelle che alimentano e sostengono le leggi sull’immigrazione, soprattutto extra-comunitaria.

 

Per questa nostra chiacchierata partirei dal concetto di “meticciato” perché la parola stessa (affascinante di per sé) ha subito, negli ultimi tempi, una sorta di riabilitazione semantica. Se fino a qualche tempo fa il lemma “meticcio” veniva utilizzato con un’ombra denigratoria e infamante, anche grazie al tuo saggio è evidente come le prospettive si siano ampliate e aggiornate. Persino sul piano della narrativa ha trovato spazio il grande esperimento di Wu Ming 2, con il ridefinito “romanzo meticcio”, ovvero un romanzo costruito tramite testimonianze, materiali d’archivio, memorie, interviste, fotografie, e anche creazione narrativa. Cosa si intende, oggi, per “meticciato” e come lo si può vivere e sperimentare concretamente?
Il meticcio è l’incontro, l’ibridazione tra culture diverse, ma non dobbiamo malintendere questo concetto, perché come ci ricorda Laplantine, non esistono individui originariamente puri, il meticciato si oppone alla polarità omogeneo/eterogeneo. Si presenta come una terza via tra la fusione totalizzante dell’omogeneo e la frammentazione differenzialista dell’eterogeneo. Il meticciato è una composizione le cui componenti mantengono la propria integrità. Non è una fusione, coesione o una specie di osmosi è un confronto tra le tante alterità culturali è quello che manca nelle nostre politiche sociali cioè il DIALOGO. In più non dobbiamo dimenticarci che la storia del Mediterraneo, dell’Europa è fatta da un vero e proprio crogiuolo culturale, di migrazioni continue, avvolte sotto forme di invasioni, conquiste, scontri, saccheggi e deportazioni, ma anche di scambi, confronti, trasformazioni reciproche dei popoli. Il meticcio è al di fuori di tutte le argomentazioni politicaly correct, è un mosaico polimorfo, decostruisce i muri identitari nazionali e sovranazionali. Cosa dobbiamo fare per viverlo e sperimentarlo? Smettere di avere paura, scavalcare i falsi confini del “noi” “loro” in modo da rielaborare i nostri modelli dei rapporti sociali e risistemare le coordinate del mondo vissuto perché le forme della società sono la sostanza della cultura.

 

E pare proprio la paura il sentimento costante dei nostri Anni Zero e Dieci. Talmente tanta la paura da aver elaborato delle leggi a regolare l’immigrazione che sono dei veri e propri bunker, anche se pieni di falle e di maglie deboli. C’è chi ha parlato di “Fortress Europe”, una vera e propria fortezza, fatta di frontiere rinforzate e di assurde leggi migratorie. Tu definisci il migrante una “non persona estremamente ricattabile”: perché i migranti fanno paura? Quali sono i nostri timori? Cosa immaginiamo a rischio ipotizzando l’arrivo di altre persone?
L’Europa infatti è una vera fortezza, fatta di confini sorvegliati da eserciti e polizie internazionali, fatta di persone con diritti e di persone uguali a queste ma di serie b, quelle che nel mio libro e prima di me Alessandro Dal Lago ha chiamato “non persone”. “Non persone” perché anche se camminano, mangiano e dormono come noi il fatto che non hanno il permesso di soggiorno che è solamente un pezzo di carta con un timbro sopra, li fa diventare immediatamente delle persone senza nessun diritto, ovvero non persone estremamente utili per il nostro sistema capitalista che necessita di lavoratori altamente ricattabili senza nessuna possibilità di rivendicare i propri diritti. I “nostri” timori sono dettati dalla paura del diverso, dal confronto con l’alterità perché troppo spesso tendiamo a rinchiuderci in una falsa e monolitica identità culturale. Come scrive Marco Aime nel suo “Macchia della razza, storie di ordinaria discriminazione” ormai siamo come quei tifosi che non inneggiano più alla loro squadra, ma passano novanta minuti a insultare gli avversari, tifosi che hanno fatto dei colori di una maglia una terra di appartenenza per cui vale la pena combattere, fare male, persino uccidere. Una terra non da amare, ma utile a odiare gli altri.

 

E per dominare le nostre paure, per illuderci di essere più sicuri nelle nostre vite, ci siamo inventati una legge sull’immigrazione che, come tu sostieni nel tuo saggio, incentiva la clandestinità e favorisce lo sfruttamento. Tu scrivi una cosa significativa nel tuo testo: “l’irregolarità non è un tratto ontologico del migrante, ma è determinata da un dato sistema giuridico”. Sicché è lo stato, paradossalmente (ma non troppo), che crea e favorisce la clandestinità, definita però al tempo stesso come reato. Quali sono i meccanismi per cui lo stato esercita questa sua ambivalente funzione? In nome di cosa si dispone di altre vite con una pratica burocratica alienante?
La legge italiana è particolarmente ridicola per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori. Praticamente è una legge che produce clandestinità. Un migrante una volta arrivato in Italia se non ha già un datore di lavoro non ha nessuna possibilità di essere regolarizzato. L’unica possibilità che trova davanti a sé è quella di lavorare in nero super sfruttato, senza nessun tipo di diritto. Il problema non riguarda poi solo il mondo del lavoro ma anche quello della casa: senza documenti trovare una casa è un odissea, e molti italiani se ne approfittano chiedendo affitti allucinanti per piccoli appartamenti o singole stanze da condividere. Ma non è finita qua senza documenti i migranti si vedono negare anche uno dei diritti più fondamentali cioè quello della libertà di movimento, si muovono il meno possibile e sempre con la paura di essere fermati e rinchiusi in un CIE o in un carcere senza aver commesso nessun reato. La seconda domanda invece contiene anche la risposta, la burocrazia è alienante e crea per dirla come David Graeber spazi morti nell’immaginazione degli esseri umani. Più semplicemente tramite cavilli burocratici, leggi sempre più restrittive si crea disuguaglianza, sofferenza e si condannano migliaia di esseri umani alla nuova schiavitù.

 

Ed è forse ancora più agghiacciante pensare che al giorno d’oggi si siano ripristinate, con la complicità e l’omertà dello stato, nuove forme di schiavitù. Una schiavitù che non soltanto condanna all’estrema precarietà i migranti ma che condiziona spesso i rapporti anche tra di loro, come tu scrivi in un paragrafo del tuo libro. In particolar modo tu analizzi un caso specifico, quello delle badanti. Noi siamo oramai abituati a queste figure che son diventate essenziali per la nostra esistenza, ma difficilmente immaginiamo – o abbiamo la pazienza di immaginarci – le dure condizioni nelle quali vivono e lavorano. Perché questo fenomeno è interessante all’interno della tua lettura etnografica? Quali considerazioni permette di elaborare?
Il capitolo sulle badanti analizza proprio un caso specifico, perché oltre allo sfruttamento la maggior parte di queste donne vivono una situazione di segregazione, di vero dominio e controllo da parte del datore di lavoro. In più analizzando bene le conversazioni che ho avuto con le badanti esce fuori un altro aspetto centrale che è quello di sentirsi trattate come delle macchine tappa buchi. Da non sottovalutare poi che sono le precarie per eccellenza nel mondo del lavoro nero perché la durata del loro impiego è strettamente legata alla vita del loro assistito. Per le considerazioni che permette di elaborare invece lascio la parola a una donna che lavora in Italia come badante che molto meglio di me sa esprimere ed elaborare quello che è la condizione di queste giovani donne: “Mio amato marito, emigrate diveniamo immortali. Mai nate, non siamo state cresciute, non invecchiamo, non ci stanchiamo, non moriamo. Un’unica funzione: lavorare. Immortali poiché continuamente interscambiabili. Esisterà la fine del lavoro, ma non c’è limite alle forme del servire”.

 

Sicché quali sono le possibili prospettive? Quali le avverabili soluzioni? Quali possono essere le decisioni coraggiose da prendere per trasformare la migrazione da ancestrale (e irrazionale) paura a effettivo momento di scambio e crescita, di compiuto meticciato?
Per smettere di avere paura bisogna accettare una interazione egualitaria con gli altri, dobbiamo saper costruire identità dai confini aperti e pronti al cambiamento. L’identità può avere una valenza positiva e riconoscersi negli altri e una negativa nella quale scoprirsi e definirsi in base a ciò che ci differenzia dagli altri. La valenza positiva porta verso il pensiero meticcio che contrasta il falso universalismo e il mito della purezza, questo avviene tramite un processo dinamico di scambi reciproci, di accettazioni e di rifiuti, di rinunce e di appropriazioni. Dobbiamo essere consapevoli dei tanti possibili errori, delle difficoltà, degli incontri e degli scontri, ma anche essere forti della necessità di accettare la complessità del reale, perché la complessità deve diventare il fondamento della nostra identità. Quindi senza paura verso il divenire meticcio!

“Il ragazzo selvatico”: ChrL intervista Paolo Cognetti

Il-ragazzo-selvaticoMichael Dialley
AOSTA – “Il ragazzo selvatico” abbandona la città per ritrovare se stesso, abbandona gli agi per “l’idea più assoluta di libertà”, la montagna. Di questo e di molto altro parliamo oggi con Paolo Cognetti, autore de “Il ragazzo selvatico” il libro edito da Terre di Mezzo e già recensito da ChronicaLibri la scorsa settimana.

 

Leggendo il suo romanzo mi sono chiesto più volte che cosa l’abbia spinta a raccontare e analizzare così concretamente la situazione della montagna oggi, nel 2013. C’è qualche avvenimento che l’ha spronata oppure è un suo semplice interesse?

“Il ragazzo selvatico” in realtà è un diario. Passo diversi mesi all’anno in una baita in Val d’Aosta: la prima volta fu un’esperienza di eremitaggio, ora per fortuna ho i miei amici e un po’ mi sono inserito nella comunità locale. L’amore per la montagna risale all’infanzia, quando ci trascorrevo l’estate. Da grande volevo provare a viverci in modo radicale, così non ho cercato una casa in paese ma su in alto, a duemila metri, tra gli ultimi boschi e i pascoli estivi. In primavera lassù non c’era davvero nessuno. In quella solitudine e in quel silenzio il bisogno di scrivere è arrivato spontaneo, e così è nato questo libro.

 

Il protagonista del romanzo parte da Milano per rifugiarsi in una baita in montagna: questo ritorno alle origini, alle cose semplici, al punto dove l’uomo ha iniziato a prendere consapevolezza delle proprie capacità, è un viaggio che dobbiamo fare fisicamente o, secondo lei, è un viaggio interiore, da fare con la nostra anima e la nostra interiorità?

Un momento. Per chi è nato in città, come me, la “vita semplice” non è uscire a spaccare la legna o zappare l’orto, ma prendere la metropolitana o bere un cappuccino al bar. Per le persone con cui sono cresciuto è più semplice girare di notte per Londra o Berlino che farsi mille metri di dislivello a piedi, e queste sono le nostre origini, così come quelle di un montanaro che si sente a suo agio in un bosco, o di uno che è nato al mare e fin da bambino nuota come un pesce. Per me la città non è caotica, angosciante, disumana; è sempre stata casa mia e per molto tempo ci ho vissuto bene. Poi ho sentito il bisogno di mettermi alla prova. Di stare da solo, vivere in un ambiente selvatico, usare il corpo, imparare ad arrangiarmi. Di certo c’era il fascino dell’avventura. Credo che uno possa fare un’esperienza del genere anche trasferendosi in una città straniera o imbarcandosi su una nave mercantile: ogni viaggio vero, e cioè rischioso, solitario, lontano dal mondo conosciuto, diventa un’esplorazione interiore.

 

Paolo CognettiL’analisi della montagna è straordinaria, vengono messi in luce punti di forza e debolezze che, comunque, arricchiscono sempre l’uomo. Le Alpi oggi vengono vissute in due modi diversi e opposti tra loro: uno è l’atteggiamento nel voler conservare la montagna, facendola diventare un museo, un luogo di arretratezza, secondo una visione che l’ha condannata per moltissimi secoli; l’altro è quello della sempre più intensiva urbanizzazione per rendere appetibile la montagna a tutti i cittadini che, se si spostano, vogliono in ogni caso trovare le stesse comodità della vita in città. Secondo lei è possibile trovare una terza via?

A me pare che la montagna di una volta sia finita per sempre, e questo non è un bene né un male. Nel senso che non era una vita più sana o felice della nostra, e infatti gli stessi montanari non sono più disposti a farla: non sono solo i cittadini a desiderare le comodità, su, proviamo a chiedere a un montanaro di oggi di rinunciare alla macchina o alla televisione o al cellulare, di salire in alpeggio a piedi, di lavorare senza mezzi a motore o di mangiare polenta e latte a pranzo e cena… D’altra parte, quando si parla di urbanizzazione, immagino ci si riferisca alle stazioni turistiche, perché il resto della montagna mi sembra tutt’altro che urbanizzata, anzi abbandonata, inselvatichita. I turisti vogliono piste da sci, alberghi, ristoranti, seconde case; i montanari vogliono lavoro perciò costruiscono quello che chiedono i turisti, e in più strade, dighe per fare un po’ di soldi vendendo l’acqua, impianti di risalita: questa è la montagna italiana degli ultimi cinquant’anni, un immenso cantiere edile, e non mi piace per niente.
Credo che adesso stia succedendo qualcosa di nuovo. Forse la terza via è quella di chi in montagna vuole andare ad abitarci, perché cerca uno stile di vita diverso. Gente giovane, che spesso ha una sensibilità ecologica più spiccata di chi ci è nato. Non tutti ci andiamo a fare i pastori o i contadini, a cercare una vita fuori dal tempo: tanti di noi ormai lavorano in rete, però sentono il bisogno di avvicinarsi alla natura e magari vogliono dare ai loro figli un ambiente diverso in cui crescere. Quali sono le esigenze di persone così? Io vorrei coltivare l’orto, però ho bisogno anche dell’adsl; adoro girare nei boschi ma devo anche raggiungere un aeroporto in tempi accettabili. Il prossimo autunno mi sposterò dalla mia baita in Val d’Aosta direttamente a New York. Ecco, vorrei vivere nella natura ma non fuori dal mondo. Le Alpi sono perfette in questo senso: un ambiente naturale magnifico, non lontano dalle grandi città e dal cuore d’Europa. Dovremmo salvaguardarle come un tesoro prezioso e allo stesso tempo renderle accessibili, attrezzate per lavorare e abitarci. Per me il futuro è questo.

 

Quanto c’è di suo all’interno del romanzo? Sono situazioni e luoghi di fantasia o reali?

Come dicevo non c’è nulla di inventato. Sono vere le persone, i luoghi e le cose che mi sono capitate. Ho omesso il nome del paese, ma credo che almeno la zona sia facilmente riconoscibile per chi frequenta questi posti. L’unico elemento di finzione è che la mia avventura nel libro dura sei mesi, da maggio a ottobre; nella realtà sono stati diversi anni.

 

Quali sono le 3 parole che, come scrittore, preferisce?

Le parole mi piacciono tutte, sono gli uomini che le sviliscono. Provo pena per quelle che, per essere troppo frequenti nell’uso, perdono di significato. E ancora di più per le parole delle frasi fatte e dei luoghi comuni, parole che abbiamo ridotto a gusci vuoti. Ogni volta che ne scriviamo una dovremmo ricordarci che cosa vuol dire davvero, e restituirle il suo valore.

“Scongela l’arrosto”, Chronicalibri intervista Giovanni Battista Odone

Luigi Scarcelli
PARMA
– Passioni, famiglia, quotidiano e legami sono alcuni degli ingredienti di “Scongela l’arrosto”, il libro di Giovanni Battista Odone pubblicato da Lupo Editore. Dopo aver recensito il romanzo Chronicalibri ha intervistato l’autore per scoprire come comincia un’esperienza narrativa come “Scongela l’arrosto”.

 

“Scongela l’arrosto” è la tua prima esperienza narrativa; come è nato questo libro?

Il libro è nato da una mia proiezione nel futuro: ho immaginato come, subendo passivamente i più banali accidenti della vita, senza tener conto dei possibili accadimenti tragici, sarei potuto diventare a distanza di vent’anni. Un esercizio utile per riflettere sul proprio presente: giocare con l’ipotesi del proprio futuro.

 

Famiglia, umori, amori e cambiamenti: perché hai scelto questo tipo di storia?

Perché in un epoca in cui ci raccontano che siamo soli, individui persi alla ricerca di relazioni, dimentichiamo troppo facilmente che ciò che siamo e diventiamo discende ancora ed inevitabilmente dal nucleo famigliare in cui cresciamo: una microsocietà che ci segnerà per sempre, nei ricordi come nella personalità.

 

Ci sono momenti o persone della tua vita che hanno ispirato “Scongela l’arrosto”?

Guardando adesso al periodo in cui scrissi questo romanzo, posso dire che fu un momento di accelerazione della mia personale crescita. Devo ammettere che la vicenda narrata, misto di fantasia e realtà, è punteggiata di episodi, persone ed oggetti che restano nella mia memoria come compagni di viaggio.

Il tuo è un romanzo incentrato su alcune tematiche forti, tra queste la famiglia. Allora sorge quasi spontanea la domanda: secondo te la creazione di una famiglia è la fine della passione di una coppia o solo una fase di maturità che spesso viene gestita inconsapevolmente?

La famiglia è come tu decidi che sia. Diventa come tu vuoi che diventi. Certo, non tutti gli accadimenti della vita dipendono dalla tua volontà, ma il raccolto di domani dipenda dalla semina di oggi. Per chi decide di intraprendere un “viaggio nella famiglia” sarebbe fondamentale chiedersi se la semina che si vuole sia la fine della passione, una fase di maturità gestita inconsapevolmente, o qualcosa di più gioioso.

 

Giulio e Lara hanno due caratteri completamente diversi, i classici due opposti che si attraggono. Ma l’attrazione può durare?

L’attrazione è un crinale da percorrere godendo del panorama: di tanto in tanto si scivola giù. Ma è così avvincente risalire verso il crinale dell’attrazione per la donna che ami, che vale la fatica e lo sforzo tornare su. Per godere nuovamente, ancora una volta, del panorama.

 

Personaggio cruciale del libro è Sara, figlia di Lara e Giulio, che nel romanzo assume diversi ruoli. Come hai costruito questo personaggio e cosa rappresenta, è una semplice spettatrice, una complice o una vittima?

Sara era nata come un contorno: un’appendice della strana coppia di adulti. Solo successivamente è diventata voce narrante e punto di vista preponderante nella vicenda. Tragicamente si trova a scoprire il vero volto del padre, capendo come questo è uscito sconfitto dal rapporto con la donna della sua vita, senza nemmeno avere la forza di abbandonare la partita.

 

C’è un autore che pensi abbia influenzato il tuo modo di scrivere o a cui ti sei ispirato?

Come ho raccontato al mio Prof. Di Italiano dei tempi del Liceo, i toni del mio romanzo volevano essere ispirati da Raymond Carver, con la tragicità di gesti semplici o avvenimenti monotoni: ma la passione per il racconto della vita mi ha fatto aggiungere in diversi brani qualche colore in più.

“L’horror è un contenitore che può più di altri toccare corde essenziali dell’animo umano”: ChronicaLibri intervista Claudio Vergnani

Michael Dialley
AOSTA – Un viaggio particolare in un’Italia popolata da zombie: questo il contesto del nuovo romanzo di Claudio Vergnani, “I vivi, i morti e gli altri”, uscito da poco per la Gargoyle Books.
Tinte fosche, luoghi misteriosi e rumori sinistri provocati da quelli che sembravano morti, sono invece gli ingredienti che tengono il lettore vigile e attento a tutti i dettagli.
ChronicaLibri ha intervistato l’autore per cercare di capire cosa c’è dietro questo romanzo e per dar voce a chi ha dato la luce a quest’avvincente storia.

 

Ha scritto una saga di vampiri, prima de “I vivi, i morti e gli altri”: che cosa l’ha avvicinata agli zombie? Come mai ha incentrato il nuovo romanzo su queste creature?
Né i vampiri né gli zombi hanno molta importanza per me: mi servivano solo per creare uno sfondo horror conosciuto dove poter raccontare soprattutto altro.

“Ritengo che l’horror sia un contenitore che, se usato adeguatamente, può più di altri toccare corde essenziali dell’animo umano”: queste le parole che ha usato in un’intervista per definire il genere horror.

 

Nel suo nuovo romanzo emerge la fragilità del protagonista, Oprandi, che viene quasi schiacciato dalla realtà, dalla società composta da cannibali: è questo, forse, un ritratto dell’uomo odierno e del mondo reale, trasposto ed enfatizzato poi nella realtà horror?
Di solito sfuggo le metafore. Spesso sono banali o ambigue. Ma certamente Oprandi si muove in un mondo che è solo un passo avanti al nostro, e infatti lo interpreta lucidamente in tutta la sua miseria, ignoranza, ingiustizia e pericolosità. Paradossalmente, pur essendo un uomo con tutte le carte in regola per crollare definitivamente, l’essere un figlio di questi nostri tempi gli sarà d’aiuto per non smarrire definitivamente sé stesso nel momento della catastrofe e dell’orrore.

 

Crede che il genere horror possa essere uno strumento utile alle persone per evadere, visto il periodo storico nel quale viviamo oggi?
È difficile da dire. Potrebbe sembrare di sì, ma i risultati delle vendite tendono a dire il contrario. Forse i tempi senza speranza in cui viviamo spingono maggiormente il lettore verso il fantasy, dove i buoni soffrono ma poi vincono, i cattivi vengono umiliati e sconfitti, e mille creature soprannaturali ma perbene ispirano al lettore la possibilità di un mondo magari ancora sconosciuto, ma decisamente migliore e più giusto di quello reale.

 

Una persona mi ha detto “leggi e rilassa la mente”, ed effettivamente la lettura ha, su di me, quest’effetto; a lei in che modo la lettura aiuta? Perché consiglierebbe alle persone di leggere un buon libro?
Me l’avesse domandato anche solo due anni fa mi sarei detto d’accordo, e avrei spiegato il perché. Oggi, le confesso, non lo so più. Qui in Italia la maggioranza dei lettori non legge, si limita a scorrere con gli occhi un insieme di parole che altri hanno scelto per loro. Non acquistano un libro, acquistano un autore, per pigrizia, per abitudine, per sentirsi rassicurati. Forse un giorno la gente tornerà a leggere, e allora, chi lo sa, potrò rispondere diversamente alla sua domanda, se le parrà ancora d’attualità.

 

I lettori, ormai, la conoscono nel genere horror: in quale altro genere le piacerebbe impegnarsi? Sta già lavorando a qualche altro progetto?
È uscito in questi giorni un thriller, Per ironia della morte, dove cerco ancora una volta di inserirmi in un genere, con amore e rispetto delle sue strutture classiche, e per poterlo poi rinnovare dall’interno con il mio stile considerato drammatico, profondo e ironico nello stesso tempo.

 

Come scrittore, quali sono le tre parole che preferisce?
Me ne basta una: quella giusta, schietta e sincera che arriva dritta al cuore e alla mente di un lettore attento e intelligente. Quella parola è tutto. Perché, come dico sempre, un romanzo è solo un’opera parziale, al quale solo un lettore attento e ricettivo può dare il soffio della vita, portandolo con sé nel suo mondo, arricchendolo con la sua partecipazione, le sue considerazioni e, perché no, con il suo amore. A mio parere è tutto qui, tutto quanto qui.

“È più sensato mantenere separate le valutazioni sull’arte e sull’individuo”: ChronicaLibri intervista Nicola Montenz.

Giulio Gasperini
AOSTA – L’esperienza di Montenz dimostra chiaramente come la musica sia cultura e come la cultura sia interrelazione di soggetti creanti e ammiranti. La sua storia del rapporto tra Ludwig di Baviera e Wagner è un intenso reportage letterario, che si anima a partire dalla fisicità della scrittura e dalla concretezza dell’oggetto veicolare. Su ChronicaLibri è già stato recensito il testo, “Parsifal e l’Incantatore” (Archinto); adesso non possiamo che lasciare la parola all’autore.

 

Mi avvicino a te e al tuo lavoro con un disagio profondo. È il disagio di chi sa di non sapere. La Baviera, Ludwig, Wagner soprattutto, sono nomi e situazioni, opere e maschere, che mi sono, sinceramente, remote. Farò delle domande che nascono, come dire, dalle mie impressioni più genuine, più dirette. Dal tuo racconto, ad esempio, si potrebbe evincere che Ludwig e Wagner siano stati due uomini in fuga dalla realtà. Ma è proprio così? Fuggirono veramente la realtà contingente e finirono per cadere intrappolati in una non-realtà?
Certamente la sensazione è giusta: entrambi, per ragioni molto diverse, furono esseri umani in fuga dal mondo circostante. Wagner fuggiva da un’Europa che non lo riconosceva nei termini in cui lui avrebbe voluto essere riconosciuto: ossia come il più grande compositore e pensatore della sua epoca; per giunta, la fuga divenne, a partire almeno dal 1849, la dimensione reale della sua vita, in quanto il compositore, vuoi per ragioni politiche, vuoi – molto più spesso – per motivi finanziari, ebbe, fino almeno al 1872, molti nemici e moltri spettri da cui fuggire. Per Ludwig il problema fu diverso: egli era un disadattato; dapprima, cercò di costruirsi mondi immaginari – operistici, per esempio, o libreschi – in cui nascondere il proprio malessere esistenziale e il proprio orrore per ciò che gli stava intorno; in seguito, in modo sistematico e patologico, prese a fuggire non soltanto la realtà che lo circondava, e in cui non si riconosceva, ma persino i più normali rapporti umani (per esempio quelli con la famiglia, o con la servitù), invertendo, negli ultimi anni di vita, addirittura la notte e il giorno, in modo da poter vivere nelle tenebre, rassicuranti perché nascondevano ciò che non voleva vedere.

 

Due personalità, io le ho definite prendendo in prestito (forse in maniera impropria), borderline. Entrambi avevano qualcosa di sé stessi da nascondere, o da fuggire; o da ignorare, appunto. Noi plasmiamo questi personaggi attraverso la lettura della tua narrazione, ma tu li hai “tradotti”, ovvero tratti-fuori, dalle testimonianze che loro stessi ci hanno lasciato, da un sottile filo d’inchiostro che, in tempi remoti, monitorava l’intimo umano e ne lasciava una traccia indelebile, perdurante. Cosa significa studiare le persone dalle lettere, ovvero dalle tracce che, loro stessi, consapevoli o meno, hanno seminato e disperso?
Certamente si tratta di due personalità borderline, per ragioni diverse: l’uno, Ludwig, schiacciato da complessi di inferiorità tramutatisi, con il tempo, nel loro contrario e in una nutrita serie di disturbi psichici; l’altro, Wagner, abbacinato da un complesso di superiorità talmente esagerato da sfociare, non di rado, nel grottesco, nel tirannismo familiare, nella propensione verso un pangermanesimo ossessivo e follemente antisemita, da cui si avrebbero tratto linfa vitale, più tardi, Chamberlain, Rosenberg e Hitler. Il lavoro di studio e analisi dei carteggi e dei diari di entrambi ha significato per me, in qualche modo, mettere alla prova in forma diversa le competenze e l’attitudine alla ricerca che, in un altro campo, quello della filologia classica, esercito tutti i giorni; d’altro canto, un simile lavoro mi ha portato necessariamente a toccare con mano il fatto che ogni idolo, ogni leggenda, ogni mito che popola la nostra mente alterna attimi di grandezza suprema a lunghe ore, giornate e anche anni di pochezza, di ombra, di miseria, di malvagità o di follia; e questo è naturale, perché dell’idolo noi siamo abituati a vedere solo il lato su cui si proietta la luce – ed è quello che lui vuole mostrarci -; tuttavia, avere il coraggio di sprofondare in esso, fino a coglierne le più minute brutture, può costituire anche un utile esercizio critico: qualcosa di cui oggi si sente la disperata mancanza, abituati come siamo a rimuovere le sfumature, a gridare perennemente al miracolo, a idolatrare senza mai trovare la forza (o il coraggio?) di interrogarci.

 

Sarebbe anche il modo per calibrare meglio gli animi umani e poter capire che, al di là del genio, c’è solo l’uomo a costituire l’impalcatura. E il tuo testo è denso di umanità, nella declinazione più terrena: dispetti, ripicche, sotterfugi, ricatti. Tutti atti (e atteggiamenti) che ben poco penseremmo adattabili all’arte ma che sono invece costituenti dell’umano. Quanto c’è di arte, in questo tuo libro? E quanto c’è di narrazione dell’umano? Il prodotto finale è stato un tuo mirato proposito o te lo sei visto fiorire sotto le mani, scoperta dopo scoperta?
Il fatto è che, quando pensiamo all’arte, spesso dimentichiamo che a crearla sono appunto esseri umani, il cui talento, la cui tecnica e le cui sensibilità professionali possono senz’altro essere straordinari, ma non implicano per forza una corrispondente grandezza morale. Il rigore e la dirittura di un Mahler, tanto per fare un esempio, possono a buon diritto essere considerati eccezioni, in un campo, come quello della musica, in cui spesso è la vanità ad avere il sopravvento, e la grettezza non è un sentimento così lontano dagli animi quanto si vorrebbe credere. Per questo anche il nostro giudizio deve farsi sfumato, ed evitare sia l’idolatria acritica, sia il facile atteggiamento del censore; mi pare invece più sensato mantenere separate le valutazioni sull’arte e sull’individuo che tale arte ha prodotto. Il caso di Wagner, al riguardo, rappresenta in qualche modo un’anomalia, nel senso che la discrepanza tra genio artistico e pochezza umana appare davvero ai limiti dell’umanamente concepibile; pure, questo non deve impedirci di credere che anche in lui si nascondesse un mondo interiore di estrema profondità: come spiegare, altrimenti, la bellezza – talora inarrivabile – della sua musica? Pura applicazione di tecniche acquisite? Naturalmente no – anche perché la sua formazione fu desultoria e certamente lontana dalla completezza accademica. È invece più ragionevole pensare che la musica fosse – insieme al complesso e ristretto groviglio dei suoi veri legami affettivi – la dimensione privilegiata in cui il suo intimo sapeva esprimersi appieno, libero dalle costrizioni della verbalizzazione del pensiero e della dialettica, e momentaneamente separato dalle quotidiane necessità di confronto con gli altri esseri umani. Per rispondere alla seconda parte della domanda, direi che il mio libro cerca di porre in luce i legami tra la vita e l’arte senza insistere con eccessiva minuzia sul secondo aspetto, che è di pertinenza dei musicologi, e sul quale molto (troppo?) è già stato scritto; il mio scopo, del resto, era quello di scrivere un saggio biografico, e se pure la produzione artistica vi svolge un ruolo fondamentale, è altrettanto vero che l’aspetto preponderante di un tale genere letterario è la vita stessa dei soggetti. La forma finale del testo è l’esito di una pianificazione preliminare che segue in modo fedele l’andamento diacronico dell’amicizia tra Wagner e Ludwig, che, nel complesso dei suoi colpi di teatro, scandali, litigi e fughe fu straordinariamente lineare. Il lavoro sui documenti, che è stato lungo, ma anche assai stimolante, mi ha permesso di ricostruire nel dettaglio vicende magari sfumate dalle biografie ufficiali, di approfondire i ruoli svolti da alcuni personaggi, e di fornire, in qualche modo, la mia versione del “romanzo”, cercando sempre di non perdere di vista lo scopo del mio lavoro… ma anche il divertimento per certi episodi, in genere oscurati, per i quali soltanto il sostegno documentario certifica che non sono il frutto di una fantasia malata!

 

E quali sono alcuni di questi “episodi oscurati” che ti hanno particolarmente colpito? Che tipo di influenza possono aver avuto in un rapporto che – correggimi se sbaglio – potremmo definire un ultimo esempio di mecenatismo cortigiano, un po’ anomalo, forse, in una società nella quale oramai tale atteggiamento culturale era oramai inattuabile e sepolto?
Molti sono gli episodi “dimenticati” dai biografi ufficiali di Wagner, che almeno fino agli anni ’60 del XX secolo hanno cercato di evitare lo spinoso argomento della disinvoltura con cui il compositore di comportò nei confronti della moglie: solo per fare un esempio, quando ella morì, Wagner affermò di non poter assistere al funerale a causa di un’infiammazione a un dito! Salvo poi svenire, di lì a poco, quando venne a sapere della morte del cane Pohl. L’intrigo con Malvina Schnorr e il fantasma di suo marito, poi, è talmente incredibile da sembrare inventato di sana pianta, eppure la documentazione che lo sostiene è abbondante e inequivocabile. E persino le furenti schermaglie con il re, a proposito delle anteprime monacensi dell’Oro del Reno e della Walkyria sono state fatte passare come esiti dei capricci di Ludwig, mentre in realtà sono il frutto della prepotenza di Wagner – il quale aveva ovviamente le proprie ragioni, ma cercò di farle valere, nel peggiore dei modi, contro il legittimo proprietario delle due opere.
Il loro esito ultimo, nell’economia dell’amicizia tra i due, fu senz’altro disastroso. Intendo dire: sul piano umano, poiché determinarono il progressivo allontanarsi del re e del compositore, fino al punto di tramutare il loro rapporto in una vera e propria finzione epistolare. Dal punto di vista pratico, non mi sentirei di affermare che il mutamento sia stato radicale, ché Wagner continuò a percepire i denari del re fino all’ultimo giorno della sua vita (compresi i vertiginosi donativi fuori ordinanza che permisero l’edificazione del Festspielhaus).

 

Il tuo nuovo lavoro ha di nuovo a che fare con la Germania, anche se di un’epoca relativamente differente. Il titolo è estremamente suggestivo e anche un poco presago: “L’armonia delle tenebre” tratta dei rapporti tra la musica e il regime nazista. Potresti presentarcelo più dettagliatamente?
L’armonia delle tenebre affronta un capitolo complesso della storia e della cultura del XX secolo, ossia il ruolo svolto dalla musica nella politica culturale del nazismo. L’ultimo capitolo di Parsifal e l’Incantatore toccava, pur se fuggevolmente, il problema dell’intreccio dei concetti di “musica” e “razza”; un problema che la mente di Wagner, per certi versi distruttiva, aveva ponderato in più di un’occasione. Di qui, la curiosità di capire fino in fondo gli esiti di simili derive dell’intelligenza umana.
È nata così l’idea di ricostruire un quadro della cultura musicale in Germania negli anni compresi tra il 1933 e il 1945, partendo dalle premesse teoriche – e in parte, dunque, da Wagner – per arrivare al punto finale: la musica nei campi di concentramento. In sette capitoli, ho cercato di rendere comprensibile al lettore italiano la catabasi del genio musicale tedesco, illustrandone le diverse tappe: le premesse teoriche, cui accennavo prima, e la costituzione di un organismo centralizzato di controllo; le epurazioni; l’apporto di musicologi e critici “militanti” alla causa del regime; il rapporto tra Winifred Wagner e Hitler; la stretta del regime sui suoi artisti; il tentativo di ricostruzione di un moderno (e allineato) panorama musicale tedesco; infine, l’esperienza musicale nel sistema concentrazionario.

 

Tutte ottime premesse per un’ennesima appassionante lettura…

“Pronto e indossato”, Lavinia Biagiotti inaugura la novità multimediale di ChronicaLibri

Marianna Abbate
ROMA – E’ con immenso piacere che ChronicaLibri presenta “In viaggio con…”, la nuova rubrica di audiointerviste, che da oggi animerà il nostro Canale Youtube.

Antonio Carnevale e Massimiliano Augieri, due navigati e affascinanti speaker radiofonici, intervisteranno per noi gli autori delle più importanti novità editoriali.

Cominciamo subito con l’intervista a Lavinia Biagiotti, con un argomento decisamente in linea con gli interessi delle nostre affezionate lettrici:


Pronto e indossato. Ricette di stile per tutte le occasioni.

Per ascoltare l’intervista cliccate su questo link:

Intervista a Lavinia Biagiotti su CHRONICAtube

 

Oppure accedete direttamente al Canale Youtube, dal video a destra. BUON ASCOLTO!

Vi ricordo l’appuntamento domani, sabato 16 giugno 2012, per conoscerci e discutere insieme alle 18.00 al N’Importe quoi.

Pronto e indossato. Ricette di stile per tutte le occasioni.

“Vestirsi velocemente mortifica, ma con un minimo di organizzazione ogni guardaroba può diventare una miniera d’oro”: questa è la base di quelle che Lavinia Biagiotti chiama le sue “ricette di stile e di felicità”, tutte raccolte in questo volume fresco, giovane e tutto al femminile. I testi dell’autrice, accompagnati da foto e schizzi, sono un suggerimento per imparare a vestirsi con gusto ed essere cool in ogni occasione, dal party con gli amici al colloquio di lavoro, dal weekend fuori porta alla passeggiata in città. E se non si ha voglia di spendere, basta recuperare quei capi sepolti da tempo nel proprio armadio che, rinnovati con semplici accorgimenti, permetteranno di cambiare look ma senza toccare il portafoglio. Insomma una guida di stile ala portata di tutte le tasche femminili, sotto forma di pratica agenda da portare sempre con sé grazie al suo formato in stile notebook comodo e maneggevole. (Mondadori Electa, 2012, 19.90 €)

 

Intervista ad un autore “Clandestino”

Marianna Abbate
ROMA – Vi ricordate la recensione del “Clandestino” (Edizioni Sonda) che ho pubblicato a novembre? E’ inutile che annuiate, andate a rinfrescarvi la memoria e poi tornate su questa pagina a leggere la simpatica intervista all’autore, che serve fondamentalmente a dimostrare che io non ho capito nulla delle intenzioni dello scrittore. Ma d’altronde non è forse questo il destino di ogni critico che si rispetti? Chissà cosa ne penserebbero Dante e Leopardi di tutte le dietrologie prodotte sulle loro opere. Allora perché non approfittare del fatto che l’autore possa risponderci di persona e non correre a intervistarlo? Ecco a voi Ferdinando Albertazzi.

Quali sono gli ingredienti di un buon giallo?
Tono, brillanza e purezza son gli “ingredienti” che differenziano qualsivoglia colore dai suoi “gemelli”. Vale dunque anche per il giallo, che sia colore o… genere letterario.

Perché ha scelto di scrivere per i ragazzi?
Non scrivo affatto per i ragazzi. Non in esclusiva, almeno. Il fatto che nelle mie storie ci siano ragazzi in pagina non significa che siano destinate unicamente a loro. Altrimenti là dove in pagina ci sono invece cani, gatti o maiali, dovremmo considerarle storie per cani, gatti e maiali… Scrivo, questo sì, i ragazzi, indagati soprattutto lungo il frastagliato  percorso verso l’adultità e quindi insieme ai “grandi”. Se una storia che “punta” preferenzialmente i ragazzi non ha almeno qualche valenza anche per gli adulti, è una storia da cestinare.

Quali sono le differenze tra un noir per ragazzi e uno per adulti?
Per come si stanno differenziando le generazioni, per certe impensabili disinvolture “guardonesche” e non solo che mostrano i ragazzi, direi che, paradossalmente, un noir anche per ragazzi deve essere assai meno ingenuo di quello che va a infoltire il catalogo “per adulti”.

Lei insegna in un corso di scrittura creativa: quali consigli si sente di dare a chi vuole iniziare a scrivere, in particolare per i ragazzi?
Non aver paura di avere il coraggio di provarsi, di scommettere contro la pagina bianca. Senza smettere, al contempo, di leggere tanto e senza accontentarsi dei risultati che si pensano già raggiunti. Usare insomma molto il cestino della carta straccia, nella consapevolezza che il difficile non è cominciare bensì durare e che  il temperamento e la qualità letteraria sono tra i fattori decisivi della durata.

Che rapporto ha con i suoi lettori? Le scrivono, vengono alle presentazioni? Come sono, insomma, i giovani lettori?
Durante gli incontri, quelli che hanno la lettura nel DNA sono curiosi e avidi, desiderosi di farsi prendere dalle narrazioni. Quelli che, al contrario, si avvicinano alle storie in pagina con scarso entusiasmo o sono addirittura refrattari,  si lasciano però catturare dai laboratori musicali che Gabriella Perugini ha ideato e realizza per i miei libri. Diversi a seconda delle storie, ovviamente. Sono per lo più proprio quei ragazzi lì, quelli che non leggono volentieri o non leggono affatto, ad apprezzare gli incontri attraverso i laboratori musicali (soltanto così, d’altronde, parlo dei miei libri con i ragazzi), dove sono peraltro artefici. “Ah, ma se si può leggere così, allora…”, commentano stupiti e invogliati. Ed è una conquista davvero promettente, quella che principia dai loro sguardi magari di ironica sufficienza, via via accesi da un incredulo interesse…

 

 

Patrizia Simonetti ai microfoni di ChronicaLibri

Stefano Billi

ROMA – ChronicaLibri si fa radio. Infatti, abbandonata la consueta scrittura di articoli, per un istante ChronicaLibri diventa speaker radiofonico ed intervista Patrizia Simonetti, autrice del libro “Il giornalista radiofonico. Istruzioni per l’uso“, Armando editore.

 

 

Lei ha lavorato in radio sia come speaker, sia come giornalista. Quale dei due tipi di approcci al mondo radiofonico è attualmente il Suo preferito?

 

In questo momento mi piacerebbe molto tornare a lavorare in radio come speaker, nello specifico come conduttrice di un programma musicale o di attualità, in cui poter parlare a ruota libera senza limitarmi a leggere il testo di un notiziario o di un servizio giornalistico, seppure redatti da me. Questo probabilmente perché ho lavorato come giornalista per ben vent’anni, dal 1989 al 2009, e sento il bisogno di cambiare. O piuttosto di tornare al mio primo amore che è,  appunto, quello di fare radio in modo più “libero”. Allo stesso tempo la mia natura è oramai quella di giornalista per cui l’ideale per me sarebbe uno spazio da riempire, ad esempio, con musica e notizie, magari a tema, o, ancor meglio, un programma, anche di utilità, che preveda l’intervento degli ascoltatori. Interagire con chi ti segue è molto gratificante, anche se allo stesso tempo rischioso. E’ come una prova del nove in diretta: se la gente ti chiama e vuole parlare con te, vuol dire che il tuo programma è buono e tu stai lavorando bene, se invece ti ignora, evidentemente c’è qualcosa che non va. Ma sarei disposta ad accettare la sfida.

 

Nel Suo manuale, Lei affronta la realtà del giornalista radiofonico in maniera davvero schietta e sincera, fornendo un taglio consapevole sui pregi e difetti di questa professione. Stante questa consapevolezza, Lei immagina la radio ancora come qualcosa di magico, così come quando ha iniziato questo mestiere?


La radio “è” magica e non smetterà mai di conquistarmi con il suo fascino. Sono convinta, come ho anche accennato nell’introduzione del mio libro, che nessuna nuova tecnologia potrà mai soppiantare questo mezzo unico e creativo. La radio regala informazione, intrattenimento, compagnia, senza chiedere nulla in cambio. Puoi ascoltarla mentre fai altre cose o concentrarti solo su di lei. E’ diretta, immediata, sincera. La radio ha un potere che definirei generoso, perché può esser messo a disposizione sia di chi la fa che di chi la ascolta, offrendo ad entrambi un’infinita gamma di possibilità: può comunicare, far riflettere, divertire, aiutare, può persino alleviare solitudini e  rafforzare legami. Io ho sempre vissuto di radio, prima come ascoltatrice, poi come conduttrice. La radio è stata il sottofondo della mia vita e la mia vita stessa. Come potrei mai smettere di amarla?

 

Perché ha sentito il bisogno di scrivere un manuale sul tema del giornalismo radiofonico?


Ho lavorato per vent’anni in un’agenzia di stampa radiofonica come giornalista, ricoprendo ogni tipo di mansione: redattrice, responsabile di settore, conduttrice, inviata. Sebbene dura e faticosa, è stata un’avventura bellissima. Ma poi è finita. Le lunghe storie d’amore, anche se ci fanno soffrire, ci lasciano sempre qualcosa. Così ho pensato che anche questa mia complessa “relazione” doveva e poteva lasciare un segno. Ho quindi deciso di documentare quella che è stata la mia lunga esperienza in questo settore e metterla a disposizione di chi vuole intraprendere questa strada, illustrandone con sincerità  il fascino ma anche le difficoltà, sperando che possa essere d’aiuto. Anche scrivere, del resto, è stata sempre la mia passione: in questo modo ho potuto unire i miei tre grandi amori: la radio, il giornalismo, la scrittura. E poi, dopo aver tenuto alcune lezioni di giornalismo radiofonico all’Università, coltivo l’idea di tenere un corso tutto mio come docente e mi piacerebbe che questo testo potesse esserne la base.

 

Molti speaker o giornalisti radiofonici hanno appreso il loro mestiere attraverso numerosi anni di esperienza, forgiando la propria voce a partire dalle emittenti più piccole sino a quelle più blasonate. L’avvento di molteplici libri che aiutano a diventare speaker o giornalisti radiofonici, secondo Lei può arricchire e accelerare il processo di formazione professionale delle nuove voci che si affacciano in radio, accorciando il tempo che prima era necessario ad imparare questo mestiere?


Ho cominciato da giovanissima e come autodidatta in piccole emittenti di quartiere: all’epoca, parliamo degli anni 80, andavano molto di moda le dediche radiofoniche ed io ne facevo tante! Poi, a mano a mano che acquistavo esperienza e sicurezza, mi proponevo ad emittenti più prestigiose, in alcune delle quali sono riuscita ad entrare, fino ad approdare in Rai. Ritengo dunque che la pratica, sia per la conduzione radiofonica che per il giornalismo, sia assolutamente la scuola migliore. Tenendo tuttavia presente che, come scrivo nel mio libro, tutto può riuscire più facile se si possiedono alcune cosiddette doti innate. I testi sull’argomento certamente possono aiutare, purché spieghino realmente ciò che è meglio fare e ciò che è meglio evitare, fornendo una base teorica che può rivelarsi molto utile ad apprendere più velocemente il mestiere. Ma poi la pratica è fondamentale. Sicuramente anche un buon corso può dare una mano. Purtroppo però c’è da dire che attualmente non basta “saper fare”: la crisi colpisce ogni settore ed anche quello di cui stiamo parlando.  Non è facile trovare un lavoro, quanto meno degno di questo nome, neanche in radio. Ma se c’è la passione il mio consiglio è: insistere!

 

Perché i lettori del nostro giornale dovrebbero leggere il Suo libro?


“Dovrebbero” è una parola grossa! Direi che lo consiglio a coloro che vogliono intraprendere questa professione perché può essere un valido aiuto di base: l’esperienza insegna sempre. Può quindi aiutare ad essere più preparati ad una prova pratica, spiegando in modo chiaro e semplice cosa verrà chiesto loro nella redazione di una radio o di un’agenzia radiofonica, aiuta a familiarizzare con i termini tecnici del giornalismo radiofonico e illustra, proprio come un libretto di istruzioni di un kit, come si prepara e si realizza un notiziario, un servizio, un’intervista. Se durante uno stage viene chiesto di preparare un lancio o procurarsi un sonoro, chi ha letto il mio libro non dovrà chiedere di cosa si sta parlando, ma potrà mettersi subito all’opera. Allo stesso tempo lo consiglio anche ai semplici curiosi: non vi siete mai chiesti, ascoltando un notiziario o un servizio, cosa c’è dietro e come è stato preparato? Il mio libro ve lo racconta.