Carmelo Bene. “Io non vendo fumo. Io sono il fumo”


Silvia Notarangelo

ROMA – Poliedrico, ironico, provocatorio, Carmelo Bene è sempre stato una voce fuori dal coro. Probabilmente, non tutti lo avranno amato. Ma, certamente, di fronte alle sue “sconvolgenti esperienze intellettuali” non si può restare indifferenti.
A dieci anni dalla sua scomparsa, Antonio Zoretti ne ha curato, per Lupo Editore, un articolato saggio dal titolo “Carmelo Bene. Il fenomeno e la voce”. Un lavoro meticoloso e suggestivo, ricco di citazioni e di commenti, per lasciarsi trasportare dalle parole e dalle riflessioni, mai scontate, dell’artista. Il nucleo principale è rappresentato da un insieme di testi, “Quattro conversazioni sul nulla”, giustamente considerati una summa theologica del pensiero di Bene. Linguaggio, conoscenza e coscienza, eros, arte: quattro momenti per approfondire quell’orizzonte così particolare in cui si è sviluppata la sua opera.
Il rapporto tra il senso e il suono, la ricerca sempre più approfondita delle possibilità vocali, l’inestimabile valore della musica. È la voce, secondo Carmelo Bene, il solo strumento in grado di “vincere la rappresentazione” così come la musica è l’unico linguaggio “capace di suggerire ciò che la parola non è in grado di esprimere”. Vocaboli e pensieri sono, infatti, solo delle illustrazioni, delle immagini da cui occorre liberarsi. Perché la verità non esiste, se non all’interno della convenzionalità di un linguaggio in cui si nominano le cose pur senza conoscerle.
L’obiettivo di Carmelo Bene, apertamente dichiarato, è quello di mandare tutto in frantumi, compreso il soggetto, quell’io “così ingannevole”, che può e deve essere cancellato.
E forse non è un caso che l’artista non abbia mai nascosto la sua noia, la sua profonda insofferenza verso quel teatro ancora così fortemente legato ad una verosimile rappresentazione della realtà. La rottura, violenta, con la tradizione si traduce in un recupero della creatività e del valore assoluto del teatro, nella convinzione che sia necessario “uscire da tutto quello che è la convenzione dell’arte (…) perché l’unico, auspicabile riconoscimento di un prodotto estetico è la sensazione, capace di incorporare tutti i sensi”.

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