“Kater I Rades”: il naufragio eterno della speranza

Kater I RadesGiulio Gasperini
AOSTA – È andato alle stampe qualche mese prima del 19 aprile, quando in due naufragi sono state inghiottite dal Mar Mediterraneo 900 persone. Come a dire, per pura casualità, che il tema non si derubrica mai dalla nostra attualità. Il testo della Becco Giallo, scritto da Francesco Niccolini e con le illustrazioni di Dario Bonaffino, stampato a fine 2014, racconta infatti il naufragio della motovedetta Kater I Rades, salpata da Valona, in Albania, il 28 maggio 1997. Era il giorno del Venerdì Santo, e dopo i primi anni ’90, nei quali l’Albania aveva vissuto la traumatica ma liberatoria esperienza del crollo di un regime dittatoriale, verso la fine degli anni ’90 la situazione era aggravata da una crisi sociale ed economica senza precedenti.
Niccolini e Bonaffino, con la potente leggerezza di parole e illustrazioni essenziali ma drammatiche, scenografano e raccontano una delle più vergognose e disumane pagine della storia dell’Italia contemporanea. La motovedetta partì da Valona con a bordo 120 cittadini, donne uomini e tanti bambini molti dei quali chiusi dentro la stiva: ovviamente sovraccarica, sarebbe magari riuscita a compiere il viaggio fino alle rive dell’Italia, se non fosse stato per un’operazione di harassmet (vocabolo che viene dall’inglese e che in gergo militare indica le manovre intimidatorie e cosiddette dissuasive) della corvetta Sibilla, della Marina militare italiana, che per ben due volte speronò la motovedetta, causandone l’ovvio naufragio. I morti furono 81. Molti bambini. 34 i superstiti ripescati.
Il testo della Becco Giallo, arricchito da uno scritto del giornalista Alessandro Leogrande (autore di “Il naufragio” con Feltrinelli nel 2011) e da una conclusione dell’attore Luigi D’Elia (impegnato da tempo nella salvaguardia dei resti del Kater I Rades) ci fa comprendere garbatamente e senza ideologizzazioni il naufragio dal punto di vista dei protagonisti, in particolare di quei profughi albanesi che soltanto la necessità e la ricerca di un sogno, che fosse banale e non straordinario, avevano spinto a rischiare la vita, in un tentativo che da subito era apparso rischioso e pericoloso. Nulla di diverso a quello che accade oggi sulle coste dell’Africa o in altre regioni martoriate dalla guerra, dalla distruzione, dalla follia furiosa.
Allora, come oggi, la vicenda della Kater I Rades provocò sdegno da entrambe le rive dell’Adriatico. Ci furono proteste sia in Italia che in Albania, dove si chiedeva soprattutto giustizia per condannare i responsabili della strage. Le manovre di harassmet non sono vietate, ma devono essere “eseguite in sicurezza”: quello che non avvenne, invece, con la Kater I Rades. Il processo iniziò troppi anni dopo, nel 2005; imputati i due comandanti delle navi (Fabrizio Laudadio e Namik Xhaferi), che vengono condannati definitivamente solamente nel 2014. Quella della Kater I Rades fu strage di Stato. Persino un’omertosa vigliaccheria. Perché il valore e la dignità di ogni essere umano dovrebbero comunque aver più valore di un confine e di una frontiera, puri giochi di mente.

Informazioni su Giulio Gasperini

Laureato in italianistica (e come potrebbe altrimenti), perdutamente amante dei libri, vive circondato da copertine e costole d’ogni forma, dimensione e colore (perché pensa, a ragione, che faccian anche arredamento!). Compratore compulsivo, raffinato segugio di remainders e bancarelle da ipersconti (per perenne carenza di fondi e per passione vintage), adora perdersi soprattutto nei romanzi e nei libri di viaggio: gli orizzonti e i limes gli son sempre andati stretti. Sorvola sui dati anagrafici, ma ci tiene a sottolinare come provenga dall’angolo di mondo più delizioso e straordiario: la Toscana, ovviamente. Per adesso vive tra i 2722 dello Zerbion, i 3486 del Ruitor e i vigneti più alti d’Europa.
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