Laureato in italianistica (e come potrebbe altrimenti), perdutamente amante dei libri, vive circondato da copertine e costole d’ogni forma, dimensione e colore (perché pensa, a ragione, che faccian anche arredamento!). Compratore compulsivo, raffinato segugio di remainders e bancarelle da ipersconti (per perenne carenza di fondi e per passione vintage), adora perdersi soprattutto nei romanzi e nei libri di viaggio: gli orizzonti e i limes gli son sempre andati stretti. Sorvola sui dati anagrafici, ma ci tiene a sottolinare come provenga dall’angolo di mondo più delizioso e straordiario: la Toscana, ovviamente. Per adesso vive tra i 2722 dello Zerbion, i 3486 del Ruitor e i vigneti più alti d’Europa.

Si impara solo dall’errore, a ogni età.

Fatatrac: una storia di Corinna Luyken

Giulio Gasperini
AOSTA – Sugli errori, esiste una quantità spropositata di proverbi e detti popolari: segno evidente che sia questione fondante e imprescindibile dell’umanità stessa. C’è chi è più intransigente e chi più comprensivo, esistono situazioni e situazioni rispetto alle quali valutare un errore: quel che è certo è che l’errore esiste e non se ne scappa. Il testo di Corinna Luyken, Il libro degli errori, edito in Italia da Fatatrac, è una splendida storia illustrata che ci racconta proprio questo: dall’errore può sempre nascere un’occasione. Sta a noi decidere se e come.

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Un temporale pieno di avventura.

Giulio Gasperini

AOSTA – Un temporale si sta per abbattere sulla città: inizia così la narrazione di Sam Usher in Temporale, edito in Italia dalle Edizioni Clichy. Pagina dopo pagina, la tempesta si fa sempre più forte, il vento aumenta d’intensità, mentre dentro la casa il nonno e il nipote progettano cosa fare: la tempesta crea il tempo perfetto per far volare un aquilone. Il problema è trovarlo. Nella loro ricerca, il nonno e il nipote trovano di tutto, ricordi e frammenti di una vita assieme, reliquie delle loro avventure precedenti. Intanto, fuori il vento aumenta.

Quando trovano l’aquilone possono partire, insieme, come sempre, e perdersi nei cieli dell’avventura…

Attraverso i disegni corposissimi e coloratissimi, Sam Usher ci porta in un vortice di accadimenti, velocissimi come il vento che accompagna un temporale. Attraverso questa rapidissima narrazione, si squaderna un mondo fantasioso, dove la complicità tra il nonno e il nipote plasmano una terra dove tutto è possibile, dove ciò che si vede è solo una minima parte del vissuto reale, dove la quotidianità di amplia, abbatte i muri, conquista terre inesplorate e regala un’emozione arricchente.

Tutta la natura partecipa a questa festa che solo in superficie è disturbata dalla potenza del vento e del temporale: non c’è distruzione fine a sé stessa ma tutto contribuisce alla rielaborazione di nuove possibilità e conquiste.

Il temporale viene analizzato come evento atmosferico ma anche come metafora; ogni attimo, ogni momento, nonostante le apparenti difficoltà, nascono una possibilità d’avventura: viverla ciascuna è il compimento più perfetto.

Tra le rose e le viole, le memorie trans

Giulio Gasperini
AOSTA – La ripubblicazione del testo di Porpora Marcasciano, Tra le rose e le viole, per Edizioni Alegre, è un atto politico potentissimo. La presa di parola di dieci “transessuali e travestiti” è fondamentale nel tentativo di sovvertire l’oppressione del pensiero dominante, assieme all’assumere il punto di vista interno, quel “partire dal sé” che è alla base di ogni narrazione autobiografica. Nonostante le storie presentate siano già piuttosto lontane nel tempo, raccolte tra il 1999 e il 2000, continuano a essere memoria preziosa e imprescindibile, per comprendere cosa sia stato il movimento trans, in Italia, dalle sue origini ai giorni attuali.

La memoria è essenziale nella costruzione dei una narrazione comunitaria e sociale – in questi giorni ne parliamo abbondantemente, per altre questioni. Ecco perché le storie di queste dieci transessuali diventano preziose: perché parlano direttamente di sé, senza nessuno sconto né agevolazione, mettendo ogni aspetto della loro vita al cospetto di tutte e tutti, alle loro valutazioni e osservazioni.

Le storie presentate in “Tra le rose e le viole” contribuiscono a presentare una narrazione corale e collettiva – come abbiamo già avuto moto di dire, un’epica intera – collocandola al di fuori della cornice patologizzante che per lungo tempo ha segnato le vicende della comunità trans, non solo in Italia. È una storia “dal basso”, una ricerca sociologica che serve a tutte e tutti, perché la società è composita – e questa è la sua ricchezza principale.

Dalla storia di Roberta, una delle pioniere del movimento, operatasi nel 1977 a New York, alla storia di Sofia, nata nello stesso anno, si dispiega un flusso di racconto che permette di osservare come sia cambiata la realtà – umana e sociale – di chi intraprende un percorso di transizione. Le dieci voci narranti ci presentano anche una varietà di declinazioni che da sole testimoniano una complessità che rifugge ogni classificazione e denominazione stringente: ne è un esempio la storia di Max, nella cui narrazione ci troviamo più volte spiazzati, come una pietra d’inciampo che non ci permette più di continuare senza rivolgere uno sguardo attento al percorso di fronte a noi.

Come scrive Porpora Marcasciano nell’Introduzione, il lavoro politico più potente è stato quello di presentare le persone con il loro quotidiano, le loro difficoltà, per affrancarle dalla narrazione tossica dominante: “Descritti e trattati come folli o criminali, angeli o demoni, attori o clown, mai come persone che hanno una propria normalità, un proprio quotidiano che non è solo marciapiede o palcoscenico”. Come nel caso di tante altre alterità considerate minoritarie, anche la comunità trans aspetta di essere conosciuta oltre il pregiudizio e il preconcetto. In questo libro, con coraggio, ha cominciato a raccontarsi.

Dall’isola greca dalle ali di farfalla

Giulio Gasperini

AOSTA – Una corrispondenza fitta, questa è la forma scelta da Tito Barbini e Paolo Ciampi per dialogare tra di loro nel saggio narrativo L’isola dalle ali di farfalla, edito da Edizioni Spartaco. Uno di loro, Tito, si trova in una sorta di autoesilio a Astypalea, Stampalia, isola del Mar Egeo, vicinissima alle coste turche, cha ha proprio la forma di una farfalla dalle ali spalancate; Paolo, invece, è in Italia. I due amici comunicano attraverso “cartoline”, lettere che forse sono email, ma che dipanano una narrazione ibrida e potentissima, che spazia sui temi del passato, della gioventù e dei suoi sogni, fino ad arrivare all’analisi del contemporaneo, dell’attuale, concedendosi uno sguardo lungimirante sul futuro e su quello che sarebbe necessario mettere in atto.

Raccontare questo dialogo è impossibile: procede con una fluidità che solo i pensieri tra amici possono avere, in un continuo rimando di visioni, sguardi, considerazioni, citazioni letterarie e politiche, attraverso cui si designano parabole umane ma universali. La Grecia, con la sua storia e la sua mitologia, diventa il motore e il vettore – molto spesso – si approfondimenti ficcanti e chirurgici. E l’etimologia diventa un divertimento mai fine a sé stesso ma, anzi, criterio fondante e fondamentale per comprendere sempre più nel profondo certi meccanismi, universali e personali: come quelli che, dall’originario hospes, che indicava l’ospite in entrambe le sue vesti – di ospitante e di ospitato – è arrivato poi a esser trasformanto in hostis, cioè nel nemico. E di nemici se ne discute tanto, nel libro: nemici che assumono forme e declinazioni sempre diverse, ma spesso legate al mare, a questo luogo meraviglioso di contatti e incontri, che – nella lingua greca – aveva ben quattro parole a indicarlo. Una di queste era pòntos, il mare come elemento da attraversa che collega, unisce, mette in contatto.

L’isola stessa, il luogo privilegiato dal quale nascono questi scambi dialogici a distanza, è un’emblema, uno spazio concreto che si squaderna in spazio simbolico: inizia con essere una tana ma ben presto diventa luogo mai completamente scisso e separato dal fluire del tempo e dei corpi. È un punto di osservazione privilegiato, magari, ma inutilmente remoto, fragilmente e inadeguatamente isolato. Ma l’isola è paradigma di viaggio e ritorno, dove ogni viaggiatore approda e ruba storie, ne fa incetta per restituirle alla comprensione e alla conoscenza di altre e altri.

La narrazione, di fatto, costituisce il mezzo e lo strumento più perfetto di consapevolezza. Tante storie, note e sconosciute, si intrecciano in questo testo miracoloso, dalla complessa architettura nonostante un candore linguistico e logico: alla fine, ognuno di noi deve trovare i propri spazi e organizzarsi le prospettive, sempre con le mani a rimestare la terra, a sfiorare corpi e a far esperienza di materiali. Per fare come quei monaci benedettini, che cominciarono con il bonificare: “prosciugando paludi insalubri metro a metro, per farne zolle da dissodare, rivoltare, aprire al seme”.

L’epica trans nei ricordi di Porpora Marcasciano

Giulio Gasperini

AOSTA – Il racconto di Porpora Marcasciano, attraverso i suoi ricordi dipanati in L’aurora delle trans cattive, pubblicato da Edizioni Alegre, è una vera e propria epica: una narrazione corale e collettiva, che serve come contenitore mai esausto di un mondo intero e complesso, dalle sue origini fino all’attualità. Dentro questo testo ci sono i volti, i corpi, i luoghi, le immagini, le voci stesse di una comunità folta ed eterogenea, che per lunghi anni è stata costretta alla marginalità, a stare sulla soglia sfera pubblica e privata, sempre al limite tra legale e illegale. Era un limite fragile e sottile, come tocca oggi ad altre categorie sociali, in un gioco al massacro su cui si basa la propaganda prima transfobica e poi razzista.

L’operazione compiuta da Porpora Marcasciano, attuale presidente onoraria del MIT, il Movimento identità trans, è un atto politico necessario: consegnare alla scrittura, e dunque alla memoria di molte e molti, le esperienze e le vite di chi fu precorritrice e attivista di una rivoluzione umana e sociale. “La presa di parola trans resta necessaria”: da questo corollario si squaderna la narrazione, che affonda nella propria esperienza personale, ripercorrendo le fasi della propria trans-formazione, intessendola con i corpi di tutte le altre magnifiche e divine creature che popolavano le strade delle città e abitavano la notte e le sue ombre. Sono i corpi, possenti e presenti, che reclamano la loro unicità: corpi scomodi, incarcerati, sgualciti ma determinati ad affermarsi. Perché le loro esperienze hanno creato la storia, hanno dato la possibilità di elaborare un’ermeneutica trans indispensabile: una coscienza costruttiva di senso e significato per tutte e tutti. Assieme ai corpi, però, anche i loro nomi: quelli veri e sani, quelli che ciascuna di loro si era scelta e col quale affrontava la vita; non quello imposto, magari anche nella morte, da una famiglia che preferiva negare l’esistenza piuttosto che affrontare la pubblica onta.

Tra Napoli, Roma, Bologna, e altri orizzonti urbani, le vicende delle creature sognate e sognanti diventano una moderna Iliade, il racconto di una guerra combattuta con onore e decoro, contro tanti e potenti nemici dai poteri apparentemente divini e magici. Ma la reale favolosità sta in questo altro mondo, miscelato e costituente: nelle sue ritualità antiche e arcane, nelle sue profondità umane e sociali, nei loro atti che divennero ben presto politici, alla ricerca di diritti che fossero finalmente stabiliti e normati, fino ad arrivare, nel 1982, all’approvazione della legge 164, che permise e riconobbe il cambio di sesso in Italia, secondo paese europeo, dopo la Germania, con una legge – per l’epoca – estremamente all’avanguardia e rivoluzionaria.

In “L’aurora delle trans cattive”, con una lingua appassionata e appassionante, con un narrazione fluida e avvincente, si ripercorre una questione complessa e significante, a cominciare dalle parole per dirsi che “mancavano e mancano tuttora”. La memoria di Porpora è una fonte inesauribile, un lungo e puntuale “lavoro politico” che non si può più continuare a ignorare, né considerare minoritario o superfluo.

Noi chav, nella tempesta del capitalismo razzista e patriarcale.

Edizioni Alegre: un’autobiografia

Giulio Gasperini
AOSTA – Un curioso volume, quello edito da Edizioni Alegre, nella collana WorkingClass: questo Chav. Solidarietà coatta di D. Hunter è un ibrido difficilmente catalogabile. Corre sul filo del romanzo di formazione, ma è un’autobiografia che sconfina in un saggio sociologico e antropologico. Non farne capire la definizione, effettivamente, fa parte dell’intento dell’autore, che ama destabilizzare il lettore in un flusso di narrazione incessante e straniante. L’obiettivo finale è esplicitato più volte: quello, cioè, di far navigare il lettore attraverso “la tempesta di merda del capitalismo razzista e patriarcale in cui viviamo”.

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Un inedito sguardo sul Tibet narrativo

ObarraO: Antichi demoni, nuove divinità

Giulio Gasperini
AOSTA – La raccolta di racconti Antichi demoni, nuove divinità, edito da ObarraO Edizioni permette di gettare un lungo e inedito sguardo nella letteratura tibetana contemporanea ed è un regalo prezioso per confrontarsi con voci narrative fino a ora poco note o del tutto sconosciute. Il lavoro condotto da Tenzin Dickie, poetessa, scrittrice e traduttrice e responsabile del volume è magistrale e raffinato, coronato da un’introduzione mozzafiato, strumento necessario e imprescindibile per capire quale significato abbia questo volume.

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Le felicità che riempiono il quotidiano.

Piumini e Olivotti in un prezioso catalogo ad alta leggibilità

Giulio Gasperini
AOSTA – Sono così semplici le felicità che raccogliamo nel nostro quotidiano da essere, fin troppo, invisibili. È per questo che il nuovo libro edito da Edizioni Gruppo Abele, nella collana I bulbi dei piccoli, coi testi di Roberto Piumini e le illustrazioni di Sergio Olivotti è ancor più essenziale. Le felicità, infatti, stampato in caratteri ad alta leggibilità, è un catalogo prezioso, che nonostante la splendida immediatezza non precipita mai nell’ovvio e nel banale. Le parole di Piumini si uniscono meravigliosamente al tratto di Olivotti, regalando una collezione esplosiva dei piccoli momenti di felicità che la vita regala.

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Fouad Laroui e i bracconieri di storie.

Del Vecchio: La vecchia signora del riad

Giulio Gasperini
AOSTA – Cosa facciamo delle storie degli altri? La narrazione personale è forse il dono più grande che riceviamo nel nostro interagire con le alterità; ma anche una responsabilità gravosissima che difficilmente sappiamo gestire nel modo più corretto ed efficace, particolarmente nella nostra contemporaneità, così sovrabbondante di racconti e di storie. Il romanzo La vecchia signora del riad, di Fouad Laroui, pubblicata da Del Vecchio Editore con la traduzione di Cristina Vezzaro, è un’avventura entusiasmante su vari livelli di lettura e indagine.

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I bozzetti floreali di Matilde Serao.

Giulio Gasperini

AOSTA – Matilde Serao fu scrittrice prolifica e vulcanica. La sua attività di scrittrice e di intellettuale si squadernò attraverso tanti generi letterari, dal giornalismo alla novella al romanzo; molta della sua produzione, sparsa e persa sotto tanti noms de plume, è oggi sconosciuta perché mai più ripubblicata, terra di scoperta per gli appassionati della tellurica scrittrice. Le Edizioni Spartaco hanno avuto il coraggio di riproporre, in un’edizione elegante e raffinatamente curata, alcuni dei bozzetti che la Serao scrisse sui fiori, che tanto la appassionavano, nel primo volume de L’anima dei fiori, sottotitolata Per amarvi, o fiori! e curata da Donatella Trotta, che firma un ricco e imperdibile saggio introduttivo per inquadrare non solo la Serao ma anche il materiale narrativo presente nel testo.

Matilde Serao amava i fiori e più in generale le piante; li adorava. Considerava il loro utilizzo un elemento di abbellimento non solo fisico e accessorio ma dell’anima stessa. Aveva una conoscenza vastissima e puntuale della varietà dei fiori, delle istruzioni per la loro cura, dell’attenzione che era necessaria per il loro benessere, dalla disposizione nella stanza ai tempi di innaffiamento. Questi bozzetti sono ricami leggeri e pieni di grazia, nei quali la Serao trasforma l’immagine e il senso dei fiori in squarci di lirismo profondo e dirompente. Sono delle pause rinfrescanti nella sua attività di scrittrice e di donna “politica”, impegnata nella documentazione della realtà, nella sua analisi, nel suo titanico lavoro di cronista e di intellettuale.

Le Edizioni Spartaco hanno il coraggio editoriale di riesumare dall’oblio editoriale e di riportare alla memoria una testimonianza calzante e persino necessaria, una scrittura intellettuale ma leggera, nella quale il fiore diventa simbolo di un impegno che trascende lo scopo decorativo ma si squaderna in un significato più ampio. La visione della Serao è potente e dettagliata, offrendo squarci di analisi e senso che ampliano la brevità dello scritto e ne scontornano i limiti.

Ricordi personali, visioni paesaggistiche, notizie scientifiche si impastano, miscelandosi compiutamente in un’indagine che non ha nulla di banale né di scontato, garantendo al lettore un coinvolgimento emotivo e sensoriale che disvela esperienze già note ma che così raramente vengono ricondotte in una prospettiva di così ampio respiro. Il fiore è un linguaggio, e la Serao lo conosce approfonditamente, regalando a ogni lettrice e ogni lettore la chiave di decodifica e traduzione, garantendo a tutte e tutti la possibilità di farsi conoscitori e diffonditori. Perché il patrimonio di conoscenza – lei lo sapeva bene – non può rimanere confinato a pochi noti, ma deve diventare tesoro comune, un retaggio inconsueto e imprevisto che possa rendere tutti più consapevoli e un po’ più ricchi; di quel lusso così immateriale da risultare superfluo ma che è, invece, la più perfetta delle sostanze.