“Pillole blu”, HIV e ogni nuovo altro giorno

Pillole bluGiulio Gasperini
AOSTA – Era il 2001 quando il fumettista svizzero Frederik Peeters decise di raccontare la sua storia d’amore con una donna sieropositiva (e il figlio piccolo di lei) in una graphic novel di spietato autobiografismo ma di una profonda leggerezza e delicatezza. Adesso, a distanza di tredici anni, la casa editrice Bao Publishing ci ripropone Pillole blu in un’edizione completamente rivista e arricchita da una “post fazione” in cui prendono la parola i protagonisti della storia facendo il punto della loro situazione attuale. Continua

“Inclini all’amore”: memorie di una famiglia.

Inclini all'amoreGiulio Gasperini
AOSTA – Gli addetti ai lavori dicono che un libro duri non più di sei mesi. Fortunatamente, ce ne sono alcuni che, per loro meriti, durano ben di più. Uno di questi è “Inclini all’amore” di Tijana M. Djerković, edito da Playground nel 2013. Un romanzo già affascinante dal titolo, da quel termine, “inclini”, così poco inflazionato e così tanto, per questo, affascinante. Un romanzo, come la Djerković stessa ha scritto”, pensato e (soprav)vissuto in italiano, “la mia seconda lingua madre”. Ed è forse ancora più sorprendente se si considera che il libro racconta le storie di una famiglia montenegrina, dalle vicende del nonno, Milovan, a quelle della nipote, Arianna, attraversando una parte fondante di storia europea.
Ma la Storia è sfondo, scenario nel quale si dipanano, ben più importanti e decisive, le storie dei personaggi nella loro ricerca continua, strenuamente motivata dell’amore, come unico motore e significante. In particolare, assume contorni densamente romantici la figura del padre, Vladimir, che dopo l’esperienza della guerra diverrà poeta, trovando nella dimensione letteraria un canale preferenziale di impegno e azione. La figura è in realtà quella del padre della scrittrice, Momčilo Djerković, una cui poesia la Djerković ha posto in apertura del volume, come sigillo a questo romanzo breve ma denso, scorrevole e chiaro come un bicchiere d’acqua: “Parla, che la casa non rimanga sorda, / che la pietra non si spacchi, / che l’acqua non perda il suo ritmo. // Che in casa echeggino le voci dei bambini, / che la casa non diventi sorda, / mentre la vita cresce e si dirama”.
È la memoria, il potere più grande che ognuno ha a disposizione. Perché ogni uomo è portatore di una memoria: non soltanto sua personale ma collettiva. Di un immensa ricchezza fatta di ricordi, di emozioni, di vissuti che non possono (e non devono) andare persi, ma devono contribuire a rendere più ricco e più profondo il domani di ogni altro. E “Inclini all’amore” è proprio un lungo racconto di memorie, un rincorrersi e accavallarsi, un sovrapporsi e intrecciarsi di caratteri ereditari, di vicende comuni che si ripetono (anche se in forme leggermente diverse). È anche un percorso personale, un’indagine intima di chi si scopre a voler mettere in ordine i suoi bagagli e a far i conti col suo passato, ingombrante e denso di storie e volti. È il recupero di un’identità (se di identità si può parlare) che non sia soltanto quella familiare ma si caratterizzi anche per la sua unicità e inequivocabilità, per il suo carattere esclusivo. “Inclini all’amore”, con il suo italiano cristallino e quasi intagliato, un italiano scelto come lingua amata (e non come lingua imposta), è una lunga favola, raccontata alla luce calda di un camino, durante una profonda e fredda notte invernale, in mezzo alle persone amate, che ci accompagna ininterrotta fino all’alba, quando ai primi raggi del sole ci si scopre persone migliori.

Lo strabiliante mondo dei “Piccoli viaggiatori a piedi e in treno”.

Piccoli viaggiatori a piedi e in trenoGiulio Gasperini
AOSTA – Qualcuno ha scritto, tempo fa, che il treno è il miglior mezzo per viaggiare. Perché ha i suoi ritmi, fa le sue fermate, crea socialità e annienta le tensioni del percorrere distanze anche lunghe. Di sicuro, il treno ha un fascino tutto particolare, derivato forse anche da quegli antichi romanzi di esplorazioni e misteri, quando ancora gli aerei non esistevano. Terre di Mezzo Editore ha appena pubblicato una guida, scritta da Annalisa Porporato e Franco Voglino, dedicata ai viaggiatori più giovani che vogliano provare quest’antica emozione di un viaggio in treno, con le ultime ferrovie particolari che sono rimaste nel mondo. Ecco l’intento di “Piccoli viaggiatori a piedi e in treno”, che illustra, come da sottotitolo, “30 escursioni brevi per divertirsi con la famiglia”.
Prendendo in esame vari tratti ferroviari, la guida propone delle escursioni perfettamente adatte ai viaggiatori più piccoli e alle loro famiglie. Si comincia con la Ferrovia ligure, da Genova a Ventimiglia, per poi proseguire con altri frammenti di rotaie. Dalla Genova-Casella, che vide la luce nel 1929, alle ferrovie più particolari, come la Funicolare di Mondovì, la Tranvia e la Ferrovia del Frejus, che da Torino si inoltra verso Bardonecchia. Ma sono inserite anche tante Funicolari, di cui l’Italia pullula senza magari che se ne sappia troppo: dalla Funicolare di Mondovì alla Tranvia Sassi-Superga, inaugurata nel 1884, dalla Funicolare di Biella alla Funicolare Como-Brunate, dalla cui stazione finale si può arrivare a piedi al Faro voltiano, che concede una stupefacente vista del Lago Maggiore.
Sono tutti percorsi arditi, che l’uomo ha creato faticando ma non devastando la natura preesistente. Sono sentieri, strade che permettevano di collegare realtà che altrimenti sarebbe rimaste troppo isolate e che adesso ci permettono di contemplare il paesaggio da un angolazione completamente diversa, più declinata nei criteri della calma, dell’attenzione più stimolante, della pazienza che i grandi viaggiatori hanno sempre avuto: e che si comincia a maturare da piccoli. All’opposto delle Alte velocità che sfrecciano e dilaniano il paesaggio, questi treni permettono uno sguardo attento e cullante, un contatto visivo ma anche emozionale con tutto ciò che scorre fuori dal finestrino.
L’attenzione è rivolta ai più piccoli ma anche alle famiglie, perché il viaggio è senza dubbio un’occasione notevole di consolidare rapporti e di curarne altri, che permette a ognuno di cambiare per un po’ le proprie identità per costruirsi migliori in rapporto a sé e in rapporto agli altri.

“La famiglia è il primo luogo inospitale in cui siamo chiamati a vivere”: ChronicaLibri intervista Roberta Lepri.

Io ero l'AfricaGiulio Gasperini
AOSTA – L’Africa è terra infinita. È terra immensa e potente, prorompete di energia. L’Africa è l’origine, è il luogo del primo arrivo. L’Africa è natura pura, forza dirompente, natura incontaminata, che non conosce limiti. E ancora più spettacolare ed emozionante è quando l’Africa diventa noi, il nostro intimo, la nostra interiorità più autentica. Roberta Lepri ha scritto un magico romanzo (“Io ero l’Africa” per Avagliano Editore), dove tutti questi piani si allacciano e intrecciano con altre tematiche, con altri fattori sapidi dell’umano.

 

L’Africa: una terra d’affascinante e ancestrale magia. Una terra da dove l’uomo è partito, migliaia di anni fa, alla scoperta delle nuove terre oltre l’orizzonte. Come mai hai scelto l’Africa come setting della tua storia?
L’Africa è il luogo ideale per ambientare una storia che vuole indagare il mutare dei rapporti tra le persone al variare del territorio. Non solo culla dell’umanità ma territorio magico per antonomasia, questo continente ha visto l’uomo partire in tempi remoti ma anche tornare in quelli recenti: da dominatore, in cerca di ricchezze e terre da sfruttare. Questo luogo così lontano e misterioso per me è stato fonte di continue sorprese, appena, da bambina, cominciai a capire quanto fosse stato importante nella storia della mia famiglia. Mio nonno e mia nonna, come i protagonisti del romanzo, erano infatti emigrati in Somalia negli anni 50 per sfuggire alla mancanza di lavoro che c’era in Italia.
Sono cresciuta con i loro ricordi, in una grande casa piena di cimeli africani, di lance, pelli di animali esotici, fotografie di piantagioni di banane. Le mie fiabe della buonanotte erano le storie somale che la nonna Maria mi raccontava con pazienza, e che parlavano della shamba, del fiume Giuba, dei bambini del posto.
Un dono straordinario, questa Africa famigliare, insieme intima e misteriosa, che ho conservato con cura nella memoria, e ho piegato infine alle esigenze del racconto. Un luogo in cui tutto può cambiare all’improvviso e in cui le persone possono ritrovarsi o, al contrario, perdersi completamente.

 

Questa tua Africa familiare, questa tua saga di crescite e di maturazioni, cosa può dire al mondo di oggi, alla nostra società che si trova forse nella crisi più feroce e profonda di cui si conservi memoria? Dove possiamo, noi, trovare quest’Africa, questa terra mitica, questo ancestrale fonte di favole e miti intramontabili?
Proprio perché non riusciamo a ricordare un periodo altrettanto difficile, è importante recuperare la memoria di periodi come quelli di cui ho raccontato nel mio romanzo, in cui si doveva emigrare per sopravvivere, lavorando per mandare i soldi a casa e permettere così ai figli di crescere e studiare; in cui la differenza tra i grandi principi di uguaglianza (quelli socialisti del protagonista e di suo figlio) e una realtà che poteva divenire ostile li trasformava rapidamente nel loro opposto; in cui i rapporti famigliari erano costretti a sfilacciarsi, incalzati da cambiamenti rapidissimi della società. Non sono le stesse cose che stiamo vivendo adesso? L’Africa ognuno ce l’ha dentro se stesso, nascosta da qualche parte. È il DNA di quando, messi in difficoltà, abbiamo trovato una soluzione. “chiudigliocchievedil’africa” il gioco che la piccola Bianca inventa per nonna Angela, non è un modo per fuggire dalla realtà ma un modo per ritrovare se stessi nel ricordo di quando eravamo migliori. E siamo stati tutti migliori, come persone e come popolo.

 

Il tuo romanzo è storia di tanto. Ma soprattutto di due elementi altamente significativi per noi italiani, di nascita e di cultura. La famiglia e l’emigrazione. Che cos’è la famiglia? Perché hai voluto analizzare e indagare proprio questo contesto di legami e di rapporti?
Nell’intervista che mi è stata fatta per Achab ho detto che la famiglia è “il primo luogo inospitale in cui siamo chiamati a vivere”. La mia non è stata una battuta ma è una convinzione profonda, supportata, oltre che da una banale osservazione dei fatti, anche dalla letteratura classica (Pirandello e Gadda, Mann e Kafka) Fin dalla nascita, ci viene caricato sulle spalle il fardello di tutti quelli che ci hanno preceduto, i loro errori, le ansie e le paure. Le aspirazioni mancate, e, spesso, anche i loro segreti. La famiglia non è che un insieme di persone, diverse tra loro, che cercano un equilibrio per vivere. L’arrivo di un nuovo elemento, per quanto accolto con amore, è destabilizzante e quello che la famiglia cerca, fin dal primo istante, è fare in modo che il nuovo si uniformi al vecchio, in modo che tutto scorra nella maniera più piana possibile, per recuperare l’equilibrio perduto.
La crescita per cercare di affermarsi in seno alla famiglia è perciò sempre traumatica – lei cerca di inglobare l’individuo che tenta di affermarsi come tale – sia nelle situazioni che a prima vista possono sembrare idilliache fino ovviamente ad arrivare a quelle che comportano violenza psicologica e fisica. Sono convinta che è proprio nella lotta all’interno della famiglia che l’individuo affronta la sua sfida più grande, quella che lo porterà ad essere ciò che è all’interno della società civile. Jodorowsky, mia fresca lettura, è stato un grande osservatore di queste dinamiche.

 

E per quanto riguarda l’emigrazione?
La tematica dell’ emigrazione è certo un grande banco di prova con cui mi è piaciuto confrontarmi, perché ripropone su ampia scala proprio le dinamiche di cui parlavo sopra: lo strappo dalla famiglia d’origine è anche quello dalla terra d’origine, per la sopravvivenza e l’affermazione del sé. Certo, un fenomeno che può essere doloroso (è il caso di Teo, il protagonista maschile del mio ultimo romanzo) ma anche molto liberatorio (come avviene invece per Angela, la protagonista femminile).
E’ sintomatico che questa mia indagine sia stata accolta con insofferenza proprio dalle persone che mi conoscono meglio e con entusiasmo da lettori sconosciuti. Ho pensato che uno scrittore che si allontana da quelli vicini e si avvicina a quelli lontani possa essere su una buona strada.

 

Quest’Africa nel DNA, questa origine di tutto e di tutti, ha potenti richiami ed echi letterari. Come non considerare Karen Blixen e la sua esperienza in terra africana. Quanto ha influito la sua scrittura sul tuo romanzo? Quali sono i tuoi modelli letterari?
Karen Blixen ha influito molto sulla mia scrittura e non solo per il richiamo all’Africa, per cui ho sempre avuto notizie di prima mano grazie ai racconti dei miei nonni. L’opera della scrittrice danese è straordinaria e mi ha influenzato soprattutto per il suo senso del mistero, per la capacità di saper cogliere con ampio respiro i contrattempi e le sorprese della vita, dando così al racconto un orizzonte vastissimo anche se attento ai dettagli. Penso alla scrittura de “Le sette storie gotiche” o degli straordinari racconti contenuti ne “I capricci del destino”.
Leggo moltissimo e tutto mi influenza, spazio tra stili ed epoche anche molto lontane tra di loro, ma se devo dire un nome tra tutti scelgo Simenon, quello dei romanzi noir come La neve era sporca, o L’uomo che vedeva passare i treni. Mi interessano i rapporti tra le persone e il male che normalmente li attraversa, come questi mutano con grande facilità. Attualmente sto leggendo il Meridiano dedicato ad Alice Munro, che è straordinaria. E amo molto Viola Di Grado, che riesce a sorprendermi a ogni pagina.

 

Tutti noi amiamo alcune parole mentre altre ci rimangono antipatiche. Sia per il suono che per il significato. Sono come le persone, con cui istauriamo rapporti complessi e complicati. Quali sono le tre parole che preferisci? Per quale motivo?
Le tre parole che preferisco sono:
– IDEALE, qualcosa a cui tendere ma anche una situazione di confort assoluto, mentale e fisico. Un ideale politico, la temperatura ideale, la città ideale. Qualcosa di estremamente concreto e insieme appartenente alla sfera del sogno. Contemporaneamente statico e mobile, mi riporta alla velocità della luce sui banchi del liceo, china sui libri di filosofia.
– INTELLIGENZA, la qualità che più amo nelle persone, che sia quella del cuore o della mente – ideale, appunto, se ci fossero entrambe – la capacità di approcciarsi a qualsiasi problema e di risolverlo in modo brillante. E’ la dote superiore a qualsiasi altra: non invecchia, anzi, con il tempo migliora e dona una bellezza ineguagliabile alle persone che ne sono dotate.
– ARTE, direi che è il risultato dell’applicazione delle altre due: tensione e riflessione, espressione di un’intelligenza umana che è sviluppo continuo. Si potrebbe abolire qualsiasi altra materia, e attraverso lo studio dell’arte comprendere l’intero percorso dell’umanità: la sua storia, la matematica, l’architettura, la filosofia, il mutare del linguaggio, la capacità di comprensione tra i popoli o le tensioni che ne hanno determinato lo scontro. Nessuna meraviglia, che in un’epoca dominata da una dittatura del denaro si voglia togliere l’insegnamento dell’arte dalle scuole. Lo definiscono “inutile” ma direi che per gli interessi dominanti è, invece, dannoso.

“Paula”, un modo per dirsi addio.

paulaDalila Sansone
AREZZO – Ci sono molti modi di dire addio. E molti modi per riuscire a pronunciare la parola addio, accettarla. “Paula” (1994) è il difficilissimo percorso del più complicato degli addii: quello di una madre alla figlia. E’ la prova più impegnativa di Isabel Allende, già scrittrice di successo e testimone di avvenimenti enormi, capaci di schiacciare la vita di uomo. Invece non è vero, a tutto si sopravvive, abbandoni, povertà, colpi di stato, atrocità ma solo di fronte alla perdita imminente tutto vacilla e perde di senso. Nasce come àncora nel corridoio dei passi perduti, l’anticamera della terapia intensiva di un ospedale di Madrid, questo libro. Una lettera per Paula perché al risveglio dal coma improvviso, causato da una malattia rarissima, recuperi spigoli, angoli e lunghe curve dei momenti di vita assente e trascorsa. Lentamente la lettera diventa racconto, secondo una tradizione consolidata delle donne di famiglia, quella di raccontarsi l’una all’altra da lontano, attraverso lettere da conservare gelosamente. Il bisogno di scrivere per non andare alla deriva, l’ansia di comunicare con la figlia vicina eppure distante, si intrecciano e si trasformano in una sorta di memorie della vita e dei romanzi di Isabel, intrecciate alle sorti di un Paese lontano, il Cile, e di un continente devastato dal passo imperante del lato truce della storia, quella dalla “S” maiuscola.
Paula non si risveglierà da quel lungo sonno. Sua madre riesce a maturare l’addio cercando nella scrittura la forza necessaria a separarsi da lei. Al bisogno fisico di combattere al posto di Paula per non cedere alla rassegnazione, subentra, col passo lento del dolore che matura, la consapevolezza della direzione di questo percorso. Dall’ospedale di Madrid, senza accenni di cambiamento del suo stato, Paula torna a casa, il luogo degli affetti privati, dall’altra parte dell’oceano. Resta sospesa nella stessa stanza dove con la stessa partecipazione e lo stesso amore con cui aveva preso parte alla nascita della nipote, Isabel lascerà andare via poi sua figlia.
Quando la tragedia, qualunque essa sia, assume la connotazione della dimensione personale e privata, induce sempre una misteriosa empatia, anche quando i particolari non trovano nessuna rispondenza nelle vite di chi osserva o chi legge. Quella parentesi di esistenza ha i tratti di una figura completamente nuda e fragile, in cui i difetti e debolezze dominano incontrastate e dove la linearità scompare fagocitata dal disordine interiore. Il mondo, umano e magico nelle stesso tempo, della narrativa della Allende rivive di nomi e accadimenti di vita vissuta e proprio questa commistione di umano e magico si scopre lo strumento, personalissimo, attraverso cui accettare l’addio. E’ una religione laica quella di Isabel, costruita sulla passione per la vita e il bisogno di lasciarsi travolgere dalle emozioni fino a vivere attraverso di esse, negando la possibilità che si possa, al contrario, vivere dominandole. Una religione ”umana” che riconosce il potere sovrannaturale dei legami, e di quelle circostanze inspiegabili, quasi magiche, che spesso accadono e che bisogna solo essere capaci di vedere. Non serve a nessuno dimostrare che si tratti di pura suggestione. Non ha alcuna importanza, in nome del diritto di ciascuno a trovare il proprio unico modo di scandire la più definitiva delle parole. L’accettazione interiore diventa liberazione dal volto angosciante del dolore: rimane il vuoto, col quale solo l’amore provato e ricambiato consente di convivere. Ed è proprio allora che anche Paula si arrende, lasciando questa verità in eredità a colei che, dandole la vita, per prima l’aveva iniziata al potere assoluto dell’amore.