Intervista a Davide Bregola: “Fossili e storioni”, reportage da un fazzoletto di terra che è il mondo

Giulia Siena
PARMA
Fossili e storioni. Notizie dalla casa galleggiante, il nuovo libro di Davide Bregola pubblicato da Avagliano, è un reportage di un viaggio lungo il Po. La narrazione, attenta, analitica e – a tratti – poetica, scaturisce da un contatto diretto con il grande fiume che avvicina e accomuna diversi territori, molte persone, tante differenti realtà. Bregola, infatti, ha deciso di spogliarsi della quotidianità e immergersi nell’atmosfera fluviale fatta di silenzi, ritmi, pregi e limiti: per diversi mesi la sua dimora è stata una casa galleggiante. Da lì ha raccontato; dopo aver osservato, ascoltato, toccato e assaporato il fiume e le sue storie. Ma il viaggio di Davide Bregola nella Pianura Padana è cominciato molto tempo prima: la sua scrittura, infatti, è sempre stata legata a questo paesaggio modellato dal tempo e dall’acqua. Quale occasione migliore, quindi, se non la pubblicazione e la lettura di Fossili e storioni per conoscere meglio un autore che vive la scrittura e, attraverso essa, guarda al mondo?

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Le tante novità al Salone del Libro (evitando i muraglioni).

Salone del Libro di TorinoGiulio Gasperini
TORINO – Anche quest’anno ChronicaLibri ha esplorato per voi i padiglioni del Salone del Libro di Torino alla ricerca delle ultime novità editoriali. Passeggiando tra gli stand ci siamo meravigliati di alcuni aspetti e ci siamo stupiti di altri, notando come i grandi gruppi editoriali avessero negozi (e non stand) con alti muraglioni di vetro e luci diafane e commessi più che librai mentre i piccoli editori stringessero le mani ai visitatori e amassero parlare di ogni singola loro creazione come se fosse effettivamente un figlio. Passeggiando e guardando, passeggiando e annotando, siamo tornati a visitare amici di sempre, che ci hanno illustrato le loro ultime novità.
Add Editore presenta “Il maestro dentro” di Mario Tagliani, il diario della trentennale esperienza come maestro tra i banchi di un carcere minorile, e “Musica nel buio” di Cesare Picco, la storia di un pianista che suona nel buio più completo, per scelta, nella performance “Blind Date – Concert in the Dark”.
Gli amici toscani di Ouverture Edizioni, invece, presentavano al Salone del Libro due testi: il semplice ma gustosissimo ricettario “Vegano alla mano” coi i due autori, Arianna Mereu e Vieri Piccini, e “Alcune strade per Cuba” con l’autore Alessandro Zarlatti, una ricca collezione di racconti che raccontano i suoni, i colori, gli odori di una terra in profonda trasformazione.
Dopo il successo di “Oltre il vasto oceano” di Beatrice Monroy, in corsa al Premio Strega 2014, Avagliano Editore propone “Casa di carne” di Francesca Bonafini, la storia di una crescita che corre tra quattro città: Trieste, Brest, Rio de Janeiro, Lisbona.
Gli amici di Elèuthera ci hanno presentato il nuovo saggio di Marco Aime, “Etnografia del quotidiano”, uno sguardo antropologico sull’Italia che cambia, che ha ottenuto un grandissimo successo anche al Salone del Libro.
La Giuntina, invece, presentava due testi: il primo, “Idromania”, di Assaf Gavron, un’inaspettata sorta di thriller fantascientifico sulle guerre che la carenza d’acqua scatenerà nel mondo; il secondo, di un’autrice di punta come Lizzie Doron, “L’inizio di qualcosa di bello”. Spostandoci in oriente, invece, la ObarraO Edizioni aveva portato al Salone due testi della collana In-Asia: “Il mondo dei fiori e dei salici” di Masuda Sayo, l’autobiografia di una geisha, e “Fuga sulla luna” del cinese Lu Xun.
Anche quest’anno, un Salone ricco di sorprese e di buonissimi testi. Evitando i muraglioni e le vetrine troppo accese.

“La famiglia è il primo luogo inospitale in cui siamo chiamati a vivere”: ChronicaLibri intervista Roberta Lepri.

Io ero l'AfricaGiulio Gasperini
AOSTA – L’Africa è terra infinita. È terra immensa e potente, prorompete di energia. L’Africa è l’origine, è il luogo del primo arrivo. L’Africa è natura pura, forza dirompente, natura incontaminata, che non conosce limiti. E ancora più spettacolare ed emozionante è quando l’Africa diventa noi, il nostro intimo, la nostra interiorità più autentica. Roberta Lepri ha scritto un magico romanzo (“Io ero l’Africa” per Avagliano Editore), dove tutti questi piani si allacciano e intrecciano con altre tematiche, con altri fattori sapidi dell’umano.

 

L’Africa: una terra d’affascinante e ancestrale magia. Una terra da dove l’uomo è partito, migliaia di anni fa, alla scoperta delle nuove terre oltre l’orizzonte. Come mai hai scelto l’Africa come setting della tua storia?
L’Africa è il luogo ideale per ambientare una storia che vuole indagare il mutare dei rapporti tra le persone al variare del territorio. Non solo culla dell’umanità ma territorio magico per antonomasia, questo continente ha visto l’uomo partire in tempi remoti ma anche tornare in quelli recenti: da dominatore, in cerca di ricchezze e terre da sfruttare. Questo luogo così lontano e misterioso per me è stato fonte di continue sorprese, appena, da bambina, cominciai a capire quanto fosse stato importante nella storia della mia famiglia. Mio nonno e mia nonna, come i protagonisti del romanzo, erano infatti emigrati in Somalia negli anni 50 per sfuggire alla mancanza di lavoro che c’era in Italia.
Sono cresciuta con i loro ricordi, in una grande casa piena di cimeli africani, di lance, pelli di animali esotici, fotografie di piantagioni di banane. Le mie fiabe della buonanotte erano le storie somale che la nonna Maria mi raccontava con pazienza, e che parlavano della shamba, del fiume Giuba, dei bambini del posto.
Un dono straordinario, questa Africa famigliare, insieme intima e misteriosa, che ho conservato con cura nella memoria, e ho piegato infine alle esigenze del racconto. Un luogo in cui tutto può cambiare all’improvviso e in cui le persone possono ritrovarsi o, al contrario, perdersi completamente.

 

Questa tua Africa familiare, questa tua saga di crescite e di maturazioni, cosa può dire al mondo di oggi, alla nostra società che si trova forse nella crisi più feroce e profonda di cui si conservi memoria? Dove possiamo, noi, trovare quest’Africa, questa terra mitica, questo ancestrale fonte di favole e miti intramontabili?
Proprio perché non riusciamo a ricordare un periodo altrettanto difficile, è importante recuperare la memoria di periodi come quelli di cui ho raccontato nel mio romanzo, in cui si doveva emigrare per sopravvivere, lavorando per mandare i soldi a casa e permettere così ai figli di crescere e studiare; in cui la differenza tra i grandi principi di uguaglianza (quelli socialisti del protagonista e di suo figlio) e una realtà che poteva divenire ostile li trasformava rapidamente nel loro opposto; in cui i rapporti famigliari erano costretti a sfilacciarsi, incalzati da cambiamenti rapidissimi della società. Non sono le stesse cose che stiamo vivendo adesso? L’Africa ognuno ce l’ha dentro se stesso, nascosta da qualche parte. È il DNA di quando, messi in difficoltà, abbiamo trovato una soluzione. “chiudigliocchievedil’africa” il gioco che la piccola Bianca inventa per nonna Angela, non è un modo per fuggire dalla realtà ma un modo per ritrovare se stessi nel ricordo di quando eravamo migliori. E siamo stati tutti migliori, come persone e come popolo.

 

Il tuo romanzo è storia di tanto. Ma soprattutto di due elementi altamente significativi per noi italiani, di nascita e di cultura. La famiglia e l’emigrazione. Che cos’è la famiglia? Perché hai voluto analizzare e indagare proprio questo contesto di legami e di rapporti?
Nell’intervista che mi è stata fatta per Achab ho detto che la famiglia è “il primo luogo inospitale in cui siamo chiamati a vivere”. La mia non è stata una battuta ma è una convinzione profonda, supportata, oltre che da una banale osservazione dei fatti, anche dalla letteratura classica (Pirandello e Gadda, Mann e Kafka) Fin dalla nascita, ci viene caricato sulle spalle il fardello di tutti quelli che ci hanno preceduto, i loro errori, le ansie e le paure. Le aspirazioni mancate, e, spesso, anche i loro segreti. La famiglia non è che un insieme di persone, diverse tra loro, che cercano un equilibrio per vivere. L’arrivo di un nuovo elemento, per quanto accolto con amore, è destabilizzante e quello che la famiglia cerca, fin dal primo istante, è fare in modo che il nuovo si uniformi al vecchio, in modo che tutto scorra nella maniera più piana possibile, per recuperare l’equilibrio perduto.
La crescita per cercare di affermarsi in seno alla famiglia è perciò sempre traumatica – lei cerca di inglobare l’individuo che tenta di affermarsi come tale – sia nelle situazioni che a prima vista possono sembrare idilliache fino ovviamente ad arrivare a quelle che comportano violenza psicologica e fisica. Sono convinta che è proprio nella lotta all’interno della famiglia che l’individuo affronta la sua sfida più grande, quella che lo porterà ad essere ciò che è all’interno della società civile. Jodorowsky, mia fresca lettura, è stato un grande osservatore di queste dinamiche.

 

E per quanto riguarda l’emigrazione?
La tematica dell’ emigrazione è certo un grande banco di prova con cui mi è piaciuto confrontarmi, perché ripropone su ampia scala proprio le dinamiche di cui parlavo sopra: lo strappo dalla famiglia d’origine è anche quello dalla terra d’origine, per la sopravvivenza e l’affermazione del sé. Certo, un fenomeno che può essere doloroso (è il caso di Teo, il protagonista maschile del mio ultimo romanzo) ma anche molto liberatorio (come avviene invece per Angela, la protagonista femminile).
E’ sintomatico che questa mia indagine sia stata accolta con insofferenza proprio dalle persone che mi conoscono meglio e con entusiasmo da lettori sconosciuti. Ho pensato che uno scrittore che si allontana da quelli vicini e si avvicina a quelli lontani possa essere su una buona strada.

 

Quest’Africa nel DNA, questa origine di tutto e di tutti, ha potenti richiami ed echi letterari. Come non considerare Karen Blixen e la sua esperienza in terra africana. Quanto ha influito la sua scrittura sul tuo romanzo? Quali sono i tuoi modelli letterari?
Karen Blixen ha influito molto sulla mia scrittura e non solo per il richiamo all’Africa, per cui ho sempre avuto notizie di prima mano grazie ai racconti dei miei nonni. L’opera della scrittrice danese è straordinaria e mi ha influenzato soprattutto per il suo senso del mistero, per la capacità di saper cogliere con ampio respiro i contrattempi e le sorprese della vita, dando così al racconto un orizzonte vastissimo anche se attento ai dettagli. Penso alla scrittura de “Le sette storie gotiche” o degli straordinari racconti contenuti ne “I capricci del destino”.
Leggo moltissimo e tutto mi influenza, spazio tra stili ed epoche anche molto lontane tra di loro, ma se devo dire un nome tra tutti scelgo Simenon, quello dei romanzi noir come La neve era sporca, o L’uomo che vedeva passare i treni. Mi interessano i rapporti tra le persone e il male che normalmente li attraversa, come questi mutano con grande facilità. Attualmente sto leggendo il Meridiano dedicato ad Alice Munro, che è straordinaria. E amo molto Viola Di Grado, che riesce a sorprendermi a ogni pagina.

 

Tutti noi amiamo alcune parole mentre altre ci rimangono antipatiche. Sia per il suono che per il significato. Sono come le persone, con cui istauriamo rapporti complessi e complicati. Quali sono le tre parole che preferisci? Per quale motivo?
Le tre parole che preferisco sono:
– IDEALE, qualcosa a cui tendere ma anche una situazione di confort assoluto, mentale e fisico. Un ideale politico, la temperatura ideale, la città ideale. Qualcosa di estremamente concreto e insieme appartenente alla sfera del sogno. Contemporaneamente statico e mobile, mi riporta alla velocità della luce sui banchi del liceo, china sui libri di filosofia.
– INTELLIGENZA, la qualità che più amo nelle persone, che sia quella del cuore o della mente – ideale, appunto, se ci fossero entrambe – la capacità di approcciarsi a qualsiasi problema e di risolverlo in modo brillante. E’ la dote superiore a qualsiasi altra: non invecchia, anzi, con il tempo migliora e dona una bellezza ineguagliabile alle persone che ne sono dotate.
– ARTE, direi che è il risultato dell’applicazione delle altre due: tensione e riflessione, espressione di un’intelligenza umana che è sviluppo continuo. Si potrebbe abolire qualsiasi altra materia, e attraverso lo studio dell’arte comprendere l’intero percorso dell’umanità: la sua storia, la matematica, l’architettura, la filosofia, il mutare del linguaggio, la capacità di comprensione tra i popoli o le tensioni che ne hanno determinato lo scontro. Nessuna meraviglia, che in un’epoca dominata da una dittatura del denaro si voglia togliere l’insegnamento dell’arte dalle scuole. Lo definiscono “inutile” ma direi che per gli interessi dominanti è, invece, dannoso.

Week-end di libri: “KAOS – Festival dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana”

kaosAGRIGENTOSabato 25 e domenica 26 gennaio arriva “KAOS – Festival dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana”, grande appuntamento con la letteratura, l’arte e l’enogastronomia. Promosso dall’Associazione Culturale Top Stage, KAOS si svolgerà nella suggestiva cornice di Montallegro, in provincia di Agrigento. L’auditorium cittadino, infatti, ospiterà uno spazio fiera che, oltre agli editori, coinvolgerà operatori economici dell’artigianato e dei prodotti tipici siciliani.

“L’intento – dichiara il direttore artistico, Peppe Zambitoè quello di dare forma alle parole e alle immagini della nostra terra. Kaos vuole essere il luogo fisico e ideale per quanti credono nella cultura come elemento propulsore della conoscenza e della promozione del territorio”.

Saranno due giornate intense, dove si susseguiranno, eventi e attività che abbracciano i vari aspetti della creatività dell’ isola; dalla scrittura alla pittura, dalla musica alla fotografia.
“Numerosi gli eventi in programma – sostiene Anna Burgio, responsabile dell’organizzazione – come anche i riconoscimenti a personalità che si sono distinte per l’esercizio della legalità e per avere positivamente rappresentato l’identità siciliana”.

KAOS è la giusta metamorfosi di un gruppo di lavoro, da anni impegnato nel territorio agrigentino, nella promozione culturale e che, reduce dal successo “Approdi culturali a Torre Salsa”, si misura con una nuova esperienza più ricca e articolata.
Il festival si chiuderà la sera di domenica 26 gennaio con la proclamazione del libro vincitore del concorso letterario, scelto tra i cinque finalisti dalla giuria presieduta dallo scrittore Giacomo Pilati.

I CINQUE FINALISTI

“Oltre il vasto oceano. Memoria parziale di bambina” di Beatrice Monroy – Avagliano editore

“Certe strade semideserte” – Autori vari – Leima Edizioni

“La notte in cui Pessoa incontrò Filippo Bentivegna” – di Vincenzo Catanzaro –Melquart Communication

“Apparenze” di Vincenzo Ruggieri – Vera Canam

“Ferita all’ala un’allodola” di Maria Lucia Riccioli – L’Erudita Edizioni

“Io ero l’Africa”: l’istinto primordiale della madre terra.

Io-ero-l-AfricaGiulio Gasperini
AOSTA – Una saga familiare appassionante. Se si dovesse dare una definizione all’ultimo romanzo di Roberta Lepri, “Io ero l’Africa”, edito da Avagliano Editore nel 2013 probabilmente questa sarebbe la più calzante. Ma, in realtà, nelle pagine della Lepri c’è ben di più. Innegabile come le atmosfere del romanzo ci riconducano alle migliori pagine di Karen Blixen, fino addirittura al fallimento dell’attività e alla frustrazione umana di fronte alla potenza devastante (e ribelle) della natura. Ma l’esperimento della Lepri è affascinante innanzitutto perché calato nella nostra condizione di italiani migranti ed emigranti (che in giorni come questi passa sempre un po’ di mente) e poi perché ci offre uno sguardo d’insieme, una prospettive esterna e distaccata sulla narrazione e la trama.
L’Africa trasforma e cambia: è evidente. La sua potenza naturale, le sue emozioni scorrono sotto la terra e corrompono gli uomini, li cambiano. Sottopelle, sentono e scoprono nuovi tremori, nuove passioni; si scoprono finanche nuovi caratteri. Placano antiche ansie e smarcano da primitive schiavitù, come quelle della quotidianità, della routine, della vita borghese. In Africa, tutti diventano esploratori e conquistatori, alle prese con un mondo primordiale che non si conosce e che, a lungo andare, finisce per ubriacare.
Attraverso le pagine di “Io ero l’Africa” ci si avventura nelle vite più intime dei protagonisti, nessuno dei quali esce indenne da quest’esperienza di “esotismo”. Chi matura, chi regredisce, chi si scopre suo malgrado vulnerabile, chi viene inesorabilmente sconfitto. Tutti vanno incontro a una formazione individuale. E sono proprio i rapporti che per primi si sfilacciano e si spezzano, nel romanzo. I legami coniugali, quelli parentali, quelli fraterni, i rapporti di potere e di oppressione, lo scontro senza tempo del nero e del bianco, del civile e dell’incivile, del colonizzatore e del colonizzato. In “Io ero l’Africa” sono tutti tarati secondo nuovi concetti, nuovi modelli. Inconsapevolmente, soprattutto Angela, la vera attante di tutta la saga, dal nome prevedibilmente profetico, si conosce (e si sorprende) come donna nuova, insospettabile nel suo appena disvelato carattere, nelle sue (ri)nate aspirazioni e desideri. È una donna che nessuno conosce più, né il marito che dopo due anni la fa andare in Africa, né suo figlio che la ritrova dopo anni e ne avverte subito le nuove vibranti potenzialità. Ma tutti i protagonisti del romanzo sono tratteggiati con penna potente, guidati e mossi da una matura orchestrazione. La materia del romanzo è densa, corposa, e l’architettura narrativa accompagna il narratore quasi cullandolo, attraverso un ritmico alternarsi di analessi e prolessi. La storia è un fluire continuo, tumultuoso ma non disordinato, un appassionato fermento di eventi ed emozioni. Pare quasi di sentire una storia raccontata intorno a un fuoco, in una notte africa sotto un cielo denso di chiassose e pulsanti stelle.

“Madam Butterfly”: la donna che attende e poi decide.

Giulio Gasperini
AOSTA – La storia è quella nota dell’opera lirica di Giacomo Puccini, del 1904. L’aveva scelta perché affascinato dalla tragedia di David Belasco, vista a Londra. Fu la sua prima “opera esotica”, sulla scia di un entusiasmo per l’Oriente che stava contagiando tutte le arti della vecchia e stanca Europa. Fu nell’apoteosi del sacrificio femmineo dell’opera che la gloria di Madama Butterfly, ovvero la gheisa Cho-Cho-San, raggiunse l’acme della notorietà, la consacrazione nell’olimpo delle figure straordinarie delle arti. Ma forse in pochi sanno che l’origine dell’opera (e della tragedia) è una novella, di John Luther Long, edita nel 1898, che Avagliano editore ha ripubblicato nel 2009 nella collana “La straniera”. E forse in pochi sanno che la novella ha un finale agli antipodi della trasposizione operistica.
La novella di John Luther John ha degli aspetti che ancora la mantengono valida e preziosa, nonostante l’ipoteca di Puccini sulla storia e sulla figura della geisha lontana: il ritratto di Cho-Cho-San, nella novella, è fresco, leggero, soave. Fuori da complesse macchinazioni psicologiche, più facilmente riscontrabili nella tessitura di musica e parole, Long ha saputo in poche pagine plasmare un ritratto femminile di inaudita potenza e complessità, pur utilizzando sempre uno stile e un linguaggio semplici e diretti. Lo scarto tra la Cho-Cho-San di Long e la Madama Butterfly di Puccini si consuma tutto alla fine della vicenda, nel momento in cui i destini delle due trovano soluzioni diverse.
Cho-Cho-San si concreta come il paradigma della donna perennemente in attesa, della donna illusa, della donna rimasta bambina nel mito di un uomo che la possa amare, che la tratti come una regina, che la conservi al riparo dal mondo crudele che sta al di fuori delle mura domestiche. Come se codeste mura fossero il luogo più sicuro del mondo: ma già ai suoi tempi, nei suoi luoghi remoti ed “esotici”, le più atroci violenze si consumavano proprio all’interno della famiglia. Cho-Cho-San di famiglie ne avrebbe perse due: quella dei suoi familiari, della sua stirpe, della sua gente che la condanna per aver cercato di contravvenire a leggi ataviche e tradizionali. Si è innamorata di un uomo straniero, di un dominatore, di un invasore. Con lui ha concepito un bambino. Non si può meritare altro che l’abbandono, l’esilio. Ma Cho-Cho-San perde anche l’altra famiglia, perde il suo amore, proprio lui che l’ha allontanata dall’altra famiglia. Il destino di Cho-Cho-San pare segnato, pare dettato e condizionato dalla sofferenza, dalla colpa, dalla menzogna.
Ed è qui che John Luther Long rende Cho-Cho-San moderna, progressiva, orgogliosa e indipendente: si avvicina la decisione del suicidio, estrae la spada, “l’unico oggetto, fra tutti quelli appartenuti a suo padre, che i suoi parenti le avevano concesso di tenere”, si colpisce il petto, “il rivolo di sangue che le era sceso nel seno divenne di una tinta più scura e si arrestò”. Cho-Cho-San decide di vivere: decide di non concedersi al sacrificio per un uomo che invece di amarla l’aveva violata, insultata, offesa. Si salva grazie a suo figlio, si salva perché una scintilla in lei esplode e l’incendio divampa. Se non proprio simbolo di femminismo e di rivolta al maschilismo imperante, Cho-Cho-San è figura profetica, antesignana di sentimenti che a fine Ottocento eran forse prematuri ma proprio per questo sorprendenti in codesta novella. E così cantò, profetica, anche Fiorella Mannoia: “Ma scapperò via da qui / da questa casa galera / che mi fa prigioniera”.

“La vacanza delle donne” e l’inevitabilità della guerra.

Giulio Gasperini

ROMA – Come potrebbe cambiare una società se le donne smettessero di voler fare l’amore? Aristofane aveva provato a tratteggiarla, con le sue sagge donne, capeggiate da Lisistrata, che per convincere gli uomini a non far più la guerra negavano sé stesse e i dolci piaceri del talamo. Le donne di Luigi Compagnone, invece, non decidono arbitrariamente uno “sciopero” del sesso ma rimangono colpite come da un’epidemia che le fa placare le voglie e le fa, pudicamente, ritrarre di fronte ai loro doveri coniugali. “La vacanza delle donne”, edito per la prima volta nel 1954 e riproposto, nel 1999, da Avagliano Editore, è il racconto ironico e divertito della crisi di un paese, Melaria, descritto come una sorta di Utopia, di Città del Sole, dove la società era composta e civile, dove si badava “alle serene articolazioni della sintassi” e dove c’era “molta fatica d’amore”. Dove “le stesse pagine bianche degli annali non eran lì a indicare stagioni vissute in pace e decoro?”

Gli annali del paese, che Compagnone finge di consultare, non hanno mai registrato nulla che valesse la pena di annotare: “Le nascite e le morti, e qualche sporadico episodio di nessuna importanza”. Tutti hanno un impiego, tutti hanno una loro collocazione nella società. Nessuno ne è escluso, nessuno sente il bisogno di fuggirne. Gli uomini, nerboruti e passionali, pieni di fiduciosa speranza in sé stessi e nell’avvenire, trovano il compimento del loro orgoglio nel possedere le mogli, le quali parimenti si fanno luoghi di ritorno e sublimi approdi, senza nessuna malizia né svilimento umano. E all’improvviso, senza nessun preavviso né motivo, le donne cominciano a ritrarsi alle carezze e ai gesti dei mariti; principiano a nascondere il volto nel cuscino, a schermirsi e sottrarsi, a privare gli uomini del loro successo quotidiano.
E come sublimano, gli uomini, la loro inesauribile tensione sessuale? Nel modo che, più di tutti, è all’opposto: con la violenza. Cominciano, infatti, una serie inaspettate di violenze e di vandalismi, così inusuali per quella delizia di posto che era Melaria. Un uomo precipita da un balcone; un giovanetto viene aggredito “con innominabili intenzioni in una strada fuori mano”; la farmacia devastata; il convento minacciato di saccheggi e distruzioni; “e ovunque ubriacamenti e cazzotti, a rotoli il lavoro negli uffici amministrativi”. Il delicato equilibrio sul quale si muoveva tutta la cittadinanza era misteriosamente spezzato: la sconosciuta formula magica che lo preservava intatto e immacolato era svanita, nell’assurda assenza d’un nemico concreto con cui prendersela e a cui addossare la responsabilità. Sicché diventa naturale, in quest’accelerarsi di eventi, pensare di formare un esercito, accreditando titoli e promuovendo persone per le loro capacità, più che per il loro reale merito. E partire, delirando, verso un nemico inesistente, cercandolo chissà dove, chissà quanto lontano, chissà per quanto.
Tutto questo per colpa di una mancanza. Non di sesso, ovviamente; ma d’amore.