"La vita al 90°"…storie di calcio non solo giocato


Silvia Notarangelo
Roma – Ci sono alcuni sport – e il calcio è uno di quelli – che hanno la capacità di smuovere gli animi, di suscitare interminabili discussioni e furibonde litigate ma anche di regalare storie straordinarie che assumono, nel tempo, contorni leggendari. Raffaele Ciccarelli ne ha scelte tre, davvero suggestive, per il suo “La vita al 90°”, pubblicato dalle Edizioni Cento Autori.
Si inizia con el divino Ricardo Zamora, classe 1901, professione portiere. E’ lui a difendere la porta delle Furie Rosse dal 1920 al 1934, è lui a ipnotizzare gli avversari con la sua calma, la sua sicurezza, la sua abilità nell’intuire sempre la traiettoria del pallone.
Ed è proprio contro el divino che la nazionale italiana deve fare i conti nei quarti di finale della Coppa del Mondo 1934. Lo svantaggio iniziale pare una condanna, i tentativi offensivi sono vani. Non c’è modo di trafiggere Zamora, è necessario inventarsi qualcosa. E a quel qualcosa ci pensa Angelo Schiavio che, ostacolandolo nettamente nella sua area di porta, consente a Ferrari di insaccare. L’1-1, come era facile attendersi, regge fino alla fine e, da regolamento, occorre rigiocare. Ma ecco che, proprio nei secondi novanta minuti, avviene ciò che nessuno si aspetta: Ricardo si siede in tribuna, al suo posto gioca Nogues. Una mossa incredibile, mai giustificata, probabilmente determinata da forti pressioni politiche. È la svolta. L’assenza dell’uomo in più, di quel portiere insuperabile, è un vero regalo per gli azzurri che riescono ad imporsi e a continuare il loro cammino verso quella finale che regalerà all’Italia la prima Coppa del Mondo.
Se segnare, come in questo caso, può essere davvero difficile, in altri, pochissimi a dire la verità, si è volutamente scelto di non segnare, impedendo al pallone di varcare la fatidica linea di porta. È quanto è avvenuto a Kiev, il 6 agosto 1942, di fronte l’FC Start e la Flakelf, ovvero, ex calciatori di Dinamo e Locomotiv, scampati alla deportazione, contro ufficiali dell’aeronautica tedesca. In palio non ci sono punti né trofei, c’è molto di più: ci sono la dignità e l’orgoglio di un popolo intero che si stringe attorno alla sua squadra nella consapevolezza che almeno lì, sul terreno di gioco, nessuno può sconfiggerla, perché lì, è lei l’assoluta dominatrice. Il risultato finale è quasi imbarazzante: 5-1 all’andata, 5-2 al ritorno, in un incontro che, di calcio, ha ben poco. Le conseguenze di questa doppia vittoria sul campo non tarderanno ad arrivare e saranno drammatiche, ma la voglia di rivalsa e la speranza nel futuro sono ormai consolidate e, presto, diventeranno realtà.
Un futuro spezzato, invece, per i Busby Babes, i ragazzi di Busby, di Sir Matt Busby. Quando, nel 1999, il Manchester United conquista la sua seconda Coppa dei Campioni, i tifosi dei Reds non si trattengono dall’intonare “Happy Birthday Sir Matt”. Matt è proprio lui, Matt Busby, e il pensiero torna, ancora una volta, ai suoi ragazzi, a quelle giovani promesse che avevano saputo incantare negli anni Cinquanta prima di arrendersi ad un crudele destino. Il volo proveniente da Belgrado, dove si erano facilmente imposti sulla squadra locale, non fece mai ritorno. Si schiantò contro una casa e prese fuoco. I superstiti furono pochissimi, tra di loro Busby. Lo sconcerto fu enorme, ricominciare sembrava impossibile. Eppure tutto ripartirà proprio da sir Matt, dalla sua voglia di rimettersi in gioco fino a ricostruire una squadra capace di raggiungere l’atteso traguardo: la conquista di quella Coppa dei Campioni che la sorte aveva negato ai suoi babes, ma che almeno lui può ora dedicare alla loro memoria.

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