L’ascesa all’Olimpo: in viaggio con Cagliostro sulle tracce della tradizione ermetica

lepre_ascesa all olimpo_chronicalibriGiorgia Sbuelz
ROMA – Questo viaggio si comincia dalla fine. Come se dovessimo scalare un monte e partissimo dalla vallata, risalendo mano a mano verso la cima. Del resto si tratta di un’ascesa, L’ascesa all’Olimpo- Cagliostro e la tradizione ermetica nella Massoneria, di Alessandro Boella e Antonella Galli, pubblicato per La Lepre Edizioni.
La fine è quella dei Rosacroce D’Oro. Siamo nel XVIII secolo, il secolo dei Lumi, quando “le teste si riscaldano e i cuori si raffreddano”, i membri dell’Ordine si ritirano lasciando ai posteri il Manifesto dei Superiori Incogniti dell’Ordine ai membri di ogni grado e sistema segreto, del 1793, da cui leggiamo:
“Noi vediamo il nostro Edificio frantumato in mille e mille rovine, vediamo una distruzione che le nostre mani non possono più arrestare, ed è per questo che rinviamo i costruttori dai loro cantieri”.
Il messaggio è chiaro: in risposta al motto liberté, égalité, fraternité, perorato da alcune logge, i Rosacrociani issano bandiera bianca.
Troppa confusione era stata fatta intorno ai misteri di alta iniziazione, i segreti del dio Ermes erano stati fatti oggetto di eccessiva faciloneria, se non ciarlataneria e la massoneria si era disintegrata in una serie di pluralismi settari dove ognuno proclamava la propria verità.
Così, gli studiosi Boella e Galli ripercorrono le storia della tradizione ermetica nei suoi momenti più determinanti, attraverso documenti e fascinosi rituali, tra cui quello legato alla “divina bottiglia”, diretto discendente della Catoptromanzia greca, ripresa da Girolamo Cardano, che in sostanza è l’arte di predire il futuro attraverso specchi ritenuti magici.
In particolare, quello che venne ribattezzato come “Il rito di Sant’Elena” era un metodo molto praticato, anche dal fondatore della loggia della Massoneria Egiziana, il conte Cagliostro.

Ogni ordine aveva le sue varianti per il rito, ma la costante era la presenza di un fanciullo, di dieci anni, puro di cuore e quindi in grado di dialogare con spiriti o angeli. A tali entità, attraverso il pupillo, venivano posti dei quesiti, non sempre di natura spirituale, è doveroso precisarlo e, sempre attraverso il giovane intermediario, si ottenevano delle risposte.
Sebbene ci sia un esplicito rimando nel titolo dell’opera, gli autori non trattano direttamente la vita e le gesta di Giuseppe Balsamo, noto ai più come conte di Cagliostro. Truffatore o illuminato? Furfante o perseguitato? Non troveremo in questo testo le risposte all’enigma che aleggia intorno alla sua figura, ma troveremo una dettagliata documentazione dei suoi viaggi, le testimonianze, a volte contrastanti, dei suoi discepoli. Troveremo invocazioni alle cerchie angeliche e disegni di triangoli e cerchi adoperati nei rituali. E troveremo molti numeri, i numeri sono importanti. Più di tutti il 2 e 7, il 3 il 9. Ma anche il 12 e il 72. Il perché viene spiegato nella lunga ricerca condotta dagli autori.
Qui leggiamo le deposizioni legate al processo subito da Cagliostro, che finì detenuto in una cella priva di porta nella Rocca di San Leo, dove prima divenne pazzo e poi morì. Leggiamo dei versi tratti dalla copia posseduta dal conte del Clavicula Salomonis, che è il libro magico per eccellenza, quello in cui sono custoditi i segreti per costringere i demoni ad apparire come ombre sulle superfici d’acqua (lecanomanzia).
Insomma, si disquisisce a lungo del magnetismo angelico del Cagliostro, ma vengono presi in esame anche le dottrine magico-alchemiche degli Alti Gradi di massoneria ermetica, tra cui il Clericato Templare di Johann August Starck e il “Rito Cabalistico” di Lazare Lenain.
Un viaggio dicevamo all’inizio, un saggio che si presenta come un unicum da smembrare a seconda dell’intelletto del lettore, che sarà stuzzicato ad approfondire questo o quell’argomento, che apprenderà di fatti storici e di nomi di angeli, e capirà che i geni in bottiglia de Le mille e una notte sono molto più dei personaggi di una favola.

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