L’unità di una trilogia spiazzante.

Trilogia della città di K.Dalila Sansone
AREZZO – Non potrei pensare di leggerli separatamente, distinti l’uno dall’altro. I tre titoli che compongono la trilogia di Agota Kristof si oppongono, si sovrappongono, si confondono e costituiscono un’unità piena, alla stregua del meccanismo che unisce due individui gemelli. “Il grande quaderno” (1987) è la storia di un abbandono in tempi di guerra, lontano dalla città di K.: due gemelli, una nonna che non li vuole, una madre che scompare. Il tessuto narrativo è asciutto, al limite dell’aridità, meccanico. La prosa riflette il controllo superiore, inumano delle emozioni, il gioco perfido della loro negazione. Che sia istinto di sopravvivenza, lucida follia o intelligenza superiore, la storia di questi due bambini e il racconto del loro quotidiano evocano tutte le sensazioni possibili, al limite della nausea fisica. Nei romanzi successivi la coppia non esiste più e l’autrice inizia a tessere un gioco sottile, prima resuscitando l’umanità negata dall’aridità di stile e contenuto del primo racconto, ne “La prova” (1988), poi vestendola di abiezione e viltà nella “Terza menzogna” (1998).
Nella seconda parte della trilogia al villaggio resta Lucas, dopo la fuga oltre confine del fratello e soffre, annienta la propria esistenza nell’incolmabilità dell’assenza fino a quando non scopre la capacità di amare e ama. Sostituisce all’esercizio di negazione delle emozioni dell’infanzia, il percorso difficile dell’apertura all’altro, costantemente puntellato di ombre e arretramenti. “La terza menzogna” è un intreccio semionirico, il delirio malato di Lucas il fratello fuggito oltre la frontiera, tornato alla ricerca di Klaus. Un momento. Non era Lucas quello rimasto? No Lucas non è mai esistito, lui non ha mai vissuto nella casa nel bosco da bambino insieme al fratello, i suoi ricordi non coincidono con niente. In quest’ultimo racconto i due fratelli si incontrano. Klaus è un poeta misantropo dedito alla cura di una madre che non si mai perdonata la perdita dell’altro figlio, e usa uno pseudonimo per scrivere: Lucas. La storia dei gemelli è completamente stravolta, chi è rimasto nega all’altro il recupero della propria identità, della metà perduta e non esiste più verità, dissolta per sempre dal potere della mente, dalla deformazione dei ricordi, dalla negazione del dolore, dall’assenza di sentimenti che sortisce lo stesso effetto del loro rifiuto, voluto o subito.
Tre romanzi, tre aggettivi: atroce il primo, umano il secondo, l’ultimo privo di senso. La trilogia: spiazzante.

Informazioni su Giulio Gasperini

Laureato in italianistica (e come potrebbe altrimenti), perdutamente amante dei libri, vive circondato da copertine e costole d’ogni forma, dimensione e colore (perché pensa, a ragione, che faccian anche arredamento!). Compratore compulsivo, raffinato segugio di remainders e bancarelle da ipersconti (per perenne carenza di fondi e per passione vintage), adora perdersi soprattutto nei romanzi e nei libri di viaggio: gli orizzonti e i limes gli son sempre andati stretti. Sorvola sui dati anagrafici, ma ci tiene a sottolinare come provenga dall’angolo di mondo più delizioso e straordiario: la Toscana, ovviamente. Per adesso vive tra i 2722 dello Zerbion, i 3486 del Ruitor e i vigneti più alti d’Europa.
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